com’è difficile diventare maschi: la mascolinità è tossica? – 537

sintesi del post:
1. “il maschio” non esiste
2. perché la lotta al maschio
3. la difficile costruzione dell’identità maschile oggi

. . .

1.  “il maschio” non esiste

una cosa che mi stupisce nell’intenso dibattito che ci attraversa, dedicato al maschio femminicida, è che non mi risulta che qualcuno abbia provato a collegare la critica all’aggressività maschile alla teoria del gender, che pure attraversa gli stessi ambienti da cui nasce la caccia al maschio aggressivo, stupratore ed omicida.

dite la verità, forse non ci avete pensate neppure voi, ma appena vi si pone davanti il problema, forse vi potreste anche chiedere come mai non ci avete pensato prima.

se infatti nasciamo tutti o quasi (ma le eccezioni sono davvero poche) ben distinti tra maschi e femmine, anatomicamente e biologicamente, abbiamo anche imparato che il passaggio dall’identità corporea a quella psicologica non è automaticamente garantito, ma soprattutto che le identità sessuali psicologiche sono molto più variegate e sfumate di una alternativa anatomica sostanzialmente binaria.

e insomma, maschi e femmine si nasce biologicamente, come struttura del corpo, ma come struttura della mente lo si diventa, e in mille modi diversi.

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a questo punto una domanda (per ora): che senso ha scagliarsi contro l’identità maschile, se questa è una costruzione della mente e, in quanto tale, dipende dagli stereotipi culturali delle diverse società?

certo, biologicamente il genere maschile, dedito al procacciamento del cibo con la caccia, è tendenzialmente caratterizzato da una aggressività fisica maggiore che il genere femminile, dedito all’allevamento della prole: “Diversi studi dimostrano che i maschi, fin da prima della nascita, sono attivissimi nel grembo materno perché già esposti a livelli elevati di testosterone. È una caratteristica maschile”.

ma, anche se ammettiamo questo, non esiste affatto un modello unico di mascolinità universale, da pigliare come bersaglio, ma ne esistono diversi, differenziati non solo culturalmente, ma anche per scelte individuali.

e dunque la polemica contro il maschio è sbagliata, prima di tutto perché è fatta contro un oggetto inesistente.

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è la stessa cosa essere maschi in Europa, nell’islam, in India, in Cina, in Giappone?

essere maschi in Lombardia o in Sicilia?

in Spagna o in Lapponia?

oppure, attraversando la storia, nell’impero romano, oppure ad Atene o a Sparta, nella Palestina ebraica o tra le tribù dell’Amazzonia oppure tra i maori prima della colonizzazione inglese?

è la stessa cosa essere maschi nelle società matriarcali o in quelle della famiglia allargata o della famiglia nucleare?

evidentemente no: prendete Tahiti, prima che arrivassero gli europei, e in parte anche oggi: essere maschi in quella cultura, costretta ad un feroce controllo delle nascite dalla povertà delle risorse e dei territori, significava anche dovere femminilizzarsi, per una quota importante: bastava piangere per il dolore quando dovevi immergerti nel mare subito dopo la circoncisione, a ferita ancora aperta e bruciante.

https://maurobort48.wordpress.com/2018/01/10/i-mahu-uno-dei-due-tesori-nascosti-di-papeete-my-roundtheworld-85-2a-parte-101/

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2. perché la lotta al maschio

e qui bisogna pure che sputi il rospo, o forse sono due.

questa campagna contro il maschio è tipicamente lesbica; il rifiuto dell’aggressività maschile nasce dal rifiuto del maschio in chi ha orientato le sue scelte sessuali verso l’altro sesso; diciamo pure, perfino, che è tipicamente maschile come componente di una sessualità psicologica, dato che il maschio di solito nella donna cerca la femminilità, cioè una partner sessuale più dolce e disponibile.

. . .

ma il secondo rospo è che chi volesse ridurre le nascite in una società non potrebbe trovare strumento migliore (a parte la televisione) che mettere in crisi quello che è davvero il sesso debole fra i due, eppure ancora indispensabile per la riproduzione: quello maschile.

maschi meno sicuri di poter essere maschi e femmine più mascolinizzate ed aggressive: l’effetto è garantito: crollo delle nascite.

infatti.

