pedofilia, sessofobia e sessuofobia, omofobia, prostituzione, pornografia – 398

7,4,6 Quando lo venne a sapere, Seute ordinò a Senofonte di prendere i soldati più giovani e di seguirlo. Si mossero di notte: alle prime luci del giorno erano nei pressi dei villaggi. La maggior parte dei nemici fuggì: il monte era infatti vicino. Ma dei prigionieri Seute non risparmiò nessuno, li massacrò tutti a colpi di giavellotto senza pietà.
7 C’era un certo Epistene di Olinto, uno a cui piacevano i ragazzi. Costui vide un bel ragazzino che era appena entrato nella pubertà: stava col suo piccolo scudo imbracciato, in attesa di morire. Epistene allora si precipitò da Senofonte e lo supplicò di intervenire per salvare un bel ragazzino.
8 Senofonte si avvicina a Seute e gli chiede di non uccidere il ragazzo; gli spiega le abitudini di Epistene e aggiunge che, quando costui aveva scelto gli uomini per la sua compagnia di ventura, l’unico criterio era stato la bellezza di ognuno, e non gli aveva chiesto altro; eppure, con loro al fianco, si era dimostrato valoroso.
9 Seute domandò: “Epistene, saresti disposto a morire al posto suo?”; l’altro, porgendo il collo: “Colpisci pure, se è il ragazzino a chiedertelo e se saprà serbarmene gratitudine”.
10 Seute allora si rivolse al ragazzo, domandandogli se doveva uccidere Epistene al suo posto. Il piccolo disse di no, anzi prese a supplicarlo di risparmiarli entrambi. A quel punto Epistene gettò le braccia intorno al ragazzino dicendo: “Adesso, Seute, dovrai vedertela con me per il ragazzo: non lo lascerò”.
11 Seute scoppiò a ridere e si disinteressò della cosa.
Senofonte, Anabasi
, quarto secolo a.C.

è un testo base per gli studi ginnasiali di greco antico, anche se non mi risulta che questo passo venga letto ai giovani studenti.

peccato, perché potrebbe suscitare riflessioni approfondite su che cosa sia la civiltà umana.

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ho riletto l’Anabasi, abbastanza per caso, in questi giorni: sto risistemando via via la mia biblioteca nella casa di mezza montagna finalmente quasi finita di ristrutturare, e qui è toccato allo scatolone della Nuova Universale Einaudi di mezzo secolo fa: apro gli scatolini e leggo (o meglio rileggo) i primi libri che mi capitano per le mani: Senofonte, tra l’ultimo Proust del Tempo ritrovato e le Rime del Berni.

ogni rilettura è una riscoperta che ci mette di fronte ad un testo nuovo e che non conoscevamo: siamo noi, in realtà, che siamo cambiati e questo conferma che quella che chiamiamo opera è invece soltanto una interazione tra un autore e il suo lettore.

cambia il lettore, e dunque cambia l’opera; ma, meno visibilmente, cambia anche l’autore perché, come spiega la linguistica strutturale, il significato di un testo è dato anche dal contesto: e dunque leggere l’Anabasi al tempo del nuovo moralismo sessuale del ventunesimo secolo è proprio altra cosa che leggerlo negli anni che preparavano la rivoluzione sessuale che oggi si cerca ferocemente di cancellare.

perché non solo la rivoluzione, ma anche la contro-rivoluzione, essendo fatti umani, nascono dal sesso.

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e qui si fermi chi ama i post brevi, che forse, già fino a qui soltanto, questo è stato fin troppo lungo.

ma non può fermarsi l’autore, che ha pensato a questa citazione soltanto come introduzione al discorso accennato nel titolo, incoraggiato a scrivere da qualche riflessione sparsa, letta nei blog di qualche amico di piattaforma, sul tema della paura della pedofilia.

paura che la civiltà greca classica e poi, per imitazione, quella romana, non conoscevano affatto: anzi, consideravano perfettamente maschile l’attrazione omosessuale, purché fosse attiva, e quindi naturalmente rivolta anche, per non dire soprattutto, verso i ragazzini.

originatasi in una civiltà marinara, di terre aride e povere, tra maschi che passavano lunghi periodi di navigazione senza donne, questa omosessualità poi si praticava per abitudine anche a casa e verso ragazzetti; noi la consideriamo una perversione, ma era l’unica maniera efficace di controllare la bomba demografica in un mondo dove i preservativi erano o totalmente sconosciuti o primordiali (costruiti con budelle di pecora) e, per limitare le nascite, si conoscevano soltanto i sistemi più spicci degli aborti a base di infusi di prezzemolo o il diritto di morte del neonato esercitato dal pater familias.

