l’anno orribile del mio orto infelice – 317

difficile scrivere dopo un tardo pomeriggio passato a testa in su per capire se la feroce grandinata in corso nel fondovalle sarebbe arrivata anche qui, e sarebbe stata la quarta della stagione.

invece, mentre risaliva, si è mantenuta un poco più a est, e dunque deve avere fatto strage negli orti di Provaglio di Sopra, di Treviso Bresciano (e sarebbe la settima volta lì) – che però una volta si chiamava Cazzi (giuro), rigorosamente distinto, anche lui come Provaglio, in Cazzi di Sotto e Cazzi di Sopra – e di Capovalle, che faceva, di nome antico e autentico, Hano; e assieme a Goglione, all’inizio della valle, faceva un trittico indimenticabile, e ci volle tutto l’autoritarismo del fascismo per cambiare nomi, ma non connotati, a questi paesi dai nomi così osceni.

divago, per voglia di battute che nasce dal sollievo, dopo questi minuti indimenticabili ad ascoltare le minacce della natura.

come posso avere voglia di parlare d’altro?

. . .

forse potrebbe consolarmi il solito orso, che si è fatto fotografare di nuovo, anche ieri, e questa volta in Valdegagna, cioè a tre o quattro km da qui (se i simili si attraggono come dice qualche commentatore, si direbbe davvero che mi sta cercando), ma anche un chilometro soltanto fuori del paese di Vobarno.

190703orso

e, come previsto, stanno arrivando gli esperti della Provincia che stanno cercando di capire come affrontare la situazione di un orso giovane e troppo socievole; ma io penso che sia soltanto un orso molto giovane che ha perso i genitori e non è stato educato da loro alla giusta diffidenza verso gli umani; ed ecco che appare una specie di scavezzacollo.

ah, questi adolescenti difficili!

. . .

ma io sono preoccupato davvero per un altro caso difficile, invece: quello del mio orto, che quest’anno è in piena crisi di idee e di produzione: l’inizio era stato brillante, rapanelli e insalata a volontà, fino a che le piante non sono andate in fiore e contemporaneamente sono iniziate le grandinate.

queste hanno completamente cancellato ogni raccolto possibile non solo nelle sue aiuole, ma anche di amarene e ciliegie, che l’anno scorso di potevano raccogliere a chili, hanno dimezzato noci e mele d’autunno, visto la quantità di frutti appena formati, che è finita nei prati, e messo a dura prova di sopravvivenza le nuove piante messe a dimora quest’anno: peschi, albicocchi, pero e castagni.

ma anche nell’orto hanno fatto strage: si sono salvate soltanto le verdure che crescono sottoterra: patate (già raccolte, in forte anticipo, le prime), cipolle (lo stesso), finocchi, carote; ma il resto?

. . .

niente da fare: non cresce.

pomodori, peperoni, melanzane, cetrioli, sedano, porri, zucche e zucchine giacciono statiche nell’orto senza significativi sviluppi: il primo e unico pomodorino assaggiato era del diametro di un centimetro: giusto per ricordarsi il sapore…

eppure fa caldo, perfino troppo caldo; eppure bagno abbondantemente tutte le sere se non piove.

dov’è il problema? 

. . .

posso pensare al fatto di non avere concimato quest’anno, per non eccedere, e forse è stato un errore, ma perché lo stesso avviene anche negli altri orti diversi dal mio, che non hanno subito questa scelta un poco sbagliata, forse?

la terra appare polverosa, nonostante le annaffiature, e grosse crepe di siccità attraversano anche i prati: forse c’è meno acqua nella falda sotterranea che dicono provenga dall’Adamello?

ma allora perché alcune piante crescono, anzi proprio quelle che producono sottoterra e altre no?

. . .

io alla fine una spiegazione me la sono data, ed è in linea con lo spirito pessimistico delle mie previsioni attuali sul futuro dopo di me, ma non ha nulla di scientifico, prendetela soltanto come l’espressione, se non poetica, letteraria, di uno stato d’animo incline allo scoraggiamento.

siamo nei mesi di passaggio da un ciclo solare, il 24, al prossimo, il 25, e dunque in una fase in cui l’attività del sole è ridotta, nel senso che mancano le macchie solari e quindi l’energia solare che arriva sulla Terra è ai minimi termini del suo ciclo undecennale.

questo non impedisce un caldo fuori del comune: ma è un calore che viene dai gas serra, non è un calore sano, dal punto di vista delle piante (per non parlare degli uomini); non è vitale, non produce; è un calore sterile, un calore senza calore.

. . .

mi ero sempre chiesto come sarebbe stata la combinazione tra riscaldamento globale e raffreddamento solare, e ora ce l’abbiamo sotto gli occhi: è questa brusca alternanza di un calore africano con precipitazioni improvvise di tipo monsonico o peggio, perché lì le grandinate non sono previste.

è un calore progressivo con più anidride carbonica che ti aspetteresti faccia almeno sbocciare i campi, e invece li prosciuga, li tempesta, li insterilisce.

per ora l’agricoltura industriale regge, con le sue serre più solide (alcune di quelle di qui non hanno retto la grandine), ma dovesse giungere il momento della crisi, allora scopriremo di colpo che la prima vittima del riscaldamento globale sono gli orti, i pascoli, i frutteti.

e che ci aspetta la fame.

oppure la carne artificiale costruita nei laboratori da Bill Gates.

. . .

(cresce la sensazione di essere in caduta lungo uno scivolo che non lascia appigli, che il mondo è governato dagli egoisti a cui non interessa per niente il futuro degli altri e che non ci sono alternative alla disfatta climatica.

ma perché diavolo siamo così pochi ad accorgercene?)


3 risposte a "l’anno orribile del mio orto infelice – 317"

  1. siamo così pochi ad accorgercene…
    quelli che lottano per non morire di fame, non hanno il tempo per farlo.
    quelli che si sentono impotenti si rassegnano e sopravvivono facendosi distrarre da giochi chat musiche assordanti e roba simile.
    quelli che vivono di ricchezza usurpata a chi lavora, pensano di essere immortali…

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    1. ecco la chiarezza.

      però dividerei il secondo gruppo in due gruppi distinti: quelli che capiscono e si sentono impotenti, e quelli che non si preoccupano di capire oppure non ci riescono proprio e si fanno distrarre…

      😉

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      1. il substrato dei popoli, la massa-gregge che pascola e non capisce che viene foraggiata per il bene del pastore.
        quei pochi che se ne rendono conto non hanno mai abbastanza potere per cambiare le cose.
        soffrono e, talvolta, per lenire la pena adottano strategie di distrazione.
        spesso è sopravvivenza.

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