la stupidità del male secondo Bencivenga – 445

stupidità del male, naturalità del male…

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serata col filosofo Ermanno Bencivenga, docente universitario a Los Angeles, ieri sera nella splendida biblioteca di Vobarno, una ex-fabbrica ristrutturata e trasformata in un attivissimo centro di promozione culturale che toglie la Val Sabbia dalla chiusura in un passatismo afasico – e che forse proprio per questo la giunta comunale leghista vuole di fatto distruggere trasferendola in angusti locali inadeguati.

Bencivenga si richiama ad Annah Arendt e al suo celebre La banalità del male, una raccolta di annotazioni da lei scritte per il New Yorker al processo contro Adolf Eichmann.

questo gerarca nazista, divenuto responsabile di un modesto ufficio minore, B4 sottosezione 4, della Direzione generale per la Sicurezza del Reich delle SS, era in fondo un semplice impiegato amministrativo, sia pure in un settore molto particolare, ma su di lui vennero scaricate le responsabilità più generali della soluzione finale della questione ebraica, voluta da Hitler, a cui lui aveva collaborato con tutto lo zelo di un sottoposto diligente.

la figura di Eichmann suggerì alla Arendt la celebre tesi del male come mancanza di comprensione, di intelligenza, di capacità di analisi del mondo.

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facile sarebbe oggi obiettare che, aldilà dello spessore filosofico del suo contributo, in questo modo lei contribuì a nascondere l’illegittimità sostanziale del processo, svoltosi in Israele per delitti compiuti in Germania, e della cattura stessa di Eichmann ad opera dei servizi segreti dello stato israeliano, in un paese, l’Argentina, dove i suoi reati erano prescritti.

non considerò, e quindi anche nascose, insomma, che, giocando fin da allora sulla enorme emotività indotta (giustamente) dalla shoah, il processo ad Eichmann fu sostanzialmente politico, e il primo, dopo quello di Norimberga, in cui lo stato israeliano, nato volutamente con una autodichiarazione di indipendenza il giorno prima di quello fissato dall’Assemblea dell’ONU, era e rimane un totale arbitrio contro la legalità internazionale e tale ha continuato ad essere anche dopo, violando sistematicamente ogni delibera dell’ONU che lo riguardasse.

insomma, il processo stesso ad Eichmann, nonostante certe giustificazioni emotive, era, invece, a sua volta una manifestazione del male, in questo caso per niente banale, visto che veniva posto al servizio di un disegno di potere e di conquista.

quello che porterà solo cinque anni dopo, con la guerra dei sei giorni del 1967, all’occupazione israeliana della Cisgiordania e di una piccola porzione della Siria meridionale, da allora mai dismessa e diventata strumento di una lenta e progressiva emarginazione dalla loro terra della popolazione palestinese originaria (perché tale la si può considerare dopo quasi due millenni di insediamento continuato).

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ma questa è una divagazione, anche se utile a collocare la riflessione della Arendt nel contesto concreto dello spazio-tempo politico, almeno credo.

ritornando però alla dimensione strettamente filosofica, la tesi della Arendt della banalità del male e quella dedotta da Bencivenga della stupidità del male, questi l’ha ricondotta a Kant.

ma a me pare che le radici di questo concetto sono ben più antiche e vanno sicuramente ricondotte a Socrate e Platone: 
Socrate: Chi sono quelli che sbagliano? […] Possono essere altri se non quelli che non sanno e però credono di sapere? […]
Dunque, questa mancanza di conoscenza è causa di mali […] E quando essa riguardi le cose più grandi non è allora la più malfattrice la più vergognosa ignoranza?

come dice un commento: 
Socrate diceva: chi conosce il bene fa il bene; quindi chi fa il male non conosce il bene. Alla base del male è l’ignoranza. Chi fa il male crede che in quel momento il male che fa non sia il male; se lo sapesse, non lo farebbe.

sono le radici del cosiddetto intellettualismo etico, che vede il male come mancanza di consapevolezza; le tesi della Arendt e di Bencivenga, come quelle di Kant, sono in fondo variazioni e attualizzazioni di questa interpretazione, che nega al male una dignità propria e lo vede semplicemente come una lacuna, una povertà di senso, una incapacità di comprendere la vita da un punto di vista più ampio e preveggente.