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per una coincidenza pur sempre occasionale, ecco che anche il Berni, capitatomi tra mano a caso come lettura successiva, dedica una sua poesia allo stesso tema.

XVII. Capitolo d’un ragazzo

I’ ho sentito dir che Mecenate
dette un fanciullo a Vergilio Marone,
che per martel voleva farsi frate;                    martel: tormento d’amore

e questo fece per compassïone
ch’egli ebbe di quel povero cristiano,
che non si dessi alla disperazione.

[…]

Io non son né poeta né dottore,
ma chi mi dessi a quel modo un fanciullo,
credo ch’io gli daria l’anima e ’l cuore.

Oh state cheti, egli è pur un trastullo
aver un garzonetto che sia bello,
da insegnarli dottrina e da condullo!           condullo: condurlo

Io per me credo ch’i’ fare’ il bordello            che ne farei di tutti i colori
e ch’io gl’insegnarei ciò ch’io sapessi,
s’egli avesse nïente di cervello.

[…]

Oh Dio, s’io n’avesse un che vo’ dir io,
poss’io morir come uno sciagurato,
s’io non gli dividesse mezzo il mio;                  se non gli regalassi metà del mio

ma io ho a far con un certo ostinato,
o, per dir meglio, con quelli ostinati
c’han tolto a farmi viver disperato.                    c’han tolto a: che hanno deciso di

Per Dio, noi altri siam pur sgrazïati,
nati ad un tempo dove non si trova
di questi così fatti Mecenati.

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vorrei dire che il mio post finisce qui, perché le due citazioni parlano da sole, dicendo che l’ossessione della pedofilia è una delle varianti presenti nelle culture umane, così come la sua accettazione.

e siccome è molto facile essere equivocati nel tempo delle letture frettolose e distratte – per cui rinnovo il mio vade retro a chi non ha la pazienza di leggere tutto e attentamente – voglio chiarire bene che non ritengo affatto sbagliate le norme moderne che proibiscono, variamente nei diversi paesi, i rapporti sessuali non voluti da una delle parti e in particolare quelli tra adulti e minori.

però la condivisione di queste norme, che sono giuridiche, ma anche morali, non mi impedisce di sentirmi estraneo all’orrore di chi le vive con orrore, e la consapevolezza che nel mondo umano succede che anche le norme morali e perfino quelle giuridiche non siano capaci di impedire le loro violazioni, che in questi casi vanno affrontate con equilibrio e in base al principio della riduzione del danno per le parti coinvolte.

equilibrio che manca, al giorno d’oggi, in cui si sta scatenando una caccia non dirò alle streghe soltanto, ma sopratutto delle streghe, che è diventata una causa di sofferenza e di paura, come è tipico in tutti i periodi di fascismo montante.

se questo equilibrio psicologico ci fosse, si riconoscerebbe facilmente, del resto, che la stragrande maggioranza dei reati di pedofilia avviene nella famiglia.

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la mia tesi infatti è che è inutile occuparsi specificamente di pedofilia, ma occorre riflettere sulla sessofobia.

e io qui parlo volutamente di sessofobia, e non di sessuofobia come usa, per distinguere la prima, che è un atteggiamento culturale di rifiuto del sesso in senso stretto, dalla seconda, che è invece un vero e proprio disturbo psichico, e a volte un sintomo psicotico chiaro, sotto forma di paura e rifiuto dell’insieme delle manifestazione della sessualità.

la paura della pedofilia è, secondo me, soltanto la punta di diamante di un atteggiamento sessofobico: è quella che meglio giustifica un rifiuto del sesso e lo rende isterico.

se non vi è sessofobia, non diminuisce il rifiuto della pedofilia, solo assume un’altra valenza e un’altra disposizione psicologica: ma è l’analisi tranquilla e non esagitata del male della pedofilia che i sessofobi scatenati considerano come una forma di indulgenza, e non come un modo di contrastarla più razionale e anche più efficace.

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ma allora, se la radice dell’orrore isterico della pedofilia è la sessofobia, da dove nasce questa?

diciamo subito che la parola è spuria: metà latina, da sexum, e metà greca antica, da fobìa; è impossibile del resto comporre la parola in greco antico puro, dato che sesso, in questa lingua, si rende semplicemente con phyisis, che significa natura: per i greci antichi il sesso di una persona è semplicemente la sua natura, e dunque come si può essere fisiofobi, cioè spaventati dalla natura? (propria o altrui).

per capirla meglio, occorre distinguere tra sessofobia in generale e quella forma particolare di sessofobia che è l’omofobia: le loro radici sono molto differenti e per alcuni aspetti persino opposte.

è evidente, infatti, che si può essere omofobi senza essere per nulla sessofobi, se il sesso accettato è rigorosamente eterosessuale.

