Jeshu e gli abitanti della Giudea. quarta testimonianza – L’annuncio del nuovo regno 8 – 396

[…] A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
[…] Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato.
6 Jeshu, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?».
Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me».
8 Jeshu gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina».
9 E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato.
10 Dissero dunque gli abitanti della Giudea all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella».
11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: «Prendi la tua barella e cammina»».
12 Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: «Prendi e cammina»?».
13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Jeshu infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
14 Poco dopo Jeshu lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio».
15 Quell’uomo se ne andò e riferì agli abitanti della Giudea che era stato Jeshu a guarirlo.
16 Per questo gli abitanti della Giudea perseguitavano Jeshu, perché faceva tali cose di sabato.17 

Ma Jeshu disse loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco».

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NOTA 28 giugno 2020. a questo episodio sia riallaccia direttamente questo passo del successivo cap. 7, 16_24: 16 Jeshuu rispose loro: […] « 19 Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! […] 21 Un’opera sola ho compiuto, e tutti ne siete meravigliati. 22 Per mezzo di questa legge Mosè vi ha dato la circoncisione […] e voi circoncidete un uomo anche di sabato. 23 Ora, se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché di sabato ho guarito interamente un uomo? 24 Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!». […]

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l’analisi della quarta testimonianza su Jeshu riconoscibile come strato più profondo del Vangelo secondo Giovanni, quello che chiamo L’annuncio del nuovo Regno, è molto più semplice delle precedenti.

il testo, che ho riportato qui sopra, è molto breve ed è compreso fra 5, 2 e 5, 18.

non ne faceva parte l’esordio:
1 Dopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Jeshu salì a Gerusalemme. 

è la solita formula di trapasso costruita quando si volle dare alla raccolta eterogenea di testimonianze l’aspetto di una narrazione continuata; oltretutto la formula usata è praticamente identica a quella che introduce un capitolo successivo, dove invece è ben motivata:
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei.

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il versetto 4 è escluso dal testo originale anche dall’edizione ufficiale della Bibbia CEI:
[4 Un angelo del Signore, infatti, di tempo in tempo scendeva nella vasca e agitava l’acqua; e chi per primo vi si tuffava dopo il movimento dell’acqua, guariva da qualunque malattia fosse stato preso.] 

si tratta di una glossa inserita nel testo, al tempo passato, oltretutto, per spiegare il contesto della narrazione che viene dato per noto nella parte originaria del testo, che si svolge invece al presente; c’era bisogno di spiegarlo ai nuovi fruitori del testo, ma non a quelli a cui esso si rivolgeva originariamente.

si deve notare, infatti, appunto l’uso del presente: A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina.

evidentemente il testo (non la glossa, al passato) è composto prima della completa distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani nell’anno 70 d.C.: la città è ben nota a chi racconta ed anche a chi ascolta o legge.

si tratta della prima prova che consente di attribuire lo strato profondo di questo vangelo ad un’epoca antecedente alla guerra giudaica, e dunque ne fa in assoluto il testo più antico dei quattro vangeli canonici: questo in contrasto evidente con la versione corrente, che, influenzata dalle manipolazioni tarde, lo considera invece il vangelo più recente della fine del I secolo.

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18, facendosi uguale a Dio.

questo inciso è aggiunto e distorce il significato del testo: intanto non è vero che definendosi figlio di Dio Jeshu si dichiarasse a sua volta Dio: nel contesto culturale ebraico la definizione era abbastanza in uso, in particolare proprio nella Bibbia ebraica:

“E devi dire a Faraone: ‘Geova ha detto questo: Israele è mio figlio, il mio primogenito’”. – Esodo 4:22

“Dirò al settentrione: Restituisci, e al mezzogiorno: Non trattenere; fa’ tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall’estremità della terra”. – Isaia 43:6

“Dichiarerò il decreto dell’Eterno. Egli mi ha detto: ‘Tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato’” (Salomone 2:7), a proposito di Davide, che qui viene definito figlio di Dio.

e anche: “Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà un figlio”. – 2 Samuele 7:14

“Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro” (Gb 1:6)

“Mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio”. – Gb 38:7

“Quando Israele era fanciullo, io l’amai e dall’Egitto chiamai mio figlio” (Os 11:1), citato da Mt 2:15: “E rimase là fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta, che dice: ‘Ho chiamato il mio figlio fuori dall’Egitto’”

e in un testo che non faceva parte del canone ebraico, ma è entrato in quello cristiano: “Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà (Sapienza 2:18)

quindi nell’ebraismo del tempo di Jeshu “Figlio di Dio” non significa per nulla che lui sia Dio, ma soltanto che, come uomo spiccatamente giusto, ha una particolare relazione con Dio.