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a Bencivenga, nel dibattito seguito alla presentazione del suo libro La stupidità del male, ho chiesto come mai, invece, il cristianesimo tenda a dare sostanza al male, a farne quasi un protagonista attivo dell’esistenza, attraverso la figura del diavolo, che è portatore comunque di un progetto alternativo a quello divino.

non ho avuto una vera risposta a questa che era una vera domanda da parte mia: lui mi ha soltanto fatto osservare che nel cristianesimo, come in ogni altra religione, in fondo, si può trovare sempre tutto e il contrario di tutto, e che la tendenza manichea a vedere il male come un assoluto, dotato di esistenza propria, indipendente da quella divina, dalla tradizione cristiana dominante è vista, nella sua espressione più estrema, in fondo come una eresia ed è equilibrata da altre, che vanno in direzione contraria.

ma, chiaramente, questa non è una vera risposta.

dalle origini stesse del cristianesimo il diavolo e il male sono una presenza costante, non solo attraverso le tentazioni a cui viene sottoposto Cristo all’inizio stesso della sua missione, dopo il battesimo, secondo la narrazione semi-mitologica della sua vita contenuta nei vangeli, ma nell’invocazione di essere liberati dal male o dal maligno, cioè dal diavolo, in cui viene tradotto il libera nos a malo della preghiera più antica dei cristiani (anche se forse attraverso una traduzione latina impropria).

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questo dato manca in altre religioni, come l’islam o il buddismo, dove non si nega qualche minore presenza diabolica, ma soltanto per perseguitare i dannati nell’oltretomba, come in certo buddismo popolare, o poco altro più.

il cristianesimo appare per eccellenza la religione in cui si parla di tentazione diabolica, cioè di fascino del male, dove la vita viene rappresentata come una lotta tra il bene e il male (nell’islam la lotta è piuttosto tra fede e miscredenza, mi pare).

quali sono le radici di questo atteggiamento?

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sul piano più immediato, ebraiche, indubbiamente: il serpente appare all’inizio stesso della Genesi a rappresentare la tentazione e come male viene visto il frutto stesso dell’albero della conoscenza del bene e del male.

qui, in anni che – nella stesura finale del testo – precedono di non molto i dialoghi di Platone, è la prospettiva stessa che viene presentata capovolta: è la conoscenza, in particolare quella del bene e del male, che è male!

sembra che il male non possa essere fatto fino a che non si sa che esiste, ma se si impara che il male esiste, allora, per ciò stesso, diventa inevitabile farlo: macchia originaria dell’essere uomini.

sono queste le radici dell’enfatizzazione del male compiuta dal cristianesimo? sì, ma non soltanto.

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scrivendo quasi per me stesso, e senza troppa speranza di essere capito, vorrei tornare adesso all’inizio, all’idea della banalità, della stupidità, del male come ignoranza, che è anche – diceva Bencivenga – l’ignoranza come male.

solo in apparenza con questa tesi si riduce il male ad una parvenza, ad un puro non essere, ad una mancanza: in realtà è proprio il contrario.

il male appare la condizione standard, ovvia e originaria, del mondo naturale, dato che l’intelligenza è cosa meramente umana.

dire che il male è mancanza di intelligenza è come dire che la natura è malvagia, dato che non è certo intelligente, nel senso umano della parola.

dire che il bene è conoscenza è dire che il bene è una costruzione della mente umana che cerca di staccarsi dalla naturalità del male.

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battaglia destinata alla sconfitta, se esiste un principio fisico universale che è quello dell’entropia, cioè del disordine, della degradazione, del disfacimento.

allora il bene, in qualche modo divinizzato, si rivela, invece, agli occhi critici ma consapevoli del nichilista spassionato, una mera provvisoria eccezione, che cerca di farsi coraggio proclamandosi universale e dotata di senso, prima della sua inevitabile sconfitta.

Ermanno-Bencivenga-low

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il cristianesimo è la voce nascosta di questo nichilismo?

forse.

il nichilismo e l’ateismo, allora, sono i figli veri e più autentici del cristianesimo?

se qualcuno mi leggesse con continuità e attraverso gli anni, saprebbe che è proprio questo che penso.


10 risposte a "la stupidità del male secondo Bencivenga – 445"

  1. Sono leggermente migliorato vero, ma rispetto al passato non voglio più essere un filosofo.
    Preferirei far volare le cose, ma ancora non si fidano di me.

    Ho visto che hanno dato il Nobel a Goodenough per la la batteria al litio. Meglio tardi che mai.
    Forse ne avevamo parlato di lui un po’ di tempo fa.
    Prima o poi una chance la daranno anche a me… non per il Nobel…

    Per quel che riguarda Freud sei più esperto di me sicuramente.
    I limiti li decidiamo molto spesso noi. Possiamo non vedere il limite tra parte cosciente e la parte delle pulsioni primarie. Certamente interagiscono tra loro, ma volendo possiamo anche interpretarle come opposti separati che si equilibrano a vicenda.
    Un’unione tra necessità e possibilità.