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dobbiamo cercare le radici culturali dell’omofobia nel mondo ebraico, dove essa appare inseparabilmente connessa ad un tentativo violento di regolare la sessualità umana.

Levitico 18:22
Non devi avere rapporti sessuali con un maschio come li hai con una donna. È un atto detestabile.

Levitico 20:13
Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte: il loro sangue ricadrà su di loro.

e tuttavia, lette nel contesto, queste norme, di cui la seconda aggrava la prima, visto che evidentemente la semplice disapprovazione non era sufficiente, dimostrano palesemente che questi comportamenti erano compresi in un gruppo di altri, considerati simili, disapprovati e puniti alla stessa maniera:
maledire il padre o la madre,
commettere adulterio con donna maritata,
con la moglie del padre o con la nuora (elencazione inutile, visto il divieto precedente),
sposare sia la figlia sia la madre (in questo caso i colpevoli vanno bruciati vivi),
unione sessuale con un animale,
con una sorella propria o della madre o del padre,
o con la moglie dello zio o del fratello;
e infine se ci sono rapporti sessuali con una donna durante le sue mestruazioni.

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vi è dunque una serie di limitazioni della sessualità, come l’ultima, che hanno una funzione principalmente igienica.

e credo che questo elemento, cioè l’ossessione per la perfetta pulizia del corpo, vada considerato come premessa della sessofobia.

altre limitazioni, come quella dell’omosessualità, invece, rispondono ad un’esigenza sociale, di rafforzamento del gruppo: il Crescete e moltiplicatevi biblico non è una legge morale che riguarda tutti gli esseri umani, come lo leggiamo noi oggi alla luce di visioni religiose universalistiche, ma un ordine speciale rivolto al popolo ebraico.

e dunque in questo mondo è condannata ogni espressione della sessualità che non sia direttamente rivolta alla generazione, compresa la masturbazione, o l’onanismo, come si dice con termine biblico, appunto.

invece nel mondo greco l’accettazione dell’omosessualità, e quindi anche della pedofilia omosessuale maschile, è un modo di gestire la crescita demografica, che non trova neppure una risposta sufficiente nella fondazione di colonie per tutto il Mediterraneo.

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più complesso ancora è il tema nella cultura islamica, che si muove fra tendenze contraddittorie, parte di accettazione, come eredità del mondo pagano, parte, più recentemente di repressione estrema, mentre dal Corano, non emerge, tutto sommato, una posizione univoca e chiara: è dubbio, secondo alcuni, che i ripetutissimi riferimenti alla storia biblica di Lot siano da intendere come condanna dell’omosessualità in quanto tale oppure della tentata violenza omosessuale.

Sura IV An-Nisâ’ (Le Donne)
15 Se le vostre donne avranno commesso azioni infami, portate contro di loro quattro testimoni dei vostri. E se essi testimonieranno, confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte o Allah apra loro una via d’uscita.
16 E se sono due maschi dei vostri a commettere infamità, puniteli; se poi si pentono e si ravvedono, lasciateli in pace. Allah è perdonatore, misericordioso.
17 Allah accoglie il pentimento di coloro che fanno il male per ignoranza e che poco dopo si pentono: ecco da chi Allah accetta il pentimento. Allah è saggio, sapiente. 

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tra la tolleranza sessuale ampia e globale del mondo pagano, ben testimoniata dai vari comportamenti sessuali degli dei dei loro Olimpi, e la repressione ebraica, fu la seconda a prendere il sopravvento nella cultura europea, anche se periodicamente compaiono momenti di ribellione all’oscurantismo che copre nella categoria del peccato l’espressione di bisogni che sono pur sempre naturali: il Rinascimento, il libertinismo dell’Illuminismo, la rivoluzione sessuale del Sessantotto.

periodicamente, quasi ciclicamente, questi momenti abbastanza brevi di mentalità più aperta, vengono sepolti da fasi ben più lunghe di repressione, nelle quali l’inibizione delle libertà sessuali ben si collega alla lotta ad altre forme di libertà.

