Nicodemo e i farisei: seconda testimonianza – L’annuncio del nuovo regno, secondo i seguaci di Jeshu 5 – 358

la prima testimonianza su Jesus delL’annuncio del nuovo regno, successivamente rielaborato in Vangelo secondo Giovanni, era centrata sui suoi rapporti con Jehoanan, che battezzava sul Giordano, ed ha un fortissimo sapore di autenticità: tutto è narrato in modo così diretto e senza tanti fronzoli, tanto che è praticamente impossibile sottrarsi alla precisa sensazione che siano fatti veri, cioè realmente successi; ma nello stesso tempo abbiamo anche visto che almeno un punto saliente, e ripetuto, del racconto è certamente falso: il battezzatore, a stare a quello che pensavano i suoi seguaci, non riconobbe mai in Jeshuu il messia di Israele; anzi, quelli pensavano che fosse un impostore.

ma questo è niente: con la seconda testimonianza su Jeshuu entriamo davvero in un campo minato e in problemi di difficile soluzione, anche soltanto sul piano testuale.

per facilitare la comprensione riporto prima di tutto la versione che abbiamo oggi del testo:

2 12 Dopo questo fatto scese a Cafàrnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni. 13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15 Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». 17 I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.
18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19 Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20 Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. 24 Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti 25 e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

1 Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. 2 Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». 3 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
4 Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5 Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7 Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
9 Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10 Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? 11 In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13 Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21 Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

. . .

come avverrà anche per molti dei successivi, il passaggio dalla prima alla seconda testimonianza è segnato da un semplice Dopo di ciò, che – se non va inteso come: Ed ecco la testimonianza successiva – è da considerarsi come una aggiunta in fase di riedizione, per separare l’una dall’altra collocandole in una artificiale successione cronologica, che tuttavia non regge all’analisi, risultando contraddittoria.

qui, ad esempio, si dice che dopo le nozze – sue? – di Cana – oppure del Cana, cioè dello zelota -, Jeshu si reca prima a Cafarnao, e poi, pochi giorni dopo, per la Pasqua, a Gerusalemme, dove compie – apparentemente indisturbato – azioni palesemente eversive, come l’attacco ai normali commercianti ambulanti che stazionano nelle loro bancarelle fuori dal tempio, per fare i loro modesti affari.

azione, se la guardiamo freddamente, decisamente priva di senso, oppure si direbbe oggi tipicamente populista: che consiste nel prendersela con alcuni poveracci colpevoli non si sa di che, evitando di attaccare direttamente i centri del potere.

ma, dal punto di vista che qui ci interessa soprattutto è veramente insensato che subito dopo questo episodio, all’inizio della testimonianza successiva, si dica: 22 Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea.

ma Gerusalemme è nella regione della Giudea! quindi Jeshu c’era già: come faceva ad andarci?

cosa confermata anche da un passo successivo: 3, 3 Lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria.

riepilogando: se il testo attuale del Vangelo secondo Giovanni raccontasse gli episodi in successione cronologica, come in effetti sembra fare, a leggere il testo attuale, Jeshu prima si reca vicino a Gerico per farsi battezzare nel fiume Giordano, poi ritorna a Cana in Galilea, a decine e decine di km di distanza, per un matrimonio (che non sarebbe neppure il suo), poi passa a Cafarnao, per pochi giorni, per “salire” a Gerusalemme, capitale della Giudea, e da lì spostarsi nella Giudea, per poi tornare in Galilea traversando la Samaria…

. . .

ma si noti bene un particolare che smentisce da solo questa narrazione: Jeshu salì a Gerusalemme.

ora, non c’è modo di salire a Gerusalemme dalla Galilea, che si trova a decine di chilometri dalla città e per niente ad una altitudine media più bassa; e nel passo che abbiamo citato, quando si descrive effettivamente questo percorso, si dice che dalla Giudea Jeshu si diresse verso la Galilea.

a Gerusalemme Jeshu poteva salire soltanto dalla rive del Giordano, dove era andato a farsi battezzare e a raccogliere i primi seguaci: qui effettivamente la distanza è abbastanza breve e il dislivello notevole, in particolare dal punto vicino a Gerico dove il fiume si getta nel Mar Morto, diverse centinaia di metri sotto il livello del mare: luogo dove viene tradizionalmente collocato il battesimo di Gesù.

