assassini al governo: perché? – 482

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questa è la foto di Marielle Franco, consigliera comunale di Rio de Janeiro per il Partito Socialismo e Libertà brasiliano, membro della Commissione comunale incaricata di controllare le azioni della Polizia Federale nella città, dove morire per mano della polizia non è troppo difficile, soprattutto se sei un marginale o un bambino di strada; attivista del movimento di difesa delle minoranze sessuali, lesbica dichiarata, madre di una bambina.

è stata uccisa assieme ad un amico il 14 marzo dell’anno scorso, dai colpi partiti da una macchina che ha affiancato la sua.

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guardate questa foto, adesso: in basso, a sinistra, cerchiato, c’è Élcio Vieira de Queiroz; quello in alto al centro è l’attuale presidente eletto del Brasile, Borsonaro; in basso a destra, pure lui cerchiato, con gli occhiali neri, suo figlio, pure deputato.

Elcio è stato arrestato con l’accusa di essere stato alla guida dell’auto dei killer quel giorno.

e allora? c’entra qualcosa il presidente?

la foto è del 2017!

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c’è un’altra foto che Elcio ha postato personalmente su un suo sito internet, questa è più recente e conferma una relazione almeno di conoscenza col presidente.

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ma neppure questa dimostra niente: e poi Bolsonaro non si vede neppure troppo bene.

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e questa foto, allora?

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qui Bolsonaro è con Josinaldo Lucas Freitas, istruttore di arti marziali, arrestato pure lui con l’accusa di avere buttato in mare le armi usate nell’omicidio di Marielle.

e di nuovo neppure questo dimostra niente, salvo le cative frequentazioni del presidente.

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Élcio Queiroz, alle 17:10 del 14 marzo del 2018, il giorno dell’assassinio, si era recato nella casa del presidente e al portiere aveva chiesto di essere annunciato, ottenendo la risposta: “Ciao, sono il tuo Jair”; quindi sembra fosse di casa; è salito, spostandosi poi al piano dell’interno 58, dove viveva un altro arrestato per l’omicidio, Ronnie Lessa; poi entrambi sono usciti dal retro; quattro ore dopo, ecco l’agguato mortale a Marielle.

e neppure questo dimostra niente: anzi, diciamo la verità, non è per niente credibile, vero?, che il presidente del Brasile risponda a quel modo ad un ex poliziotto cacciato dal corpo per corruzione.

aggiungiamo che Bolsonaro era a Brasilia quel giorno, in parlamento, cosa provata, così come le telecamere del condominio provano quanto detto sopra, e l’ipotesi di un suo coinvolgimento diretto si sgonfia da sola.

ma non quella dell’attiva partecipazione della sua cerchia a quell’omicidio.

insomma, viene in mente il lontano caso Matteotti del 1924 da noi: zelanti esecutori che non coinvolgono direttamente il capo, ma che ammazzano lo stesso di botte il deputato leader dell’opposizione che aveva denunciato violenze e brogli alle elezioni di quell’anno: per dargli una lezione, degenerata, probabilmente.

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l’omicidio Matteotti, con la prova provata delle responsabilità fasciste, non fece affatto cadere il fascismo: se un popolo arriva a votare un capo fascista (alle elezioni Mussolini aveva avuto quasi i due terzi dei voti), è stupido pensare che si preoccupi se il capo è un assassino o se anche copre soltanto degli assassini che uccidono in suo nome.

Mussolini, Hitler, Stalin furono personalmente degli assassini di successo; perfino Kruscev che seppellì lo stalinismo pare abbia ucciso personalmente Beria durante una riunione, e non parliamo di quel che accadde in America attorno ai due fratelli Kennedy.

oggi è Duterte, il presidente populista delle Filippine, a vantarsi in televisione di avere ucciso personalmente tre sospettati di rapimento e stupro:
“Andavo in giro a Davao con una grande moto, per pattugliare le strade, in cerca di problemi. Cercavo lo scontro, così avrei potuto uccidere. A Davao l’ho fatto personalmente, proprio per mostrare agli agenti, ai ragazzi, che se potevo farlo io potevano farlo anche loro”.

e il principe ereditario e ministro degli esteri dell’Arabia Saudita, Mohammad Al Sa’ud, non è forse coinvolto personalmente nell’omicidio del giornalista oppositore Jamal Khashoggi? l’accusa è venuta addirittura dall’ONU, ma nessuno ha fatto una piega.

tempi duri per i diritti umani in politica…: ma non sarebbe il caso di preoccuparsi?

impossibile, se consideriamo quanta violenza attraversa il mondo comunque.