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chiaramente oggi stiamo vivendo una di queste fasi di isterismo sessofobico e la pedofilia fa da battistrada, con l’orrore che suscita nella nostra cultura.

così possiamo leggere vere e proprie farneticazioni contro natura, come quelle che considerano pedofili tutti coloro che hanno rapporti sessuali con ragazzine sessualmente mature e consenzienti, per i più vari motivi, ma ancora legalmente minori.

fa da giustificazione ambigua il concetto di prostituzione, se non viene definito nel modo più rigoroso: perché un conto è la vera e propria sottomissione dettata da bisogni economici primari di chi è in una situazione di disperata necessità e compie atti sessuali assolutamente non desiderati, un conto ben diverso è il comportamento ambiguo di chi si sente attratto da qualche persona in posizioni di potere, pensa di ricavare prestigio o altri vantaggi, anche economici, da un rapporto che in fondo incuriosisce e non dispiace, e sceglie liberamente di provarlo.

se consideriamo colpevole di sfruttamento della prostituzione anche chi viene a trovarsi in una posizione simile, dal punto di vista della seduzione del potere, diciamo pure che allora vogliamo semplicemente espellere il sesso dalla vita umana: sessofobia, appunto.

o meglio, visto che espellerlo del tutto non si può, salvo determinare situazioni di grave alterazione psichica di massa, almeno delimitarla fortemente.

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e qui aggiungo un ultimo spunto di riflessione, che ho già accennato altre volte: quanto conta, in questa repressione del sesso spontaneo, la volontà di spingerlo verso la pornografia come consumo mercificato?

la domanda sembri molto meno provocatoria di quel che sembra: la pratica della pornografia in che cosa si distingue, a ben vedere, dalla prostituzione nella accezione non solo ampia, sopra indicata, ma persino in quella più rigorosa e ristretta?

coloro che praticano sesso in un set per essere ripresi e pagati per questo, non lo fanno certo per un privato piacere, ma per ricavarne un guadagno: dunque non si prostituiscono a tutti gli effetti?

e allora come mai la prostituzione pornografica gode di una sorta di indulgenza tacita e non è mai al centro di nessuna delle campagne moralistiche delle femministe eccitate del me too?

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ed ecco il filo segreto che congiunge, in maniera assolutamente inedita nella storia umana il rifiuto isterico della pedofilia, la sessofobia, l’omofobia con l’accettazione, invece, della prostituzione pornografica: la diffusione del sesso totalmente mercificato e quanto meno generativo possibile.


12 risposte a "pedofilia, sessofobia e sessuofobia, omofobia, prostituzione, pornografia – 398"

  1. @ gaberricci

    non mi pare che la scelta di recitare come lavoro porti mai a contratti a tempo indeterminato: se c’è una professione in cui l’improvvisazione e la mobilità sono la condizione standard, è proprio questa; in realtà, nei casi di cui ci stiamo ostinando a discutere, in gioco non è la professione in quanto tale, ma il successo nella professione, e la cosa è molto diversa.
    il ricatto non impedisce certo in assoluto di continuare a recitare, ma soltanto di farlo in certi contesti molto favorevoli.
    ma qualunque attività professionale libera mette continuamente di fronte a forzature e piccoli abusi paragonabili, anche quando non hanno un contenuto sessuale e rientra nella scelta personale accettare di subirli oppure no.
    la sfera della responsabilità individuale non va ridotta: di fronte ad un ricatto sessuale verbale esplicito (che neppure credo sia proprio frequente), senza altre manifestazioni di violenza, la scelta di accettarlo, a mio parere, dovrebbe far decadere qualunque azione legale successiva; a maggior ragione se questo ricatto è soltanto percepito, ma non espresso né da parole chiare né da gesti o da azioni né tantomeno da minacce aggressive o da gesti di violenza.
    la maggior parte dei casi che si sono letti sui giornali è di questo tipo: attricette che l’hanno data al produttore per avere un ruolo in un film di successo, a volte su domanda esplicita, a volte basandosi sul linguaggio del corpo e sulle loro percezioni, e qualche anno dopo, quando il successo non è arrivato, si sono vendicate denunciandolo.

    mi sono perso nella tua ultima frase: direi che la prevaricazione violenta certamente deve essere contrastata dallo stato, anche se né lo stato né altri potrà mai eliminarla del tutto dalla vita sociale.
    mi pare che stiamo soltanto discutendo come e dove riconoscerla.

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  2. L’articolo mi è molto piaciuto, e lo condivido quasi in toto. Credo che il punto cardine sia tuttavia che il sesso ed il suo controllo sono due dei meccanismi di base attraverso cui l’uomo esercita la sua prevaricazione sull’altro uomo: o imponendoglielo (ad esempio, con lo stupro) o negandoglielo (con le leggi stupidamente repressive che tu hai citato). Questo dovrebbe essere il cardine della riflessione: viene garantito il rispetto della volontà dell’altro? Una donna che non fa sesso con l’uomo potente che altrimenti le impedisce di lavorare, non si trova nella stessa situazione della prostituta che viene picchiata dal “protettore” (orribile ipocrisia) per farla prostituire?

    Inoltre, siamo sicuri (come tu giustamente affermi) che la liberazione sessuale non sia diventata piuttosto una liberazione del mercato sessuale?

