Certaldo e Boccaccio: appunti per una visita – 379

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Certaldo è in fondo una normale piccola cittadina medievale toscana, entrata a far parte del territorio del comune di Firenze dall’anno 1200, a seguito della guerra in cui Firenze rase completamente al suolo il comune rivale di Semifonte, ma è famosa perché vi è nato, probabilmente, Giovanni Boccaccio, che venne chiamato anche il Certaldese, si firmava “Johannes de Certaldo”, lì è vissuto gli ultimi anni della sua vita e qui è morto.

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Come un altro toscano nato un secolo e mezzo dopo non troppo lontano, Leonardo, anche Boccaccio era figlio illegittimo; sua madre era una donna di estrazione sociale molto modesta, ma quando aveva sette anni venne accolto nella casa del padre a Firenze e ricevette una educazione adeguata al prestigio della sua famiglia: il padre, Boccaccino di Chellino, era un mercante importante e si recava spesso in Francia per affari; di qui la fantasia di Giovanni che si mise in testa e raccontò di essere in realtà imparentato con i re Capetingi di Francia.

Nel 1327, quando Giovanni aveva 14 anni, il padre decise di portarlo con sé a Napoli, per cominciare a fargli fare pratica commerciale; mentre Firenze era un libero comune, Napoli era invece governata dal re Roberto d’Angiò, grande amante della cultura; fu questo re che nel 1341 esaminò per tre giorni a Napoli Francesco Petrarca, prima di attribuirgli la corona di poeta che gli venne ufficialmente posta in capo a Roma poco tempo dopo; e a Napoli il re aveva istituito una importante biblioteca, che era guidata dal dotto Paolo da Perugia.

La vita successiva di Petrarca può essere facilmente descritta come un classico conflitto edipico col padre, che si sforza di farne il suo successore negli affari, mentre il figlio, inutilmente iscritto forzatamente all’Università di Napoli nella facoltà di Giurisprudenza, rivela invece la sua preferenza per l’attività letteraria; lì insegnava diritto canonico Cino da Pistoia, che era anche un importante poeta stilnovista ed era stato amico di Dante; solo che Giovanni, invece di frequentare le sue lezioni di diritto, preferiva le lezioni di poesia che Cino dava privatamente; e Boccaccio fu anche il primo umanista italiano a studiare, sia pure in modo un poco rudimentale, il greco antico; qui compose le sue prime opere ed ebbe una impostante storia amorosa con una donna, di cui nascose l’identità sotto il nome di Fiammetta, raccontando che fosse addirittura figlia illegittima (anche lei!) del re Roberto.

Ma nel 1340 un tracollo economico del padre, dovuto al fallimento di alcune banche in cui aveva investito i suoi averi (come si vede le crisi bancarie hanno una lunga tradizione storica in Italia), lo costringe a rientrare a Firenze: Boccaccio ha 27 anni e da allora cerca di vivere di letteratura, con tutti gli incerti del mestiere, frequentando senza grande successo diverse piccole corti della Romagna, fino a dover rientrare nel 1347 a Firenze, e fu amico a distanza di Petrarca, che divenne il suo punto di riferimento letterario e che conobbe personalmente nel 1350.

Il rientro a Firenze del 1347 coincide in pratica con la più grande tragedia storica europea del XIV secolo: la peste nera, scoppiata nel 1348, che a Firenze uccise i 4/5 degli abitanti e sterminò in Europa dal 30% al 60% della popolazione – che però si era decuplicata negli ultimi 4 secoli.

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Le analisi moderne hanno messo in relazione la diffusione della malattia, proveniente dall’Asia, con una fase di raffreddamento climatico che provocò carenza di cibo; per la moria dei topi, dovuta alla carestia, le pulci passarono gli uomini e attaccarono loro la malattia; la globalizzazione dei commerci esistente già allora nel Mediterraneo facilitò enormemente il contagio; la peste venne persino usata come arma: nell’assedio della colonia genovese di Caffa in Crimea, i tartari dell’Orda d’Oro lanciavano con le catapulte i cadaveri degli appestati dentro le mura della città; e in seguito furono le navi genovesi a portare la malattia in Europa.

