chi era Eleazar? – L’annuncio del nuovo regno 19 – 531

nell’ultimo post di questa serie, https://corpus15.wordpress.com/2019/11/23/eleazar-strappato-alla-morte-ottava-testimonianza-lannuncio-del-nuovo-regno-18-521/, la tormentata ricostruzione della ottava testimonianza delL’Annuncio del Nuovo Regno, lo strato originario di quello che oggi conosciamo come Vangelo secondo Giovanni, e che sto cercando pazientemente di ricostruire con bisturi da restauro, apre talmente tante e importanti questioni che la prima cosa da fare è di evitare di affrontarle adesso, quindi di fuggire per il momento dalla domanda del titolo – che dunque è solo uno specchietto per le allodole.

intanto ho già affrontato la questione altre volte, anche se in maniera che trovo ancora insoddisfacente:
https://bortocal.wordpress.com/2012/08/21/r-r-il-suo-israele-8-mai-piu-masada-cadra-la-fortezza-di-erode-il-grande-simbolo-della-liberta-del-popolo-ebreo-oppure/
https://bortocal.wordpress.com/2012/08/26/422-quanti-lazzaro-eleazar-nella-storia-ebraica-del-i-secolo-dopo-cristo/

e poi, per rispondervi, dovrei allargare la prospettiva all’intreccio di questo testo con altri della prima tradizione cristiana: non è da farsi adesso, ma annuncio che, una volta conclusa questa analisi, dedicherò al problema una intera nuova serie con la quale cercherò di rispondere a tali questioni.

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però, a futura memoria, fatemi annotare qui due spunti, per una improvvisa intuizione che mi ha appena finalmente schiarito un dilemma insolubile: se è vero che Yair vuol dire sacerdote, allora l’Eleazar ben Yair e l’Eleazar figlio del sommo sacerdote Anania, di cui parla Giuseppe Flavio (e anche io nell’ultimo post citato) potrebbero essere la stessa persona? solo chiamata in modi diversi in punti diversi dell’opera dello storico?

mi riservo delle verifiche puntuali ovviamente, ma se fosse così, ci troveremmo di fronte ad un fatto dalle conseguenze dirompenti.

quanto al secondo spunto lo trascrivo soltanto alla fine di questo post.

qui dunque restiamo dunque con l’analisi rigorosamente soltanto all’interno del testo, cercando di fissare i punti per una riflessione ulteriore.

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abbiamo ricavato degli indizi che questo passo, o meglio questa ottava testimonianza, fu rielaborata in fasi successive e anche prima che il teologo della metà del secondo secolo ne facesse la revisione più completa; il dubbio era comparso anche nella testimonianza precedente, a proposito dell’episodio della lapidazione dell’adultera, e gli indizi emersi lì si assommano a quelli di qui rinforzandosi reciprocamente.

qui le prime manipolazioni tendono a sminuire il ruolo centrale di Eleazar come amico prediletto di Jeshu, lì a introdurre una visione aperta e tollerante della morale di Jeshu: i due interventi possono essere considerati consonanti e attribuiti se non proprio alla stessa mano, ad ambienti culturali e religiosi simili; infatti possiamo considerare i due interventi ideologicamente affini e mossi da una stessa preoccupazione.

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Eleazar è amico di Jeshu, che lo ama molto; ciononostante il primo manipolatore del testo vorrebbe farne quasi uno sconosciuto nella cerchia dei suoi primi seguaci: è evidente che si tratta di una figura molto imbarazzante per gli ascoltatori di qualche anno dopo e si cerca di mimetizzarla, quasi facendola passare per qualcuno che era passato di lì per caso.

il motivo del ritorno di Jeshu in Giudea, luogo pericoloso per lui, in questo racconto è esplicitamente collegato alla morte di Eleazar, che però non è affatto motivata con la malattia, tanto è vero che il Gemello replica che andare da Eleazar significa andare a morire come lui.

che cosa significa questo strano scambio di battute? la morte di Eleazar che causa ha?

santo8180biga

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c’è stato chi ha dato una spiegazione razionale di questa descrizione assurda: Eleazar sarebbe stato condannato a morte, secondo una tipologia presente nel mondo antico e in particolare nell’impero persiano (ma non attestata altrimenti tra gli ebrei), che è la sepoltura da vivo.