    Su questo “e allora come mai la prostituzione pornografica gode di una sorta di indulgenza tacita e non è mai al centro di nessuna delle campagne moralistiche delle femministe eccitate del me too?”, comunque, ti sbagli. Esiste un ampio movimento femminista anche interno al mondo della pornografia, che reclama il diritto alla scelta e l’abbandono degli stanchi stereotipi a tutto uso dei cavernicoli. La signora Lorelei Lee, ad esempio, una pornostar piuttosto famosa, è anche un’attivista in questo senso.

    Due P.S.:
    1. Potresti trovare interessante quanto sta accadendo sulla piattaforma Twitch: https://youtu.be/O_nkZsn3X5E
    2. So che mi pentirò di averlo chiesto :-), ma scrivere questo lungo commento mi ha riportato alla mente una questione su cui mi interrogo da tempo: secondo te, violenza e volontà sono parole etimologicamente correlate?

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    1. rispondo, ma non a tutto adesso.

      1. “Una donna che non fa sesso con l’uomo potente che altrimenti le impedisce di lavorare, non si trova nella stessa situazione della prostituta che viene picchiata dal “protettore” (orribile ipocrisia) per farla prostituire?”
      certamente! però poi bisogna anche approfondire che cosa significa concretamente lavorare. perché se significa, ad esempio, lavorare super-pagata in un film oppure alla tv, l’analogia viene meno.
      a me pare che la violenza punibile legalmente sia limitata ai casi nei quali il lavoro di cui si parla sia fondamentale per una dignitosa sopravvivenza; quando invece una donna decide di mercificare la sua vita sessuale per pagarsi lussi, capricci e successo, sono cavoli suoi e tali dovrebbero restare: non vedo altra va d’uscita dalla follia isterica collettiva delle invasate del me too.

      2. conoscevo già l’esistenza del femminismo delle pornostar (che a volte rientra nelle casistiche del punto 1, a volte no), ma mi pare indiscutibile che non trova ampio ascolto nei media. forse perché si tratta, secondo loro, non di grandi dive che attizzano la curiosità del pubblico, ma di piccole puttanelle da set pornografico che non interessano a nessuno.

      3. ti stupirò, ma rispondo in breve e da un punto di vista strettamente linguistico, anche perché, per altri piani, mi hai suggerito il post che ho scritto poco fa e che solo in apparenza c’entra poco con l’argomento.
      volontà e violenza non hanno una radice linguistica comune, e dunque neppure logica, almeno nella nostra cultura. voluntas deriva dalla radice vol/vel del verbo velle, volere; violentia da tutt’altra radice: vis, la forza, che ritroviamo anche in vir (con rotacismo), l’uomo maschio.
      quindi nella nostra cultura la violenza ha a che fare con la mascolinità, non con la volontà.

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      1. Ma fare l’attrice non è mica un lusso: rientra nel diritto di ciascuno scegliere quale lavoro fare. Semmai il punto è che l’indistria dell’intrattenimento strapaga i suoi “idoli”: ma questo è un discorso diverso.

        E questo è parte del problema! Il mondo pornografico, nella percezione comune, merita considerazione solo quando “certifica” la visione corrente. E su questo hai ragione, questa è contemporaneamente maschilista e moralista: perché se fai sesso per lavoro e sei donna, puoi essere solo una puttana. Come se questo fosse vergognoso.

        Be’, mi hai detto comunque qualcosa di interessante…

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        1. anche tu mi stai dicendo delle cose interessanti, e la discussione è stimolante.

          fare l’attrice, anche pornografica, non è certamente un lusso, ma una scelta individuale – da rispettare come tutte le scelte individuali (fino a che non si dimostra che sono, obiettivamente, socialmente dannose).
          ma non stiamo (o almeno non sto) discutendo di questo.
          sto cercando di riflettere sul problema della violenza che si esercita sul posto di lavoro e sulla sua punibilità, partendo dalla premessa che quando assume forme apertamente violente, fisiche o psicologiche, è comunque o dovrebbe essere sempre sanzionabile.