. . .

se cerchiamo di interpretare questa narrazione come una sequenza cronologica, tutto questo potrebbe farci arrivare a diverse ipotesi:

1. la frase 12  scese a Cafàrnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi seguaci. Là rimasero pochi giorni. è una aggiunta successiva;

1bis. ma allora anche l’episodio delle nozze di Cana è stato aggiunto poi.

2. la frase 12  scese a Cafàrnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi seguaci. Là rimasero pochi giorni. apparteneva in realtà alla conclusione della prima testimonianza; la separazione dei due episodi è stata anticipata di una frase.

3. l’intera seconda testimonianza è una aggiunta successiva; tuttavia questa ipotesi è resa difficile dal preciso riferimento ai segni che Jeshu aveva compiuto a Gerusalemme: quello sei segni è un Leitmotiv che caratterizza lo strato sicuramente originario del testo.

4. la struttura narrativa narrativa originaria, escludendo anche le nozze di Cana, vedeva Jeshu sulle rive del Giordano, alla fine della prima testimonianza, e da lì lo vede andare in Giudea a battezzare a sua volta all’inizio della terza; da lì poi passa in Samaria, per tornare a casa, seguendo un percorso che appare lineare e sensato.

ma in questo modo è una parte molto ampia del testo che si perde.

conclusione: in nessun modo è possibile leggere il Vangelo secondo Giovanni come una narrazione di episodi in ordine cronologico; la logica della loro successione è diversa: ma quale è, allora?

. . .

ricostruisco ora la narrazione del secondo seguace come a me pare che potesse essere nella sua forma originaria:

13 Si avvicinava […] la Pasqua dei Giudei e Jeshuu salì a Gerusalemme.
14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
15 Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
17 I suoi seguaci si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”.
18 Allora gli abitanti della Giudea presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».
19Rispose loro Jeshuu: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
20 Gli dissero allora gli abitanti della Giudea: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». […]
23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome.
3 1 Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi degli abitanti della Giudea.
Costui andò da Jeshuu, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui».
Gli rispose Jeshuu: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».
Rispose Jeshuu: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo spirito».
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».
10 Gli rispose Jeshuu: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? […] 12 Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?  19 […] La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21 Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

. . .

le integrazioni successive che ritengo di individuare in questa parte del Vangelo secondo Giovanni sono queste:

1.  12 Dopo di ciò
scese a Cafàrnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi seguaci. Là rimasero pochi giorni.
13 […] intanto […]

raccordi narrativi introdotti per dare una parvenza cronologica alla successione degli episodi e per raccordarla ai racconti successivi della missione di Jeshu.

2. 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

aggiunta esplicativa evidente: la teologia implicita in questa spiegazione non è quella originaria del testo.

3. 24 Ma lui, Jeshu, non si fidava di loro, perché conosceva tutti 25 e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

altra aggiunta che spezza il ritmo narrativo e corregge il testo; è finalizzata a suggerire che gli ebrei che credono in Jeshu fingono soltanto.

4. 11In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. […]  13 Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio  dell’uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo:

tutto questo passo è una aggiunta evidente, sempre ispirata alla successiva teologia oramai tipicamente cristiana: all’inizio addirittura si parla col noi.

. . .

ma vi è una stranezza davvero notevole in questa aggiunta, ed è il paragone istituito tra il Figlio dell’uomo che deve essere innalzato, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna e il serpente nel deserto innalzato da Mosé. il riferimento è ad un episodio della Torah, Numeri, 21, 4-9: gli ebrei in fuga dall’Egitto lungo il deserto del mar Rosso protestano contro Mosè e contro Dio, che per punirli manda fra loro dei serpenti, che ne uccidono un grande numero; pertanto il popolo di dichiara pentito davanti a Mosè.

8 Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». 9 Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

dunque Jeshuu deve essere innalzato – riferimento alla crocifissione, forse, ma non necessariamente -, come nuovo garante della protezione divina che garantisce una vita immortale:

tema originario ricorrente che caratterizzava la fede dei suoi seguaci quello dell’immortalità garantita da Jeshuu a chi crede in lui e lo ritroviamo, in una interpretazione in parte diversa, anche all’inizio dei Detti di Jeshuu scritti da suo fratello Gemello Giuda il Gemello, noti anche come Vangelo di Tommaso:

1. “E lui disse: Colui che trova il senso segreto di queste parole non assaggerà la morte.

ma certamente il paragone tra Jeshuu e il serpente di bronzo non si addice particolarmente all’idea che Gesù sia la seconda persona incarnata di una Trinità divina, ma conferma la sua fiducia in lui ancora come uomo, sia pure eccezionale e mandato da Dio.