Lazzaro avrebbe subito questa condanna e sarebbe stato rinchiuso nel sepolcro per subirla; l’intervento di Jeshu sarebbe stato in realtà un’azione per liberarlo.

il nucleo individuato come autentico non esclude questa interpretazione, ma neppure la sostiene con indizi forti, salvo che per una frase che rimane strana rispetto alla condizione di un presunto cadavere risuscitato:

quando Jeshu chiama Eleazar dopo avere fatto togliere la pietra tombale, questi esce autonomamente (la scena ha qualcosa di teatrale, è come se dovesse necessariamente svolgersi davanti a tutti): è rivestito di bende funebri e ha addirittura un sudario sul volto, che però non gli impediscono una autonomia di movimento; ciononostante Jeshu ordina di scioglierlo, come se Eleazar, aldilà del corredo funebre, fosse legato o incatenato.

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questa ipotesi non è affatto solida, ma non ne trovo altre che diano spiegazione di questo racconto illogico, se non fosse la volontà di rappresentare Eleazar che risorge dalla morte come l’anticipatore più diretto della sorte di Jeshu stesso di lì a poco.

oppure dobbiamo interpretare questo racconto semplicemente come l’oggettivazione, fortemente simbolica, di un processo mentale: Jeshu avrebbe liberato Eleazar da una morte interiore presente solamente nella sua mente?

però certamente possiamo aggiungere una nota importante: c’era, al tempo stesso in cui veniva redatto l’Annuncio del Nuovo Regno, una lettura radicalmente alternativa del messaggio di Jeshuu, rappresentata da Giuda il fratello gemello, o Tommaso, che compare nell’ultima parte di questo testo come una voce dissonante e anche qui viene rappresentato come scettico rispetto all’azione di Jeshuu (Andiamo anche noi a morire con lui); in questi ambienti viene prospettata allusivamente una diversa versione dei fatti, ben testimoniata da questo passaggio di un testo trovato sempre nel 1945 ad Hag Hammadi in quel deposito dove vennero nascosti gli antichi vangeli condannati al rogo da un editto del vescovo di Alessandria, che richiama esplicitamente la figura di Tommaso: Vennero alla tomba di Lazzaro; Jeshuu camminava davanti agli apostoli. E disse loro: Togliete la pietra, affinché tu, Tomaso, veda una testimonianza simile alla resurrezione dei morti” . (Frammenti di testi copti, 2, 15, in Luigi Moraldi, Vangeli, PIEMME, pag. 469).

questo miracolo sarebbe in assoluto il più straordinario fra tutti quelli attribuiti a Jeshu – se realmente avvenuto in questi termini, se fosse stato cioè una resurrezione dei morti (ma questo testo lo nega: è qualcosa di simile, dice, fornendoci un indizio importante: voleva forse dire che quella di Lazzaro era solo una morte simbolica?).

quindi suscita una forte sorpresa che non se ne trovi quasi traccia nelle narrazioni evangeliche successive, tranne che per un riferimento presente in tutti i tre sinottici, ma secondo versioni differenti, alla resurrezione operata in grande segreto da Jeshu della figlia dodicenne di un sacerdote di nome Giairo o Yair, che sarebbe del tutto grottesco, se fosse effettivamente l’ultima eco, quasi totalmente stravolta, di questa narrazione apertamente propagandistica:
Marco 5, 21-42; Matteo 9, 18-26; Luca 8, 40-56, che riprende e sviluppa Marco.

ma che rapporto esiste tra questo episodio e quello raccontato invece in una versione più antica di Marco, e poi cancellato, dalla versione definitiva, del rito iniziatico notturno cui Jeshu avrebbe sottoposto Eleazar, nudo con nudo?

ecco che, mio malgrado, mi affaccio ancora a quel ribollente magma di redazioni, manipolazioni, cancellazioni, che rendono questo episodio quasi completamente inestricabile; mi ritraggo, ma, come promesso, ci tornerò.

