analisi della o delle ultime testimonianze viste: la deportazione di ebrei e “curdi” nel primo secolo – L’annuncio del nuovo regno 14 – 465

metto in fondo al post il testo complessivo della sesta (e settima?) testimonianza su Jeshu contenuta nelL’annuncio del Nuovo Regno, come l’ho ricostruita negli ultimi post di questa sequenza, per aiutare l’eventuale lettore a seguire meglio il discorso che farò.

ma modifico la sequenza narrativa, spostando in fondo al racconto l’episodio dell’adultera salvata da Jeshu dalla lapidazione, visto che la interrompe ed è di autenticità incerta.

per questo non è del tutto certo che possiamo parlare di una unica sesta testimonianza su Jeshu e non di altre tre testimonianze, dalla sesta all’ottava.

qui, comunque, è più evidente che mai la potenza di un substrato orale della tradizione che alla fine viene messa in una stesura scritta, a sua volta provvisoria e variamente manipolata – per cui i racconti si accumulano disordinatamente e privi di ogni sequenzialità razionale, fosse pure quella di un ordine cronologico.

il quale manca non a caso, dato che non siamo di fronte alla costruzione logica e documentata della biografia di un personaggio, sia pure considerato miracoloso, ma all’affastellarsi delle voci più disparate sul suo conto, con lo scopo di ricondurre ad unità tutte le diverse aspirazioni che si esprimevano nei vari racconti di queste leggende esaltate.

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eppure qui, per la prima volta, giunti oramai a metà  e più del testo del Vangelo secondo Giovanni, successivamente costruito sopra quel nucleo originario delL’annuncio del Nuovo Regno, compare qualcosa di nuovo, una svolta notevolissima, che va sottolineata, e che mette in evidenza qualcosa di particolare.

sino a questo momento ogni diversa testimonianza che abbiamo visto sinora si concentrava attorno ad un unico aspetto, espresso in un unico fatto o un’unica azione esemplare: e questo rendeva fortemente simbolici i singoli episodi, a volte francamente non plausibili.

in poche parole, fino a questo momento non si vedeva nessuna concreta biografia nella filigrana del racconto ed ho più volte sottolineato che quello che veniva raccontato poteva essere totalmente inventato per esigenze di propaganda politico- religiosa.

(non stupisca questo abbinamento: ritengo da tempo che religione sia soltanto la politica nella sua versione pre-moderna, pre-capitalistica, quando si propone in un modo pre-borghese non come conciliazione di interessi economici e sociali, ma come prolungamento di visioni del mondo).

qui, invece, questa interpretazione non è più possibile: qui, per la prima volta viene introdotto un personaggio che ha tratti biografici non totalmente stilizzati in pura simbologia, ma in qualche aspetto dissonanti e irriducibili ad uno schema puramente ideologico.

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colui che è considerato il messia del Nuovo Regno non ha ancora cinquant’anni, ha dei fratelli, che lo stimolano ad una azione rivoluzionaria che lui tendenzialmente rifiuta o almeno rinvia, si reca a Gerusalemme non nell’occasione altamente simbolica della Pasqua, ma in quella del Sakkot, la Festa dei tabernacoli o delle Capanne, discute con l’èlite ebraica tradizionalista, ma non riesce a prevalere nettamente su di essa, ed è perfino visto dal narratore con un distacco psicologico che non può sfuggire, quando racconta del rifiuto dei “Giudei”, senza paura di dire che lo considerano indemoniato, cioè pazzo, e perfino di raccontare che gli rinfacciano allusivamente una nascita adulterina, che lo esclude dalla possibilità di essere l’autentico messia e il legittimo erede di Davide, se non per via esclusivamente materna.

insomma, questa composita testimonianza ci consegna, per la prima volta in questo testo delL’Annuncio, una figura che davvero si chiama Jeshu, ma – questa è la mia sorprendente intuizione – con una sottile presa di distanza dalla sua figura, e con una critica sotterranea, che ora dovrà essere capita meglio.

qui infatti Jeshu appare nella sua veste di pensatore religioso e di critico dell’ebraismo tradizionale, non in quella di messia (in quanto erede della dinastia di Davide?) che annuncia la fondazione di un nuovo regno.

