L’annuncio del nuovo regno – 10. i problemi della quinta testimonianza. – 419

con la quinta testimonianza abbiamo l’impressione di essere entrati nel cuore del messaggio di Jeshu, il messia, secondo L’annuncio del nuovo Regno, il nucleo originario del Vangelo secondo Giovanni (secondo la mia ipotesi, che in questa serie di post cerco di concretizzare).

però devo anche ammettere che questo è un passaggio molto duro del mio tentativo di ricostruire il primo testo in maniera abbastanza attendibile; ho appena corretto, in qualche particolare, la mia ricostruzione di questa parte del testo nel post precedente e non riesco a sfuggire all’impressione che qui il mio tentativo potrebbe semplicemente naufragare; in questo caso, sarebbe onestà intellettuale da parte mia ammetterlo – anche se ritengo comunque fuori discussione che questa redazione originaria sia esistita, indipendentemente dalla attendibilità con la quale riusciamo a ricostruirla.

occorre mettere in gioco la particolare complessità delle diverse interazioni che hanno portato al testo attuale; inoltre lo stesso testo scritto del quale mi occupo è stato certamente preceduto da una fase di trasmissione orale, anche se poi, alla fine, è pur sempre ad un testo scritto che si è arrivati ed è ragionevole occuparsi di questo; insomma, districarsi qui dentro non è facile e l’identificazione degli apporti successivi è molto più problematica che nei passaggi precedenti; soprattutto non si riesce a enucleare con chiarezza interventi nettamente distinti, ma pare che la rielaborazione abbia attraversato il testo in maniere diverse e forse persino in momenti differenti.

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questa testimonianza si articola attorno a due temi: la prima promessa dell’abbondanza e la seconda promessa dell’immortalità, con un passaggio intermedio dalla funzione poco chiara, che è il racconto dell’attraversamento del mare di Galilea da parte di Jeshu, a piedi sulle acque.

la prima promessa della predicazione attribuita a Jeshu, che è poi il primo vero tema che viene presentato, è introdotta all’inizio in un modo abbastanza vago e senza una precisa collocazione geografica, a parte il riferimento al lago di Genezaret, allora detto mare di Galilea.

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si inizia dicendo che Jeshu passò all’altra riva del mare di Galilea, ma non si dice quale è il punto di riferimento iniziale: e anche se se ritenessimo autentica la glossa che io ho considerato aggiunta successiva, cioè di Tiberìadenon usciremmo dal problema, a meno di non intendere con questo che Jeshu partiva appunto da Tiberiade; tanto meno possiamo fare riferimento al capitolo precedente, visto che lì si diceva che Jeshu era a Gerusalemme!

anche l’indicazione successiva, salì sul monte, non ci aiuta troppo, in quanto non si dice di che monte si tratta: si dà quasi per scontato che chi ascolta lo sappia? oppure questa è semplicemente una indicazione necessariamente generica, perché il racconto è mitologico? oppure se ne tace il nome per motivi di prudenza?

ma più avanti la collocazione diventa più precisa, in quanto, parlando del ritorno, si dice che, scesa la sera, i suoi seguaci scesero al mare, 17 salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao; siamo dunque, o meglio eravamo approdati con Jeshu, su un punto del lago opposto a questa città.

ma non è detto, con questo, che Cafarnao fosse proprio anche il punto di partenza, in questo racconto; impossibile dirlo con certezza: alla fine della terza testimonianza, Jeshu era sì in Galilea, ma a Cana; e se Jeshu nel racconto fosse partito da Tiberiade, per attraversare il lago e poi tornare, ma più a nord, a Cafarnao, avrebbe compiuto una specie di triangolazione: certo, invece, che l’unica regione vagamente montagnosa attorno a quel lago si trova sul suo lato orientale, effettivamente di fronte a Cafarnao.

comunque la traversata a Cafarnao dalla riva orientale del lago non era troppo breve: una decina di km, e, se si vuol far credere che Jeshu era partito da lì, altrettanti aveva dovuto farne in barca Jeshu con i suoi discepoli per arrivare alla innominata montagna: uno spostamento importante e non casuale, che avrebbe dovuto avere uno scopo preciso.

