Trump, Johnson, Salvini: tempi duri per le demokrature (e le democrazie) occidentali – 440

Piuttosto che il sistema noioso che diamo per scontato, dove ci si trova di fronte a leggi basate sui fatti, abbiamo una personalità che crea la realtà a sua immagine.
In un primo momento, questa realtà appare solo come confusa e sembra rovinare tutto, ma dopo un po’ il leader inizia a trascinare la gente in questa realtà, costringendola a difenderla o a dimostrarla.
Questo è quanto sta accadendo in questo momento in questo paese.
– gli USA
Timothy Snyder

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è tempo di abbozzare una riflessione sulla precoce crisi dei sovranismi in Occidente, dopo la loro avanzata trionfale avviata dalla brexit del 2016 in poi, che per un momento ha fatto tremare che una nuova forma di fascismo, soft e relativamente poco militarista, stesse stendendo la sua ala nera sul mondo.

è tempo di riflettere, perché la crisi del sovranismo in Occidente è evidente, ma non è generalizzata (ne sono fuori Ungheria, Polonia, Austria: in sostanza l’ex impero asburgico in Europa Orientale) e soprattutto non è detto che il suo posto non sia preso da qualche cosa di peggio politicamente.

e poi perché questa crisi è circoscritta ai paesi di solida tradizione democratica e invece non se ne vede traccia fuori d’Europa nelle grandi potenze nascenti del ventunesimo secolo: Turchia, Russia, Brasile, India e soprattutto Cina, che ha appena celebrato il settantesimo anniversario della rivoluzione maoista con una imponente parata militare, dando voce al militarismo strisciante che da un decennio almeno si sta facendo largo nella nazione oramai più potente del mondo, almeno economicamente.

ma dove la divisione dei poteri è ancora solida, come nelle democrazie occidentali, annaspa vistosamente, anzi è già in declino  l’arrogante pretesa dei pieni poteri da esercitare in nome del popolo – ma senza contestare ancora le costituzioni formali democratiche.

eppure sarà lotta dura.

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proviamo a fare il punto sul centro di questo scontro, che è ancora una volta l’America, e purtroppo devo farlo appoggiandomi soprattutto sulla stampa tedesca, visto l’incredibile provincialismo della nostra, che dedica alle questioni internazionali una attenzione distratta-

– del resto abbiamo affidato il nostro ministero degli esteri, almeno formalmente, ad un ragazzotto senza arte né parte, che al momento gode ancora di un potere formale forte che gli ha regalato la lotteria del destino; ma questo significa che in realtà la poca politica estera che intendiamo svolgere sarà di fatto guidata dal presidente del consiglio e ancor di più da quelle della Repubblica -.

vediamo dunque meglio l’attuale situazione di Trump e la procedura avviata per la sua destituzione: tutt’altro che uno scherzo, con due precedenti relativamente recenti: Nixon, che si dimise nel 1974, prima che questa si concludesse inevitabilmente con la sua rimozione, e Clinton, vittima di una sorta di me too anticipato, che invece riuscì a sfangarla.

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il procedimento di impeachment avviato contro Nixon mosse dal Watergate, dalla scoperta che nel 1972 cinque malviventi erano entrati nel quartier generale del Partito Democratico per sottrarre documenti in vista della campagna elettorale presidenziale in corso: che Nixon avrebbe comunque facilmente vinto, come presidente in carica e per il forte vantaggio nei sondaggi, ma che rientrava nella pratica comune dei maneggi politici del tempo.

quando la responsabilità diretta di Nixon, come presidente, divenne chiara, nell’avere prima autorizzato e poi cercato di coprire l’operazione, prevalse il senso della legalità, forte in un paese che – non dimentichiamolo – deve la sua origine ad una fuga dall’Inghilterra di un gruppo di puritani perseguitati; e il destino di Nixon fu segnato:

Non sono mai stato uno che molla. Lasciare il mio incarico prima della fine del mandato è qualcosa che mi ripugna, ma come presidente devo mettere davanti a tutto gli interessi del Paese. (…) Continuare la mia battaglia personale nei mesi a venire per difendermi dalle accuse assorbirebbe quasi totalmente il tempo e l’attenzione sia del presidente sia del Congresso, in un momento in cui i nostri sforzi devono essere diretti a risolvere le grandi questioni della pace fuori dai nostri confini e della ripresa economica combattendo l’inflazione al nostro interno. Ho deciso perciò di rassegnare le dimissioni da presidente con effetto a partire dal mezzogiorno di domani.

poi il vice-presidente Ford, che prese il suo posto (il vice eletto era già stato a sua volta costretto a dimettersi da un altro scandalo) concesse a Nixon la grazia e lo salvò dal finire in galera.

torno su questo episodio non per gusto della rievocazione storica fine a se stessa, ma per un doveroso esercizio di analisi delle proporzioni dei diversi episodi.