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3. la difficile costruzione dell’identità maschile oggi

ma il vero tema di questo post è un altro e queste considerazioni provocatorie valgono solo da premessa; io qui vorrei porre il problema se qualcuno, o meglio qualcuna, ha pensato sugli effetti che la criminalizzazione dell’aggressività maschile può avere sul processo di identificazione del proprio gender nei giovani maschietti, nei ragazzini preadolescenti e adolescenti che devono affrontarlo.

e quanto sia difficile questo processo lo dimostra un dato: un tasso di suicidi tre volte più alto tra gli adolescenti maschi, rispetto alle ragazze; gli stereotipi maschilisti sono stati un peso intollerabile per intere generazioni di uomini, ben prima ancora che un peso da sopportare per le donne.

mi ha sollecitato questa riflessione un articolo delL’Avvenire, che ho trovato interessante e riferisce di una ricerca svolta in Inghilterra sugli effetti della campagna del MeToo in un collegio maschile, frequentato da quasi mille ragazzi fra i dieci e i diciotto anni. (a me viene in mente If, mitico film del 68, con la rivolta che scuote appunto le tradizioni incrostate di un college inglese).

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Educazione. «La mascolinità non è tossica». Così Londra sfida gli stereotipi
Silvia Guzzetti mercoledì 27 novembre 2019

il sottotitolo sintetizza l’essenziale:
Indicare gli uomini come fossero sempre sessisti e violenti può minare l’autostima dei ragazzi.

Fino agli anni Settanta il modello implicitamente proposto agli alunni maschi era quello dell’’uomo forte’, magari campione nello sport, soprattutto nel rugby, più intelligente delle donne e con la prospettiva di un’ottima laurea e di un lavoro importante e di soddisfazione; riconosco il modello educativo, che è stato anche il mio.

ma che modello di mascolinità propone la società di oggi?

chiudo con una carrellata di dichiarazioni di diversi psicologi, ricavate dall’articolo citato:

“Oggi i media trasmettono in Inghilterra ai giovani maschi in formazione un modello identitario alla Boris Johnson, che ha definito‘big girl’s blouse’, ‘femminuccia’ (letteralmente: camiciona da donna) il leader dell’opposizione Corbyn e ha chiamato le donne musulmane che indossano il burqa ‘cassette postali'”.

«Le cose sono cambiate tanto rapidamente che non esiste più un preciso modello di ruolo per i giovani maschi, mentre le aspettative nei loro confronti sono sempre più alte, anche per l’impatto dei social media».

«In questo 2019, i ragazzi, quando si avvicinano alla pubertà, vedono e sentono critiche continue all’identità maschile: sui media, nelle serie televisive e in politica.
L’effetto sulla loro autostima è profondamente negativo.
Dovrebbero essere orgogliosi della loro virilità. E non pensare che vi c’è qualcosa che non va».

«Molti bambini, ormai, crescono in famiglie dove manca una figura paterna e sentono la madre e le amiche criticare non soltanto il papà, ma gli uomini in generale: è un fatto disturbante per uno sviluppo psicologico sano. Il confronto con le femmine, naturalmente più studiose, non fa che rafforzare un sentimento di inferiorità».

«I media, in questo momento, nel Regno Unito si stanno concentrando sulle caratteristiche più negative della figura maschile, con pessime conseguenze per i giovani.
Mi preoccupa l’uso diffuso del termine ‘toxic masculinity’, e il fatto che non vengano fatte ricerche sull’impatto che può avere sui ragazzi».

«Ho timori per la salute mentale dei giovani maschi, in quanto esiste un vero rischio che crescano con l’idea che esista qualcosa che non va in loro, e con un senso di colpa per eventi negativi di cui non sono responsabili. […]
In Gran Bretagna i responsabili di episodi di violenza domestica sono per metà uomini e per metà donne.
Un fatto che dimostra come sia importante giudicare i comportamenti in modo neutrale senza alcun pregiudizio»
sessista.

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ecco dei motivi validi per affrontare la questione dei rapporti uomo donna con maggiore equilibrio, se possibile.

i giovani maschi hanno diritto ad una costruzione più serena possibile della loro identità gender; chi li criminalizza in quanto maschi, rende più difficile un processo che è già difficile di suo.

appello, il mio, destinato a cadere nel deserto, peraltro.


19 risposte a "com’è difficile diventare maschi: la mascolinità è tossica? – 537"

  1. @ gaberricci

    interessante, dai, mi aggiorno.

    1) personalmente rifiuto la vulgata corrente che identifica l’omosessualità in una categoria di persone ben distinta e cerca una specie di giustificazione buonista del diritto degli omosessuali di non essere discriminati e perseguitati: mi pare che sia dal tempo remoto del Rapporto Kinsey che si sa bene che non è così.
    tutta la questione delle scelte sessuali è molto dominata dall’istintività, come è logico, e quindi anche dalla casualità, ma non c’è soltanto l’omosessualità per natura, c’è anche quella per emulazione o per costrizione (le carceri!) e quella che inizia per scelta, come la prima sigaretta o il primo spinello.
    a mio parere si semplifica troppo, in troppi ambienti, non solo in quelli reazionari.