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ma per quale motivo Jeshu, in questo racconto, si reca proprio lì, su quella montagna, e proprio lì, attorno a lui, si raccolgono addirittura 5mila persone entusiaste? 

è qui, dietro questa montagna, che si trova Gamala, la città dove erano nati Ezechia e Giuda il Galileo, cioè i fondatori del movimento degli zeloti, e che, secondo Bulgakov nel Maestro e Margherita era anche la vera città di cui era originario Jeshu, tesi sostenuta anche da altri studiosi non accademici, come David Donnini (copiato poi dall’inattendibile Luigi Cascioli) e l’ungherese Edmund Bordeaux Szekely; ma tutte queste sono indubbiamente notizie non pertinenti in questo contesto.

nazareno, infatti, non avrebbe proprio nulla a che fare con la presunta città, o meglio borgo, di Nazaret, ma col voto di nazireato; in ebraico infatti nazireo e nazoreo da Nazareth contengono due consonanti diverse, “z” e “tz”, entrambe translitterate in greco come “z”; quindi in ebraico è impossibile ricondurre la prima parola alla seconda, e questo errore era possibile solamente nel mondo greco; fu infatti il vescovo Epifanio nel quarto secolo ad aver diffuso l’erroneo concetto secondo cui Gesù Nazareno debba essere collegato a Nazareth: nel mondo ebraico le due radici erano diverse.

ma proprio Epifanio ci spiega che i nazareni, invece, erano una particolare corrente degli esseni, quando scrive nel Panarion adversus omnes haereses 1:18:
“Coloro che vennero prima di lui [Elxai, un profeta Esseno], gli Ossaeni e i Nazareni.
I Nazareni – erano Ebrei per provenienza – originariamente da Gileaditis, Bashaniti e Transgiordani… – dunque si conferma proprio che la loro sede era sulla riva orientale del mare di Galilea!
Essi riconoscevano Mosè e credevano che avesse ricevuto delle leggi, ma non la nostra legge ma altre.
E così, essi erano Ebrei che rispettavano tutte le osservanze ebraiche, ma non offrivano sacrifici e non mangiavano carne.
Essi consideravano un sacrilegio mangiare carne o fare sacrifici con essa.
Affermavano che i nostri Libri sono delle falsità, e che nessuno dei costumi che essi affermano sono stati istituiti dai padri.
Questa era la differenza tra i Nazareni e gli altri…” (Panarion 1:18)

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rimane il fatto oggettivo che, secondo questo resoconto, Jeshu affronta una decina di km in barca, sia all’andata sia al ritorno (miracolo della lunga camminata sulle acque a parte), per recarsi nella regione nella quale era nato il movimento di lotta armata degli zeloti e che era stato anche la patria dei nazareni esseni, ed è da lì che lancia il suo messaggio che nel nuovo Regno ci sarebbe stata una continua abbondanza regalata direttamente da Dio.

insomma questa location del miracolo è tutt’altro che casuale e questo è il resoconto (entusiasta) di una sorta di manifestazione politica, come la descriveremmo oggi, anche se nella Palestina di allora religione e politica si confondono, e si svolge in un luogo altamente simbolico.

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ma come va interpretato in questo contesto il cosiddetto miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci?

da un punto di vista razionale e laico, non ha nessun senso che Jeshu debba preoccuparsi di fornire il cibo a coloro che hanno deciso di seguirlo in questa sua marcia sul monte simbolo della lotta armata contro la classe dirigente di Gerusalemme e i romani.

sembra assolutamente ovvio che ciascuno di loro si fosse portato del cibo con sé, e a maggior ragione se anche loro provenivano da lontano; e dunque, ecco che miracolosamente i partecipanti alla marci si sfamano, anche se i suoi organizzatori avevano da offrire loro un ben misero rifocillamento a base di cinque pani e due pesci.

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ma l’intero episodio non descrive un fatto storico; sul piano degli avvenimenti, ammesso che quello che qui viene raccontato sia mai effettivamente avvenuto, il presunto miracolo attesta semplicemente dello straordinario valore della solidarietà, che permette agli uomini raccoltisi attorno a Jeshu di saziarsi con le loro sole risorse.

insomma, ancora una volta, la sequenza narrativa – se è corretta la mia ricostruzione del suo nucleo originario – è al servizio della definizione di un vero e proprio programma d’azione, che è l’attesa del nuovo Regno di Dio, dal quale la fame sarà cancellata.