I numeri globali della strage non sono certi, ma comunque si contano a milioni, in una popolazione europea che globalmente era pari a quella italiana di oggi, 60 milioni: circa un decimo di quella attuale; abbiamo però delle cifre precise per alcuni istituti religiosi: ad Avignone, ad esempio, morirono tutti i frati del convento agostiniano, morirono anche tutti i francescani di Carcassonne e di Marsiglia, che erano circa 150; 153 su 160 francescani a Maguelon, 133 su 140 francescani a Montpellier.

A migliaia per giorno infermavano; e non essendo né serviti né atati – aiutati – d’alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. E assai n’erano che nella strada pubblica o di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de lor corpi corrotti che altramenti facevano a’ vicini sentire sé esser morti; e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno.
Era il più da’ vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de’ morti non gli offendesse, che da carità la quale avessero a’ trapassati. Essi, e per sé medesimi e con l’aiuto d’alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano dalle lor case li corpi de’ già passati, e quegli davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina spezialmente, n’avrebbe potuti veder senza numero chi fosse attorno andato: e quindi fatte venir bare, (e tali furono, che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavole) ne portavano.
Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie e ‘l marito, di due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne contenieno.
Boccaccio, Decameron

La medicina del tempo, che curava con i salassi, aumentò la mortalità: alcuni che sarebbero forse sopravvissuti alla malattia in se stessa, morivano per le cure sbagliate dei medici; si aggiungevano i predicatori religiosi, abituati ad attribuire agli ebrei la colpa delle carestie provocate da un raffreddamento climatico ciclico di quel periodo, legato ad una forte diminuzione dell’attività solare: massacri degli ebrei, invocati nelle processioni dei flagellanti, esprimevano la disperazione e il terrore che l’epidemia provocava.

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Eppure gli storici moderni ritengono che proprio dalla peste nera nacque la nuova Europa: la carenza di manodopera, per un calo della popolazione che durò fino all’inizio del 1400, e una ripresa demografica si ebbe soltanto a partire dal 1460, provocò un aumento dei salari; le terre meno produttive vennero abbandonate, e le risorse esistenti vennero divise tra un numero minore di beneficiari, provocando paradossalmente un miglioramento del benessere dei sopravvissuti.

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Di fronte alla peste emerge la straordinaria genialità del Boccaccio, che la racconta e la descrive come esordio del suo Decameron, ma poi cerca di dimenticarla, attraverso una raccolta di cento novelle raccontate in dieci giornate da dieci giovani, che le sono sfuggiti.

Con una scelta molto semplice, immediata, per niente esibita o gridata, nel pieno della tempesta emotiva di una malattia dalle cause sconosciute allora, che metteva in pericolo la stessa civiltà, rifiuta con molta semplicità la spiegazione superstiziosa tradizionale che allora correva (non le farò il favore di definirla religiosa): non vede la peste come punizione divina dei peccati degli uomini o della violazione delle leggi morali, ma semplicemente come un fatto umano nella grande commedia della vita.

Viene in mente Dante, con la sua Comedìa, poi chiamata Divina Commedia, così cupa nella valutazione morale di tutta la storia umana, e per contrasto ecco il Decameron; è stato definito la commedia umana, con la sua leggerezza di sguardo, al confine stesso di una apparente superficialità priva di vere e proprie categorie morali, che non siamo l’astuzia, la forza del desiderio amoroso, ma a volte semplicemente sessuale, la divisione del mondo in furbi e sciocchi; e non conosce in fondo che un solo irrimediabile peccato: la creduloneria.

