Fiume fascista nella storia italiana – 412

scrivere oggi un post sul centenario dell’azione promossa da D’Annunzio a Fiume a partire dal 12 settembre 1919, si rischia di passare per nostalgici se non proprio fascisti, almeno nazionalisti.

e proprio nel giorno in cui a Trieste si inaugura una statua a D’Annunzio, che provoca la protesta ufficiale della Croazia.

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ma il fascismo, si sa, non è mai stato veramente superato culturalmente e politicamente da una parte importante degli italiani.

quindi vale la pena di ricordare quell’episodio di un secolo fa e osservarlo per bene nella sua storia, proprio perché in Italia si agita in questo momento una forte minoranza sovranista – che è poi il nome che ha preso il posto del troppo sputtanato nazionalista: e forse Fiume 1919-1920 ha da insegnarci qualcosa.

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nel censimento del 1910, quando Fiume apparteneva ancora all’Ungheria come parte dell’Impero Austro-Ungarico, aveva poco meno di 50mila abitanti, di cui circa 24mila di lingua italiana.

era dunque una città pluri-etnica, di cui gli italiani rappresentavano la minoranza più forte: 13mila parlavano il serbocroato, una lingua entro la quale le differenze tra il serbo, il croato e il bosniaco cono minime, con carattere quasi di varianti dialettali che non impediscono la comprensione reciproca.

Fiume, assieme alla Dalmazia settentrionale e alle isole della costa adriatica della Croazia, era stata promessa all’Italia dal Patto di Londra, con cui le potenze dell’Intesa avevano indotto il governo italiano di allora a rompere improvvisamente l’alleanza che da oltre trent’anni legava il nostro paese a Germania e Austria-Ungheria e a dichiaragli guerra (contro la volontà della maggioranza del Parlamento, mandato in ferie perché non potesse esprimersi – altro che hard brexit di oggi!).

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ma la guerra era poi stata vinta per l’intervento determinante degli Stati Uniti e questo aveva cambiato le regole del gioco: nel presidente americano Wilson era una strana contraddizione di razzista in patria e democraticista all’estero, che inseguiva il sogno di una Europa delle Nazioni, che non avesse più basi per altri conflitti, e dunque si oppose al passaggio di Fiume all’Italia, visto che gli italiani erano comunque, anche se di poco, minoranza.

l’Italia non riusciva a vincere questa opposizione e dunque il 12 settembre 2019, alcuni reparti del nostro esercito si ammutinarono: erano circa 2.600 soldati che occuparono la città; erano stati raggiunti da D’Annunzio l’11 settembre e toccò a lui proclamare l’annessione all’Italia:

«Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume.»

discorso incredibilmente retorico, rivolto – come si vede – soltanto alla minoranza italiana della città: perché forse la differenza tra il nazionalismo di un secolo fa e il sovranismo di oggi è che questo dice Italy first, e quello avrebbe detto Italy only.

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ma il governo di allora, presieduto da Nitti, si guardò bene dal riconoscerla e inviò a Trieste il generale Badoglio, per risolvere la situazione; Badoglio evitò un intervento militare, limitandosi a un ultimatum, rimasto senza effetto; del resto una parte dei reparti che avrebbero dovuto condurre l’azione disertò, e dunque decise di puntare piuttosto su un lento logoramento, che si manifestò subito, del resto.

già il 16 settembre D’Annunzio si accorse del suo isolamento e scrisse a Mussolini:

«Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, d’una parte della linea d’armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Nessuno può togliermi di qui. Ho Fiume; tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente. E voi tremate di paura! Voi che lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese – anche la Lapponia – avrebbe rovesciato quell’uomo, quegli uomini. E voi state lì a cianciare, mentre noi lottiamo d’attimo in attimo, con un’energia che fa di quest’impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi? […]. Svegliatevi! E vergognatevi anche. […] Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora. Ma sto in piedi. E domandate come, a chi m’ha visto. Alalà»

Mussolini pubblicò la lettera a stralci, fece partire una sottoscrizione dal suo giornale Il popolo d’Italia (a proposito di populismo di un secolo fa) e si tenne una parte dei soldi per finanziare i suoi squadristi di Milano.