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è qui che Jeshu lancia il messaggio della perenne abbondanza e della liberazione dalla fame come aspetto centrale della vita nel Regno che verrà, grazie all’intervento miracolistico divino.

la promessa va intesa in senso molto letterale: ce lo conferma l’analogia con quanto raccontato del matrimonio (di Jeshu stesso?) a Cana, con la trasformazione dell’acqua in vino, ma più ancora la testimonianza di Papia, ricordata alla fine del post precedente, che mostra come ancora verso la fine del secondo secolo questa promessa del Regno della eterna abbondanza era presa alla lettera; scrive infatti Ireneo, citando Papia: Queste cose sono credibili per coloro che hanno fede.

quindi non ci sono dubbi sul carattere millenarista della predicazione attribuita a Jeshu, e sulla promessa molto terrena di un nuovo Regno, guidato da Dio, dove il bisogno e la fame saranno cancellati: a ciascuno secondo i suoi bisogni, prometterà Marx quasi due millenni dopo, delineando il quadro della società comunista futura; il messaggio di Jeshu è simile, pur se il modo di esprimerlo culturalmente è completamente diverso.

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eppure nella versione attuale del Vangelo secondo Giovanni, il messaggio esplicito che viene attribuito a Jeshu, subito dopo il miracolo, è esplicitamente opposto al significato stesso del miracolo, e questo, a ben guardare, determina delle contraddizioni insanabili.

Jeshu nutre miracolosamente e fisicamente la massa che si è raccolta con lui e poi, però, le chiarisce che deve darsi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna; ma allora, perché lui ha fatto esattamente il contrario? che senso ha un miracolo che moltiplica dei pani reali per sfamare una folla e poi il dire a questa folla che quel pane che hanno ricevuto non conta e che occorre occuparsi invece del pane spirituale?

la tentazione di considerare aggiunta tutta questa parte nella sua interezza è forte; forse originariamente l’episodio si concludeva con lo sbarco miracoloso di Jeshu e dei suoi seguaci a Cafarnao?

quel che mi porta ad escluderlo, però, è proprio la sconcertante conclusione dell’episodio, che racconta dell’abbandono di Jeshu da parte di molti dei suoi seguaci, proprio dopo questo episodio e – incomprensibilmente – un miracolo così importante, ma in realtà introduce una polemica, interna, che è appunto rivolta contro una parte del movimento raccoltosi attorno a Jeshu che aveva rifiutato questa parte del suo messaggio e si era allontanata da lui, secondo i redattori di questa narrazione.

escludo che questa possa essere una manipolazione tarda, e ritengo invece che questo sia quasi il centro dell’episodio stesso: dopo avere collocato la figura religiosa e politica di Jeshu nel contesto delle diversi componenti della società ebraica, qui si introduce una distinzione che attraversa il suo movimento stesso, e si indicano coloro che lo hanno abbandonato considerandolo troppo radicale; cioè, in altri termini l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci sulla montagna stessa che è il simbolo della nascita del movimento dei nazirei esseni è raccontato, fin dall’inizio, proprio per polemizzare con quella parte dei seguaci di Jesh che dava una interpretazione soltanto morale del suo messaggio e dichiararli apostati: niente di meglio che questo presunto miracolo poteva dimostrarlo.

vedremo qui sotto chi potrebbero essere.

quindi, anche se questa parte è certamente traboccante di tarde interpretazioni mistiche sovrapposte, mi sono preoccupato di salvarne un plausibile nucleo originale anche di questa: con quale successo e credibilità giudicherà il lettore, anche se non ho troppa fiducia di risultare del tutto convincente.