Umana cosa è avere compassione agli afflitti: così comincia il Decameron, nel dare la chiave di lettura dell’opera: questa raccolta di novelle che introduce un nuovo modello di narrativa nell’Europa occidentale, nasce prima di tutto come forma di conforto, come atto umano di pietà.

si dice che la compassione è un sentimento umano, ma forse occorrerebbe precisare: se la compassione è la capacità di sentire le emozioni di un altro, questo è in origine un istinto elementare della vita, prima che un sentimento complesso, ed è riconoscibile in natura anche in animali molto semplici, come i pesci che fuggono in branco per la paura dei compagni, e non tutti hanno visto il pericolo.
tipicamente umana è invece la pietà, che è la compassione che nasce da una identificazione più complessa, mediata dal simbolico, per esempio dalla semplice lettura su un giornale delle parole tradotte e trascritte di una madre eritrea che ha visto strappati i suoi due figli dal mare mentre cercava di entrare clandestina in Italia; e tipicamente umana è la pietà, parrebbe, dato che non si è ancora vista nessuna scimmia asciugarsi le lacrime guardando nel buio di un cinema Tutto su mia madre. […]
chiunque avrà capito, leggendo queste righe, che il loro archetipo è l’esordio del Decameron, in alcuni punti ricalcato addirittura passo passo. […] lì dieci giovani fuggivano il contagio e la morte chiudendosi in una villa nel cuore della natura toscana, dove trascorrevano i giorni suonando e cantando e narrando la dolcezza del vivere e – anche se il Boccaccio non poteva dirlo – amoreggiando tra loro come i protagonisti dei loro racconti.

Così commentavo in qualche modo questo esordio del Decameron in un mio testo del 2003.

E questa è la prima geniale invenzione del Boccaccio: nel momento in cui la vita individuale e collettiva è sotto attacco e quasi sul punto di dissolversi, non rinchiudersi nella paura, ma esaltare la vita nelle sue manifestazioni terrene; e questo avviene sia nella descrizione della lieta brigata dei narratori, che è fuggita dalla peste, rinchiudendosi in una villa della luminosa campagna toscana, dove la malattia non potrà raggiungerla, sia nelle novelle stesse; e qui vorrei darne un esempio.

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Poiché queste riflessioni fanno da contorno ad una visita a Certaldo, sarebbe logico ricorrere per un esempio alla famosissima novella di fra Cipolla, che si svolge proprio a Certaldo, un castel di Val d’Elsa posto nel nostro contado […] il quale, quantunque picciol sia […] produce cipolle famose per tutta la Toscana: qui l’astuto frate che propone alla gente semplice del borgo l’ostensione della reliquia di una penna dell’arcangelo Gabriello, al momento in cui apre durante la predica la cassetta dei suoi arnesi del mestiere, cioè delle reliquie con cui raccoglie le elemosine, si trova improvvisamente sostituita, ad opera di due giovani burloni del posto, la penna del pappagallo, che doveva fare la parte della reliquia, con dei carboni presi dal camino, e con prontezza riconosce in quei carboni quelli su cui era stato arrostito san Lorenzo, individuando anzi nello scambio un’azione miracolosa, e moltiplicando le offerte dei fedeli creduloni di quel borgo di campagna.

Inutile sottolineare la scanzonata novità di questa parodia del culto delle reliquie che meno di due secoli dopo sarà al centro della riforma protestante di Lutero.

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Preferisco invece chiudere le mie considerazioni esaminando una novella altrettanto famosa, quella di Andreuccio di Perugia (II, 5), dato che si svolge a Napoli, ha dunque anche molto di indirettamente autobiografico, visto che Boccaccio ci passò lì la sua giovinezza, e soprattutto mette a fuoco ancora meglio le novità della narrativa boccaccesca.

La prima novità sta nel protagonista, un giovane il cui nome era Andreuccio di Pietro, cozzone, cioè sensale, di cavalli; il quale, avendo inteso che a Napoli era buon mercato di cavalli, messisi in borsa cinquecento fiorin d’oro, non essendo mai più fuori di casa stato, con altri mercatanti là se n’andò e la seguente mattina fu in sul Mercato: è un mercante, descritto nella concretezza della sua condizione sociale: entriamo in una descrizione che ha come oggetto la realtà mercantile di quel tempo, non in qualche narrazione stilizzata secondo convenzioni narrative tradizionali.