la logica infatti impedisce di credere che, se di qualcuno si crede che sia figlio di Dio, per questo stesso motivo possa essere lo stesso Dio di cui è figlio.

del resto, il re di Israele diveniva figlio di Dio (suo delegato) quando era elevato al trono: http://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=3138

ma che dire, infine, del testo della preghiera cristiana per eccellenza, che inizia con “padre nostro”, dichiarando figli di Dio tutti coloro che la recitano?

il rifiuto degli abitanti della Giudea di accettare l’affermazione di Jeshu di essere figlio di Dio non va dunque attribuito ai significati che gli attribuisce la glossa più tarda, che sono tipici di una speculazione teologica che si svolge oramai in ambiente greco, ma semplicemente al rifiuto di riconoscergli un ruolo regale come figlio di Davide (altra definizione che si dà di lui) e dunque in questa sua eredità a sua volta figlio di Dio come lui.

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tutta la seconda parte di questo capitolo è una aggiunta successiva:

18 Per questo gli abitanti della Giudea cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre.

19 Jeshuu riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il figlio lo fa allo stesso modo. 20 Il Padre infatti ama il figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati. 21 Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il figlio dà la vita a chi egli vuole. 22 Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al figlio, 23 perché tutti onorino il figlio come onorano il Padre. Chi non onora il figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
24 In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. 26 Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al figlio di avere la vita in se stesso, 27 e gli ha dato il potere di giudicare, perché è figlio dell’uomo. 28 Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce 29  e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. 

30 Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
31 Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. 32 C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. 33 Voi avete inviato dei messaggeri a Jehohanaan ed egli ha dato testimonianza alla verità. 34 Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. 35 Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
36  Io però ho una testimonianza superiore a quella di Jehohanaan: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37 E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, 38 e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. 39 Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. 40 Ma voi non volete venire a me per avere vita.
41 Io non ricevo gloria dagli uomini. 42 Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. 43 Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. 44 E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? 
45 Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. 46 Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

non bastasse l’evidenza stilistica che manifesta una mano e una mentalità completamente diversa, lo dimostra l’esordio, che evidenzia l’aggiunta in modo persino ingenuo: Jeshu riprende a parlare e disse loro, ma non si saprebbe dire a chi.

del resto non vi è neppure nessuna replica da parte dei suoi interlocutori e questo lungo passo aggiunto è semplicemente un proclama del teologo che confusamente rielabora il testo originario, dove si accumulano in maniera abbastanza caotica diverse immagini tipiche della sua nuova visione del ruolo di Jeshu.

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ristabilita la formulazione autentica del testo, non rimane che spiegarne natura e significato.

questa testimonianza conclude una rassegna dei rapporti di Jeshu, cioè dei suoi seguaci che compongono questo testo, con le diverse componenti della realtà religiosa ebraica del tempo:

il rapporto con gli esseni nell’inno iniziale e con Yehoanaan nella prima testimonianza, quella con i farisei nella seconda e con i samaritani nella terza: per tutte queste componenti le testimonianza hanno la funzione di stabilire forme di collaborazione possibile.

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qui il soggetto diventano quelli che le moderne traduzioni definiscono “giudei”: ma la parola è oggi un semplice sinonimo del termine “ebrei” e questo rende del tutto incomprensibile il contesto; ritengo invece che per giudei qui si debbano distintamente intendere gli abitanti della Giudea, cioè della parte meridionale del mondo ebraico, dove sorgeva Gerusalemme, in contrapposizione ai samaritani della parte centrale e ai galilei di quella settentrionale.

lo conferma anche questo passo successivo delL’annuncio del nuovo Regno:
7,1 Dopo questi fatti, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

la contrapposizione tra Galilea e Giudea, terra dei Giudei, è evidente.

sorprendentemente è verso gli abitanti della Giudea in quanto tali che Jeshu presenta la contrapposizione più netta e su un tema e per un aspetto che indubbiamente è sconcertante: la polemica infatti verte sul rispetto maniacale del sabato, un punto cruciale della religione ebraica.

(ma troveremo più avanti la spiegazione di questa apparente stranezza, alla luce dell’antica testimonianza di Epifanio sugli esseni nazareni).

questo diventa il punto cruciale di una contrapposizione tra Jeshu e gli abitanti della Giudea, ben diversa per le forme di collaborazione e riconoscimento reciproco con altre tendenze religiose del mondo ebraico: i seguaci di Yeohanaan il battezzatore, degli esseni, dei farisei, dei samaritani.

ma qui la polemica assume quasi l’aspetto di una contrapposizione etnica fra Jeshu e i suoi seguaci, che sono galilei, cioè del nord della Palestina, e gli abitanti della Giudea, la regione di Gerusalemme.

