contro il culto dell’eguaglianza – 497

il mio amico gaberricci mi dedica uno strano post, “A proposito del principio di eguaglianza”: strano, perché in realtà non lo ha scritto: ha solo linkato una oscena sparata razzista; e forse si aspetta che lo scriva io.

io invece – condividendo con lui il disgusto per quello che mi ha fatto leggere – scriverò un post contro il principio di eguaglianza, perché ritengo che questo concetto sia equivoco e sbagliato.

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l’idea di eguaglianza, lo sappiamo tutti, è nata con la rivoluzione francese, che la scrisse sulle sue bandiere, proprio mentre si guardava bene, ad esempio, dal sopprimere la schiavitù e ghigliottinava la prima donna che, in base a quel principio, chiedeva il voto femminile.

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siccome gaber ama la logica matematica, comincerò dunque a dire che il principio dell’eguaglianza è assolutamente vuoto, un puro feticcio propagandistico, fino a che non si precisa FRA CHI si intende stabilire questa eguaglianza, CHI si considera eguale e IN CHE COSA eguale; il principio di eguaglianza non può essere universale: se tutto fosse uguale a tutto, il tutto sarebbe indifferenziato e nulla esisterebbe, dato che il primo principio perché qualcosa di particolare esista è che si differenzi dal resto.

ad esempio, è una applicazione molto strana e ristretta del concetto di eguaglianza quella che la limita al discutibile principio di assegnare ad ogni essere umano con certe caratteristiche il diritto di avere un voto uguale a chiunque altro le condivide, indipendentemente, ad esempio, dalle competenze specifiche o dall’onestà con cui svolge i suoi compiti di cittadino.

ma, pure nella sua ristrettezza, neppure questo principio è realmente applicato in senso rigorosamente egualitario: ci vuole poco, ad esempio, ad accorgersi che gli immigrati, persone umane come noi che vivono in mezzo a noi, non votano se non hanno determinati requisiti, tra cui non risulta oggi applicato quello che prevedeva, alle origini della democrazia, che votano tutti quelli che pagano le tasse.

anche i greci antichi parlavano di democrazia nelle loro poleis (alcune…), ma poi non votavano gli schiavi, gli immigrati, le donne.

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in sostanza, analizzando il concetto di uguaglianza con mente sgombra dai pregiudizi, si arriva direttamente ad una scoperta sconcertante alla luce delle sue applicazioni concrete: che il concetto di uguaglianza è SEMPRE applicato in modo da escludere qualcuno, cioè significa, in pratica, esattamente il contrario di quello che vuole dire.

lascio al dibattito dei commenti, spero, le obiezioni inevitabili che suscita questa idea troppo contraria al senso comune, e so che scandalizzerà soprattutto chi si batte per ALLARGARE le maglie dell’eguaglianza agli esclusi: ma, appunto, ad ALCUNI esclusi, e ne resteranno sempre fuori altri.

un paradosso credo chiuda la discussione: si parla di eguaglianza sempre e soltanto perché non c’è o perché qualcuno pensa che non ce ne sia abbastanza; se l’uguaglianza ci fosse, si smetterebbe istantaneamente di parlarne, perché non ce ne sarebbe più bisogno; sarebbe come il cielo azzurro e l’aria: ne parliamo se qualcuno li mette in pericolo, altrimenti che bisogno ci sarebbe di occuparsi di loro?

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allora la questione si trasforma e diventa un’altra; l’eguaglianza è il nome giusto, è il concetto appropriato, per ottenere gli scopi per i quali lo si usa oppure è meglio usarne altri?

ma prima bisogna rispondere, allora, a questa domanda: che scopi si propone chi parla di eguaglianza?

tralascio subito coloro che ne parlano per conseguire in realtà scopi personali diretti, potere politico, celebrità e perfino vantaggi economici o altre gratificazioni: fanno parte del normale armamentario umano che offusca qualunque battaglia ideale.

e considero invece proprio soltanto gli scopi ideali delle battaglie per l’eguaglianza.

io penso che siano, in realtà, battaglie per la felicità, propria o di altri a cui si vuol bene; ma non vorrei usare questo concetto, reso a sua volta ambiguo dalla Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti che affermò per la prima volta nella storia che ogni essere umano ha diritto alla felicità – dichiarazione assurda, perché la felicità non dipende da noi, e che poteva essere uscita soltanto dal cuore di schiavisti soddisfatti, che neppure pensavano che uno schiavo potesse essere un essere umano.

preferisco parlare di battaglie per la diminuzione della sofferenza: questo sì è uno scopo concreto, reale, condivisibile.