Il Boccaccio dunque inventa il realismo nella narrativa occidentale? Ebbene sì; qualche anticipazione prima di lui, Il Novellino, ad esempio, non aveva la forza di rimpere davvero con le convenzioni narrative dell’antichità; e il paradosso è che Boccaccio compie questa rivoluzione da umanista, da studioso del mondo classico, al quale dedicherà del resto tutto il resto della sua vita, dopo essere entrato in crisi morale e religiosa per avere scritto il Decameron.

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La seconda novità sta nella storia, che viene raccontata e ha un significato preciso: all’inizio Andreuccio è rozzo e poco cauto; esibisce imprudentemente i suoi soldi e viene adocchiato da una giovane ciciliana bellissima, ma disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo; per colmo di ironia, questa donna per abbindolarlo non ricorre alla strategia più ovvia, ma dalla quale sarebbe stato forse più facile guardarsi, quella che ci aspetteremmo in una novella del Decameron, vista la sua fama (meritatissima) di opera licenziosa, ma riesce a farsi passare per una sua sorellastra, figlia illegittima (come Boccaccio stesso!) di una avventura giovanile del padre; in questo modo riesce a trattenerlo la notte a dormire a casa sua, dopo averlo invitato a cena nella sua casa del quartiere del Malpertugio, per rapinarlo e probabilmente ucciderlo con l’aiuto del suo lenone, ma la fortuna vuole che Andreuccio cada nella fogna sottostante al bugigattolo che funge da cesso nell’abitazione e da lì, rimasto privo di soccorsi e anche del denaro, che aveva lasciato in camera, si rechi verso il mare per lavarsi dagli escrementi che lo ricoprono; qui viene scoperto da due ladri che lo portano con loro: intendono derubare il cadavere dell’arcivescovo di Napoli, sepolto proprio quel giorno con un anello di rubini al dito che valeva ben più di 500 fiorini d’oro: scardinano la tomba di marmo e convincono Andreuccio ad entrarci, per farsi consegnare tutto quel che di valore contiene; ma Andreuccio, dato il resto, trattiene con sé l’anello e quindi i due ladri di tombe, indispettiti, lo abbandonano rinchiudendo il sepolcro; il coperchio è troppo pesante perché Andreuccio possa sollevarlo da solo e tutto sembra perduto per lui, senonché poco dopo alla tomba arrivano diversi preti, con la stessa intenzione dei ladri: derubare il cadavere; e qui Andreuccio, contando sull’effetto sorpresa, quando aprono la tomba riesce a saltar fuori spaventandoli e mettendoli in fuga: finalmente salvo e lieto oltre a quello che sperava.

La vicenda, come si vede, è densa di colpi di scena imprevedibili ed è gustosissima nella trama, che vede al centro il caso, o la fortuna, come si sarebbe detto nel linguaggio del tempo: non vi è nessuna forma di intervento divino nella vita degli uomini, ma tutto è affidato alla capacità di reazione e di fare tesoro delle esperienze della vita.

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E’ così che la storia di Andreuccio diventa un piccolo romanzo di formazione che si svolge nell’arco di 24 ore, e questa è la terza novità di questo racconto: come i protagonisti di altre novelle, le esperienze della vita li rendono saggi perché la loro forma mentis è aperta, reattiva e priva di pregiudizi: Andreuccio, alla fine del racconto, a Perugia tornossi, avendo il suo investito in uno anello, dove per comperare cavalli era andato: è la morale perfetta del mercante, bene esperto dei rovesci della buona e della cattiva sorte.

Un nuovo tipo umano era nato col Boccaccio: erano i mercanti che stavano facendo ricca Firenze, trasformandola nel centro della finanza e della produzione europea, aprendo un’epoca non del tutto effimera di ricchezza, cultura, arte che resero l’Italia straordinaria fino a che la scoperta dell’America, fatta per paradosso da un italiano, non ne avviarono l’emarginazione dalle grandi correnti commerciali col mondo nuovo, spostando l’asse dell’economia europea dal Mediterraneo all’Atlantico.