. . .

ci rimane ora soltanto da rispondere alla domanda lasciata in sospeso: qual’è la ratio ultima di questo racconto? e quale è il senso della successione degli episodi, visto che non è sequenziale dal punto di vista cronologico?

qui il tema è quello del rapporto tra la predicazione di Jeshuu e l’establishment religioso ebraico, rappresentato in quel momento da una particolare corrente interpretativa dell’ebraismo: il farisaismo.

come si pone Jeshuu verso i farisei? in un rapporto che in apertura viene definito come conflittuale, per quanto l’attacco al tempio sia indiretto e privo di qualunque conclusione.

anche questo racconto è inverosimile, come il precedente: non è affatto credibile che Jeshuu potesse, in qualunque fase della sua azione, provocare dei tumulti simili e promettere addirittura la distruzione del tempio, e farla franca, senza intervento alcuno delle guardie del tempio o dei romani; a differenza del racconto precedente, che eccede addirittura in dettagli, questo rimane vago degli antefatti e delle conseguenze.

. . .

altrettanto inverosimile che, dopo una simile azione che si direbbe quasi squadristica o comunque eversiva, un esponente autorevole del mondo dei farisei sia andato, clandestinamente, ad un colloquio con Jeshuu, per sondarne le intenzioni, riconoscendo peraltro l’origine divina della sua azione.

Jeshuu non si chiude al dialogo, ma risponde in modo allusivo chiedendo ai farisei un radicale ripensamento dottrinale, nella metafora della rinascita dall’alto e dello spirito che soffia dove vuole.

Nicodemo risponde che è impossibile una rottura così rivoluzionaria; e a questo punto Jeshuu gli rinfaccia – ma a questo punto soltanto – di rifiutare la luce dell’illuminazione: anche questa risposta è in codice: Jeshuu cita la lotta fra luce e tenebre, fra verità e male, che era tipica della cultura essenica, antagonista rispetto a quella farisaica: i farisei e i sacerdoti del tempio – che sono la stessa cosa – operano per il male.

Farisei

tuttavia rimane acquisito il riconoscimento da parte di Nicodemo del carattere positivo dell’azione di Jeshuu, perfino nel momento in cui assume un aspetto decisamente eversivo: e va da sé che anche questo racconto ha debole fondamento oggettivo e risponde invece bene ad una esigenza propagandistica, ma direi meglio di proselitismo, anche in vista di una possibile alleanza politica.

. . .

come si vede, la successione degli episodi segna dei precisi punti saldi politici: verso i seguaci di Jehohanaan, contiguo al mondo degli esseni, vi è un’apertura e un tentativo di recupero; verso il mondo dei farisei e l’apparato religioso ufficiale ebraico, una apertura condizionata ad un rinnovamento radicale.

ma neppure deve sfuggire un’altra frase: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”; è una citazione del Salmo 69, di nuovo non del tutto letterale: nel testo originario infatti si legge: 10 Perché mi divora lo zelo per la tua casa.

. . .

come per ogni citazione del verso di un Salmo, dobbiamo pensare che l’ascoltatore ebreo del tempo lo sentisse risuonare tutto nella sua mente: ed eccone dunque il testo completo:

1 Al maestro del coro. Su «I gigli». Di Davide.

2 Salvami, o Dio:
l’acqua mi giunge alla gola.

3 Affondo in un abisso di fango,
non ho nessun sostegno;
sono caduto in acque profonde
e la corrente mi travolge.

4 Sono sfinito dal gridare,
la mia gola è riarsa;
i miei occhi si consumano
nell’attesa del mio Dio.

5 Sono più numerosi dei capelli del mio capo
quelli che mi odiano senza ragione.
Sono potenti quelli che mi vogliono distruggere,
i miei nemici bugiardi:
quanto non ho rubato, dovrei forse restituirlo?

6 Dio, tu conosci la mia stoltezza
e i miei errori non ti sono nascosti.

7 Chi spera in te, per colpa mia non sia confuso,
Signore, Dio degli eserciti;
per causa mia non si vergogni
chi ti cerca, Dio d’Israele.

8 Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;

9 sono diventato un estraneo ai miei fratelli,
uno straniero per i figli di mia madre.

10 Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.

