dimenticare Hong Kong? – 408

Hong Kong sulle prime pagine dei giornali, Hong Kong capitale della lotta per la democrazia in Cina, Hong Kong vittima della repressione e dei comunisti gialli.

tutto così semplice?

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a Hong Kong sono stato cinque giorni cinque anni fa e ci sono tornato l’altro giorno, almeno mentalmente, attraverso le parole di un giovane amico che l’ha visitata il mese scorso e che è anche perfino riuscito a parlare con alcuni manifestanti suoi coetanei, raccontandomi di loro, delle loro attese e delle loro speranze.

impressioni comuni: Hong Kong è un mondo a parte, una sintesi incredibile tra la cultura cinese e quella occidentale, un’isola di anticonformismo e creatività senza nessuna altra precisa identità che non sia la sua; e nello stesso tempo una enclave autonoma, con una moneta sua, diversa da quella cinese, e separata dal resto della Cina da un confine vero e proprio.

la sua autonomia, peraltro garantita costituzionalmente fino al 2047, è preziosa, per salvare l’identità di 7 milioni di persone, un numero sufficiente in Europa a definire uno stato.

non meraviglia la preoccupazione dei suoi abitanti per conservare come sono i caratteri di questo mondo: sono i localini dove si fa musica, le piccole mostre di artisti indipendenti, i graffiti trasgressivi sui muri, le feste della birra, il turismo internazionale, e anche gli affari, la city che è una delle piazze economiche più importanti dell’Asia, i grattacieli esasperati, che sono anche nel resto della Cina, sì, ma qui sono più creativi, la mecca del cinema cinese.

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il più trasgressivo dei graffiti visti da me nel 2014

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eppure dietro la protesta spontanea, forte e condivisibile, di Hong Kong in questi giorni non è difficile vedere la longa (ma inefficace) manus (militaris) dell’America di Trump, alla ricerca costante di uno scontro con la Cina, come con altri presunti avversari.

e la trama del film è sempre la stessa che abbiamo visto un anno fa in Francia, o qualche anno fa in Ucraina: manifestanti che diventano violenti, saccheggiano e bruciano, attaccano la polizia, fanno le vittime, ma sono dei devastatori che cercano di aggravare lo scontro il più possibile.

per ora sono stati fuochi ostinati, ma di paglia, a Parigi, mentre hanno avuto successo in Ucraina, e infatti sono riusciti a provocare una tragica guerra civile.

invece, dopo mesi di devastazioni delle giubbe gialle parigine (non chiamateli gilet, per favore), con Macron è seguita un’improvvisa pacificazione, forse per concessioni che noi comuni sudditi mortali non potremo mai sapere; e ora tocca alla Cina.

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la Cina è la protagonista della nuova guerra fredda aperta dalla destra americana, e così importante per loro da giustificare anche una crisi economica mondiale: si lotta per l’egemonia, infatti.

la nostra stampa annuncia trionfante che le esportazioni cinesi negli USA sono crollate del 16% e che l’espansione economica cinese si è fermata, tacendo che le esportazioni americane in Cina sono crollate del 22% e che gli USA non sono messi molto meglio.

è un braccio di ferro economico mortale e, se non verrà fermato, non è difficile prevedere che l’America tirerà fuori la pistola dalla fondina, quando sarà sul punto di essere sopraffatta.

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per questo l’appello diretto di alcuni manifestanti all’America, perché intervenga a favore di Trump è un gesto sconsiderato, che dice da solo quanto sia dilettantesca e grossolana l’azione americana.

e quanto sia diventata suicida l’azione dei manifestanti, o almeno del piccolo gruppo che ha cercato di dare di loro questa immagine al mondo.

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chiedono, si dice, 1. il suffragio universale nelle elezioni del capo del governo e del consiglio legislativo.

attualmente il Consiglio legislativo è composto da 60 membri, la metà dei quali è eletta a suffragio universale; l’altra metà è eletta da un elettorato più piccolo, che si compone di organi e di persone provenienti da diversi settori.

è in qualche modo una specie di compromesso fra la democrazia parlamentare partitica di tipo occidentale e quella cinese, fondata invece su elezioni non partitiche di livelli progressivamente più elevati; un modello che sarebbe sbagliato definire semplicisticamente non democratico – aldilà dell’autoritarismo che certamente caratterizza la politica cinese per la tradizione culturale di quel popolo.

non sono così sicuro che sia poi opportuno cambiare questo sistema in maniera sostanziale; anzi, esso potrebbe diventare in qualche modo un punto di riferimento anche per noi occidentali, attraverso la pratica di un bicameralismo ben equilibrato, come in Germania, che veda la prima Camera eletta a suffragio universale e con liste di partito, e una seconda Camera, dotata di poteri di controllo e di intervento, formata invece attraverso elezioni strutturate in modo diverso ed espressione delle autonomie locali.

2. l’eliminazione della definizione di sommosse data al movimento, un’indagine indipendente sulle azioni della polizia, il rilascio incondizionato di tutte le persone arrestate nelle manifestazioni.

neppure questa richiesta è pienamente accettabile: i black bloc di Hong Kong, i violenti dichiarati che hanno provocato danni economici ingenti e che sono tuttora in azione, non solo vanno puniti, ma neppure possono essere rimessi in circolazione.

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per ora la Cina sta reagendo con equilibrio e senso della propria forza, esattamente come ha fatto Macron, ma speriamo che questo possa durare.

in ogni caso la Hong Kong che ho conosciuto rischia di morire come frutto di un equilibrio troppo perfetto per essere vitale.

se la città si compromette e assume l’immagine di una punta avanzata del nemico americano è impensabile pensare che possa mantenere la sua spiccata autonomia.

ma perfino se per assurdo vincessero i manifestanti e Hong Kong diventasse uno stato indipendente alleato degli USA, la città avrebbe perso la sua identità magica.

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ps. i miei post sul viaggio del 2014 a Hong Kong, nel quadro del mio giro del mondo in solitaria:

arrivo ad Hong Kong tra una nuova specie umana – 236

risveglio ad Hong Kong -235

l’isola di Hong Kong, primo impatto – -234

di diversi modi di visitare Hong Kong -233

secondo e terzo risveglio ad Hong Kong -232

quarto risveglio ad Hong Kong -231

al Victoria Peak e ritorno -230

al villaggio di Tai O, isola Lantau, Hong Kong -229

il grande Buddha seduto nel monastero di Lin Po, isola di Lantau, Hong Kong -228

Ngong Ping, isola di Lantau: le sue case, i suoi visi, le sue danze di kung-fu -227

in cabinovia da Ngong Ping, isola di Lantau, a Hong Kong -226

in giro per Hong Kong, sera e mattina -225

Hong Kong, New Territories: Ping Shan -224

Hong Kong viva -223

da Hong Kong a Macau -222


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