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questa interpretazione è cruciale: è completamente diverso, infatti, intendere che Jeshu polemizzi contro l’intera religione ebraica, definendo tutti gli ebrei giudei, oppure capire che qui Jeshu sta criticando un particolare gruppo ebraico, quello che si raccoglieva attorno al tempio di Gerusalemme, di cui lui prometteva l’immediata distruzione, e che forse potremmo addirittura identificare con quella tendenza religiosa che aveva allora il controllo del tempio, quella dei sadducei, l’unica che Jeshu considera assolutamente irrecuperabile.

ma ancora più interessante è che in questo caso la contrapposizione assume un valore etnico e geografico, e che questa distinzione, che aveva un senso soltanto prima della distruzione del tempi di Gerusalemme, corrisponde ad una fase precisa della storia ebraica.

ed ora vedremo meglio quale.

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alla morte, nel 4 a.C., di Erode il Grande, che, pur non essendo personalmente ebreo, aveva tuttavia unificato il mondo ebraico, i romani, che indirettamente lo controllavano, decisero di spartirlo tra alcuni dei suoi figli, anche applicando, del resto, il suo ultimo testamento.

e qui si entra in campo di congiure e scontri familiari veramente intricati e anche difficili da seguire; pertanto mi limiterò a seguire due personaggi:

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Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, alla sua morte viene nominato soltanto tetrarca (cioè governatore di una quarta parte del regno originario) della Galilea, nel nord-ovest del paese, e della Perea, che si trovava ad est del fiume Giordano, in una zona che attualmente fa parte della Giordania: regnò dal 4 a.C. al 39 d.C.; in quest’anno cadde in disgrazia per gli intrighi del cognato Erode Agrippa I, la carica gli venne tolta dai romani, fu condannato all’esilio, ma immediatamente liquidato fisicamente dai romani.

la Giudea, invece, con circa una metà del regno, venne lasciato ad Archelao, un altro figlio di Erode il Grande, che ebbe il titolo di etnarca, cioè signore di un popolo.

in sostanza, alla morte di Erode nel 4 a.C., e mentre imperversava una rivolta guidata da Giuda di Galilea, la Giudea e la Galilea erano state separate a formare due entità statali indipendenti e tali rimasero per alcuni decenni.

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ma poi la situazione cambiò.

Erode Agrippa I, nipote di Erode il Grande per parte di madre, che ne era figlia, era stato prima semplicemente il successore di Erode Filippo II, tetrarca di una parte della Palestina, che oggi è nella Giordania, morto nel 34.

ma Erode Agrippa I, come successore, aveva ricevuto dai romani il titolo di re, segno indubbio di un forte favore.

quando Erode Agrippa I liquidò nel 39, per mano dei romani, Erode Antipa, come abbiamo visto, si impadronì anche della Galilea, che era stata governata come entità distinta dalla Giudea per 44 anni, e subito dopo, nel 41, ricevette dall’imperatore Claudio anche la Giudea, ricostituendo nei fatti un regno di Israele simile, per dimensioni e potenza, a quello del nonno Erode il Grande.

Agrippa_I_prutah

moneta di Agrippa basileus, Agrippa re

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ma l’ostilità nei suoi riguardi del mondo galileo, da cui provenivano Jeshu e i suoi seguaci, e che aveva perso la sua indipendenza da Gerusalemme, è ben testimoniata dalla soddisfazione con cui, ancora decenni dopo, negli Atti degli Apostoli, ci si riferiva alla sua morte:
Ma l’angelo di Dio lo colpì per non avere dato gloria a Dio, e poco dopo morì e fu mangiato dai vermi. (12, 23).

infatti nel 44 d.C. Erode Agrippa I era morto improvvisamente, e qui è Giuseppe Flavio a testimoniarci direttamente della feroce ostilità a lui di due città, la prima capitale della Galilea e la seconda della Samaria:
Libro XIX:356 Ma quando si sparse la voce della morte di Agrippa, il popolo di Cesarea e di Sebaste, dimentico dei benefici ricevuti, si comportò in modo ostile.
Libro XIX:357 Poiché innalzò contro di lui insulti indegni di essere riferiti; e quanti allora prestavano il servizio militare, era un numero considerevole, andarono a casa loro, presero le immagini delle figlie del re, e di comune accordo le portarono in un lupanare, dove le posero sui tetti, fecero ogni sorta possibile di affronti attuando cose che sarebbe indecente riferire.
Libro XIX:358 Poi, sedutisi in luoghi pubblici, innalzarono banchetti per tutto il popolo, portavano ghirlande e si ungevano di profumi, versavano libagioni a Caronte e brindavano l’un l’altro festeg­giando la morte del re.

