il capitalismo è riformabile? – 479

alla domanda del titolo rispondo subito che ritengo di no, che non ritengo il capitalismo riformabile, purtroppo; e mi dispiace mettermi contro cervelli acutissimi, ben più capaci di approfondire il tema di me, smentire Piketty e Krugman, recitare la parte del disfattista e, vorrei dire, del comunista

– se non fosse che alla mia fede giovanile non credo più, che la rivoluzione mi sembra oramai una bandiera che viene agitata a vanvera e una vuota parola d’ordine urlata per non sapere affrontare i problemi concreti.

come se non avessi visto direttamente che non esiste nessun astratto sistema politico-sociale perfetto, ma sono tutti merda e sangue, e si tratta soltanto di decidere il meno peggio – e volta per volta, perché non è neppure sempre lo stesso, ma sfugge e ci si trasforma tra le mani.

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comunque questo post non serve tanto ad argomentare contro la riformabilità del capitalismo – mi riservo alla fine di dire in una frase sola perché -, ma a sottolineare le inquietanti similitudini – e le differenze ancora più inquietanti – tra la situazione attuale del sistema capitalistico, alla fine degli anni Venti del ventunesimo secolo, e quella della fine degli anni Ottanta del secolo scorso per quel che riguardava allora l’Unione Sovietica e il cosiddetto sistema del socialismo reale.

poter fare questi confronti è un privilegio dell’essere vecchi – vorrei negarlo, perché non mi sento ancora tale mentalmente giovane, ma so bene che è un’illusione autoreferenziale e che la biologia mi dà torto: lasciatemi comunque dire la mia esperienza, e chi mi legge più giovane di me giudichi da solo se può essere utile oppure no.

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verso l’inizio degli anni Ottanta cominciarono a farsi più insistenti le analisi che sottolineavano la situazione di crescente crisi in cui stava precipitando l’Unione Sovietica: pochi anni prima la conclusione vittoriosa della guerra del Vietnam, nel 1975, e la pesante sconfitta americana sembravano averle aperto la strada ad una fase di successo e persino di conquista dell’egemonia, e la rivoluzione di aprile del 1978 in Afghanistan, a conferma, vide passare nel campo socialista anche questo paese chiave per il controllo dell’Asia dal punto di vista strategico.

mai illusione fu più sbagliata: quella rivoluzione trascinò l’URSS in un conflitto che ne assorbì le risorse e la portò ad una dissoluzione quasi improvvisa dopo solo un decennio, segnato da una involuzione progressiva economica e civile, mentre cresceva il rifiuto del sistema in patria e diminuiva progressivamente il tenore di vita.

una nuova Santa Alleanza anticomunista tra l’America di Reagan e il Vaticano di Wojtyla vide il sistema sovietico lavorato ai fianchi e messo alle corde rapidamente: anzi, fu la chiesa cattolica ad anticipare la svolta, con quel papa polacco, legato a Solidarnosc, il sindacato che faceva opposizione al regime comunista.

anche allora, nel sistema socialista, cominciò a svilupparsi un dibattito sulla riformabilità del sistema sovietico, e l’ultimo tentativo di salvarlo fu la nomina a segretario del partito comunista di un uomo, Gorbaciov che sembrava il più adatto a tentare la trasformazione del comunismo in socialdemocrazia di mercato.

fu Gorbaciov ad avviare la transizione, che tuttavia prese rapidamente una direzione ben diversa da quella desiderata da lui: e fu il trionfo del capitalismo liberista sotto una guida autoritaria e populista (Eltsin, l’alcolizzato), non la costruzione di un sistema di controllo sociale dell’economia, auspicato da lui.

fu Gorbaciov a decidere il ritiro sovietico dall’Afghanistan nel febbraio 1989, ma questo non bastò ad evitare il crollo del sistema, a partire dal muro di Berlino, nel novembre di quello stesso anno.

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alcune analogie con la situazione attuale sono evidenti:

1. il declino economico di larga parte della popolazione, fino a coinvolgere quella classe media che è il cuore stesso del potere politico democratico.

2. la crescita del malcontento popolare che sfocia in alcuni paesi in movimenti di piazza, in altri in terremoti del consenso politico, che al momento sono controllati e indirizzati a destra, ma continuano a caratterizzare situazioni altamente instabili, con travasi improvvisi di consensi enormi e mutevoli fra realtà differenti.

