7 risposte a "Haiku"

  1. “In me si combattono lo stupore per il melo che fiorisce, con l’orrore per le parole dell’Imbianchino” (Bertolt Brecht). Credo per altro che Brecht fosse un discreto conoscitore della lirica giapponese, e dunque non escludo una specie di citazione.

    P.S.: mi ha ricordato anche un’altra poesia di Brecht, che ho usato nel mio post di Pasqua e che forse ricordi.

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    1. la mia memoria perde colpi con gli anni che avanzano, ma sono andato a riguardarmela, la poesia di Brecht che citi, e me la sono ricordata sul tuo blog… (a volte mi dico anche che, in tempi di memoria digitale esterna facile da consultare, il ricordo personale interno preciso è uno spreco, ma credo che sia un alibi… ;-).

      La maschera del cattivo

      Sulla mia parete è appesa una xilografia giapponese
      La maschera di un demone cattivo, dipinta con la lacca d’oro.
      Pieno di compassione vedo
      Le gonfiate vene frontali, segno di
      Quanto è faticoso essere cattivo.

      altra poesia di Brecht, che conosceva certamente la poesia e anche il teatro giapponesi.

      ovviamente, poi, i ciliegi sono tipicamente giapponesi, e i meli tipicamente tedeschi – anzi, per me, tipicamente sud-tirolesi 😉

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        1. veramente io colgo piuttosto una contraddizione non risolta: se l’odio per le bassezze distorce i tratti del viso, come può poi Brecht sperare di scrivere versi eleganti?
          la poesia sarebbe una torre d’avorio dove l’odio (necessario) smette di stravolgere la faccia e invece può essere espresso con eleganza?
          se questa è la concezione della poesia che Brecht implicitamente suggerisce, non la condivido; e del resto potrebbe essere anche in contrasto con l’estetica brechtiana teatrale dello straniamento: al teatro Brecht assegna un compito che è quasi didattico e per riuscire in questo prevede che non alimenti passioni e non cerchi catarsi, ma piuttosto una oggettivazione che induca lo spettatore a ragionare.
          è la stessa estetica della poesia elegante? cioè l’eleganza della poesia dovrebbe essere lo strumento didattico per superare l’odio?
          in conclusione, Brecht pensa forse ad una politica senza odio che ha come strumento lo straniamento nel teatro e la bellezza della forma nella poesia?

          – scusa il carattere confuso di questi pensieri, ma sto cercando a tentoni una strada di comprensione, che non credo di avere ancora trovato.

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          1. Penso che, molto semplicemente, Brecht stesse lamentando il fatto che era nato in un tempo che lo “costringeva” ad odiare, cosa che lui non avrebbe voluto fare: “noi, che volevamo preparare il mondo alla gentilezza, noi non potevamo essere gentili” (che per altro è nella stessa poesia di: “ricordate anche questi tempi oscuri, a cui voi siete scampati”).

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            1. certo, però io ho cercato un punto di vista più complessivo che mettesse insieme quel che dice in questa poesia con la sua visione del teatro militante, e dunque impegnato nella lotta di classe per il comunismo, dunque immerso pienamente anche nell’odio di classe.

              e ci trovo una incrinatura non risolta: come se il teatro appartenesse ad un mondo diverso da quello della poesia.

              insomma, mi pare che la poetica di Brecht, cioè la sua visione della poesia, sia ancora influenzata dall’idea della poesia pura, e invece la sua estetica teatrale sia chiaramente post-classica e cerchi di superare radicalmente la visione aristotelica del teatro fondata sull’idea di catarsi emotiva.

              ma ci ragiono sopra ancora un po’: la poesia di Brecht è chiaramente influenzata da modelli orientali, giapponesi e non solo, e in Europa piuttosto dal classicismo di lontana origine oraziana.

              quindi si potrebbe dire che questa contraddizione di primo livello tra poetica ed estetica teatrale si risolve in un comune sentire post-romantico e classicista, che lo porta a rifiutare le emozioni più violente ed impure, tanto nel teatro, in un modo, quanto nella lirica, in un altro.

              per questo, nel suo teatro, l’odio di classe deve essere razionalizzato e diventare presa di coscienza dello spettatore fondata su processi razionali e non emotivi: lo spettatore deve essere portato ad assumere determinate convinzioni con la forza delle persuasione razionale e documentata e non attraverso un coinvolgimento emotivo che Brecht giudica effimero (forse a torto).

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