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poiché il figlio Erode Agrippa II era troppo giovane, nel governo del regno del padre nella Giudea subentrarono direttamente i romani con un procuratore (notare bene questo dettaglio, veramente importante come vedremo quando si tornerà su questo argomento).

solo dall’anno 50 Erode Agrippa II ricevette il titolo di re di Calcide nel Libano, con successivi ampliamenti dei suoi territori negli anni seguenti, fino alla grande guerra contro Roma, dalla cui parte fu costantemente schierato, cercando di indurre gli ebrei alla resa.

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in sostanza a me pare che questo quadro politico permetta di distinguere chiaramente i motivi della contrapposizione tra giudei, cioè qui da intendere come abitanti della Giudea, e galilei.

del resto anche lo storico Giuseppe Flavio distingue chiaramente i primi dai Samaritani, p. es. Libro XVII:342 – 2. i magistrati dei Giudei e dei Samaritani, ma più avanti scrive: Libro XIX:1 – I, I. – Intanto Gaio dava libero sfogo alla sua farneticante prepotenza non solo contro i Giudei che abitavano a Gerusa­lemme e nella Giudea.

in sostanza per Giuseppe Flavio i Galilei sono soltanto una specie di sottogruppo dei Giudei, e si distinguono assieme a loro dai Samaritani: visione diversa da quella presentata nelL’annuncio del nuovo Regno, dove Galilei e Samaritani assieme si contrappongono ai Giudei veri e propri.

ulteriore e definitivo esempio di distinzione in Giuseppe Flavio di tre gruppi di ebrei: Giudei, Samaritani e Galilei:
Libro XX:118 – VI, I. – Sorsero insurrezioni anche tra i Samaritani e i Giudei per il motivo seguente. Nel periodo di una festa, i Galilei nel viaggio per la Città santa, avevano la costumanza di passare per il territorio samaritano. In un’occasione, mentre attraversavano un borgo chiamato Ginae, che si trova sul confine tra Samaria e la Grande Pianura, avvenne uno scontro con i Galilei e ne uccisero un gran numero.
Libro XX:119 Gli uomini principali della Galilea, venuti a conoscenza del fatto, si recarono da Cumano a supplicarlo che facesse ricerca degli assassini di coloro che erano stati uccisi; ma egli, corrotto con doni dai Samaritani, non si curò di vendicarli.

questo episodio è piuttosto tardo rispetto al corso degli eventi che Giuseppe Flavio descrive prima della guerra giudaica, considerando che Ventidio Cumano la governò dal 48 al 52 d.C.; e credo che questo possa costituire un termine per la datazione delL’annuncio del nuovo Regno, dato che mi pare difficile che l’atteggiamento positivo verso i Samaritani potesse essere confermato dopo questo fatto.

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in conclusione, possiamo constatare che Giuseppe Flavio, esponente dell’aristocrazia di Gerusalemme e del tempio, tende effettivamente a chiamare molto spesso Giudei gli ebrei in generale, ma si tratta di una estensione, per lui naturale, del concetto originario, al quale ricorre anche lui qualche volta, che invece distingue nel mondo ebraico tre diverse componenti: i Giudei veri e propri, cioè gli abitanti della Giudea, i Samaritani e i Galilei.

nella tendenza a chiamare Giudei tutti gli Ebrei si esprime una visione accentratrice che identifica semplicemente il potere dell’aristocrazia giudaica col popolo ebraico autentico.

nelL’annuncio del nuovo Regno vediamo invece una testimonianza più diretta del punto di vista dei Galilei: che rifiutano l’egemonia di Gerusalemme con decisione, mentre si propongono un dialogo con i Samaritani e con le componenti religiose presenti anche in Galilea (seguaci di Yehoanaan, esseni, farisei, samaritani).

solo con i Giudei, identifica dalla loro dirigenza sadducea, probabilmente, e considerati filo-romani, il dialogo non è possibile.

la violenta avversione per i Giudei di Gerusalemme si affianca a quella per Erode Agrippa I, che ha sottomesso la Galilea nel 44 d.C., ma la simpatia per i Samaritani difficilmente si giustifica dopo il 50 d.C., quando avviene un cruento scontro armato e lo sterminio di alcuni pellegrini di Galilea ad opera dei samaritani: tra questi due estremi così ravvicinati potrebbe essere posta, se non proprio la sua stesura materiale, almeno l’epoca di riferimento del nucleo originario del Vangelo secondo Giovanni.


3 risposte a "Jeshu e gli abitanti della Giudea. quarta testimonianza – L’annuncio del nuovo regno 8 – 396"

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