è uno Jeshu radicalmente diverso da quello descritto sino ad ora nelle testimonianze precedenti: e come non accorgeresene?

non solo: è uno Jeshu che coincide straordinariamente con le altre testimonianze più antiche sulla sua figura: I detti di Jeshu che suo fratello gemello Giuda il Gemello trascrisse, e il cosiddetto Vangelo di Filippo (non ne abbiamo il titolo esatto), ai quali diverse affermazioni di questo passo delL’annuncio del Nuovo Regno sembrano rimandare direttamente, non perché li citino, ma perché evidentemente queste e quelle appartengono ad una prima comune tradizione più antica sul vero operato di questo predicatore finito male.

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non basta, perché vi è un fatto ancora più sconvolgente, rispetto alla storia immaginaria che poi si è affermata come vera: dietro questo Jeshu se ne intravede uno che muore lapidato, non sulla croce.

il tema della sua lapidazione – accennata come mancata – è evidente, alla conclusione del racconto; vero che si dice che Jeshu sfuggì alla lapidazione, ma questa affermazione è talmente vaga e decontestualizzata: non si spiega come concretamente avrebbe fatto ed è poco plausibile che riuscisse a farlo, se circondato da un gruppo di avversari fanatici ed eccitati.

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mi rendo conto perfettamente che sto facendo delle affermazioni che sembrano delle enormità, ma come si spiega la contraddizione tra il racconto tradizionale, poi affermatosi, della morte di Jeshu per una condanna alla crocifissione – che è una forma di esecuzione capitale tipicamente ed esclusivamente romana – con la ripetuta accusa agli abitanti della Giudea di essere i responsabili della sua morte?

senza anticipare l’analisi che verrà fatta di questa parte del racconto delL’annuncio del Nuovo Regno, mi accontento per ora di sottolineare questa contraddizione.

che poi fosse stata l’èlite ebraica a portare alla morte Jeshu, e non i romani, introdotti surrettiziamente più tardi per giustificare la rivolta e la guerra contro di loro, risulta da una documento abbastanza straordinario, quanto poco noto, che è indubbiamente la più antica testimonianza non cristiana che abbiamo su Jeshu.

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Mara_Bar_Serapion

Mara Bar Serapion è il filosofo stoico autore di una lettera contenuta in un manoscritto siriaco del VI o VI secolo (conservata oggi alla British Library di Londra), ma indubbiamente più antica; è conosciuto soltanto attraverso questo testo.

lo si trova qui, in traduzione inglese:
https://en.wikisource.org/wiki/Ante-Nicene_Fathers/Volume_VIII/Memoirs_of_Edessa_And_Other_Ancient_Syriac_Documents/A_Letter_of_Mara,_Son_of_Serapion

la lettera, lo si vede bene ad una prima lettura, non è reale, ma appartiene al genere epistolografico del I e II secolo, come tante della tradizione cristiana dello stesso periodo: è un trattatello morale rivolto apparentemente al giovane figlio che ha lo stesso nome di suo nonno, Serapione; considerarla reale sarebbe come pensare che Savater ha davvero scritto per suo figlio Etica per un figlio.

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dopo alcune iniziali consigli piuttosto generici, la lettera fa riferimento ad un episodio storico drammatico, che è l’espulsione e la deportazione da Samostata, l’attuale Samsat in Turchia (ma diciamo meglio nella zona curda attuale della Turchia), di un gruppo non meglio identificato e destinato a Seleucia; siccome diverse città avevano questo nome in epoca ellenistica, l’ipotesi più probabile, per la vicinanza, è che si trattasse di Seleucia allo Zeugma, sulla riva destra dell’Eufrate, in una posizione che ora fa parte della provincia di Gaziantep, in Turchia, e che divenne un importante centro militare romano, per il controllo della regione, fu sede della Legio IIII Scythica e per circa due secoli fu residenza di ufficiali e funzionari d’alto rango dell’Impero romano: oggi il sito archeologico, che ha restituito ricchi resti e mosaici romani, è stato sommerso dalla costruzione di una diga.

l’episodio della deportazione viene citato e descritto nella lettera di Mara in toni molto patetici, ma non analiticamente nei suoi esatti contorni e nelle sue cause, come ben noto al lettore; e noi non possiamo non restarne colpiti oggi, che in quella stessa area geografica avvengono altre simili espulsioni e riduzione di popoli interi alla condizione di profughi.