3. il logoramento della potenza militare del centro dell’impero mondiale del capitale, che sono gli USA, con la impossibilità di reggere ulteriormente le forme di intervento armato in atto, oltre che di pianificarne di nuovo: e qui il Medio Oriente sta diventando l’Afghanistan a rovescio degli USA, cioè il loro nuovo, ma irrimediabile, Vietnam.

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ma altrettanto evidenti sono le differenze tra la situazione del 1989, che vide la crisi dell’Unione Sovietica, e quella attuale, che vede il declino pericoloso dell’economia liberale occidentale.

1.  versante politico.

l’URSS era non soltanto un sistema di stati caratterizzati da una organizzazione sociale alternativa a quella capitalistica, col rifiuto dell’economia di mercato e il controllo statale dell’economia, ma era anche una forma alternativa di organizzazione politica, fondata sul partito unico come alternativa alla democrazia parlamentare occidentale.

oggi il capitalismo non si esprime attraverso una sola forma politica (anche se la democrazia parlamentare liberale resta la sua forma preferita), ma attraversa trasversalmente forme politiche differenti: democrazie, democrazie autoritarie o democrature, dittature classiche, regimi militari; quindi non si percepisce uno scontro tra due diversi sistemi politici e sociali, i conflitti dell’America con le altre realtà mondiali sono parcellizzati in teatri diversi, le alleanze stesse sono mutevoli e a volte neppure nel tempo, ma a seconda dello scenario dello scontro: cioè può essere che due potenze che si scontrano su teatro di guerra, siano poi invece alleate su un altro; quindi la crisi del capitalismo, a differenza della crisi del comunismo, è soltanto quella di un sistema economico, ma non si traduce nella crisi anche di un sistema politico.

con questo non si può negare che la democrazia parlamentare liberale sia in crisi, ma questa procede con tempi e motivazioni proprie, mentre il sistema capitalistico si trasforma rapidamente sul piano politico ed oggi trova espressione più adeguata nelle democrature o nelle dittature senza neppure orpelli e finzioni formali.

questo permette l’ipotesi che il capitalismo riesca a scaricare la sua crisi sul piano politico, almeno in un primo momento, e trasformare la sua crisi semplicemente in una crisi mortale della democrazia, a cui sopravvivere.

2. il versante economico.

il capitalismo rischia di estinguersi per il suo stesso trionfo: può essere considerato un pieno successo del capitalismo, infatti, la sua progressiva trasformazione in senso finanziario, che già era stato intravvisto un secolo fa dai pensatori sociali e politici marxisti: Lenin e Luxemburg, che videro l’imperialismo come fase suprema del capitalismo: ottimisti!

oggi il capitalismo sta riuscendo nell’impresa grandiosa di una concentrazione mostruosa della ricchezza che la rivoluzione informatica ha reso da un lato possibile, dall’altro inevitabile: ad esempio, il nuovo modello futuristico della vita economica è quello di una produzione delle merci in fabbriche quasi totalmente automatizzate e di una loro distribuzione attraverso droni che le portano a casa ad opera di un’unica azienda egemone sul piano mondiale: è vero che questo prevede che si producano droni e macchinari automatici, ma questa stessa produzione può essere a sua volta automatizzata.

il collasso di questo sistema è dato dal fatto che la concentrazione enorme della ricchezza diminuisce progressivamente il mercato possibile: anche qui avanza un nuovo modello sociale di consumatori ridotti di numero, ma molto esigenti e dunque in grado di sostenere ancora il mercato: però la tendenza alla concentrazione dei consumi in mani sempre più ristrette ed in grado di spendere sempre di più si scontra con limiti fisici inevitabili.

l’unico modo di salvare il mercato diventa dunque quello di premere sull’acceleratore del debito, con i rischi evidenti che sono connessi al momento nel quale la restituzione diventa impossibile, e più in là, addirittura, quello di distribuire risorse economiche a pioggia per convincere i consumatori impoveriti a spendere comunque.

e questo produce a sua volta, in chi ha risorse finanziarie più che abbondanti, una tendenza irresistibile a guadagnare sempre di più non attraverso lo scambio di prodotti, ma di denaro: la finanziarizzazione della vita economica non è un capriccio, ma un esito necessario della mentalità capitalistica.