11 Piangevo su di me nel digiuno,
ma sono stato insultato.

12 Ho indossato come vestito un sacco
e sono diventato per loro oggetto di scherno.

13 Sparlavano di me quanti sedevano alla porta,
gli ubriachi mi deridevano.

14 Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,
nella fedeltà della tua salvezza.

15 Liberami dal fango, perché io non affondi,
che io sia liberato dai miei nemici e dalle acque profonde.

16 Non mi travolga la corrente,
l’abisso non mi sommerga,
la fossa non chiuda su di me la sua bocca.

17 Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore;
volgiti a me nella tua grande tenerezza.

18 Non nascondere il volto al tuo servo;
sono nell’angoscia: presto, rispondimi!

19 Avvicìnati a me, riscattami,
liberami a causa dei miei nemici.

20 Tu sai quanto sono stato insultato:
quanto disonore, quanta vergogna!
Sono tutti davanti a te i miei avversari.

21 L’insulto ha spezzato il mio cuore
e mi sento venir meno.
Mi aspettavo compassione, ma invano,
consolatori, ma non ne ho trovati.

22 Mi hanno messo veleno nel cibo
e quando avevo sete mi hanno dato aceto.

23 La loro tavola sia per loro una trappola,
un’insidia i loro banchetti.

24 Si offuschino i loro occhi e più non vedano:
sfibra i loro fianchi per sempre.

25 Riversa su di loro il tuo sdegno,
li raggiunga la tua ira ardente.

26 Il loro accampamento sia desolato,
senza abitanti la loro tenda;

27 perché inseguono colui che hai percosso,
aggiungono dolore a chi tu hai ferito.

28 Aggiungi per loro colpa su colpa
e non possano appellarsi alla tua giustizia.

29 Dal libro dei viventi siano cancellati
e non siano iscritti tra i giusti.

30 Io sono povero e sofferente:
la tua salvezza, Dio, mi ponga al sicuro.

31 Loderò il nome di Dio con un canto,
lo magnificherò con un ringraziamento,

32 che per il Signore è meglio di un toro,
di un torello con corna e zoccoli.

33 Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,

34 perché il Signore ascolta i miseri
e non disprezza i suoi che sono prigionieri.

35 A lui cantino lode i cieli e la terra,
i mari e quanto brulica in essi.

36 Perché Dio salverà Sion,
ricostruirà le città di Giuda:
vi abiteranno e ne riavranno il possesso.

37 La stirpe dei suoi servi ne sarà erede
e chi ama il suo nome vi porrà dimora.

. . .

la citazione del salmo sembra occasionata dal fatto che Jeshu interviene per purificare la casa di Dio, cioè il tempio.

ma non casualmente questo avviene attraverso la parola zelo, che è legata all’altra corrente, la quarta, secondo la classificazione di Giuseppe Flavio, lo storico ebreo del I secolo; quella degli zeloti – noi li definiremmo gli zelanti, che lui descrive come vicini nel pensiero teologico ai farisei, ma differenti nella concezione militante e integralistica dell’ebraismo.

dagli zeloti, secondo Giuseppe Flavio, che li considera la causa della rovina del popolo ebraico per il terrorismo di massa, i saccheggi e la pratica del brigantaggio – insomma, per essere i protagonisti di una vera e propria guerriglia contadina -, si differenziò, secondo lui, pochi anni prima dello scoppio della rivolta contro Roma, un filone pacifista, che lui considera non meno pericoloso per il destino del suo popolo.

e ne cita due rappresentanti: Teuda, che battezzava presso il Giordano (e che venne ucciso e decapitato in uno scontro con i romani nel 46), e il profeta egiziano, che pochi anni dopo prometteva l’abbattimento, per intervento divino, delle mura di Gerusalemme, come premessa all’instaurazione di una monarchia direttamente ispirata da Dio.

. . .

qui si noti però che l’accostamento fra l’azione di Jeshuu e le azioni degli zeloti è soltanto indiretto, anche se suona in qualche modo come giustificazione anche delle loro azioni, ben più sanguinose, visto che prevedevano anche gli omicidi politici, l’incendio dei villaggi riottosi, e attacchi armati: insomma, una vera e propria guerriglia.

insomma non si sfugge alla sensazione che Jeshuu non sia affatto uno zelota, nel senso classico del termine, ma che chi ha dato questa testimonianza e chi l’ha raccolta nell’Annuncio del nuovo Regno intendessero suggerire in modo preciso una affinità di Jeshuu con questo mondo. 

 

 

 


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