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esaurita la descrizione, resterebbe da fare l’analisi: che cosa significa questo ritorno al sangue come componente esplicito del potere in un’epoca storica in cui l’esercizio del potere non richiede soltanto la rassegnazione, come nei secoli passati, ma addirittura l’adesione popolare, possibilmente entusiasta, ma insomma va bene anche se soltanto cinica?

e dunque chi da il suo consenso, cinico o entusiasta, ad un leader assassino, è a sua volta un assassino, o quanto meno un complice?

no, non rispondo: perché non lasciare per una volta l’analisi ai commentatori, da ultimo, mi pare, anche più bravi di me?

e sperando che le risposte non facciano apparire la mia domanda soltanto retorica…


6 risposte a "assassini al governo: perché? – 482"

  1. Il potere autoritario sicuramente non ha paura di esercitare la violenza, anzi… in Brasile però come in altri paesi del Sudamerica purtroppo questi assassini non si sono fermati nemmeno se al potere c’erano Lula o Dijalma, neanche loro sono riusciti a fermarli; del resto il Brasile e’ immenso, e la situazione a volte di guerra civile strisciante.
    E’ ancora più difficile capire come si possa, invece di appoggiare Lula per quanti sbagli possa aver fatto, di votare Bolsonaro che certamente se non è direttamente coinvolto condivide con gli assassini le idee (e i mezzi); gli assassini di Marielle Franco purtroppo operano su un terreno fertile…

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  2. “alle elezioni Mussolini aveva avuto quasi i due terzi dei voti”. Senza dubbio Mussolini aveva un consenso popolare e, soprattutto, un ampio appoggio da parte delle “persone che contavano”, ma c’è da dire che quel successo non fu ottenuto esattamente con metodi trasparenti. Come giustamente dici tu, per altro, fu proprio per aver denunciato questo che fu “punito” Matteotti.

    Ad ogni modo, io non parlerei di “ritorno al sangue”, perché la voglia di sangue dell’elettorato è, credo, sempre rimasta costante: non solo accettiamo, ma chiediamo che il potere compia violenze verso gli “sbagliati”. Basta farsi un giro sui social quando si parla del G8 di Genova o della morte di Aldovrandi.

    Ma, anche così, fa comunque terrore leggere Duterte che dice “cercavo lo scontro”. Qui non è neppure più violenza politica: è patologia.

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    1. commento molto utile, per me, per capire il gap generazionale.
      per la mia generazione dell’immediato dopoguerra non era così: il potere si presentava sempre come buono e umanitario e, se doveva ricorrere al sangue, questo doveva essere giustificato come assolutamente inevitabile.
      quando è avvenuta la svolta? avrei pensato: dopo la prima guerra del Golfo, ma non è così; perfino allora la strage tremenda dell’esercito di Hussein, 250.000 soldati ammazzati nelle trincee, venne tenuta nascosta.
      fu con la seconda guerra del Golfo, allora? eppure anche lì si farneticava di inesistenti armi di distruzione di massa per giustificare l’attacco.
      in qualche modo comunque, mi pare che la svolta vada riportata all’11 settembre e all’invenzione successiva dell’islamismo armato e terrorista: credo che oggi un giudizio storico lucido possa dire che quella prima strage fu gestita dai servizi segreti dell’Arabia Saudita ed ottenne il suo scopo, che era esattamente quello di costringere gli USA a liquidare Hussein; le successive da servizi segreti vari, soprattutto americani per indurre un’ondata razzista e di destra nel mondo.
      credo che grosso modo fu da allora che ai leader si è cominciato a chiedere non di essere civili ma di essere barbari; e il motore primo di questa richiesta è questa; penso che persino il disastro climatico contribuisca a questo clima isterico, anche grazie al tipico transfert della paura che è usato da chi si sente in pericolo di vita e preferisce occuparsi col suo terrore di qualche cazzata che giudica affrontabile, piuttosto che del male inevitabile che lo ammazzerà.
      il gap generazionale, ovviamente, per me è difficile capirlo, e difficile anche comunicare con una generazione che invece ha assimilato questa violenza come naturale e ce l’ha nel sangue.
      da aggiungere un altro fattore, sul quale vige la più rigorosa censura, ed è l’impasticcamento progressivo delle nuove generazioni: ne abbiamo la prova tutti i giorni, ma rifiutiamo di prenderne atto.
      le sostanze che girano non sono più gli spinelli pacifisti del Sessantotto e dintorni, ma droghe dure che esaltano la violenza e l’aggressività, assunte come modello.
      mi pare che anche le femministe del femminicidio non considerino mai questa variante.
      la violenza e l’omicidio stanno diventando vita quotidiana, altro che Gandhi.

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  3. Per Pasolini il regime fascista è stato un gruppo di criminali al potere, e non ha caso tu hai tirato in ballo il delitto Matteotti.
    I criminali si sentono al di sopra della giustizia o addirittura non hanno alcun senso della giustizia e la concepiscono solo come un potere da contrastare ed asservire al proprio.
    Nel nostro piccolo, anche in Italia abbiamo avuto i nostri criminali al potere in epoche recenti.

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    1. giusto, ma la novità è che fino a poco tempo fa i potenti al potere nascondevano i loro delitti, e questo avveniva persino, in parte, durante il fascismo.
      oggi invece ne fanno spesso vanto; il delitto viene rivendicato quasi come qualcosa che distingue il vero leader.

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