Tolstoj nei suoi diari la descrive così:
28 marzo [1889] Dopo pranzo sono andato alla fabbrica Nuova, che ha tremila operaie, a dieci verste da qui. […] Tremila donne, alzandosi alle 4 e lavorando fino alle 8 di sera, e rovinandosi, e accorciandosi la vita, e danneggiando la progenie, stentano […] in questa fabbrica per produrre a buon mercato calicò – un tessuto leggero il cui nome viene dalla città di Calicut del Kerala, in India, dove veniva tradizionalmente fatto dai locali tessitori  – che non serve a nessuno e per dare ancora più denari a Knop, che già non sa che cosa fare di quelli che ha.

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macchina ottocentesca per la produzione di calicò

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se dunque il mercato muore nel trionfo del capitalismo che lo genera, fermare la speculazione finanziaria significa uccidere il capitalismo, non riformarlo, perché il capitale vincente nel mondo non avrà più altro modo di produrre il profitto.

e questa è la frase che vi avevo promesso all’inizio.

come tutte le analisi razionali, come tutte le previsioni fondate su un ragionamento può essere giusta o sbagliata e la seconda ipotesi è più è probabile della prima, dato che la realtà è irrazionale.

ma l’uccisione del capitalismo irriformabile, al punto in cui siamo, non mette in discussione la possibilità stessa di sopravvivere della nostra specie?

ben pochi di tutti coloro che si riempiono facilmente la bocca con la promessa della rivoluzione contro il capitalismo famelico si sono posti davvero questa domanda.

. . .

3. versante ecologico.

ma c’è un terzo aspetto da considerare ancora che rende comunque quasi certa l’affermazione che il capitalismo non è riformabile e ci lascerà soltanto sprofondare nel caos: 

non c’è più tempo per farlo.

l’effetto serra nel quale stiamo precipitando è un prodotto della caccia al profitto e al benessere in un mondo considerato infinito, che del resto, all’inizio dell’avventura umana, era effettivamente incommensurabile rispetto alla consistenza della nostra specie.

ma ora la bomba demografica ha reso il pianeta troppo piccolo per noi, ma noi non possiamo liberarci dall’istinto famelico che ci contraddistingue.

le rivolte confuse che iniziano a percorrere il mondo, dall’America Latina al Medio Oriente, all’Europa, dove le ha anticipate la Francia, sono la voce livida d’odio insoddisfatto di un’umanità che non accetta di ri-precipitare nella fame secolare della sua storia di milioni di anni.

cinquant’anni fa le rivoluzioni attraversavano il mondo consapevoli di uno scopo, ed era lo slogan di Marx A ciascuno secondo i suoi bisogni, che ci appare oggi come il manifesto stesso del nostro suicidio programmato: I filosofi finora hanno soltanto interpretato il mondo, si tratta invece di trasformarlo.

ma oggi nessuno ha più una prospettiva praticabile davvero alternativa all’attuale sistema economico: in nome di che cosa si conduce oggi la lotta e si sviluppano le proteste? sono proteste e lotte acefale, evidentemente: reclamano semplicemente un benessere che scompare.

tassazione progressiva – quanto feroce? – di coloro che controllano il mondo dall’alto di patrimoni mostruosi e controllano anche l’opinione pubblica con sistemi così sofisticati da averci ridotti a manichini perfettamente manovrabili?

e pensate che si lasceranno espropriare del superfluo senza combattere con tutte le loro sovrumane forze?

già oggi sono riusciti a convincere le masse incolte, come sempre sono le masse, che la causa del loro malessere è l’effetto e dunque le spingono a prendersela con chi sta peggio di loro, i nuovi schiavi immigrati dalle terre della fame, piuttosto che con i potenti che davvero hanno provocato questo stato di cose…

. . .

ecco a voi, allora, il riformismo del capitalismo, l’utopia più utopica del comunismo stesso: la contraddizione in termini; il capitalismo non è riformabile, era forse controllabile, ma oramai è troppo tardi; forse ci riescono in qualche modo in Cina, ma non ne sono neppure così sicuro, e in ogni caso, anche sotto controllo, è in grado di travolgere il sistema politico che lo regola – cioè se stesso – anche lì.

ecco il capitalismo si era impadronito della promessa di Marx di un nuovo paradiso su questa terra, che era poi la stessa di Jeshu, quando moltiplicava i pani e i pesci con la forza del pensiero.

ecco, in nome del capitalismo oppure del socialismo – la differenza in fondo non era poi così grave – oppure della promessa cristiana di un dio padre amorevole dell’umanità, abbiamo trasformato il nostro povero pianeta al punto che il nostro benessere lo ha reso inabitabile.

e adesso qualcuno parla di riformare il capitalismo?

e il tempo chi ce lo dà più? lo farete entro i prossimi dieci anni?

ma, come si sa, gli economisti non si occupano dell’effetto serra; non è previsto nei loro diagrammi, e forse non ci credono neppure.


