chi è il giurista del diavolo? – 535

In tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia in Italia e in tanti ordinamenti democratici pronunce per le quali
l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato.
Secondo una giurisprudenza che si autodefinisce ‘creativa’ inventano un ‘diritto di morire’ privo di qualsiasi fondamento giuridico e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza”.

lo dice papa Bergoglio, improvvisandosi giurista, ma maldestro, al punto da far dubitare che sia diventato l’avvocato del diavolo.

. . .

il riconoscimento del diritto individuale naturale a porre termine alla propria esistenza affievolisce gli sforzi per lenire il dolore?

ma è proprio il contrario!

come ben sa chi ci ha avuto la disgrazia di dover passare dentro situazioni di questo genere, ci sono momenti nel quale un antidolorifico che elimini la sofferenza radicalmente e almeno per un po’ abbrevia comunque la vita del malato terminale.

e poi ci sono casi nei quali il dolore non si può proprio eliminare e non ci sono speranze che possa terminare in altro modo che con la morte…

chi mai deciderebbe lucidamente di porre fine alla propria esistenza se non perché è diventata la causa di sofferenze insopportabili? si riesce ad immaginare una persona felice, realizzata, a cui la vita sorride nei suoi aspetti migliori, confortata dall’amore e dal piacere di vivere, che decide di porre fine alla propria esistenza?

. . .

ma papa Bergoglio si appoggia su lontane affermazioni del giudice Livatino, ucciso dalla mafia.

e lo cita così:
“In una conferenza, riferendosi alla questione dell’eutanasia, e riprendendo le preoccupazioni che un parlamentare laico del tempo aveva per l’introduzione di un presunto diritto all’eutanasia, egli faceva questa osservazione:
“Se l’opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l’opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni indisponibili, che né i singoli né la collettività possono aggredire”.

ma proprio la libertà di morire per scelta è un diritto naturale che il singolo può sempre esercitare e che nessuna legge potrà mai limitare, salvo che nelle situazioni estreme nelle quali il singolo è impossibilitato ad agire; non è un atto di amicizia e di solidarietà aiutarlo a realizzare quel che desidera e che farebbe liberamente se soltanto potesse far seguire l’azione alla scelta?

i credenti hanno la piena libertà di scelta personale su come comportarsi in situazioni così penose, ma che cosa dovrebbe vietare a chi la pensa diversamente di comportarsi anche diversamente?

la vita indisponibile di cui parla quel giudice è soltanto quella altrui: qualcuno vuole forse convincerci che per ciascuno di noi la nostra vita individuale non è un bene del quale possiamo decidere, sia quando diventa un male insopportabile sia in ogni altro momento?

. . .

“L’attualità di Rosario Livatino è sorprendente, perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti ‘nuovi diritti’, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo”.

è triste che la libertà personale sia considerata un nuovo diritto e uno fra i tanti desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo…

ma la chiesa cattolica pare che non riesca a liberare il cristianesimo dal suo vizio di di essere diventato, da momento di lotta e protesta, la religione imperiale al servizio di quello stesso potere che aveva combattuto per tre secoli.

l’impero di allora era diventato l’impero del male e il suo capo religioso di allora continua forse ad essere al servizio del male?

l’avvocato del diavolo, appunto.

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6 risposte a "chi è il giurista del diavolo? – 535"

  1. Quello che dice Livattino è irricevibile, proprio per via di quel principio di eguaglianza di cui abbiamo discusso e che, comunque la si voglia pensare, è garantito dalla nostra costituzione: bisogna trattare allo stesso modo le stesse situazioni, ed in modo diverso situazioni diverse.
    Disporre della propria vita e, eventualmente, privarsene, è qualcosa che chiunque può fare, a meno che non vi sia impedito dalle circostanze: quindi, non vedo cosa ci sia di “creativo” in una giurisprudenza siffatta…
    E comunque, se una persona è mantenuta in vita dalle cure, nessuno può obbligarla a continuarle.

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    1. ecco, il tuo commento approfondisce, in primo luogo, un punto che avevo accennato appena: un sistema giuridico sano è quello che prende atto, nel campo del diritto soggettivo alla vita, che la natura ha concesso ad ognuno di noi il diritto di fatto di disporne (fino a che possiamo) e quindi è contro natura, cioè contro il diritto naturale, un sistema giuridico che pretendesse di impedire un diritto di fatto, ponendo una sorta di camicia di forza giuridica alla persona.
      naturalmente vi sono aspetti anche più complessi, come quelli che nascono dalle responsabilità sociali: è ovvio, ad esempio, che noi sentiamo come una ferita a doveri basilari di solidarietà attiva il suicidio, per esempio, di una donna con figli piccoli; eppure bisognerebbe sempre prendere atto che, se questo succede, è per qualche situazione interiore che le ha reso intollerabile il restare in vita.

      nel secondo punto, invece, introduci molto opportunamente un elemento di valutazione in più che avevo trascurato, ed è il diritto di disporre della propria salute che la nostra Costituzione garantisce al singolo (sempre in obbedienza, secondo me, ad un principio di diritto naturale): mi sembra evidente che questo diritto è strettamente connesso a quello di disporre della propria vita, fino a che non si danneggia qualcun altro; anzi, a me pare che il diritto individuale di decidere dei trattamenti sanitari a cui sottoporsi sia soltanto un corollario o una derivazione da quest’altro principio fondamentale.

      mi auguro soltanto – aggiungo, visto che parlo ad un medico sensibile a questi problemi – che la rivoluzione culturale conseguente sia oramai ampiamente diffusa nel corpo medico; in anni non lontani mi sono dovuto confrontare con un’etica medica ben diversa, quando il camice bianco si sentiva autorizzato, dalla sua competenza tecnica, a decidere per il paziente “per il suo bene”, senza consultare né lui né la famiglia.

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