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dobbiamo, invece, tornare al testo e al suo racconto, dove si presenta un’altra stranezza, che tuttavia può essere sciolta con una interpretazione adeguata, che ovviamente si discosta molto dalle interpretazioni correnti in ambito confessionale, ed è l’affermazione dei membri del Sinedrio che i miracoli di Jeshu possono provocare l’intervento dei Romani e portare alla distruzione della città, del tempio e dello stato: evidente che, se questi miracoli non fossero inseriti in un piano d’azione messianico, questa paura non avrebbe senso.

ma quel che viene raccontato subito dopo invece, a saperlo leggere per il suo autentico significato, è il sigillo che viene posto sul progetto messianico di Jeshu: ed è l’unzione con una libbra di olio profumato che farebbe di lui finalmente e pienamente l’Unto di Dio, il Christòs, il mashiah. – se non fosse che gli vengono unti i piedi e non la testa!

ma anche questo gesto decisivo avviene nella più radicale rottura con la tradizione: ad opera non di un sacerdote, ma di una donna, che è anche la sua sposa! probabilmente, almeno.

e questo forse spiega l’ombra di imbarazzo col quale è raccontato, sminuendone quasi la funzione e l’efficacia.

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ma la conclusione della testimonianza ne indica anche la funzione nella struttura del racconto: ribadisce con forza un legame oramai indissolubile tra Jeshu ed Eleazar; non solo: attribuisce a Eleazar un valore aggiunto, per così dire, proprio dopo che è stato salvato da Jeshu, ma anche una cerchia particolare di seguaci suoi, che arrivano a Jeshu proprio attraverso di lui.

come se i loro programmi d’azione e le loro prospettive non fossero state del tutto coincidenti – del resto Eleazar non ha avuto alcun ruolo speciale sinora tra i seguaci di Jeshu, secondo questo testo, e non è mai stato nominato prima – e però lo diventano da questo momento in poi.

rimangono però nel movimento che si è raccolto attorno a Jeshu delle tendenze che non sono viste positivamente nella raffigurazione di chi ha steso questo racconto, che appartiene indubitabilmente alla cerchia di Eleazar: da un lato Judas il Gemello, che compare qui come titubante e restio nel momento in cui Jeshu decide di passare all’azione (e qui tanto più se l’azione consiste nell’andare a liberare Eleazar imprigionato) e dall’altro lato Judas il Sicario, esponente di una corrente evidentemente pauperista e di più accesa protesta sociale.

a questa corrente, giusto per sottolinearlo, Eleazar non appartiene affatto: vuole un’azione violenta, ma non in nome dei poveri a nome dei quali parla l’Iscariota.

ma è proprio la confluenza che ora si realizza tra le prospettive di Jeshu e quelle di Eleazar che rende entrambi ancor più pericolosi e porta il Sinedrio alla decisione di sopprimerli.

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l’identificazione di Eleazar col seguace amato da Jeshu, a cui sono arrivato per mio conto, trova un autorevole sostenitore anche in campo accademico: Frederick Baltz, ritiene corrette l’identificazione di questo con Eleazar e sottolinea le evidenze in base alle quali il Discepolo Prediletto sarebbe un kohen gadol, cioè un ex sommo sacerdote di Israele, o almeno appartenente a tale altissima cerchia familiare.

Baltz afferma che la famiglia dei figli di Boethus, conosciuta da Flavio Giuseppe e dalla letteratura rabbinica, è la stessa famiglia amata alla quale ci si riferisce nel Vangelo secondo Giovanni, 11:5: Lazzaro, Marta e Maria di Betania.

Secondo questa interpretazione, Eleazar (Lazzaro) viene identificato con l’omonimo figlio di Boethus, ex sommo sacerdote di Israele e appartenente ad un clan famigliare che diede i natali molteplici membri del medesimo ufficio sacro.

mi accontento di questo accenno, in attesa di riprendere il tema.

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ma a questo punto scordatevi quindi la tradizione millenaria di chi dice che il vero fondatore del cristianesimo fu Saul soprannominato Paulus, cioè Saul il Piccoletto: fu solo una figura inventata, un secolo dopo o quasi, per nascondere l’identità vera di chi fondò il messianismo ebraico, cioè la prima forma di fede nel messia, mashiah, o christòs: fu Eleazar, che si presentò come legittimo erede della figura chiamata Jeshu, che la arricchì e la integrò e ne fece un mito immortale, proprio curando lui personalmente la stesura di questo Annuncio del Nuovo Regno, che guidò la rivolta contro i Romani e potrò alla sua tragica autodistruzione quel movimento esaltato e fanatico.

il protagonista suicida dell’ultima resistenza dei ribelli nella fortezza di Masada, quella che avete visto alla fine dell’ultimo post.

ma lasciò comunque un seme, che venne raccolto, stravolto nei significati, riadattato ai tempi nuovi e cominciò a germogliare, secondo nuove linee di fioritura e di sviluppo nella storia che non si sono ancora esaurite.