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dopo alcune trattative, alla fine, a dicembre il governo prese l’impegno di impedire che la città fosse annessa al nuovo stato jugoslavo e ad ottenere per essa l’annessione all’Italia o almeno  lo status di “città libera”.

la proposta fu approvata il 15 dicembre dal Consiglio nazionale della città di Fiume, che era stato eletto il 26 ottobre, e poi sottoposta a referendum il 18 dicembre, ma quando lo spoglio cominciò a mostrare l’approvazione della proposta anche da parte della popolazione (non esistevano ancora gli exit poll!), alcuni legionari intervennero sequestrando le urne e D’Annunzio dichiarò il referendum stesso nullo.

alla faccia degli italiani di Fiume…

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nei mesi successivi la situazione cominciò a degenerare: 4mila bambini dovettero lasciare la città per mancanza di viveri, gli autonomisti proclamarono ad aprile uno sciopero generale; intanto l’Ungheria rinunciò ufficialmente alla città, che era comunque fuori totalmente dalla sua portata, vista la formazione del regno di Iugoslavia, e D’Annunzio si decise a proclamare l’indipendenza della città, con un altro infuocato discorso:

La nazione italiana, dopo la vendemmia della guerra, si lascia pigiare dai piedi sporchi dei disertori e dei traditori come un mucchio di vinacce da far l’acquerello… Domando alla Città di vita un atto di vita. Fondiamo in Fiume d’Italia, nella Marca Orientale d’Italia, lo Stato Libero del Carnaro.

lo stato era fondato su una specie di Costituzione, la Carta del Carnaro, scritta dal sindacalista rivoluzionario De Ambris e adottata l’8 settembre 1920: riprendeva perfino alcune idee della Russia dei soviet di Lenin.

Art. 2 – La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta, che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali. Essa conferma perciò la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione; ma riconosce maggiori diritti ai produttori e decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l’armonica convivenza degli elementi che la compongono.

«Art. 5 – La Costituzione garantisce a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere.

democrazia diretta costituzionale in una città dove un referendum dall’esito sgradito era stato annullato manu militari.

e c’è ancora chi piglia sul serio quelle dichiarazioni.

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la Reggenza italiana del Carnaro, come si era definito il nuovo stato, fu il primo al mondo a riconoscere la Repubblica dei Soviet di Lenin; Lenin ricambiò il favore definendo D’Annunzio “l’unico vero rivoluzionario in Italia”.

contemporaneamente nell’autunno si abbozzò un piano confuso per un colpo di stato in Italia con una marcia su Roma, passando per Trieste oppure sbarcando ad Ancona, ma l’abile Giolitti, che nel frattempo aveva preso il posto di Nitti come capo del governo, riuscì a far fallire il progetto, inducendo Mussolini a non appoggiarlo: il capo del fascismo preferì, evidentemente, realizzare il colpo di stato in proprio, due anni dopo.

il 12 novembre 1920 l’Italia firmò il Trattato di Rapallo, col quale veniva confermata l’indipendenza di Fiume, e anche Mussolini lo approvò; D’Annunzio lo respinse, ma la vigilia di Natale la città fu attaccata e bombardata dall’esercito italiano e il 31 dicembre D’Annunzio firmava la resa tra decine di morti (il Natale di sangue).

esito scontato di una avventura senza prospettive, nata, cresciuta e morta nella retorica egocentrica di un personaggio mediatico (in riferimento ai media di allora) come D’Annunzio, del quale pensose riviste discutono con molto spreco di paroloni, anche nella giornata di oggi, se era fascista oppure no.

perché in Italia il fascismo è come la mafia: non esiste!

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in Italia vi fu un forte malessere interno al movimento fascista per la posizione presa da Mussolini e nei Fasci di combattimento si pensò di far prendere il suo posto da D’Annunzio come leader del movimento; nell’aprile del 1921 Gramsci si recò a Gardone Riviera, per incontrare D’Annunzio nella sua villa del Vittoriale, dove si era ritirato nel febbraio, qualcuno dice per chiedergli di mettersi a capo dell’appena nato Partito Comunista, ma più sicuramente per cercare di dividerlo da Mussolini, ma non fu ricevuto.

la crisi politica intanto portò alle elezioni anticipate del 1921, che videro il Partito Nazionale Fascista entrare in Parlamento guidato da Mussolini.

la vita politica di D’Annunzio si chiuse invece per un drammatico incidente il 13 agosto 1922 quando la sua amante del momento lo fa cadere da una finestra del Vittoriale, per gelosia della sorella, e lui rimane gravemente ferito alla testa, e costretto a mandare a monte un incontro politico decisivo con Mussolini previsto per due giorni dopo.