          mi viene normale fare riferimento a qualche esperienza personale, come cavia, anche se in apparenza c’entra poco: quando lavoravo per il ministero degli esteri, in Germania, fui sottoposto, per un anno, ad un mobbing selvaggio da parte del mio capo, il Console, che voleva costringermi alle dimissioni, dato che ostacolavo gli intrallazzi e le truffe al Ministero delle gang locali degli italiani politicamente ammanigliati (perlopiù col Partito Democratico nascente, peraltro); e la cosa finì soltanto quando si rese conto che invece ero molto apprezzato dall’Ambasciatore capo suo.
          non so se ci fossero in certe sfuriate gli estremi di una denuncia penale, considerando che si era sempre al limite dell’insulto, ma questo non diventava mai aperto.
          di sicuro vi era una violenza psicologica, ma penso che la legge non possa entrare in sottigliezze come le percezioni soggettive, ma debba stare ai fatti; e se per fatti intendiamo violenza fisica oppure offesa verbale, questi fatti non c’erano.
          ora facciamo conto che io fossi una avvincente impiegata e che questo ruvidissimo trattamento fosse l’effetto non del mio rifiuto di coprire certe ruberie, ma di un rapporto sessuale richiesto e non concesso: ci sarebbero gli estremi per una denuncia per violenza?
          come vedi, considero il problema senza separare la sfera sessuale da altri comportamenti; e credo che la legge debba comportarsi allo stesso modo.
          quei comportamenti erano moralmente ripugnanti; e lo sarebbero stati anche nel secondo caso: ma basta questo per pretendere che siano anche illegali?
          in altre parole la legge deve preoccuparsi di imporre comportamenti morali?
          la mia risposta è chiaramente no, per un mare di ragioni che non sto ad elencare perché mi rendo conto di essere anche troppo lungo.
          ma sei nei due casi esposti vi fosse il grido “Lei è un coglione”, oppure “Sei una puttana!”, allora la legge può intervenire, sempre e soltanto su querela di parte.
          postilla: ovviamente se tu, per ricavare dei vantaggi, accetti di essere bistrattato/a o perfino di subire chiara e indiscutibile violenza psicologica, non puoi, poi, anni dopo, cambiare idea e passare alla denuncia: dovrebbe esserci un limite preciso, dopo di che vi sia la decadenza della proponibilità dell’azione penale, per questo tipo di casi.

          la questione della violenza sessuale, per concludere, fa affrontata con una impostazione analoga: alla ricerca di comportamenti, fatti, azioni oggettivamente rilevabili; altrimenti diventa caccia alle o delle streghe.
          ora, una richiesta sessuale esplicita, comunque formulata e in qualunque contesto, può essere considerata una violenza psicologica legalmente sanzionabile?
          a mio parere no, mai; e neppure se chi la formula è un uomo potente e chi la riceve una donna (o un uomo!) in posizione di inferiorità soggettiva o anche oggettiva.
          sanzionarla in quanto tale significa entrare in un processo alle intenzioni e avere in testa un’idea di stato etico, che aborro.

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          1. Dipende: il rapporto sessuale è stato esplicitamente richiesto? Hai degli estremi per stabilire che il maltrattamento sia dovuto a quello? Ad ogni modo, di per se il mobbing è un comportamento penalmente rilevante.
            Sulla tua postilla: ma qui non si parla di “ottenere dei vantaggi”, ma di lavorare, e lavorare in una produzione importante per un’attrice è importante. Questo insistere sul fatto che tante donne abbiano accettato uno schifoso mercato del genere mi sembra un tentativo di colpevolizzare la vittima: mettersi contro un uomo potente, in un ambiente malato come quello cinematografico, significa non poter più lavorare. Non c’è nulla di strano che le storie siano emerse così tardi.

            A parte che non si parla solo di avances, ma anche di violenze vere e proprie: ma mettere una donna (o un uomo, non cambia) di fronte alla scelta tra fare del sesso non consenziente o non lavorare è un ricatto. E l’idea di stato etico (che anche io aborro) credo non centri nulla.

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            1. dev’essere colpa mia se non riesco a spiegarmi bene.

              lasciamo perdere le violenze vere e proprie, sulle quali non si discute e anche il mobbing che è reato indiscutibile.

              ma discutiamo di come fa la legge ad identificare il mobbing, aldilà delle percezioni soggettive: ci sono in giro milioni di coglioni che si sentono mobbizzati soltanto perché qualcuno gli fa notare che non sanno fare il loro lavoro, ed è vero; il che non impedisce oggi ai sovrapposti di finire sotto processo, se al coglione di turno gli gira…

              e discutiamo di come rendere la violenza psicologica qualcosa di verificabile obiettivamente, altrimenti, a parer mio, la legge deve disinteressarsi di tali questioni: perché un certo tasso di violenza è ineliminabile nelle relazioni umane e la legge, secondo me, non può occuparsene; la legge deve punire soltanto la violenza vera e propria, chiaramente riconoscibile in base a parametri il più oggettivi possibili.

              in altre parole, se una avvenente aspirante attrice la dà via al potente di turno perché ha paura, altrimenti, di non fare carriera, e quell’uomo non l’ha minacciata, neppure per sottintesi, questo non è un problema legale.

              tu mi dirai che lui non ha neppure bisogno di farlo, e io ti risponderò: appunto, e quindi il reato non esiste.

