la storia di Nusrat e qualche silenzio femminista di troppo – 469

bangladesh-bruciata

la storia di Nusrat, una ragazza di 18 o 19 anni che viveva in una cittadina del sud-est del Bangladesh, sta tutta tra queste due foto.

la prima ce la mostra com’era quando ancora frequentava la scuola: mi soffermo sul suo sguardo sicuro e un poco altero, sulla sua bellezza shockante, sul velo islamico che non la nasconde, ma la grida quasi ancora con più forza.

e la immagino nella presidenza della scuola, col preside, che è anche il leader locale della Lega Popolare Bengalese, il principale partito politico del paese, e dunque si ritiene un uomo due volte potente, e libero di allungare le mani su quel ben di dio.

immagino Nusrat, con quegli occhi decisi, che, dopo essersi ribellata invano, la terza o la quarta volta che la cosa si ripete, va alla stazione della polizia a denunciarlo.

e la polizia che fa? una ripresa della sua deposizione, e la pubblica in internet – anzi, precisiamo, su facebook.

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i motivi di questa scelta assurda non sono chiari: certo, è stato come mettere la ragazza alla gogna (mettiamo anche questo fra i delitti di Facebook?).

denunciare una cosa simile è uno stress enorme; in un paese islamico diventa poi quasi un atto di insubordinazione contro il maschilismo che quella religione sembra quasi santificare: il Corano parla del paradiso delle vergini, per i maschi, ma pare si sia dimenticato il paradiso delle donne, forse non riuscendo ad immaginare come riempirlo.

Nel video l’agente tranquillizza la ragazza dicendo che non si tratta di “niente di serio”. Quando lei piange e si copre il volto con le mani, il poliziotto le dice “togli le mani dalla faccia, smettila di piangere, non è successo niente”.

ma se il preside si fosse spinto fino ad una penetrazione imposta con la violenza, in qualche altro paese dominato da questa stessa cultura, la ragazza avrebbe rischiato la lapidazione.

. . .

forse la denuncia non era una cosa seria, secondo quell’agente, ma il preside è stato subito arrestato.

però la ragazza e la sua famiglia hanno iniziato a ricevere minacce e alcuni studenti (maschi) hanno organizzato una manifestazione per chiedere il rilascio del preside.

pochi giorni dopo, il 6 aprile, Nusrat sul terrazzo della scuola è stata circondata da quattro o cinque persone a volto coperto, che le hanno intimato di ritirare la sua denuncia e al suo rifiuto, l’hanno cosparsa di cherosene e le hanno dato fuoco.

volevano far credere che si fosse suicidata, e ci sarebbero forse riusciti, se lei non avesse avuto la forza, tra le fiamme, di scendere la scale invocando aiuto; ma è servito soltanto a regalarle quattro giorni di non invidiabile agonia: il 10 aprile Nusrat è morta.

aveva avuto tempo di farsi riprendere dal fratello sull’ambulanza mentre diceva: “Mi ha toccato, combatterò questo crimine fino al mio ultimo respiro”.

. . .

i funerali di questa ragazza sono diventati una enorme manifestazione politica contro gli abusi sessuali che molte ragazze in quel paese subiscono, e spesso proprio ad opera di insegnanti e presidi.

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ma come mai ci sono soltanto uomini in questo corteo funebre?

. . .

quando si parla di violenza contro le donne, ci si ricorda di casi come questo?

care femministe nostrane, credo di no, o almeno non abbastanza, o almeno senza una indignazione davvero proporzionata alla gravità dei fatti.

e vedo due motivi, abituato a pensar male:

il primo è che Nusrat era del Bangladesh, un paese così povero e così poco occidentale; la solidarietà è molto più facile fra donne benestanti e bianche.

la seconda è che la sua storia è così atroce e intollerabile da dire da sola quanto artificiosamente vengono montati certi episodi che si svolgono da noi a sconvolgere un poco la noia delle privilegiate.

ma purtroppo la nostra stampa preferisce occuparsi delle paturnie di un’attrice celebre che vent’anni dopo si ricorda di essere stata ricattata per una prestazione sessuale, da lei accettata volentieri nella sua scalata al successo, piuttosto che di una ragazza lontana e povera, di un’altra cultura, bruciata viva a scuola, dal suo preside, dal vicepreside, da due insegnanti, dai suoi compagni di scuola maschi (ma anche due femmine), con la complicità di un altro boss politico locale di un partito populista.

. . .

ah, ci sono state sedici condanne a morte dei colpevoli, in Bangladesh, dopo un processo veloce.

per omicidio: assassinio mafioso premeditato di una persona di sesso femminile che aveva avuto il coraggio di denunciare un abuso subito.

ma forse questo mette l’episodio in una luce ancora meno confrontabile col nostro mondo, vero?

qualche dichiarazione sul femminicidio, a questo punto?

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per ulteriori informazioni, leggere http://www.asiablog.it/2019/10/24/bangladesh-bruciata/

il mio post è stato sollecitato dal suo.

 

 

 

 


7 risposte a "la storia di Nusrat e qualche silenzio femminista di troppo – 469"

    1. io non mi vergogno di dire che ho dovuto trattenere le lacrime leggendo questa storia.
      avrei anche altri motivi per piangere, ma siccome per quelli non ci riesco, forse le lacrime mi vengono meglio qui.
      che cose tremende siamo capaci di fare noi umani – grottesca definizione.

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            1. be’, questa esperienza di un contatto diretto dà una profondità diversa all’ascolto, indubbiamente.
              in ogni caso la mia percezione è proprio soltanto soggettiva. immagino lo strazio reale, comunque.

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