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il caso di Clinton aveva, invece, un rilievo molto più modesto: una fellatio richiesta e ottenuta da una stagista, neppure particolarmente avvenente, in servizio alla Casa Bianca, inizialmente negata sotto giuramento da un uomo a cui peraltro comportamenti di questo tipo erano abbastanza abituali.

se Nixon fu celebre per la sua impotenza, di Kennedy si seppe – molto dopo la morte per il complotto della CIA – delle duemila donne avute durante i mille giorni alla Casa Bianca, e della relazione con Marilyn, condivisa col fratello Bob, fino a che l’attrice icona degli anni Sessanta non fu indotta ad un finto suicidio, abilmente fatto concludere con una morte vera: questo per dire che vi è una forte tradizione di presidenti donnaioli democratici, che Trump ha infranto, dimostrando che anche un presidente repubblicano può amare il sesso compulsivo e prepotente.

cose da populisti, peraltro: fa parte del loro fascino politico presentarsi come uomini forti, che scopano e allungano le mani sotto il tavolo sulle cosce delle donne che hanno vicine (parlo di Johnson, adesso): è una cosa che rassicura molto i loro elettori maschi, ma forse anche una parte delle elettrici.

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ma torniamo a Trump: di che cosa è accusato esattamente? non di comportamenti sessuali e relative bugie, anche se le occasioni non mancherebbero, ma di un’azione gravemente scorretta per condizionare le prossime elezioni.

siamo dunque in un campo simile a quello che riguardò Nixon, ma, se possibile, ancora più grave, in quanto sarebbe stato sollecitato l’intervento di un governo straniero, quello dell’Ucraina, per cercare materiale critico su Biden, possibile candidato democratico alla presidenza, per quel che fece quando era vice-presidente di Obama.

qui siamo addirittura non soltanto ad un uso fraudolento dei poteri presidenziali a fini privati, ma, secondo gli accusatori, ad un evidente caso di tradimento degli interessi nazionali.

detto per inciso, nel frattempo, il presidente ucraino non soltanto non ha dato alcun seguito alle richieste di Trump, nonostante le rassicurazioni di quella telefonata, ma nel frattempo ha raggiunto un accordo, certamente sgradito all’America, con la regione separatista a maggioranza russa del Donbass, per concederle un’ampia autonomia nel quadro dello stato ucraino e svolgervi elezioni controllate dall’OCSE, per porre fine ad una guerra civile costata sinora 13.000 morti.
https://www.spiegel.de/politik/ausland/ukraine-konfliktparteien-erzielen-wichtige-einigung-in-minsk-a-1289613.html

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il fatto è che Biden, allora, fece ben di peggio di quanto oggi è accusato Trump, come ho già anticipato qui, https://corpus15.wordpress.com/2019/09/23/trump-e-biden-travi-e-fuscelli-sangue-e-merda-427/: minacciò effettivamente l’Ucraina di sospendere un miliardo di prestiti, se non fosse stata archiviata l’indagine su suo figlio, in quanto diventato socio di una impresa ucraina; ed effettivamente andò così; non solo ma Biden ebbe la faccia tosta di vantarsene persino pubblicamente.

ora, fino a che punto Trump, chiedendo adesso all’Ucraina di indagare sul figlio di Biden, sta raccogliendo legittimamente informazioni su reati compiuti dal vice-presidente precedente e fino a che punto, invece, sta cercando materiale per impedirne la elezione a presidente?

la questione è così controversa che pare difficile che Trump non riesca a spuntarla, almeno sul piano dell’immagine; e tuttavia occorre anche dire che giuridicamente non sembra una strategia efficace accusare qualcun altro di un altro delitto per difendersi dall’accusa di averne compiuto uno; le sue accuse che è in atto un tentativo di colpo di stato, il suo rifiuto di concedere a dipendenti dei servizi segreti di testimoniare, e tutto il resto dei suoi comportamenti arroganti rischiano di aggravare il quadro della sua difesa.