Hai sentito, inoltre, riguardo ai nostri compagni, che, quando stavano lasciando Samostata, ne erano angosciati, e, come lamentandosi del momento in cui il loro gruppo era stato espulso, dicevano così:
“Siamo ormai lontani e rimossi dalla nostra casa, e non possiamo tornare nella nostra città o vedere il nostro popolo o offrire ai nostri dei il saluto di lode.”
E’ giusto che quel giorno dovesse essere chiamato un giorno di lamento, perché un forte dolore li possedeva tutti alla stessa maniera.
Poiché piangevano ricordando i loro padri, e pensavano alle loro madri singhiozzando ed erano angosciati per i loro fratelli e addolorati per le loro promesse spose che si erano lasciate alle spalle.
E, sebbene noi avessimo sentito che i nostri compagni di un tempo stavano procedendo verso Seleucia, partimmo clandestinamente e procedemmo verso di loro, unendo la nostra miseria alla loro.
Allora il nostro dolore fu estremamente violento e il nostro pianto fu versato in abbondanza, a causa della nostra disperata condizione, e il nostro pianto si raccolse in una densa nuvola e la nostra miseria divenne più vasta di una montagna: perché nessuno di noi aveva il potere di scongiurare i disastri che lo avevano assalito.
L’affetto per i vivi era intenso, così come il dolore per i morti, e le nostre miserie ci stavano spingendo senza alcuna via di fuga, poiché abbiamo visto i nostri fratelli e i nostri figli prigionieri e abbiamo ricordato i nostri compagni defunti, che erano stati messi a riposare in una terra straniera.
Anche ognuno di noi era ansioso per se stesso, per non avere un disastro aggiunto al disastro o per timore che un’altra calamità dovesse superare quella che gli era preceduta.
Che gioia potevano ancora avere gli uomini che erano prigionieri e che vivevano cose come queste?

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ci furono tre occasioni di deportazioni da Samostata – che terribili ricorrenze della storia, considerando che la città si trova nell’attuale zona della Turchia curda, o per meglio dire del Kurdistan turco -: nel 72 d.C. dai Romani, che la conquistarono quell’anno; nel 161-162 dai Parti, che la tolsero momentaneamente ai romani; e nel 256 dai Sassanidi, che la tolsero ai Romani definitivamente; e vari studiosi hanno presentato indizi a favore di ciascuna di queste tre date.

tuttavia, se è esatta l’identificazione proposta sopra della Seleucia sede della deportazione, questo rende più probabile che questa fosse fatta dai Romani; inoltre, se è vero che la lettera appartiene al genere letterario delle epistolografia fittizia, questo contribuisce a datarla al I-II secolo, dato che questo è il periodo di massima fioritura di questo genere letterario, che nel III secolo era già passato di moda.

Robert Van Voorst afferma che la maggior parte degli studiosi colloca la lettera poco dopo il 73 d.C., anche se lui personalmente ritiene che sia stata scritta nel II secolo.

Si ritiene comunque che «la missiva sia stata scritta agli inizi del II secolo o addirittura alla fine del I. Molto probabilmente è successiva all’anno 73 d.C. date le circostanze storiche alle quali si fa riferimento, come la fuga da Samostata di alcuni cittadini (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 31).

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anche il figlio di Mara, Serapione, è stato costretto alla fuga, ma, a differenza del padre, non è stato deportato e imprigionato e ha potuto ricostruirsi una vita accettabile nel nuovo luogo in cui vive, e il padre può dargli degli insegnamenti per sopravvivere alle delusioni che hanno preso spazio nel mondo, in un’epoca di grande confusione, che agita gli uomini come canne al vento.

e il testo che ci interessa compare nel quadro di questi insegnamenti che il padre dà al figlio:

Cosa dobbiamo dire quando i saggi vengono trascinati con la forza dalle mani dei tiranni e la loro saggezza viene privata della sua libertà dalla calunnia, e vengono perseguitati per la loro intelligenza superiore, senza l’opportunità di potersi difendere? Non devono essere completamente compatiti?
Quale beneficio ottennero gli ateniesi mettendo a morte Socrate, visto che ricevettero carestia e pestilenza, come punizione per questo? O il popolo di Samos per l’incendio della casa di Pitagora, visto che in un’ora tutto il loro paese fu coperto dalla sabbia? O gli ebrei per l’omicidio del loro re saggio, visto che da quel momento fu sottratto loro il regno?
Dio vendicò giustamente la saggezza di questi tre uomini: gli Ateniesi morirono di fame, gli abitanti di Samos furono travolti dal mare, i Giudei furono eliminati e cacciati fuori dal loro regno, e sono ora dispersi per tutte le terre.
Ma Socrate non è morto, grazie a Platone; né Pitagora, grazie alla statua di Hera, né il saggio re, grazie alle nuove leggi che ha stabilito.

va spiegato il riferimento a Pitagora, perché meno noto: in un momento di forti tensioni politiche che coinvolsero a Samos anche la comunità fondata dal filosofo, colta l’opportunità dell’assenza dalla città di Pitagora, alcuni abitanti si recarono alla dimora di Milone, un suo seguace, ed era il luogo in cui erano riuniti i Pitagorici: misero fuoco alla casa ed uccisero la maggior parte di loro; la casa di Milone fu bruciata, ma si salvarono alcuni membri dell’ordine pitagorico.

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e il riferimento al saggio re degli Ebrei? non esiste alcun personaggio storico effettivamente regale in Israele al quale possa essere riportata questa espressione.

il biblista R. Penna ha scritto: «L’esecuzione di un “re saggio” non può riferirsi ad altri» se non a Gesù, «poiché la storia non conosce alcun re d’Israele condannato a morte dagli stessi ebrei: né davidici, né asmonei, né erodiadi»; «La qualifica ripetuta di “re saggio” può riferirsi molto bene a Gesù». R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane: una documentazione ragionata, EDB 1986, p. 268

l’autore di questa definizione è un filosofo stoico, non è certamente un cristiano, ma neppure un ebreo; è vero che il riferimento ai nostri deinel primo passo, è posto in bocca agli abitanti di Samostata, e non è direttamente suo, ma il contesto permette di affermare che lui lo condivide.

un cristiano non porrebbe certamente Gesù e i filosofi greci sullo stesso piano, né tantomeno affermerebbe che la sua sopravvivenza è affidata alle nuove leggi che ha stabilito.

Tra gli studiosi, quindi, c’è un consenso di massima nell’identificare il “saggio re dei Giudei” con Gesù (cfr. C.M. Chin, Rhetorical Practice in the Chreia Elaboration of Mara bar Serapion, Journal of Syriac Studies 2006).

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ma questo pone diverse altre questioni: lasciamo da parte prima di tutto il rapporto di questa storia con la figura del Maestro di Giustizia venerato dagli esseni, che sarebbe stato ucciso (e l’ambiguità del verbo italiano rende bene l’ambiguità delle forme verbali ebraiche, dove non è netta la distinzione tra azioni riferite al passato e al futuro).

mi limito ad osservare che l’analisi del clima culturale, a mio parere, contribuisce a ricondurre al primo secolo il testo; se appartenesse al secondo secolo, sarebbe già prossimo cronologicamente alla spietata demolizione del cristianesimo nascente che fa Celso, rappresentando Jeshu come capo di una banda di briganti, esperto dei trucchi della magia egizia, che fa passare per miracoli, e alla terribile Orazione contro i cristiani di Frontone, che li rappresenta come dediti al cannibalismo infantile e al sesso di gruppo; e lo conferma la descrizione della condizione degli ebrei cacciati dalla Palestina e dispersi per l’impero, che viene introdotta con tutta la vivacità rappresentativa che spetta ad una vicenda di piena attualità come la deportazione degli abitanti di Samostata, e dunque non può andare oltre un paio di decenni al massimo dopo la fine di quella ribellione sconfitta.

