4 risposte a "le finestre – haiku 478"

  1. Tanto tempo fa (boh, avevo vent’anni) collaborai ad un sito il cui slogan era: a cura di tanta gente tollerante che costruisce ponti e non muri.
    E quindi mi viene in mente: “l’unico titolo che invidio al papa è quello di pontefice, costruttore di ponti” (Erri De Luca).

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    1. grazie per il commento, grazie per avermi strappato un sorriso dicendo Tanto tempo fa (boh, avevo vent’anni): l’ho guardata dal mezzo secolo che mi separa dai miei vent’anni, e ho anche pensato all’inizio di Aden Arabia, di Nizan: Avevo vent’anni, non permetterò più a nessuno di dire che è l’età più bella della vita – assolutamente da condividere, peraltro.

      poi la citazione di De Luca – un autore che non leggo non so se per qualche stolido pregiudizio oppure per una sapiente precognizione – mi ha fatto venire in mente che c’è una differenza tra il costruire ponti e l’aprire finestre: la prima azione porta traffico verso un luogo ben conosciuto, che si vuole pur sempre collegare al proprio (la metafora è molto curiosa in un sostenitore del No Tav, non trovi?) – la seconda è pure discutibile, se viola una privacy, ma si limita comunque al desiderio di osservare e di conoscere, oltre che di dare luce ai propri ambienti bui.

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      1. A vent’anni ero a L’Aquila mentre faceva un terremoto… e tu stavi vivendo qualcosa che mi sembra di averti visto raccontare qui.
        Se non abbiamo diritto noi, di essere d’accordo con Nizan, davvero non so chi.

        De Luca comunque non piace neppure a me, non so perché (questione di stile verosimilmente), tranne quella frase.
        Per altro, tutto dipende da dove e come costruisci un ponte:-).
        Ed a voler andare per citazioni, preferisco Cohen, ed alle finestre, le crepe: perché in ogni cosa c’è una crepa, ed è da lì che la luce riesce ad entrare.

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        1. sì, a vent’anni ero travolto da troppe cose: le urla straziate di mio padre che impiegò due anni a morire per la sindrome di Pancoast, uno dei tumori più dolorosi che esistano, e allora la terapia del dolore era praticamente limitata alla morfina (in questo la medicina ha davvero fatto progressi enormi ed enormemente utili per la qualità della vita e anche della morte, che sono poi la stessa cosa; ma vivevo anche il Sessantotto, e chissà non fosse una reazione vitale; vivevo un carissimo amico morto sotto una slavina ad aprile in alta montagna; vivevo l’innamoramento perduto.
          ho già fatto altre volte la battuta che Nizan, che scrisse questa frase sui vent’anni, a quaranta però si suicidò; e ho detto varie volte che i sessant’anni sono stati per me la parte migliore della vita; sui settanta non ho un giudizio preciso: certo non si fa apprezzare molto l’idea che l’alternativa che ti stringe sia quella tra il morire tu o il vedere morire via via le persone che ami.
          quindi Nizan aveva ragione, ma aveva anche torto: come tutti noi su qualunque argomento, in fondo.

          mi fido ciecamente del tuo giudizio su De Luca e mi libero dallo scrupolo che mi manchi qualcosa a non leggerlo; ora che ci penso, credo che il giudizio sia fondato (e ben fondato) sulla scelta del nome: uno che sceglie di farsi chiamare Erri, non può che scrivere male (io ho scelto di farmi chiamare bortocal, ad esempio, e tu gaberricci, e anche questo dice qualcosa su come scriviamo).

          la tua rivendicazione del valore delle crepe è ottima e azzeccatissima; purtroppo quando ho comperato la casa dove adesso sto ce n’erano di larghe cinque dita e non mi è restato che demolirne una parte per rinchiuderle ricostruendo; ma un’altra parte della casa, rimasta indietro per esaurimento dei fondi, ne conserva ancora di gloriose in alcuni punti perfino più larghe, e non solo fanno entrare la luce, ma fanno uscire anche tutte le sicurezze che questa parte della casa resterà in piedi alla prossima scossa sismica più forte (tre piccolette l’anno scorso, quest’anno niente, e non è un buon segno: si accumula tensione sottoterra).

          vivere nel senso della precarietà, ecco una cosa che i settant’anni insegnano ad apprezzare, ma non pare che basti a compensare il resto.

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