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la battaglia per la riduzione della sofferenza altrui non è ideologica o astratta, ma ha una base concreta, perché la sofferenza degli altri, in genere, logora anche il mio piacere di vivere: non è bello sentirsi vivere in mezzo a gente sofferente; chi non preferisce sentirsi circondato dalla gioia e dall’allegria?

non tutti gli esseri umani condividono questa empatia spontanea, è vero, e anche chi la sente, non la prova sempre, la limita a momenti o situazioni particolari; inoltre, per quasi tutti noi, ci sono delle situazioni in cui la sofferenza di qualcuno, invece, ci gratifica, come no?

ma l’esperienza millenaria delle religioni e delle filosofia ci ha portato in genere a ritenere preferibile un mondo in cui gli esseri umani cooperano fra loro per diminuire la loro sofferenza a quello in cui lottano gli uni contro gli altri, per scaricare l’infelicità sugli altri a vantaggio della propria.

. . .

le due scelte, tuttavia, non arrivano mai ad escludersi completamente fra loro:

anche il più altruista degli uomini avrà un suo nemico particolare le cui sconfitte gli procureranno, tendenzialmente, soddisfazione, anche quando cercherà di opporsi a questo sentimento,

e spero che non ci sia essere umano così arido da non provare un senso di simpatia verso qualcun altro, fosse anche soltanto il suo cane che gli scodinzola intorno.

. . .

ma, mi chiederai, gaber, se mi leggi fino a qui (ma sono sicuro che tu almeno lo farai), che vantaggio si ricava da questo cambio di bandiera? serve a qualcosa parlare non di una lotta PER l’eguaglianza, ma CONTRO la sofferenza?

serve perché le idee chiare servono, potrei risponderti, a non fare confusione e a non sprecare le forze per obiettivi inutili.

la psicologia sperimentale ci insegna che il senso di soddisfazione per la propria esistenza nella maggior parte degli esseri umani non dipende dalla misura oggettiva dei beni di cui dispongono, ma dalla gratificazione che proviene dal constatare che socialmente se ne dispone più di altri, perché questa pare la sanzione del riconoscimento sociale della propria importanza, che è poi una delle cose a cui ciascuno di noi tiene di più.

ma allora questo significa forse che la diseguaglianza è necessaria per la felicità umana?

. . .

eccoci di fronte ad una domanda davvero decisiva.

un certo grado di diseguaglianza sì, è utile e necessario: l’uguaglianza totale è un feticcio e un miraggio e perfino qualcosa di pericoloso e sbagliato.

ma una diseguaglianza ben misurata e calibrata è invece perfettamente appropriata per una lotta contro la sofferenza sociale inutile.

insomma, a nessuno fa piacere essere considerato in modo assolutamente identico agli altri e sparire come un numero privo di significato nella massa, ma questo non significa certo che per questo motivo si debba anche accettare di vedere la gente morire di fame lungo i marciapiedi delle strade, come mi è capitato di vedere anni fa ad Addis Ababa.

vi è un equilibrio concreto, non ideologico, mutevole secondo le circostanze, tra l’egoismo e la solidarietà, che hanno entrambi radici ed utilità biologiche precise.

sì, la fraternità viene prima dell’eguaglianza, ma in un certo senso la sostituisce.

. . .

la libertà, la fraternità, l’eguaglianza sono valori da difendere, ma non sono feticci assoluti da venerare: gli esseri umani vengono prima e sono molto più importanti.

quindi è vero che tutti gli uomini non sono uguali, per fortuna.

ma è anche vero che essere uomini significa anche essere solidali.

chi non è solidale è meno essere umano degli altri.

la diseguaglianza comincia anche da qui.

anche per chi è razzista, odia i propri simili e anche i propri dissimili, e insomma gli manca qualcosa.

