Il traditore: quando anche Bellocchio tradisce – 441

esce un film di Bellocchio, Il traditore, dedicato alla figura di Tommaso Buscetta, il pentito di Cosa Nostra, che con le sue rivelazioni contribuì a dare duri colpi alla mafia negli anni Ottanta.

e mi dico che non me lo perdo: sia per il tema, sia per l’autore.

. . .

Bellocchio ha oggi ottant’anni e una storia cinematografica di grandissimo livello, anche se non di grande successo di pubblico, riconosciuta anche con un Leone d’Oro alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2011.

bellocchio-i-pugni-in-tasca-711755_tn

con I pugni in tasca del 1965 e La Cina è vicina del 1967, più di mezzo secolo fa, ha anticipato il Sessantotto e ne è stata la principale voce cinematografica, assieme al quasi conterraneo Bertolucci, autore nel 1964 del film Prima della rivoluzione; del resto è da quelle parti che nasce anche, ad opera di suo fratello Piergiorgio, la storica rivista Quaderni Piacentini, forse la più importante fra quelle legate al movimento degli studenti.

marco-bellocchio-la-cina-e-vicina-1034142

dopo di allora il Bellocchio maoista marxista-leninista ha attraversato una complessa evoluzione, non sempre lineare, come autore e come uomo, che sarebbe troppo lungo ripercorrere, ma che lo ha portato su posizioni molto diverse da quelle della sua giovinezza e comunque, nel tempo, anche molto diverse fra loro, in momenti diversi.

ho visto altri suoi film, nel tempo della mia vita, più giovane della sua di un solo decennio, e non mi hanno mai deluso, anche quando non ne condividevo più le premesse ideologiche o l’impianto.

. . .

potrei dire che alla fine tutto questo ha creato in me l’immagine di Bellocchio come uomo molto problematico, ma si potrebbe anche dire semplicemente un pasticcione confuso, se questo non facesse torto alla profondità delle sue riflessioni, nate da una vita personale segnata da episodi drammatici (il suicidio del fratello gemello) e raccontate attraverso il cinema, e alla sua grandezza di autore, che sempre è un poco diversa dal giudizio che diamo dell’uomo a cui tocca l’ingrato compito di reggere sulle proprie spalle l’autore.

ecco perché sono andato a vedere Il traditore aspettandomi comunque un grande film (candidato all’Oscar dall’Italia per la sezione dei film stranieri, come si diceva una volta) – senza pensare che il traditore sottinteso potesse essere lui e che Bellocchio, attraverso la storia di Buscetta, volesse accennare alla sua storia – di uomo che ha tradito la rivoluzione giovanile, che oggi la vede come un condensato del male.

. . .

testi estrema la mia, ma vedete che scrivere, anche per un blog letto così poco, alla fine è utile, perché costringe a germogliare idee che altrimenti sarebbero rimaste inespresse.

e, senza volerlo, mi sono dato la chiave di lettura di una sottile insoddisfazione che mi è cresciuta addosso nel corso del film e che mi rimane, anche se sono contento ugualmente di averlo visto.

Il traditore poteva essere un film politico sulla mafia in Italia, ma sinceramente non lo è: è vero che compare, verso la fine, uno straordinario Andreotti, visivamente indimenticabile tanto è allucinante, trascinato sul banco degli imputati dalle ultime rivelazioni di Buscetta, che esce dalla sentenza considerato colluso con la mafia, ma in anni oramai coperti dalla prescrizione, e assolto dalle accuse più gravi e dunque da qualche pena concreta, perché la testimonianza di Buscetta non basta: cosa che in Italia equivale a una assoluzione completa.

ma il tema evidentemente a Bellocchio in questo film interessa molto poco e lo lascia discretamente sullo sfondo.

del resto, di recente in un’intervista ha detto: La politica non mi interessa più.

. . .

molto più centrale è il tema del rapporto che viene a stabilirsi tra il giudice Falcone e Buscetta, prima dell’attentato che liquida il primo nel 1992, ed è questa parte del film che definisce meglio la sua tematica, che è poi semplicemente quella della lotta tra il bene e il male: in una parola la storia di una conversione, quella di Buscetta, provato dagli omicidi con cui la mafia vincente dei corleonesi cerca di liquidarlo mentre è fuggito in Brasile: due figli e altri nove parenti ammazzati, di quelli rimasti in Sicilia.

ma Buscetta non si presta a mitizzazioni: la parola conversione è qui chiaramente esagerata se volesse indicare qualcosa di diverso dal fatto che Buscetta decide di vendicarsi della mafia guidata da quel Riina che gli fa la guerra, e di usare lo stato per farlo.

la parola conversione è il mio modo di tradurre quello che Bellocchio, nell’intervista citata sopra, chiama tradimento, rovesciando completamente il suo punto di vista giovanile:

Il tradimento. Mi è venuto in mente il mio tradimento verso tutta una società, la mia educazione cattolica. Si può tradire in modo vile, o il tradimento può essere una separazione. In Buscetta c’è l’ambiguità e la sofferenza di un uomo che tradisce, ma al tempo stesso rimane un mafioso. Quando gli fanno sparire i figli scatta l’odio e la sensazione di non averli protetti. Ha davanti due possibilità: morire – infatti tenterà di suicidarsi – o parlare contro una mafia che lui non riconosce più. È il crepuscolo di un antieroe che però riesce a morire nel suo letto. Tutti gli altri sono stati ammazzati. Lui no. Quando Falcone, che era un fatalista e lettore di Montaigne, gli dice “tutti dobbiamo morire”, Buscetta risponde “sì, ma io voglio morire nel mio letto”

solo dopo la morte, ma verrebbe da dire il martirio, di Falcone Buscetta si decide ad uscire dalla dimensione della vendetta personale e comincia a denunciare le collusioni politiche che hanno alimentato il potere della mafia per poi sfruttarlo a fini elettorali, ma è proprio qui che Buscetta fallisce.

. . .

se Il traditore non è un film politico di denuncia, ma morale, sono però rimasto deluso anche su questo piano: denuncia in modo emotivamente potente, in qualche passaggio persino insopportabile, la potenza oscura del male: però la sequenza delle stragi, delle vendette, degli ammazzamenti feroci rimane quasi per sua natura incomprensibile.

a meno che non si voglia usare, per spiegarla, l’avidità assieme alla rozzezza mentale che impedisce di tenerla sotto controllo.

chi si aspetta da questo film almeno una riflessione sulle origini e sulla natura del male rimane a sua volta deluso: per Bellocchio il male, la ferocia, il sangue versato restano un enigma: si può soltanto parlarne e descriverlo per farne sentire tutta la potenza, ma senza nessuna promessa, senza nessuna fede: è un dato di fatto, ineliminabile, e un grumo di sofferenza.

. . .

esco dalla proiezione turbato, ma il turbamento non si risolve: è un film che fa stare male; un grande film soltanto se lo scopo del cinema è l’emozione.

Bellocchio ha voluto farci vivere l’angoscia del tradimento, ma l’unico vero traditore è stato lui, che ha rifiutato la politica, la ricerca, l’impegno ed è rientrato nel grembo di quell’autobiografismo borghese che sessant’anni fa voleva ribaltare con la mitica parola rivoluzione: un film che conclude la sua storia di tradimento di se stesso e dell’eroe sessantottesco che è stato o che credeva di essere.

pierfrancesco-favino-marco-bellocchio


Lascia un commento, soprattutto se stai scuotendo la testa. Un blog lo fa chi lo commenta. E questo potrebbe diventare il tuo blog.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.