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nell’episodio della camminata di Jeshu sulle acque del lago in tempesta la sequenza narrativa è di nuovo strettamente funzionale al miracolo: il raduno si scioglie e i seguaci di Jeshu se ne vanno; Jeshu no, resta da solo e non ci viene detto perché né data alcuna spiegazione plausibile di questo comportamento strano, né i suoi seguaci gli chiedono nulla e neppure insistono perché vada con loro.

certo, questo comportamento diventerebbe comprensibile anche per noi e forse lo era per i contemporanei che ascoltavano, se fosse stato per loro così logico questo suo soffermarsi, da non avere neppure bisogno di essere spiegato: se facciamo all’ipotesi, nota a chi ascoltava allora, che Jeshu era nella terra non soltanto dei fondatori del movimento degli zeloti, ma sua, allora la sua sosta solitaria lì perde in buona parte la sua stranezza.

ma poi quello che veramente importa è che Jeshu, come rinvigorito da questa sosta di meditazione, dimostra anche di poter camminare sulle acque; siamo oramai in un contesto pienamente miracolistico.

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subito dopo, e in un modo che risulta addirittura abbastanza brusco, viene introdotto il secondo tema dell’episodio, che è la promessa dell’immortalità: 47 In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

sul carattere molto antico e originario di questa incredibile promessa, che è da intendere in senso letterale come la precedente, possiamo pure essere a nostra volta sicuri; l’idea infatti è ricorrente nella predicazione attribuita a Jeshu e ben testimoniata anche da un testo che a mio parere contende con L’annuncio del nuovo Regno il pregio di essere la più antica testimonianza cristiana: I detti di Jeshu trascritti da suo fratello gemello Giuda il Gemello.

qui il concetto è talmente centrale da essere proprio quello introduttivo dell’opera: Egli disse: “Chiunque trova la spiegazione di queste parole non gusterà la morte”.

tralascio per il momento lo sviluppo che questo concetto ha avuto nei vangeli successivi, per soffermarmi invece su un altro aspetto: l’esistenza, anzi la diffusione, nella cultura ebraica del primo secolo, di un concetto simile, che a noi moderni apparirà piuttosto inaudito.

11. Questa è la loro dottrina: […] le anime sono immortali, e non muoiono  mai; queste vengono fuori per la  maggior parte dall’aria sottile, e si uniscono ai loro corpi come in prigioni, che sono  disegnate come una palestra naturale; ma, quando si sono liberati dai vincoli della carne,  liberi dalla schiavitù, risorgeranno su un alto monte. […] invece assegnano una destinazione scura e tempestosa alle anime cattive, pieno di eterne punizioni.[…] Come conseguenza di questa credenza, le anime sono immortali; e questo spiega le loro esortazioni a virtù e la deprecazione per la cattiveria; dalla qual cosa gli uomini buoni sono aiutati nella condotta della loro vita dalla speranza che hanno in una ricompensa dopo la loro morte; e da ciò l’inclinazioni veementi di uomini cattivi sono tenute a freno dalla paura e dall’attesa, non potendo nascondere in alcun modo le loro colpe, su ciò che potrebbero soffrire quale punizione eterna dopo la morte.  Queste sono le dottrine Divine degli Esseni sull’anima, che sono una inevitabile attrattiva per coloro che per una volta hanno potuto saggiare la loro filosofia.
Guerra giudaica Libro II 11

qui Giuseppe Flavio sta descrivendo l’ideologia religiosa degli esseni, ma l’idea dell’immortalità dell’anima caratterizzava anche i farisei, e negli zeloti, che teologicamente non si differenziavano da questi, assumeva una valenza immediatamente politica, che noi abbiamo pure imparato a conoscere, introdotti ai misteri del fanatismo islamista: entrambi esaltano la morte in battaglia per la fede, l’essere uccisi per instaurare il Regno di Dio, oggi sotto forma di califfato, ieri in Palestina sotto forma di nuovo Regno di Davide, e l’immortalità nel Paradiso è la ricompensa per il sacrificio della vita terrena a favore della giusta causa.

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sembra evidente che simile è la prospettiva che qui Jeshu presenta.

nella redazione attuale del Vangelo secondo Giovanni il tema si mescola però a quello del significato mistico dell’eucarestia, come modo di cibarsi del corpo e del sangue di Jeshu stesso.

escludo che questo fosse il messaggio originario di Jeshu, ma mi riservo di indicare i motivi di questo mio rifiuto quando arriveremo al passo corrispondente del Vangelo secondo Giovanni; per ora si accetti in via provvisoria questa affermazione, accontentandosi di osservare che questo è l’unico dei vangeli canonici che non racconta dell’istituzione dell’eucarestia nell’ultima cena; e dunque sarebbe davvero sorprendente che fosse originale la parte che ne parla qui.