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il procedimento della rimozione è al momento nella fase dell’inchiesta che i Democratici hanno deciso di avviare alla Camera dei Rappresentanti, dove hanno la maggioranza; entro novembre si dovrà però poi decidere se decidere formalmente di avviarlo; decisione che potrebbe essere facile, visto che basta la maggioranza di questa Camera, e i democratici ce l’hanno; ma non esistendo il vincolo di mandato, nei paesi di solida democrazia parlamentare, tutti i deputati al Congresso dovranno decidere unicamente in base alla loro coscienza e non devono rispondere dei loro comportamenti al partito di appartenenza.

presa eventualmente questa decisione, il procedimento passa però al Senato, dove non soltanto la maggioranza è dei repubblicani, ma servono i due terzi dei voti, 67 su 100, per rimuovere effettivamente il presidente dal suo incarico: cosa mai avvenuta sinora nella storia degli USA: occorre che 20 senatori repubblicani almeno si convincano che le prove sono schiaccianti e che non rimane altra scelta: sembra comunque difficile.

subentrerebbe, in teoria, il vice-presidente Pence, ma siccome è altrettanto coinvolto di Trump nella faccenda, non è escluso che la presidenza degli USA fino al gennaio 2021 tocchi alla presidente del Congresso, cioè alla democratica Nancy Pelosi!

così prevede la Costituzione americana!

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la linea difensiva scelta da Trump di fronte ad un pericolo così grave è allo stesso tempo significativa, ma anche poco comprensibile (almeno per me).

non pare infatti sia quella di accusare Biden per i suoi comportamenti e di sostenere che legittimano richieste di indagine su di lui, ma cercare di dimostrare che è in atto un complotto contro di lui, Trump.

per questo Trump vuole provare che facevano parte di un complotto le precedenti accuse dei democratici a lui rivolte di avere manipolato con l’aiuto dei russi le elezioni presidenziali del 2016, che lo portarono a sorpresa alla presidenza, pur con 3 milioni di voti di meno della avversaria Clinton.

infatti, dal momento in cui la sua impropria telefonata al presidente ucraino ha cominciato a diventare di dominio pubblico, cioè dall’agosto, Trump ha sguinzagliato i suoi uomini (o per meglio dire quelli del suo governo) in tutto il mondo per dimostrare che a loro volta il Partito Democratico americano, allora la potere con Obama, ha chiesto la collaborazione di altri stati stranieri per incastrare lui.

interesse pubblico? interesse privato? altro mix inestricabile.

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e qui purtroppo entra in gioco anche l’Italia, e in particolare il nostro capo del governo, Conte.

infatti Trump ha spedito in quei giorni d’agosto il suo ministro della Giustizia Barr anche in Italia per chiedere la collaborazione dei nostri servizi segreti nella ricerca delle prove del complotto della precedente presidenza democratica.

avveniva a crisi aperta, dopo il colpo di testa di Salvini, finora interpretato come dovuto all’eccesso di mojito.

Conte sapeva? ha autorizzato la ricerca di Trump sulla eventuale colpevolezza di Gentiloni, come capo del governo di allora, nella congiura contro l’elezione di Trump?

e il successivo giudizio positivo di Trump su “Giuseppi” è legato forse alla condiscendenza del nostro attuale capo del governo?

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ahimè, tutto fa pensare di sì; e Conte intanto è convocato al COPASIR, il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, per dare gli indispensabili chiarimenti.

insomma, il populismo di destra è in crisi, ma non è che i partiti democratici e la democrazia parlamentare in genere siano messi molto meglio.

questi comportamenti, che io ritengo siano assolutamente usuali nelle relazioni politiche internazionali, sono rigorosamente bipartisan, e la rigida censura del politically correct sembra purtroppo strumentale.

insomma, la democrazia parlamentare resiste, in America, nel Regno Unito, da noi, alla mitologia dell’uomo forte, ma per farlo si sporca le mani fino al punto da rendersi a sua volta impresentabile.

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giudizio moralistico, il mio? temo di sì. e lascio la parola agli appassionati di House of cards, che ci ha abituato a pensare che la politica sia questo intreccio di intrighi dal quale il popolo è escluso, tranne quando si decide che vale la pena farlo assistere allo spettacolo, ma senza provare a farglielo capire troppo da vicino.


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