 


10 risposte a "contro il culto dell’eguaglianza – 497"

  1. Dovremmo accettare di avere in dote, in quanto esseri umani standard, una discreta percentuale di egoismo, razzismo, cattiveria e mancanza di empatia anche e soprattutto se pensiamo di essere buonissimi.
    Accettiamo di essere anche un po’ stronzi, e andiamo verso il bene.
    Secondo me, sia chiaro.

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    1. ecco una sintesi perfetta di quello che volevo dire.

      non sarebbe male mandarti il post in bozza e poi pubblicare la sintesi perfetta che riesci a farne tu… 🙂

      ecco, direi in sovrappiù, che l’ideologia dell’eguaglianza è proprio il modo per negare che siamo tutti, in buona parte, abbastanza stronzi: gestiamo i nostri limiti concreti, anziché negarli con qualche astratta fuga ideologica.

      grazie.

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  2. E tutto ciò è molto interessante ma troppo profondo per le mie deboli forze, ma mi convince molto, perché è abbastanza evidente che ai razzisti manca, oltre che una certa quantità di sentimenti, anche una buona fetta di cuore. Ma forse il problema va visto in modo diverso: l’insoddisfazione verso la propria vita impedisce l’empatia con gli altri, e insomma la base del razzismo è nela forza indomabile dei sentimenti.
    Per esempio gli ebrei, accusati di contaminare la pura razza germanica in un momento in cui i tedeschi attraversavano un periodo di profonda insoddisfazione di sé: la “contaminazione” la portavano nel loro cuore, ma scelsero di attribuirla a una causa esterna.

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    1. mi pare che hai colto il concetto essenziale: dobbiamo smetterla di parlare di eguaglianza come valore assoluto, viene prima la solidarietà; ed è questa che fonda una battaglia contro forme di deprivazione sociale ed economica; dovremmo cercare di ridurle non in nome del principio astratto dell’eguaglianza, ma in nome del diritto di ciascuno di vedere diminuita la sua sofferenza.
      chi rifiuta l’uguaglianza, come veicolo improprio della richiesta di solidarietà, è un ignorante che non conosce il concetto di pari dignità degli esseri umani o un egoista che non sente la simpatia verso gli altri esseri umani? come te, penso che sia la seconda ipotesi la più giusta.
      l’insoddisfazione per la propria vita acuisce certamente l’egoismo, ma non lo giustifica; a volte penso che sia piuttosto il contrario: è l’egoismo che aiuta ad essere insoddisfatti della propria vita.
      e l’ultima cosa che vorrei sottolineare è che la predicazione astratta contro l’egoismo non ha la minima capacità pratica di ridurlo, anzi semmai rischi di incancrenirlo e renderlo ancora più profondo, aiutandolo con vaghi sensi di colpa.

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  3. Faccio presente che comunque il mio articolo non parlava di eguaglianza, e che quel principio era solo un McGuffin hitchcockiano :-).

    Ad ogni modo, sono ovviamente d’accordo: abbiamo bisogno di uguaglianza (anzi, più esattamente, di equità) proprio perché non siamo uguali. Per me “principio di eguaglianza” significa mettere tutti gli uomini allo stesso punto di partenza e, quindi, togliere a chi ha di più e dare a chi ha di meno. In linea di principio, ovviamente.

    Mi piace molto la tua definizione di “riduzione delle sofferenze”, comunque. Anche per una motivazione, per così dire, professionale.

    P.S.: quel passo della Dichiarazione d’Indipendenza è in effetti, secondo me, il “peccato originale” degli USA, quello che li rende il posto disumano che sono… ma c’è da dire che il testo parla di diritto alla RICERCA della felicità.