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Come vedete, ho lasciato in disparte il riassunto – che certamente sarebbe stato piccante – di qualcuna delle novelle a base sessuale che hanno reso famoso questo libro; mi viene in mente la storia del giovane romito, ritiratosi nel deserto con una fanciulla, alla quale insegna a rimettere il diavolo nello inferno; oppure quella di Masetto, il giovane ortolano che si finge muto e finisce in un convento di suore, che lo usano per soddisfare le loro curiosità e le loro voglie; altri capolavori di ironia e spirito arguto.

Ma purtroppo temo che la maggior parte degli italiani di mezza età conosca Boccaccio e il suo Decameron proprio soltanto per questi temi e per sentito dire: non tanto per la poetica trascrizione cinematografica che ne fece Pasolini all’inizio degli anni Settanta come primo film di un trittico che comprese anche I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte, e neppure attraverso la più recente “traduzione” in italiano moderno fatta da Aldo Busi, ma attraverso i grossolani imitatori di Pasolini che dopo di lui riempirono le sale cinematografiche nazionali di pecorecce pellicole erotiche ispirate al suo nome, che segnarono in Italia la fine della censura sessuofobica.

Fig_ 2 Novella Riccardo e Caterina, esterno Palazzo dei Marchesi Cocozza di Montanara Piedimonte di Casolla - Caserta a

E tutto questo, perfino quegli scollacciati filmacci a base di sesso grossolano, è nato da Certaldo, questo piccolo borgo, che Boccaccio considerava rozzo, patria di uomini e femine semplici, quelli su cui fra’ Cipolla, recatisi questi carboni in mano – quelli del presunto san Lorenzo – sopra li lor camisciotti bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle donne cominciò a fare le maggiori croci che vi capevano.

Il mondo semplice agricolo della tradizione a cui Boccaccio contrapponeva il nuovo mondo trionfante della borghesia e del commercio, e anche del sesso libero, dettato dall’amore ma anche no, rivoluzionando, da Certaldo, la cultura europea, e lasciando una traccia indelebile in quella italiana: se noi italiani siamo come siamo, lo dobbiamo anche a lui.

Eppure proprio a Certaldo Boccaccio si ritirò a vivere i suoi ultimi anni e a morire, dopo essersi pentito della sua opera, terrorizzato a sua volta dalle pene dell’inferno che un predicatore gli aveva minacciato: siamo a Certaldo, e qui i preti che Boccaccio aveva rappresentato nelle sue novelle come uomini carnali e mistificatori, ebbero la loro finale rivincita.

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Ecco un modo, spero non troppo scontato, per guardare a Certaldo, visitandola consapevoli, non come turisti distratti.


6 risposte a "Certaldo e Boccaccio: appunti per una visita – 379"

  1. La mia amica Maria Assunta proprio in questa stagione decise di portarci a Certaldo dove era nata e abitavano i suoi genitori, ma era anche un’occasione per presentare loro il suo ragazzo Massimo. Mi mancava il tuo articolo ma avevamo un’ottima guida e il ricordo di questo paesino arroccato freschissimo, le nostre risa quel modo di sentirci complici, avevamo vent’anni! L’ho ricordato con emozione.
    Assunta e Massimo ci sono sposati, del mio compagno di allora non ho più tracce.
    Cercherò di trovare e rivedere Pasolini, del resto Sherazade ne è protagonista!
    Shera

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    1. bellissimo commento, che ha qualcosa di frizzante, come fosse la traccia della 101esima novella, una fuori sacco.
      al Decameron la unisce la gioia della gioventù, che tanto più apprezziamo quanto più di allontana (parlo per me, tu sei ben più giovane), ma almeno rimanga viva nella mente.

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        1. appena pubblicato il post, ho saputo che la meta Certaldo è saltata per motivi organizzativi; ma potrebbe essere un buon motivo per andarci per conto mio, quando potrò… 🙂

          per il resto non è la prima volta che mi scopro un poco sensitivo… 🙂

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