17 risposte a "il capitalismo è riformabile? – 479"

  1. Premesso che ancora non ho ben capito cosa sia il capitalismo e che quindi non posso avere unopinione sulla sua riformabilità, se non per dire che se identifichiamo il capitalismo con il BAU (bussiness as usual) questo non è ovviamente riformabile, voglio fare una piccola divagazione su un punto che hai accennato, sulla produzione dei beni fini a se stessi, o come diceva Tolstoj, che non servono a nessuno se non a chi li produce.
    I nostri nonni (i miei erano contadini) avevano pochi abiti, un abito per la domenica ed abiti da lavoro. Ma quell’abito della domenica era fatto a mano, spesso su misura, con qualità e fattura che oggi ci sogniamo. I vestiti si facevano durare perchè costavano molto piu di quel che costano oggi.
    Ieri ho contato le mie camicie: 44, e ne avrò comperate solo 4 o 5 e per il resto sono frutto di regali, di di recupero e conservate nei decenni.
    Quindi, dato che per me le fabbriche di camicie potrebbero anche chiudere, per chi si producone le camicie? Chi non ha almeno 3-4 camicie nell’armadio?
    Se la produzione dei beni sopravanza la crescita della popolazione il sistema è malato, e su questo siamo ovviamente d’accordo, ma da questa malattia si può guarire?
    Io credo di no, come non si può guarire da una dipendenza dalle quali non ci si libera mai completamente. Io in questa vita forse non comprerò piu camicie ma l’impulso a gratificarmi con l’acquisto di un bene è sempre vivo, anche se conosciuto e controllato. E questo impulso è comune sia al produttore di camicie sia al consumatore.
    E’ una divagazione ma a meno di una rivoluzione ascetica mondiale (e non ne ho mai letto neppure nella SF) non ce la caveremo, indipendentemente dai regimi e dai sistemi economici.
    Come dici tu, saranno i limiti del pianeta a fare piazza pulita di qualche generazione, ma noi non ci saremo.

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    1. chissà perché tutti pensano che gli effetti del riscaldamento globale siano così lontani… – non dirmi che non pensi di vivere ancora almeno una decina d’anni…
      a me pare che il capitalismo dica che cos’è col suo nome stesso: è quella concezione dell’economia che le dà come scopo non il benessere umano (non importa se di tanti o di pochi), ma l’aumento della ricchezza a cui si è dato il nome di capitale.
      tu stesso ne fai l’esempio, come già aveva fatto Tolstoj: è quel sistema economico nel quale non si producono le camicie perché ce n’è bisogno, ma perché bisogna venderle per guadagnare.
      anche secondo te non si può guarire da questa deformazione feticistica del culto della merce come semplice tramite del profitto, ma giustamente tu metti in luce un aspetto negativo ulteriore, che io avevo completamente trascurato: per tornare ad una società dell’equilibrio dei bisogni occorre anche una trasformazione psicologica profonda, e per farla occorre presentare questo nuovo modo di vita in modo attraente.
      non è impossibile, è già avvenuto in altri contesti (cristianesimo alla fine del mondo antico), ma ci sono voluti secoli per cambiare la mentalità e noi tutto questo tempo non ce l’abbiamo.

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      1. Il “futuro ascetico” dell’umanità l’ho preso da un libro di B. Chatwin, Le vie dei canti credo. Lo lessi piu di venti anni fa e questa espressioni mi colpi molto, era una prospettiva alla quale non avevo mai pensato e che mai avevo incontrato prima nonostante sia stato un lettore compulsivo di fantascienza.
        Senza una definizione chiara questa frase rimane solo un’evocazione, un concetto vago, ma pur sempre potente,

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        1. sono perfettamente d’accordo con questa suggestione, anche se purtroppo non conosco Chatwin, ma grazie della citazione.
          forse sarebbe il momento di dare l’esempio in modo strutturato e condiviso.

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  2. Molto condivisibile, purtroppo!! Sei certo non vi sia alternativa a trovarci schiacciati da un poter economico che dopo il potere politico già acquisito diverrà anche… potere militare??