    2) gli orientamenti sessuali esistono soltanto come classificazioni generali di comodo; poi sono d’accordo con te: ognuno di noi è un sesso a parte, ahaha; poi però dobbiamo accettare le semplificazioni grossolane, quantomeno per aiutarci a trovare chi è abbastanza complementare a noi. 😉

    3) non so perché, mi viene in mente la teoria della relatività; veniva molto ridicolizzata quando ero bambino, poi si sono rassegnati; del resto stava arrivano la fisica quantistica a fare ben di peggio.
    in sostanza: la distinzione tra sesso biologico e sesso psicologico esiste oppure no? va difesa come verità scientifica oppure no? mi pare che i movimenti di cui parli siano un po’ troppo sulla difensiva se la loro posizione è quella che descrivi tu, come pare.
    insomma il tempo è relativo oppure no? la sessualità è relativa oppure no?
    credo che dobbiamo avere il coraggio di rispondere di sì, infischiandocene dei reazionari.

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  2. “e insomma, maschi e femmine si nasce biologicamente, come struttura del corpo, ma come struttura della mente lo si diventa, e in mille modi diversi.”
    E questo è appunto il nucleo della critica femminista alla società: il fatto che cattivi modelli maschili conducano a cattivi comportamenti maschili.
    Leggevo oggi che in Nuova Zelanda hanno fatto un’indagine sulla pornografia (!) e scoperto che la maggioranza dei porno inizia con una sorta di stupro, con la donna che dice “no” ad un approccio sessuale e viene in qualche modo “costretta” a cambiare idea. La risposta della politica, ovviamente, pare sia stata quella di incolpare la pornografia: come se i film hard creassero gli stupratori, e non fosse invece che tante persone vengono cresciute con certe idee e quindi le ricercano quando scelgono cosa guardare per masturbarsi on line.

    E quindi io non penso che il bersaglio in se debba essere la mascolinità; semmai, la mascolinità prevaricante che è dominante almeno alle nostre latitudini.

    E tra parentesi: la teoria del gender non esiste, ed è semmai un bersaglio critico delle femministe.

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    1. posso chiederti di riprendere e approfondire la tua ultima battuta?

      sul nucleo del tuo commento mi pare di concordare: tuttavia forse “le femministe” – concetto troppo generico – comunicano un gran male, visto che il messaggio che invece circola è un attacco alla sessualità maschile tout court.

      ma – giusto per continuare ad approfondire – fermo restando che il testosterone i maschi in genere ce l’hanno in maggiore quantità e fa pur sempre i suoi effetti, rimane ancora da chiarire meglio – se per caso è possibile – come si configura, almeno a grandi linee, un modello di sessualità maschile alternativa: quello, per intenderci, nel quale i maschi non stuprano, ma non devono neppure fare domanda in carta bollata per avvicinarsi ad un rapporto sessuale con una donna.

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      1. La teoria del gendere è un’invenzione di forze reazionarie, che pretendono che le influenze delle “femministe” e della “propaganda omosessualista” voglia cancellare le differenze sessuali ed indurre i bambini a diventare omosessuali (…). Si tratta di un bersaglio delle femministe, perché la “teoria del gender” è appunto una leggenda utilizzata contro di loro.

        A me non sembra che attualmente gli uomini debbano fare domandaa in carta bollata per avere un rapporto sessuale con una donna…

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        1. anche a me non risulta la domanda scritta, ma dai tempo al tempo… magari via whatsapp, ahha.

          sulla teoria del gender da chi hai preso quella bella citazione? 😉

          la teoria a me pare abbastanza fondata su precisi dati di fatto, peraltro.

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            1. va bene, ti sei autocitato, allora…, ma da dove? ci sono puntini tra parentesi che incuriosiscono a leggersi l’intero.

              i dati? il fatto che ci sono bambini già transessuali, indiscutibilmente, mi pare.

              la teoria del gender, al contrario di quel che sostieni nella tua bella citazione 🙂 ha delle solide basi scientifiche, e sono i terrapiattisti reazionari del sesso che ne danno una rappresentazione stravolta:

              sono quelli che sghignazzano quando gli si dice che la Terra è tonda, e quindi ridono e si indignano anche a sentir dire che il sesso come identità psicologica non è un portato automatico della conformazione anatomica, anche se indubbiamente la accompagna nella maggior parte dei casi.

              il legame poi fra transessualità e omosessualità è nullo, sono due fenomeni completamente distinti: i transessuali non sono omosessuali, anzi, al contrario, sono psicologicamente perfettamente eterosessuali.

              oh che bello, finalmente un altro dissenso netto e chiaro tra noi due…, eheh.

              ne aspettavo qualcuno nuovo da tempo, ma non immaginavo che sarebbe stato proprio su questo punto!