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    1. devi avere studiato filosofia di nascosto, in questi anni: migliorato è dir poco.
      ma in effetti i filosofi, più che far volare le cose, fanno volare le parole: e spesso, troppo spesso, sono svolazzi fini a se stessi.
      io mi dichiaro, senza riserve, integralmente a favore della nuova corrente americana della filosofia sperimentale: è veramente il momento che i filosofi mettano alla prova dei fatto gli svolazzi che dicono.
      ad esempio, se io dico che il mondo non è reale né cronologico, ma a temporale ed eventuale fino a che non lo si osserva, dove stanno gli esperimenti che lo confermano? ma è chiaro! nella fisica quantistica.
      e se Severino, invece, dice di nuovo, facendo il parmenideo, che l’essere è e il non essere non è, ha qualche esperimento per confermarlo?

      non ricordo se avessimo mai parlato della batteria al litio e purtroppo wordpress ha cancellato la funzione trova (una parola) nei commenti e quindi dovremo tenerci la curiosità.

      quanto alle ultime considerazioni, credo che Freud sarebbe in parte gratificato dagli esperimenti di Kornhuber e Libet, e in parte si sentirebbe terribilmente scavalcato: le onde cerebrali che precedono la decisione del movimento fanno pensare che la decisione non c’entri e – a mia interpretazione – sia soltanto la formalizzazione postuma di qualche frazione di secondo del movimento, deciso altrove che nella coscienza: decisione come forma di memorizzazione di un essere che non decide, ma è deciso, e si illude di essere il padrone della propria vita.

      parte consapevole e inconsapevole della mente in questo modo non si equilibrano affatto, ma la seconda è soltanto una proiezione della prima, una escrescenza sotto forma di coscienza, resa necessaria dalla particolare scelta evolutiva rappresentata dalla nostra mente, che registra i fatti, fin che può, invece di affidarsi all’istinto come per la maggior parte gli altri animali.

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      1. i criceti del mio inconscio devono aver lavorato duramente e di nascosto i questi anni 😀

        Della batteria e anche di Goodenough forse ne avevamo parlato sul mio ultimo blog. Infatti l’ultimo post riguardava la nuova batteria solida che aveva proposto. Dovrebbe essere la batteria del fururo, pare dai primi test che funzioni ma bisogna trovare il modo di implementare l’idea su larga scala.

        Gli psicologi potrebbero anchesostenere che le decisioni nascono nei inconscio. Probabilmente vero, ma un fisico ti direbbe che non esistono assolutamente le decisioni perché tutto è già deciso. La realtà realizza il 100% delle possibilità nel multiverso.
        Detto questo esperimenti filosofici i fisici moderni li stanno già facendo.
        https://www.google.com/amp/s/www.wired.it/amp/258992/scienza/lab/2019/10/09/meccanica-sovrapposizione-quantistica-atomi/
        A quando l’esperimento sparando le persone contro le fenditure? Avrei un bel po’ da mettere in prima fila…

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        1. ecco l’occasione per dirti, prima di tutto, che mi dispiace che tu abbia soppresso i tuoi blog: non che da un blog oggi ci possa attendere fama o chissà quali altri risultati, ma lo trovo una buona forma di esercizio che aiuta a sistematizzare i propri pensieri e che li rende tracciabili, per gli altri, ma prima di tutto, forse, per noi stessi.
          come vedi, ora che il tuo blog è sparito, è sparita anche la possibilità di andare a riguardarci quella discussione, che sarà stata di sicuro interessante, e che io ora non ricordo.

          in parte questa debolezza della mia memoria è l’effetto degli anni che salgono: è una cosa molto strana e quasi incomprensibile, prima, fino a che non la sperimenti di persona: siamo così abituati a contare sulla nostra mente che ci sorprende che possa indebolirsi con l’età come i muscoli delle gambe; in parte è anche frutto dei tempi e dell’esternalizzazione informatica della memoria che ci o mi rende meno pressante lo sforzo di ricordare tutto, visto che molto posso ritrovarlo fuori di me, su supporti informatici o in rete.

          sono totalmente d’accordo con te che dal punto di vista della fisica “tutto è già deciso”, nel senso che il tempo lineare è una costruzione della nostra mente che è costretta per la sua limitatezza a gestire la quarta dimensione come una successione, senza riuscire ad averne una percezione globale sintetica, anche se pur sempre parziale, come avviene per lo spazio, costituito dalle altre tre.