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mi sono davvero divertito a ricostruire questa storia così romanzesca e piena di suggestioni varie, che rinuncio del tutto a renderle ulteriormente esplicite.

se qualcuno legge il post, ne tragga quel che vuole, anche in vista del presente; e, se vuole una discussione, i commenti esistono per questo!

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ho visto Fiume, diverso tempo fa: era negli anni Novanta, forse era il 1993, ed era una città attraversata dalla guerra civile jugoslava; frotte di giovani reduci giravano per le strade opache di una città attonita e un poco art decò, ancora, un poco italiana, un poco asburgica; sulla strada del ritorno a Trieste diedi un passaggio in auto a due soldatini che tornavano a casa in licenza; uno faceva Tomasic di cognome, ma aveva avuto una nonna nata nel Veneto, mi raccontò, ed io rimasi di sale, perché la mia nonna materna si chiamava Tomasin, e mi venne in mente che forse eravamo, in qualche modo oscuro, parenti, o comunque era soltanto una lettera dell’alfabeto a cambiare le nostre radici.

che chiamiamo radici, poi, quando invece noi siamo uccelli o fiumi, nati per spostarci e tutta la retorica bolsa di Fiume con la maiuscola non riuscirà mai a nascondere che siamo nati per scorrere e forse anche per volare, ed è meglio, comunque, se facciamo questa scelta.


2 risposte a "Fiume fascista nella storia italiana – 412"

  1. Bella ricostruzione storica e divertente (non ricordavo il fatto dell’amante del Vate…). Per la verità non sapevo nemmeno che Fiume fosse ungherese, la pensavo austriaca… Chissà che sarebbe successo se D’Annunzio non avesse sbattuto la testa?

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    1. grazie per l’apprezzamento, che mi serve, come al solito, di stimolo, per una rilettura, per la correzione dei lapsus di battitura e per qualche perfezionamento qua e là: se nessuno commenta, di solito non lo faccio, non vedendone quasi la necessità.

      Fiume era ungherese da quando l’Impero asburgico era stato diviso formalmente in due (l’aquila a due teste!) , Austria e Ungheria, ma con lo stesso sovrano.

      certo che non ricordavi la Baccara che butta D’Annunzio in una sfuriata dalla finestra del Vittoriale (poi fatta murare): avrai anche tu conosciuto D’Annunzio a scuola, e ti pare che i libri di testo si abbassino a questi pettegolezzi? che fine farebbe la sacralità della letteratura? per la cronaca, comunque, D’Annunzio se la tenne in casa lo stesso, fino alla morte, ma facendo ben sapere al mondo che dopo di allora non ebbe più rapporti sessuali con lei…

      l’episodio comunque rimase oscuro; lui più tardi, nel Libro segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire, del 1935, ne accennò facendo intendere un tentativo di suicidio; in ogni caso vi fu anche una inchiesta della Pubblica Sicurezza, ma non è stata mai resa nota. vedi: https://gabrieledannunzio.it/il-volo-dellarcangelo/

      la storia umana è così folle che se D’Annunzio non fosse caduto da quella finestra, la marcia su Roma non ci sarebbe stata? chissà. all’incontro con Mussolini del 15 agosto avrebbe dovuto partecipare anche Nitti, il capo del governo di due anni prima che aveva contrastato D’Annunzio a Fiume e venne preparato il testo di un accordo; il fascismo era pronto, ma certamente con D’Annunzio in una specie di triumvirato sarebbe stato qualcosa di diverso.

      D’Annunzio voleva ricambiare a Mussolini il favore ricevuto un paio d’anni prima, e dunque era contrario, visto che sarebbe stato l’altro a farla; Mussolini doveva cercare di convincerlo e naturalmente avrebbe dovuto concedere a D’Annunzio qualche ruolo di primo piano; ma non ce ne fu bisogno e il fascismo nacque senza D’Annunzio, che lo aveva preparato per decenni e lo avrebbe esasperato, ma anche senza Nitti, che lo avrebbe moderato.

      tutto sommato, credo che sia stata una grossa fortuna, considerandone la megalomania vaneggiante da cocainomane del nostro (ma pensiamo al nostro Sgarbi, oggi!); e quantomeno ci siamo risparmiati discorsi e poesie insopportabili sul tema che lo vide invece straordinariamente silente. in compenso abbiamo avuto invece dei romanzi meno brutti del solito: la revisione definitiva del 1921 del Notturno, abbozzato nel 1916, e Il compagno dagli occhi senza cigli del 1928.

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