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                1. mi sono chiesto quanto sto diventando tonto, allora, a proposito dei tuoi puntini, ma mi sono ripreso subito, perché tu non hai usato i puntini semplicemente, ma i puntini tra parentesi, che all’università mi avevano abituato a considerare segnale che si sta omettendo qualcosa in una citazione (per evitare dubbi, io preferisco in questi casi metterli tra parentesi quadra, che non si usa in nessun altro caso):

                  può essere che io interpreti male, ma a me pare che la teoria del gender insegni ai bambini ad accettare l’eventuale transessualità, propria o altrui; poi, certo, siccome sdrammatizza le diversità sessuali, può indurli anche a non drammatizzare scelte omosessuali – cosa che peraltro corrisponde ad una evidente tendenza sociale in atto.

                  rimane il fatto, secondo me, che la transessualità è un modo di essere che coinvolge l’intera personalità, mentre l’omosessualità è soltanto un comportamento, che non necessariamente diventa un’identità.

                  in questo è come un’altra variante di comportamento sessuale, la castità: si può essere casti, o volerlo essere, ma anche senza proclamarlo al mondo né farsi preti, frati o suore.

                  che poi la teoria del gender insegni a diventare omosessuali…, dai, hai dimenticato i puntini questa volta… 😉

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                  1. Infatti avevo inizialmente pensato che lo potessi aver interpretato in questo senso, ma avvo escluso la possibilità dicendomi che un fine letterato come te certo avrebbe pensato ad una citazione “ridotta” solo se avessi usato le parentesi quadre ;-).

                    Certo: e probabilmente è proprio la sdrammatizzazione dell’omosessualità (che per altro non è una scelta) che irrita coloro che gridano alla “teoria del gender”. Che sarebbe l’insegnamento che “una sessualità vale l’altra” e che “i sessi non esistono”. Ma questo è l’esatto contrario di quanto pensano i movimenti femministi e di liberazione omosessuale.

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                    1. primo punto: sorriso mio largo una spanna.

                      secondo punto: mi sa che devi dirozzare il nonno che si aggiorna poco, e da quando ha smesso di andare a scuola (a lavorarci) rischia di perdere un autobus dietro l’altro.
                      qui la discussione dilaga e mi sa tanto che arriveremo ad un post dedicato al tema per approfondire, ma ho delle domande. (…) 🙂

                      1) in che senso “l’omosessualità non è una scelta”? la transessualità non lo è, certamente, ma l’omosessualità spesso lo è; un amico omosessuale mi racconta che lui da bambino andava già a palpare il sedere ai suoi compagni; ma sarà per tutti così?
                      alcuni nascono orientati verso l’omosessualità, nessun dubbio, come molti di più verso l’eterosessualità; ma ci sono persone orientate all’eterosessualità che, per i casi della vita, adottano comportamenti omosessuali – esclusivi oppure anche no -; così come esiste anche la situazione opposta, di persone orientate verso l’omosessualità che si incasellano nell’eterosessualità.
                      certo, queste scelte non è detto che siano scelte consapevoli, ma quale delle nostre scelte lo è? l’innamoramento è forse una scelta consapevole? ma chi sceglie per noi come e perché innamorarsi? non siamo sempre “noi” a farlo?
                      in questo senso, parziale, lo ammetto, della parola “scelta”, l’omosessualità per molti è una “scelta” e certamente non una natura ben definita e obbligata.

                      scusa il pistolotto; ma devo continuare (…):

                      2) queste idee contrastano con “quanto pensano i movimenti femministi e di liberazione omosessuale”? ohibò, allora dovrò prenderne le distanze con molta più forza di quanto già non faccia.

                      3) e chi dice che “i sessi non esistono”? i teorici del gender? ma dai, queste sono le caricature reazionarie…; il gender dice che i sessi non sono strettamente correlati all’anatomia, a quanto mi risulta; cosa peraltro indiscutibile.

                      4) e chi dice che “un sesso vale l’altro”? non conosco una sola persona al mondo, etero- oppure omo- che sia, che pensi una sciocchezza simile… 🙂

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                    2. 1. In questo senso si può dire scelta. Ma questa non è una scelta.
                      2. I sessi esistono… ma secondo me ce n’è uno per ogni persona :-). Il vero problema è la sessualità binaria e la discriminazione su base sessuale.
                      3. Il problema vero è che non esiste una cosa che si chiama teoria del gender, se non nella testa dei reazionari.

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              1. rispondo soltanto all’altro commento (ovviamente).
                non so bene che cosa intendi per IL fine, ma qualunque cosa sia, per me non lo è mai stato; ho gestito la cosa con più passionalità, ma meno urgenza.
                giusto per l’autobiografia; e questo mi consente un’uscita da questa scena molto meno traumatica e più soft.

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