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quindi, confermando che questa rappresentazione del fondatore del cristianesimo in ambiente non cristiano e colto va riferita all’ultimo quarto del primo secolo, credo, e dunque a pochi anni dopo la conclusione della guerra giudaica, eccoci di fronte all’idea che poteva essersene fatto un intellettuale laico del tempo attraverso il modo in cui descrive il suo fondatore:

come un re – a conferma del carattere in ultima analisi politica del suo movimento – ed è notevole che il titolo gli venga riconosciuto nonostante non sia mai salito al trono (ma la cosa potrebbe essere un poco meno strana se davvero fosse stato suo figlio Menahim, che fu dichiarato re durante la rivolta anti-romana del 66-73, prima di essere ucciso, in quanto “figlio”, o meglio “nipote”, di Giuda il Galileo).

ma nello stesso tempo come uomo saggio, che si trova a rivestire contemporaneamente anche il ruolo di sovrano e che, per quanto ucciso, lascia una eredità di nuove leggi.

che cosa intende, dunque, con questo accenno? principalmente si riferisce alla modifica profonda della morale ebraica, direi: cioè alla trasformazione delle leggi morali, che vengono citate come la conseguenza più profonda della sua predicazione.

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però, dal punto di vista dal quale è stata introdotta questa citazione, è ancora più significativo che la causa della morte di Gesù viene attribuita ai giudei e non ai romani; e sono i giudei ad essere puniti per una condanna a morte che evidentemente è partita da loro, con la caduta di Gerusalemme, la fine del regno e la diaspora. 

se la condanna a morte contro Jeshu fosse stata pronunciata dai Romani, come mai non sono stati loro a subirne la punizione?

ma se furono gli ebrei a uccidere Jeshu, potevano averlo fatto in altro modo che con la lapidazione prevista dalla legge considerata mosaica?

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ma nell’intricatissima situazione delle testimonianze più o meno storiche sulla figura di Jeshu, questo non conclude ancora l’analisi con un giudizio definitivo; occorre tornare ad esaminare una questione; ma nel prossimo post, visto che questo ha ampiamente superato i limiti di leggibilità di un testo di questo genere.

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ed ecco la mia ricostruzione nel suo insieme di questa parte delL’annuncio del Nuovo Regno.

7, 2 Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne.
3 I suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e va’ nella Giudea, perché anche i tuoi seguaci vedano le opere che tu compi. 4 Nessuno infatti, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!». […]
6 Jeshu allora disse loro: « Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo invece è sempre pronto.». […]
10 Ma quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui. […]
14 Quando ormai si era a metà della festa, Jeshu salì al tempio e si mise a insegnare.
15 I Giudei ne erano meravigliati e dicevano: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?».
16 Jeshu rispose loro: […] « 19 Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! […] 21 Un’opera sola ho compiuto, e tutti ne siete meravigliati. 22 Per mezzo di questa legge Mosè vi ha dato la circoncisione […] e voi circoncidete un uomo anche di sabato. 23 Ora, se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché di sabato ho guarito interamente un uomo? 24 Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!». […]
31 E molti della folla credettero in lui, e dicevano: «Il messia, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?».
32 Perciò i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo. […] 44 , ma nessuno mise le mani su di lui.
45 Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?».
46 Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!».
47 Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? 48 Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? 49 Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».
50 Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: 51 «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». […]
53 E ciascuno tornò a casa sua.

8, 12 Di nuovo Jeshu parlò loro e disse:  21 […] «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire».
22 Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: «Dove vado io, voi non potete venire»?». […]
25 Gli dissero allora: «Tu, chi sei?».
Jeshu disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. […] 32 Se rimanete nella mia parola, […] 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
33 Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: «Diventerete liberi»?».
34 Jeshu rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. 35 Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre.[…] 37 So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. 38 Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro».
39 Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo».
Disse loro Jeshu: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. 40 Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. 41 Voi fate le opere del padre vostro».
Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!».
42 Disse loro Jeshu: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. 43 Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. 44 Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. 45 A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. 46 Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? 47 Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio».
48 Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?».
49 Rispose Jeshu: «Io non sono indemoniato. […] 50 […] In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno».
52 Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: «Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno». 53 Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?».
54 Rispose Jeshu: «[…] Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. 56 Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia».
57 Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». […]
59 Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui.

. . .

8, 1 Jeshu si avviò verso il monte degli Ulivi.
2 Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui.
Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
3 Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4 gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?».
6 Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Jeshu si chinò e si mise a scrivere col dito per terra.
7 Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
8 E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra.
9 Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo.
10 Allora Jeshu si alzò e le disse: «Donna, dove sono andati? Nessuno ti ha condannata?».
11 Ed ella rispose: «Nessuno, Signore».
E Jeshu disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». […]


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