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mi rimane dunque da affrontare l’ultimo scoglio: chi sono i molti dei suoi seguaci che tornarono indietro e non andavano più con lui, scandalizzati dalla durezza del suo discorso sull’immortalità.

cominciamo ad escludere che qui Giuda il Sicario – questo è il significato autentico della parola Iscariota – c’entri qualcosa: Giuda non ha affatto abbandonato Jeshu dopo la sua promessa dell’immortalità a chi avrà fede nella promessa del nuovo Regno? e perché mai avrebbe dovuto?

il suo soprannome e il suo comportamento ci dicono all’opposto che apparteneva all’ala più militante tra i seguaci di Jeshu, e dunque questa promessa dell’immortalità a chi era pronto a sacrificare la vita per la buona causa non poteva che risultare coerente con le sue aspettative.

del resto, nelL’annuncio del nuovo Regno si dà appunto, in origine, una lettura più militante del messaggio di Jeshu, e dunque coloro che abbandonano Jeshu, dopo il suo discorso alla sinagoga di Cafarnao non possono essere che coloro che leggevano la sua azione su un piano diverso; sono coloro dai quali intendono mettere in guardia gli autori delL’annuncio del nuovo Regno.

la risposta possibile, allo stato delle nostre conoscenze, è una sola: Giuda, il Gemello – Toma in ebraico -, il fratello gemello, colui che intese la promessa di Jeshu dell’immortalità per chi avesse avuto fede in lui come la garanzia di un processo di conoscenza interiore, di purificazione, che avrebbe portato all’identificazione con Dio; Toma, il Gemello, che è anche l’oggetto di un’altra feroce polemica in questo testo, e la vedremo più avanti.

ma ecco come inizia il testo di Giuda il Gemello:
1. Egli disse: – Chiunque trova la spiegazione di queste parole non gusterà la morte.
notare bene, però, che questa è quasi un’appendice del titolo.
2. Jeshu disse: – Colui che cerca non cessi dal cercare, finché non trova e quando troverà sarà commosso, e quando sarà stato commosso contemplerà e regnerà sul Tutto.
3. Jeshu disse: – Se coloro che vi guidano vi dicono: «Ecco! Il Regno è nel cielo», allora gli uccelli del cielo vi saranno prima di voi. Se essi vi dicono: «Il Regno è nel mare», allora i pesci vi saranno prima di voi. Ma il Regno è dentro di voi ed è fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi, sarete conosciuti e saprete che siete figli del Padre Vivente. Ma se non conoscerete voi stessi, allora sarete nella privazione e sarete voi stessi privazione. 

si confronti con queste frasi, citate nel Vangelo secondo Giovanni:
6,40 Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
8, 51 In verità, in verità io vi dico: Se uno custodisce la mia parola, non vedrà la morte in eterno.

la differenza di impostazione è evidente: neI detti di Jeshu si dà un’interpretazione simbolica di queste frasi, come indicazione di un percorso interiore di illuminazione; a chi interpretava le sue parole in questo modo doveva parere duro intenderle in senso letterale.

ma più avanti avremo occasione di occuparci anche di un’altra testimonianza di una lettura simbolica del messaggio di Jeshu, che è quella di Filippo, nella sua raccolta di detti parallela a quella di Giuda il Gemello, Tommaso, contro la quale polemizza questo testo.

L’annuncio del nuovo Regno presenta, invece, queste differenze di interpretazione come una forma di abiura dalla vera predicazione di Jeshu e accusa coloro che vedevano in lui piuttosto un maestro morale che un leader politicamente attivo come dei deboli che tradivano il suo vero messaggio e si distaccavano da lui.

