le due lettere del governo inglese sulla Brexit: schizofrenia certificata, ma solo lì? – 463

nel mio ultimo post sulla brexit avevo parlato di umorismo inglese:
https://corpus15.wordpress.com/2019/10/17/s-brexit-lumorismo-inglese-459/

ma confesso di non essere stato capace di immaginarmi lo scenario attuale: sono stato battuto dalla delirante immaginazione del nuovo leader inglese Johnson, costretto da due voti della Camera dei Comuni a chiedere all’Unione Europea la terza proroga delle trattative per la brexit:

il primo voto qualche giorno fa aveva approvato una legge che gli imponeva di farlo se non avesse raggiunto l’accordo entro ieri, 19 ottobre; e il secondo, ieri, invece di approvare questo accordo, ne ha rinviato l’approvazione, per sfiducia nei suoi confronti; il Parlamento vuole prima vederci chiaro e approvare le diverse misure necessarie per completare l’accordo, e soltanto alla fine votare sull’uscita, ma in un quadro ben chiaro.

inutilmente Johnson si è battuto con tutte le sue forze contro questo emendamento; è stato battuto, anche se di poco: 322 a 306; e col voto contrario dei deputati dell’Irlanda del Nord, a cui l’accordo concede diritto di veto sull’accordo stesso, ma soltanto a partire dal 2024 (spiritosi, no?).

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e Johnson a questo punto che fa? aveva dichiarato “meglio morto in un fosso” piuttosto che chiedere la proroga; ma nello stesso tempo, portato in tribunale in Scozia giorni fa con l’accusa di non volere rispettare la legge, aveva dichiarato lì che l’avrebbe comunque chiesta, per evitare una condanna.

come uscire dallo scenario pirandelliano? facile! basta essere ancora più pirandelliani. ha pensato Johnson: cioè totalmente schizofrenici, o almeno fingendo di esserlo; altro che l’Enrico IV dello scrittore, che finge di essere pazzo perché è l’unico modo di sopravvivere.

(notatela bene questa frase, perché servirà per un finale spiritoso del post).

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schizofrenia di Johnson che esce dalla Camera dei Comuni furioso, dopo avere finto di essere conciliante durante tutta la seduta, per catturare più voti, dicendo che NON richiederà la proroga, e però fa partire subito dopo la richiesta.

ma lo fa in un modo schizofrenico, appunto.

nella sua lettera al dear Donald, (cioè a Juncker, presidente in carica dell’Unione Europea – ma senza dargli altre attribuzioni, come se si trattasse di una lettera privata tra due amiconi, anche se su carta intestata del governo) Johnson comunica la decisione del Parlamento, afferma che lui non è d’accordo, si impegna a far approvare comunque l’accordo nella prossima settimana, mettendo al voto le misure necessarie a completare l’accordo, prima dell’approvazione definitiva del medesimo, e se la cava con una frase incredibile:
While it is open to the European Council to accede to the request mandated by Parlamient or to offer an alternative extension period
Mentre è aperta al Consiglio europeo la scelta di aderire alla richiesta inviata dal Parlamento o di offrire un periodo di proroga alternativo…

EHRVyFCWsAAoVve

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Johnson è stato di parola, in apparenza: infatti il prolungamento non lo chiede, come capo del governo, comunica soltanto all’Europa che il parlamento la vuole, e se la cavi l’Unione.

lo fa meglio ancora, con un ulteriore allegato in fotocopia senza la sua firma

ma in sostanza, nonostante l’oscurità della frase, in questo modo Johnson lascia alle istituzioni europee di decidere se attenersi alla volontà del Parlamento (e quindi concedere la proroga) o alla sua, che si dichiara contrario.

toccherà al Parlamento e al Consiglio Europeo decidere se nel Regno Unito conta di più il Parlamento o la volontà personale di un primo ministro di fatto sfiduciato dal Parlamento stesso, ma non obbligato per questo a dimettersi.

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ma non deve sfuggirci che la follia aperta del parlamento e del capo del governo inglese fa parte di uno scenario più vasto:
la Spagna e Israele si preparano a tornare al voto per la terza volta in un anno per l’incapacità di formare in parlamento una maggioranza chiara per governare, e intanto punisce con un decennio di carcere l’iniziativa di un referendum della sua regione catalana, scatenando il caos in quella parte del paese.
negli USA, democrazia presidenziale, dove comunque il presidente governa per 4 anni e non ha bisogno della fiducia del Parlamento per restare in carica, è in corso e procede spedito il procedimento per rimuoverlo, dati alcuni presunti abusi di legge che gli vengono rinfacciati dalla maggioranza democratica, che tuttavia da sola non ha il potere di farlo.

in Italia, un governo in carica da un mese soltanto vacilla per la violenza delle sue contraddizioni interne e per l’abitudine storica del paese a trasformare la politica in uno spettacolo gladiatorio televisivo, ma a parte questo si potrebbe perfino pensare che sia in atto una sorprendente stabilità politica – anche perché, se questo governo dovesse cadere, il parlamento stesso ha approvato una riforma della Costituzione che non permette di andare a votare con l’attuale legge elettorale.

intanto l’America Latina è scossa in più paesi da violenti moti di piazza che protestano contro l’aumento del costo dei trasporti, con incendi e saccheggi che per prima cosa mettono fuori uso il metrò della capitale in Cile, e sono un assaggio profetico del caos e dei tumulti generalizzati che accompagneranno il collasso dell’attuale sistema economico per l’effetto serra, che lì manifesta già i suoi effetti diretti con l’aumento del costo dei carburanti e dunque della vita.

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insomma, smettiamola di guardare l’albero e guardiamo la foresta della democrazia parlamentare e del sistema economico capitalistico: come non vedere che i due fratelli siamesi stanno morendo insieme?

non è per caso che le democrature avanzano in tutto il mondo, se va bene – e col termine intendo governi autoritari però confermati da qualche forma di elezione, come quelli di Putin, di Erdogan, di Bordonaro in Brasile, di Modi in India e di Xi Jinping in Cina (Hong Kong a parte); e, se no, avanzano le dittature senza maschera:

la democrazia è un lusso del mondo benestante e non è assolutamente adatta a governare un mondo che comincia ad essere stravolto dalla fame; e infatti non ci sono democrazie dove la natura umana viene ricondotta alla sua radice biologica originaria e si deve lottare per la sopravvivenza.

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la democrazia quindi si affida alla pazzia per sopravvivere, in tutto il mondo, salvo qualche isola civile dell’Europa ancora benestante, prima di tirare le cuoia per sempre.

per questo trionfano i Trump, i Johnson, i Salvini e i Beppe Grillo – che per fortuna però fa il filosofo da strada e non il politico.

solo i moderni Caligola e i Nerone aggiornati sembrano capaci di consenso; solo eccitando all’isterismo contro qualche nemico immaginario e sviluppando le allucinazioni collettive ci si procura ancora un consenso sempre più difficile: occorrono gli immigrati, gli islamisti, gli ebrei, i radical chic, per governare ancora un mondo che sta precipitando in un caos prevedibile come gli uragani e che ha le stesse cause.

dove si salverà non il più saggio, ma il più violento, e meglio ancora se sarà anche pazzo.

come Johnson o Trump? ma no, anche di più.

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