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    1. no, non sono affatto certo: tutto il mio post trabocca di dichiarazioni di incertezza sugli esisti di quella che a me sembra un’analisi razionale e abbastanza documentata.
      tutti i commenti mi dicono, giustamente: forse la storia ci stupirà: e io sono con voi, almeno col cuore! ci vuole più coraggio a battersi in una situazione che sembra senza speranza, ma è stupido rinunciare a tentare!
      certo, l’ultima variabile è quella militare, che ho purtroppo trascurato nel post, ma ero già stato cupo abbastanza: eppure non credo ancora che sia davvero praticabile, oggi: aggiungi che per fare le guerre occorre pur sempre armare dei soldati, e questo potrebbe anche diventare molto pericoloso.

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  3. Io la metterei così: il capitalismo è riformabile, ma credo che, al punto in cui siamo, sarà molto difficile riformarlo. Per il livello di degenerazione raggiunto e le forze che remano costantemente contro. Salvo che, per qualche fatto al momento non prevedibile, politica e Stato non riescano a riappropriarsi della loro funzione. Delle loro prerogative.
    Certo che, se è vero quello che sostiene Bauman, ritornare da uno stato liquido ad uno solido sembra impresa impossibile. Come si fa a ricompattare, mobilitare e “armare” una parte di quel 99% di disuguali, che comunque sono così diversamente disuguali? Tanto che oggi più che di classi parlerei di una miriade di cluster, non certo organizzabili con ciò che resta dei partiti. Come si fa a ricostituire un tessuto sociale, che per molti versi ha funzionato fino a ieri, prima della globalizzazione, adeguandolo ali tempi nuovi?
    Insomma la tua lucida analisi non fa una grinza e non lascia spazio ad altre conclusioni se non che il capitalismo non è riformabile. Il pessimismo dell’intelligenza ti dà ragione.
    Ma talvolta la Storia ci sorprende. L’inaspettato è sempre dietro l’angolo. In agguato. E quindi, per una volta, vorrei far prevalere la speranza. L’ottimismo della volontà.
    Senza dimenticare che le nostre visioni del mondo fanno parte del nostro modo molto “novecentesco” di guardare e di pensare. E soprattutto di sentire.
    Siamo certi che le generazioni che verranno avranno/sentiranno il bisogno di un capitalismo riformato? Di capitalismo, e non di altro? Di democrazia e non di altro?

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    1. no, non siamo certi, e forse le nuove generazioni ci sorprenderanno: per farlo dovranno usare intuizione e pensiero laterale, però, perché hanno molti meno strumenti razionali di analisi della realtà di noi, che siamo novecenteschi in questo: continuiamo ad analizzare, anche se il tempo ci ha ben mostrato quanto fallaci fossero le nostre analisi.
      anche io sospetto che i giovani non sentiranno il bisogno di un capitalismo riformato, ma di altro – in fondo credo di avere scritto per loro, anche se le mie tecniche di scrittura non sono più troppo adeguate alle loro forme di comunicazione – , e non sarà neppure il comunismo scientifico della nostra giovinezza lontana.
      e la democrazia di cui sentiranno il bisogno sarà certamente diversa dalla parodia delle partite a scacchi giocate nelle aule parlamentari usando i deputati come pedine.
      la nostra analisi ci mette davanti ad ostacoli che sembrano insuperabili, ma è meglio farsi male cercando di superarli che morire inerti di rassegnazione davanti a loro: l’importante è soltanto non fare azioni controproducenti.
      – sono commenti come quelli che sto ricevendo su questo post e come il tuo che fanno apparire sensato averlo scritto.

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  4. Quasi tutti gli elementi della tua analisi sembrerebbero condivisibili … ma io ho più fiducia di te nell’esistenza di controreazioni negative che tendono a stabilizzare il sistema invece di farlo esplodere (come avviene negli amplificatori, che appunto hanno un feedback che li stabilizza).
    Che cos’erano la Germania di Hitler e l’URSS di Stalin? Che tipo di analisi poteva fare chi viveva quegli anni? Si vedeva forse qualche speranza? (Beh, a dire il vero alcuni condannati a morte nei lager, da Bonhoeffer a Janusz Korczak, riuscivano ad intravedere un lumicino in fondo al tunnel).
    Ed invece i meccanismi di controreazione hanno portato dopo Hitler e Stalin al mezzo secolo tutto considerato più prospero (con meno fame) per più persone nella storia dell’umanità.
    Purtroppo né io né te saremo qui tra 50 anni a vedere come è poi andata a finire, ma se fosse mai possibile, io farei una scommessa su esiti meno pessimisti di quelli che tu prospetti.
    Dopo Hitler è venuta la Germania di Kohl e della Merkel, dopo Bush è venuto Hobama, dopo Trump… chissà.
    Difficilmente con questi ragionamenti ci convinceremo reciprocamente su come sarà la terra tra 50 anni, io comunque vivo meglio pensando che non sia del tutto inutile fare il possibile perché sia, almeno provvisoriamente, un luogo migliore.
    Certo, poi un giorno finirà tutto, perché su scala cosmica siamo solo un episodio… vabbè, su questo possiamo farci poco.