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    1. Mc Guffin? bene, mi sono aggiornato grazie a wikipedia, dato che non conoscevo questo modo di definire un espediente narrativo che devia l’attenzione.
      in effetti è vero che ho commentato solo il titolo, dato che non mi pare ci fosse molto altro da commentare, ahah.
      quindi si può dire che con me il Mc Guffin ha funzionato benissimo, dato, che abbinando il titolo col post, ho ritenuto che il secondo volesse mostrare in corpore vili, molto vili, come qualcuno rifiuta quel principio.

      ecco, poi: non siamo affatto d’accordo su quello in cui tu dici di essere d’accordo con me! che sia un Mc Guffin tuo anche questo? 😉
      l’idea di mettere tutti gli uomini allo stesso punto di partenza è altrettanto ideologica ed astratta di quella di creare fra loro eguali condizioni di partenza (quale partenza, per dove?) : non significa nulla di concreto ed è impossibile da realizzare, perché poi gli esseri umani sono “in partenza” profondamente diversi fra loro (e siamo sicuri poi che tutti vogliano andare dalla stessa parte?).
      se devo essere più chiaro, il mio post afferma che l’ideologia dell’eguaglianza è una invenzione borghese per difendere la diseguaglianza di fatto; peraltro chi la agitava come bandiera durante la rivoluzione francese intendeva allora riferirsi esclusivamente alla eguaglianza dei diritti politici dei borghesi con la nobiltà e non immaginava neppure che significato diverso avrebbe assunto la rivendicazione dell’eguaglianza nel secolo successivo, grazie ai movimenti socialisti e in particolare al marxismo; ma io penso che l’idea dell’eguaglianza, arcaica e semplicistica, va abbandonata a favore dell’idea della solidarietà, che ha il vantaggio di avere oltretutto una base emotiva solida e di non essere una frigida petizione di principio intellettualistica.
      nonostante tutto, penso però che potremmo anche essere d’accordo su questo, e forse siamo discutendo di sfumature.

      nella tua critica finale del poscritto hai colto nel segno e hai ragione: la frase originale della Dichiarazione a cui accennavo è questa: Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità.
      nel sintetizzarla come affermazione del diritto alla felicità l’ho semplificata troppo, giusto (e ho anche trascurato il riferimento al Creatore, dato come una indiscutibile evidenza!); giusto: qui si afferma soltanto il diritto di cercarla; la frase ha cioè un significato più restrittivo di quello che le ho dato.
      concordiamo sul fatto, però, che questa frase sia alle origini delle storture della civiltà borghese e democratica realizzata all’inizio negli Stati Uniti e poi largamente impostasi nel mondo.

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      1. Allora mi sa che non hai proprio finito di leggere il post :-).

        Per me il principio di uguaglianza jmha questo significato: trattare in modo uguale situazioni uguali, ed in modo diverso situazioni diverse. Ed in questo credo.

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        1. ahah: doppio vincolo schizogenico batesiano riuscito, da parte tua!
          se rispondo al tuo post contestando il principio di eguaglianza come sordida invenzione borghese sfuggita di mano agli inventori, e propongo in alternativa una semplice vissuta solidarietà, tu mi dici che il tuo post non parlava di eguaglianza.
          se ti rispondo che però ne parlava almeno il titolo, allora tu mi rispondi che non ho letto il post (che effettivamente però non ne parla esplicitamente).
          aiutooo!!!

          anche io credo che sia giusto trattare in modo uguale situazioni uguali, ed in modo diverso situazioni diverse; l’ho imparato da don Milani che uguaglianza è fare parti disuguali fra disuguali, cioè dare di più a chi ha di meno.

          nonostante questo, l’egualitarismo dottrinario lo ritengo un grave errore, ma non starò a ripetermi, adesso.

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            1. io sto parlando del mio rifiuto, abbastanza incazzato, per dirla tutta, dell’egualitarismo come astratta modellistica sociale e come forma di ideologismo borghese, in un post mio che è di tipo argomentativo e per niente descrittivo… 🙂

              certamente ho preso il tuo post, narrativo più che argomentativo, come pretesto per esporre questa che considero una mia personale importante conquista; ma vedi anche il bel commento di rossatinta qui sopra,che ha saputo dirlo meglio di me – se non ti fischiano un poco le orecchie a questa espressione…

              e tu? di che cosa stiamo parlando? 🙂

              un abbraccio, gaber, e buona, anzi ottima settimana di lavoro: beato te che puoi! 🙂

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