              altrimenti non so bene che cosa intendiamo processare e a quale scopo.

              ultima nota: tu dici: mettersi contro un uomo potente in un certo ambiente significa non poter più lavorare; vero.

              tra parentesi, lo sai come finì la mia storia al Ministero degli Esteri? dopo che l’ambasciatore andò in pensione, cambiarono addirittura una norma valida in tutta Italia per mandarmi a casa due anni prima.

              e allora? io non lo sapevo forse che, se mi mettevo contro la corruzione, l’avrei passata dura?

              non conosco altri che lo abbiano fatto con lo stesso rigore mio, in nessun altro consolato; c’era chi mi telefonava per dirmi: sapessi da me…, però non faceva niente.

              e allora? posso io pensare che sia la legge lo strumento per cambiare questo stato di cose?

              insomma, se tu ti metti in quell’ambiente, devi sapere che le regole del gioco lì dentro sono quelle ed essere pronto o pronta ad agire lì dentro come ti detta la tua coscienza, senza pensare che una legge astratta possa risolverti i problemi.

              se non te la senti di affrontare questa sfida, vai a lavare i pavimenti: fare l’attrice o il numero tre di un Consolato non è un must.

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                1. e in questo caso è più facile riconoscere la violenza di un ricatto (sempre che non si possa andare a lavarli altrove, i pavimenti), ma sempre secondo parametri oggettivi, secondo me.
                  se la legge si mette a inseguire le percezioni soggettive di chi ritiene di avere subito violenza psicologica in base a parametri propri, diventiamo tutti potenzialmente colpevoli: basta incontrare la persona sbagliata.
                  decenni fa, quando ero un militante extraparlamentare e gestivo anche, qualche volta, una cosiddetta “scuola quadri”, che era poi un ritrovarsi qualche giorno di fila d’estate a parlare di politica e di storia, ritrovai con grande piacere, un bel po’ d’anni dopo, un mio allora giovane compagno di militanza che aveva partecipato a questi incontri; ma il mio piacere si mutò in sgomento quando mi sentii dire, con una certa acredine: mi ricordo bene, sai, quando ci insegnavi la bontà della violenza politica.
                  ora, di una cosa IO sono assolutamente certo (il che purtroppo, dopo tanto tempo non basta a darmi l’assoluta certezza che questo sia vero): di non avere mai esaltato la violenza nella storia, ma di avere al massimo constatato come la storia sia fatta di violenza, e che queste mie constatazioni non volevano in nessun modo essere delle istigazioni, dato che sarebbero state a mio modo di vedere, in quella situazione storica, istigazioni all’autolesionismo.
                  sono anche esperienze come queste che mi rendono molto perplesso sull’estensione di concetti legati alla violenza immateriale.

                  o forse sono i miei studi classici?
                  vim licet appelles: grata est vis ista puellis: – Puoi fare ricorso alla violenza; la violenza piace alle ragazze:
                  quod iuvat, invitae saepe dedisse volunt. – e quel che loro piace spesso vogliono averlo concesso contro la loro volontà
                  Ovidio, Ars amatoria 673-674

                  dal ratto delle Sabine a quello di Dafne la nostra arte è piena di rappresentazione di una gioiosa violenza sulle donne: che faremo? distruggeremo queste statue?
                  (non dico che la approvo, dico che c’è un problema culturale non semplice e che gli americani possono anche permettersi di ignorare, non avendo altra storia alle spalle che quella dei profughi puritani, salvo poi eleggere come presidente un Trump, accusato di stupro).

                  Quis sapiens blandis non misceat oscula verbis? – Chi non mescolerebbe abilmente alle parole insinuanti i baci?
                  Illa licet non det, non data sume tamen. – Non importa che lei non li dia, prendili tu, anche se lei non li dà.
                  Pugnabit primo fortassis, et ‘improbe’ dicet: – Forse all’inizio dovrai combattere un poco e lei ti dirà: mascalzone;
                  Pugnando vinci se tamen illa volet. – e tuttavia, anche mentre fa resistenza, lei vorrà essere sopraffatta.
                  Tantum ne noceant teneris male rapta labellis, – Soltanto che non facciano male alle sue tenere labbra, bada,
                  Neve queri possit dura fuisse, cave. – e che lei non possa lamentarsi che sono stati troppo violenti.
                  Oscula qui sumpsit, si non et cetera sumet, – E chi si è preso i baci, se non prenderà anche il resto,
                  Haec quoque, quae data sunt, perdere dignus erit. – meriterà di perdere anche quello che gli è stato dato.
                  Quantum defuerat pleno post oscula voto? – Quanto era mancato, dopo i baci, al completamento del desiderio?
                  Ei mihi, rusticitas, non pudor ille fuit. – Guai a me, quella fu rozzezza, non pudore.
                  Vim licet appelles: grata est vis ista puellis: – Puoi fare ricorso alla violenza; la violenza piace alle ragazze:
                  Quod iuvat, invitae saepe dedisse volunt. – e quel che loro piace spesso vogliono averlo concesso contro la loro volontà
                  Quaecumque est veneris subita violata rapina, – Qualunque donna è stata violata per avere subito un furto d’amore,
                  Gaudet, et inprobitas muneris instar habet. – ne è contenta e la mascalzonata riceve come una specie di premio.
                  At quae cum posset cogi, non tacta recessit, – Quella invece che, potendo essere costretta, se ne va libera, senza essere stata toccata,
                  Ut simulet vultu gaudia, tristis erit. – lascia pure che finga nel volto di essere sollevata, ne sarà invece dispiaciuta.
                  Vim passa est Phoebe: vis est allata sorori; – anche Febe subì violenza, e violenza fu fatta a sua sorella;
                  Et gratus raptae raptor uterque fuit. – e l’uno e l’altro rapitore furono ben graditi ad entrambe le ragazze.