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    1. caro Roberto, grazie al solito della riflessione calzante e dello stimolo ad approfondire.
      le controreazioni sono in atto: l’invocazione ad un capitalismo dal volto umano le mettiamo tra queste; poi purtroppo assomigliano talmente alle invocazioni di cinquant’anni fa ad un comunismo dal volto umano, da sembrare fatte con la carta a ricalco.
      personalmente ritengo che una mente critica debba lanciare allarmi e non dare rassicurazioni, pur se non si può avere certezza assoluta né degli uni né delle altre.
      ovviamente, nonostante la mia analisi che evidenzia tutte le difficoltà, per non dire quella che a me sembra impossibilità di riuscita, le seguo con tutta l’attenzione possibile, e al momento tifo per la Warren che sembra la figura attorno alla quale al momento sembra coalizzarsi un disegno strategico di limitazione dei poteri dei nuovi feudatari di internet, e non solo.

      certamente, nessuno di noi ha in tasca verità di nessun tipo, né tantomeno capacità di previsione, che diventano oltretutto sempre più difficili quanto più diventa caotico il mondo in cui viviamo.
      resto tuttavia convinto che la chiave di volta sia la deriva climatica; se non siamo capaci di bloccarla, anche l’entropia sociale diventerà incontrollabile, come da tanti segni premonitori in corso.

      Piace a 1 persona

      1. Anche io ho simpatia per la Warren e le sue posizioni, ma purtroppo sembra proprio che anche Trump la favorisca, perché con un avversario così “estremo” si sente sicuro di ri-vincere (ricordi McGovern?).
        Allora sosteniamo chi ha le posizioni che condividiamo al 100% o chi le ha solo decenti, ma ha più chances di vincere?
        Eterno dilemma rivoluzione – socialdemocrazia.
        Overall, pensando soprattutto alla Svezia di Olof Palme «Il capitalismo è una pecora che va tosata periodicamente, ma non ammazzata.», mi sembra meglio la seconda strada.

        Giusto che una mente critica lanci allarmi… a patto che formuli anche delle ipotesi per il loro superamento, altrimenti l’allarme non è utile.
        Una lotta radicale contro la deriva climatica ed a favore dell’impegno ed anche degli investimenti che questa lotta comporta è un esempio di ipotesi di superamento.
        Con stima, come sempre.

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        1. anche io ricambio la stima, Roberto, e per certi versi mi sembra di tornare indietro di quasi sessant’anni a certe discussioni fervide fuori dalla classe ginnasiale; quella che si sta sviluppando attorno a questo post la trovo preziosa.

          ovviamente c’è qualche dissenso, da esplicitare (come nel caso del nostro precedente dibattito sull’inquinamento aereo, che alla fine ha trovato una spiegazione sorprendente, grazie all’intervento di un giovane amico ingegnere aeronautico che ha finalmente dato la spiegazione che ci sfuggiva: è vero che le emissioni di pura CO2 da parte degli aerei sono abbastanza modeste, e chi calcola solo quelle arriva a risultati ineccepibili, ma parziali, di contributo modesto all’effetto serra; ma il vero problema sono altre emissioni che producono effetti moltiplicati rispetto all’anidride carbonica, e le trasformiamo queste in CO2-equivalenti, ecco che arriviamo agli indici molto pesanti di contributo del traffico aereo all’effetto serra calcolati da altri – ma scusa la divagazione, che però mi sembrava importante per il nostro dialogo).

          qui dissento da te su un punto di metodo: non è che se vedo un incendio devo essere sicuro che siano già arrivati i pompieri prima di gridare al fuoco…; fuori di metafora chiedere di lanciare l’allarme solo se si hanno le soluzioni equivale a chiedere di non lanciare l’allarme affatto, e del resto è proprio l’allarme che stimola a ricercare le soluzioni, di cui altrimenti nessuno si preoccuperebbe.