          quindi, indubbiamente la disputa sul rapporto cronologico tra l’inizio dell’attività cerebrale che determina un movimento e la decisione cosciente di compierlo ha senso solamente nell’universo cronologico della nostra percezione del tempo; in un senso più ampio ed assoluto tutti i miliardi di anni del nostro tempo consapevole sono comunque concomitanti e tutti gli universi compresenti fra loro nella loro dimensione solamente probabilistica.

          eppure nel nostro tempo soggettivo non è senza significato che il primo atto inconsapevole preceda il secondo consapevole, e dovrebbe ridimensionare di molto il peso che tutta la nostra società attribuisce alla coscienza e il carico di responsabilità che le rovescia addosso.

          la coscienza ha la funzione, semmai, di inibire il movimento, ma non di determinarlo; ed evidentemente nel nostro mondo civile umano l’inibizione dei movimenti istintivi è così impostante che ci costruiamo fedi religiose e sistemi filosofici e giuridici per favorirlo più che si può.

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  2. Parlare del bene e del male soltanto potrebbe essere riduttivo.
    Il soldato che combatte per diffendere la propria nazione è diverso dal soldato nemico che fa altrettanto? Stanno facendo bene a non farsi ammazzare o sarebbe meglio che diventassero martiri?
    Ho il sospetto che bene e male siano concetti soggettivi e che il mondo sia molto più complesso.
    Le varie religioni sono strumenti di controllo esercitato attraverso l’oppressione.

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    1. sono molto d’accordo con te sulla assoluta soggettività dei concetti di bene e di male.
      entrambi; perché vanno in coppia e sono una coppia di opposti che si sostengono a vicenda; per questo non mi convince assolutizzare soltanto uno dei due; mi pare che sia come dire che la carica elettrica positiva è, mentre quella negativa non è.

      sulle religioni, invece: le religioni organizzate sono strumenti di controllo sociale, vero; ma possono esistere atteggiamenti religiosi che sono invece di autocontrollo individuale?

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      1. se mi stai chiedendo se esistono strumenti di auto-oppressione allora la risposta è affermativa.
        Tutta la nostra conoscenza si basa su tentativi e ripetizioni per rafforzare l’idea. Per cui se una religione ti ripete un concetto per un po’ di tempo, l’idea potrebbe fissarsi nella testa al punto che tolta anche la religione (non c’è più) questa resterà lì e si rafforzerà da sola.
        Non solo. Le caratteristiche di quella idea si sposteranno ad altre idee non collegate che influenzeranno aspetti diversi della vita nella stessa maniera.
        Almeno credo Freud sia d’accordo con questo ultimo punto.

        Tra il bene e il male vi sono migliaia di possibilità intermedie.
        Tra il bianco e il nero c’è il grigio, che però non è unico. Ce ne sono molteplici variazioni di grigio.
        Non solo… a seconda del punto di osservazione e dell’illuminazione la percezione sarà sempre diversa.

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        1. ricordo che all’inizio della nostra conoscenza da blog dicevi di non amare la filosofia: ne hai fatti di passi da allora e oggi argomenti molto bene in campi che sono abbastanza filosofici…; molto bella, ad esempio, la conclusione del tuo commento.

          nella prima parte, pure stimolante, distinguerei, per, caro fla[vius] tra l’auto-oppressione e l’auto-controllo: i due concetti hanno in comune l’idea di una limitazione di qualcosa nella vita del soggetto, ma il concetto di oppressione collega la limitazione al vantaggio di qualcun altro e allo svantaggio del soggetto oppresso; per cui non possiamo opprimerci a svantaggio e contemporaneamente a vantaggio di noi stessi, a meno di non considerarci scissi tra parti diverse, non comunicanti tra loro; e qui certamente Freud avrebbe qualcosa da dirci.
          ma in questo caso l’auto-oppressione diventa nevrosi, una mancanza di comunicazione interna tra le componenti della psiche che porta ad una condizione di sofferenza.
          di auto-controllo, di auto-limitazione in qualche aspetto, invece, abbiamo bisogno, e possono essere le strade dell’equilibrio interiore.
          mi fermo qui, per non essere troppo prolisso.

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  3. affine il mio pensiero al tuo, per cui sintetizzo con le tue stesse parole:

    “…se esiste un principio fisico universale che è quello dell’entropia, cioè del disordine, della degradazione, del disfacimento.

    allora il bene, in qualche modo divinizzato, si rivela, invece, agli occhi critici ma consapevoli del nichilista spassionato, una mera provvisoria eccezione, che cerca di farsi coraggio proclamandosi universale e dotata di senso, prima della sua inevitabile sconfitta.”

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