                  qui siamo ben oltre alle mie considerazioni, su un piano completamente diverso, evidentemente; eppure le radici della nostra cultura, prima del cristianesimo, stavano qui.

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                  1. Stiamo però confondendo dei piani diversi, mi pare: come giustamente dici, i pavimenti (forse: dipende dagli appalti) puoi andarli a lavare in un altro posto, il mondo del cinema invece è un mercato in cui è assai facile fare trust ed escludere qualcuno. Ora, poi, che quasi tutto è in mano alla Disney…

                    Il problema della rappresentazione dello stupro non mi pare c’entri molto, e neppure quello del cosiddetto “non consensuale consensuale” (che è, in un certo senso, ciò a cui si riferiva Ovidio, che comunque visse in altri tempi ed amava la provocazione, mi pare di ricordare almeno…).

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                    1. insomma, mi stai dicendo che è più facile ricattare una aspirante attrice che una aspirante lavapavimenti: deve esserci del vero, perché – a certi livelli, almeno – il compenso della prima è molto più elevato, e dunque il ricatto molto più potente. 😉
                      evidentemente la radice del nostro dissenso sta nel fatto che tu consideri la vocazione artistica come un imperativo morale assoluto, al quale chi ce l’ha non può sottrarsi, ma neppure deve, e io invece come una opportunità di vita fra le tante, che può anche essere lasciata cadere senza danni irrimediabili all’esistenza, se costa troppo in termini personali.

                      su questa diversa valutazione cresce un’altra differenza: io ritengo un certo tasso di violenza ineliminabile dalla vita sociale, anche nella sua componente sessuale, e tu – se non intendo male – ritieni invece che sia possibile una esistenza che la legge purifica da ogni stortura aggressiva.
                      solo che l’aggressività non è una stortura, ma una componente ineliminabile della nostra vita psicologica.,

                      effettivamente nel commento precedente ho allargato il discorso un poco fuori tema, in apparenza, proprio per dimostrare come ci siano anche precisi fattori culturali che sconsigliano vivamente dal cercare di reprimere del tutto un certo grado di violenza nei rapporti sessuali, ma anche sociali, tutto sommato innocuo, e limitino l’intervento punitivo dello stato ad abusi significativi, evidenti oggettivamente ed effettivamente dannosi alla persona; e lo sto facendo anche adesso, perché credo che il tema specifico vada inquadrato in una visione più ampia del problema.
                      non credo di potere essere convinto ad abbandonare questo mio punto di vista, sinceramente, e quindi mi dispiace di averti fatto perdere un po’ di tempo nella discussione; diciamo pure che per un sessantottino non pentito la libertà di determinazione delle scelte sessuali e l’accettazione di un certo grado di violenza nei rapporti sociali sono valori non negoziabili, nei quali non accetto interferenze dello stato.
                      naturalmente spero che questo non mi comporti, di nuovo, l’accusa di istigare alla violenza sociale o, peggio ancora, sessuale.

                      grazie comunque del tempo dedicato e di avermi consentito di approfondire il mio punto di vista e di conoscere meglio il tuo, e ad altre belle discussioni in futuro!

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                    2. Il discorso mi sembra ancora più ampio: si può tornare indietro, una volta che si è intrapresa una certa scelta di vita e che questa viene resa impraticabile dall’arbitrio di un’altra persona?

                      Forse l’incomprensione sta nella parola violenza: so bene che in alcuni casi la violenza è inevitabile; quel che io vorrei non esistesse è la prevaricazione. E, come sai, non credo che questa possa (né debba) essere eliminata dallo stato.

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