          qui l’allarme serve a mettere a fuoco che non c’è vera soluzione alla crisi planetaria senza una risposta al problema centrale del riscaldamento globale e della sua causa principale, accuratamente taciuta, che è l’esplosione demografica, prima ancora che la globalizzazione economica.

          ma qui occorre dire anche che gli interventi contro l’effetto serra e anche soltanto per porre rimedio ai guasti che produce con gli eventi metereologici estremi che diventeranno sempre più frequenti, per non parlare dell’innalzamento del livello del mare, ESIGONO uno spostamento deciso di risorse dai consumi individuali a quelli sociali e collettivi, e dunque un aumento della tassazione (che va ovviamente concentrato sui ceti più dotati economicamente): non dico che questo comporti necessariamente una fine radicale del capitalismo, cioè di investimenti redditizi di capitale in attività economiche, ma certamente comporta un gigantesco piano di ricollocazione della manodopera dalle manifatture alla tutela del territorio, e questo credo che possa avvenire soltanto in un quadro di capitalismo ben controllato dallo stato: qualcosa di simile al modello cinese attuale, per intenderci, o, per riprendere la tua citazione, all’idea di un capitalismo ben tosato periodicamente.

          non ne avevo l’intenzione, ma questo serve da premessa anche al discorso in apparenza più limitato del prossimo scontro elettorale americano: io non sono affatto sicuro che, se l’apparato democratico non avesse usato metodi anche scorretti per bloccare la candidatura di Sanders, Trump avrebbe vinto lo stesso: ho sempre pensato e scritto che la Clinton era assolutamente invotabile e destinata alla sconfitta; ma come hai visto, mi sbagliavo anche, visto che ha avuto 3 milioni di voti di più di Trump, ma è stata trombata lo stesso.
          così come è assolutamente invotabile Biden, che ha portato a rinfacciare a Trump quello che lui stesso aveva fatto come vice-presidente!
          forse non sono proprio un mago dei sondaggi presidenziali americani, in ogni caso è un voto perso ogni voto dato a candidati che non hanno una visione strategica del futuro (e Biden è certamente uno di questi); e non credo proprio che la Warren sia la rivoluzione, è soltanto, per ora, un discorso più lucido e coerente; ma votare un incoerente a cosa serve?
          da noi votare i D’Alema, i Veltroni, i Renzi, è servito a qualcosa altro che a costruire una solida sconfitta generazionale?
          se pensiamo che il destino del pianeta si gioca nei prossimi dieci anni, allora dobbiamo sostenere candidature come quella della Warre, secondo me.
          aggiungo qualcosa che ti farà inorridire: del resto sta facendo concretamente per il clima molto più Trump – senza volerlo e senza saperlo – con i suoi dazi che affossano l’espansione economica mondiale, che Obama con le sue prediche inconcludenti (a proposito dei percorsi sorprendenti della storia).

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  5. 503
    PESSIMISMO

    Lo scorrere della storia
    È valanga che travolge,
    Trascina, sommerge.

    La sua terribile inerzia
    Non vede né me, né te,
    Non vede città,
    Non vede popoli,
    Non vede nazioni.

    Sorgono azzardi
    Per guidarla
    E sempre cadono impotenti.

    Ogni argine si rivela vano
    Solo la passiva speranza
    Temo, si possa agire.

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      1. c’è solo in alcune: in quelle che hanno voglia di cercarla, o almeno in larga parte degli amanti della luce.
        poi purtroppo esistono anche esseri umani a cui questa luce è radicalmente negata: menti confuse, incapaci di ragionare, limitate; è realismo dire anche questo.
        il mondo funziona meglio quando coloro che non sono capaci di pensieri complessi se ne rendono conto; purtroppo viviamo in un tempo in cui l’adulazione è diventata di massa ed anche gli imbecilli sono autorizzati a considerarsi dei geni.
        del resto se gli stupidi fossero capaci di riconoscere l’intelligenza (anche quella che non hanno), non sarebbero stupidi, ti pare?

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    1. io non voglio affatto essere pessimista; anzi, per carattere, se un poco mi conosci anche di persona, sono un inguaribile ottimista.
      ma il prezzo della voglia ottimista di vivere e realizzare non può essere la negazione del realismo.

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