11 risposte a "chi era Eleazar? – L’annuncio del nuovo regno 19 – 531"

    1. in effetti frugare negli avanzi della storia, cercando di liberarla dalle mistificazioni della follia umana e della propaganda, è come cercare qualche anello prezioso in un letamaio.
      e purtroppo questa fatica improba dà pochi risultati, bisogna ammetterlo: nessuno riesce veramente a ricostruire una chiara e netta verità alternativa; il risultato non da poco che rimane è lo smascheramento delle menzogne delle quali ci riempiono ancora la testa.

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      1. Penso che le storie frammischiate che ci sono arrivate siano state un tentativo di rendere organico (non riuscendoci) un percorso talmente rivoluzionario che per persone di 2000 anni fa era impossibile da comprendere. E lo è anche per noi. Basta guardarsi intorno.
        Quel linguaggio, quell’insieme di storie e persone è così aggrovigliato che dovremmo risalire a Lucy per sbrogliarlo.
        Io credo, però, e in questo la parola credo è dirimente, che quel messaggio assoluto elaborato nei millenni precedenti in diverse parti del mondo, sia fondamentale: ama il prossimo tuo come te stesso.

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        1. proprio di quel messaggio mi sono occupato in passato, ed il suo significato autentico ed originario è esattamente l’opposto di quello che gli è stato attribuito dopo, stravolgendo il significato della parola “prossimo”.
          ama chi ti sta vicino come te stesso non è una frase originaria della predicazione di Jeshu, ma viene dalla tradizione ebraica; la ritroviamo infatti nel Levitico, il terzo libro del Pentateuco, il nucleo stesso della religione ebraica: “Non ti vendicherai né coverai rancore contro i figli del tuo popolo. Amerai, invece, il tuo prossimo come te stesso”. (Levitico 19,18). e la traduzione “prossimo tuo” è volutamente tendenziosa, per conciliarla col significato posticcio che è stato dato DOPO a questa frase, che era l’espressione della chiusura in una morale puramente etnocentrica che riguarda soltanto i partecipi della stessa stirpe ebraica (peggio dunque della moralità islamica, che riserva almeno il rispetto delle regole morali ai membri della stessa religione).
          ma quando il cristianesimo si trasformò in religione di stato dell’impero romano, si dovette conciliare con la filosofia stoica, che era praticamente la visione ufficiale del mondo dell’impero e insegnava appunto la filantropia universale.
          quindi la frase diventò il suo opposto: non più “ama chi è vicino a te“, cioè è ebreo come te, ma “ama tutti gli uomini” indipendentemente da appartenenza etnica o religiosa; ma questa morale è nata dalla filosofia greca, e non è mai stata completamente recepita nel mondo ebraico – come del resto vediamo bene anche oggi.
          il cristianesimo è un fenomeno umano che retroattivamente ha attribuito le idee che ha via via maturato nella storia alla figura del suo presunto fondatore (che era soltanto un ebreo interno a quel mondo e a quella religione).
          il solidarismo universale non ha nulla di divino, è una ideologia umana come le altre, soggetta a decadenza e a rinnegamento, anche quando la sua crosta superficiale viene apparentemente mantenuta intatta.
          meglio tuttora rifarsi a Kant, allora, piuttosto che a tradizioni confuse e lontane.

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            1. vedi? siamo completamente d’accordo. 🙂
              una morale più avanzata e di tipo universalistico (che corrisponde alla fase storica degli imperi universali o aspiranti ad essere tali) è il frutto della storia umana. 🙂
              che poi qualcuno la attribuisca a un suo Dio, per darle più forza è pur sempre un fenomeno umano.
              ma questo non toglie per nulla valore alla morale universalistica, anzi; soltanto sapere come nasce dovrebbe renderci più consapevoli della sua fragilità, che è poi la fragilità stessa della civiltà.

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