. . .

di nuovo, come si vede, la funzione anche di questa quinta testimonianza è di costruire il percorso di una corretta interpretazione della collocazione del movimento fondato da Jeshu nel quadro della Palestina del suo tempo.

non si comprenderebbe altrimenti il senso della segnalazione di una apparente grave sconfitta di Jeshu in un racconto che vuole presentarlo come il fondatore del nuovo Regno; qui si vuole indicare in una lettura diversa una forma di tradimento.

compare così, fin dalle origini, il fantasma dell’eresia, che sarà poi la costante veramente indistruttibile della storia del cristianesimo, e la funzione di questa quinta testimonianza è quella di indicarla come tale.


3 risposte a "L’annuncio del nuovo regno – 10. i problemi della quinta testimonianza. – 419"

  1. Le tue ricostruzioni storico-letterarie sono impressionanti; non sono in grado di dibattere a questi livelli, me ne dispiace.
    Ho passato una fase agnostica, abbastanza lunga, poi mi sono riavvicinato al cattolicesimo per motivi diversi, ma tutti legati ad incontri di persone. Per diversi anni, ogni quindici giorni, ho partecipato a gruppi di lettura del Vangelo: per me rimasto alla dottrina della prima comunione e poco altro e’ stata una bella scoperta. Anche che tanti miei dubbi erano condivisi, eh! Da gente ben piu’ credente di me: quando si tratta di fede (prendiamo la Trinita’, quante domande pone) la ragione non basta. O forse non serve…
    Le religioni passano, magari ci vogliono millenni; io penso che, nel tempo che ci e’ dato vivere, questo tempo, alcuni messaggi evangelici forti (Dio Padre e dunque umanità d fratelli, le Beatitudini, ama il prossimo tuo etc. etc.) sono ancora incompresi dagli stessi cristiani, purtroppo, ma se fossero seguiti a pieno il mondo sarebbe migliore.
    Detto ciò ripeto che secondo me conta l’incontro: con chi si vive quel poco o tanto di fede, chi si prende a riferimento, quanto si è disposti a mettersi in gioco… che vale un po’ per tutte le attività umane, in fondo, no?
    Mi piacerebbe davvero che tu riuscissi a dibattere con qualcuno all'”altezza”, mi munirei di popcorn per vedervi dibattere!
    Ciao

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    1. bella la tua testimonianza; io, come si vede in altri post, non sono uomo di fede cattolica o cristiana in senso stretto ma mi ritengo uomo di una fede diversa, che è quella della ricerca di una vita umana più serena.

      in questi post mi occupo della ricostruzione storica (molto difficile) della reale figura di Jeshu – ammesso che sia davvero esistito come ce lo hanno raccontato, e dunque la mia indagine dovrebbe poter interessare in egual misura a chi crede, perché dovrebbe capire bene come si è formata la fede collettiva alla quale aderisce, sia a chi ha una visione laica, dato che capire come si è formato il cristianesimo, un fenomeno umano di portata enorme, è abbastanza fondamentale.

      il rimprovero di non uscire in campo aperto con le mie ricerche è corale, anche da chi ne sente parlare genericamente da me in altri contesti che il blog: non mi sento ancora del tutto pronto per farlo; il blog mi serve per affinare la ricerca; ma questo significa, in poche parole, che non lo sarò mai, per motivi anagrafici, se non altro.

      dare poi una veste accademica alle mie ricerche, con tanto di bibliografie, di note, di discussioni di quanto precede è un lavoro che supera le mie attuali possibilità; avrei dovuto pensarci cinquant’anni fa, quando rinunciai a lavorare all’università in un campo simile a questo.

      però se Augias, ad esempio, riesce ad essere attendibile (e a volte scrive delle autentiche sciocchezze) io non aspiro ad altro che a restare sullo stesso piano divulgativo sul quale si è posto lui; cerco sempre di dare riscontri precisi di quel che scrivo e spero che risultino attendibili.

      certamente la battaglia per ristabilire una base storica alle origini del cristianesimo è immane, si scontra con troppi interessi contrari, e comunque non sarò io da solo a vincerla, ci mancherebbe; non è neppure detto che tutto quello che immagino sia davvero convincente e pienamente documentato: oltre un certo limite la ricostruzione è certamente indiziaria; però certamente questo sforzo di verità ha dentro di sé una onestà che la versione mitologica del cristianesimo che circola decisamente si sogna soltanto.

      grazie dell’apprezzamento e degli stimoli dati.

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