Percorsi per monti e pensieri, una prefazione (mia) a Silvano Gaburro – 544

Silvano Gaburro compare spesso su questo blog come commentatore semplicemente come Silvano; spesso i suoi commenti sono versi brevi, incisivi, fulminanti.

stanco di esaurire la sua produzione poetica semplicemente classificandosi primo a Brescia in un concorso di poesia patrocinato dal Comune di Brescia, Silvano ha deciso di regalarsi una strenna natalizia pubblicando un bel gruppo delle sue poesie presso Gilgamesh edizioni, col titolo Percorsi per monti e pensieri.

chi volesse pensarci come regalo di Natale, credetemi non butta via i 15 euro che costa il volume e farà di sicuro bella figura; perché è un libro che puoi leggere in maniera continuata ed è una boccata d’aria pura di montagna ad ogni pagina che svolti, oppure potete aprirlo a caso e non restare mai delusi.

ma qui mi fermo, perché se no faccio una seconda prefazione.

infatti, due mesi fa, quando pensava al progetto, Silvano mi ha mandato le bozze e mi ha chiesto una prefazione; non mi sentivo all’altezza, ma non ho rifiutato; per fortuna a lui è piaciuta.

e così spero di voi, come si diceva una volta, per chiudere…; eccola.

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Perché Silvano non vuole abituarsi alla bellezza?
Lo spiega nella poesia Non voglio: perché, se si abituasse, perderebbe lo stupore di ogni volta, che è l’essenza stessa della bellezza e l’emozione che ci regala.
E certamente Silvano vuole che anche il lettore delle sue poesie assuma lo stesso atteggiamento, sia pronto a stupirsi ogni volta.
Succede lo stesso con le sue fotografie: gli ho consigliato di inserirne qualcuna qui, perché Silvano è un poeta anche dell’obiettivo della fotocamera e setaccia i giorni e la natura col suo sguardo curioso di osservatore incantato.

Non vorrei appesantire troppo il discorso, ma ha due illustri precursori, Silvano, in questa idea della bellezza come meraviglia della poesia che la dice: il poeta barocco che attribuiva alla meraviglia il fine stesso della poesia (ma poi era meraviglia concettosa più che sentimentale); e, molto più vicino a lui quel gigante un poco sottovalutato delle nostre lettere che è Pascoli e che voleva riportare alla condizione del fanciullino, che scopre il mondo con intatto stupore, il poeta, e quindi anche il suo lettore, che si fa un poco poeta con lui.
Ma Silvano è diverso anche dal Pascoli: la sua meraviglia di fronte alla natura, alla vita e alla bellezza non è puerile, è anzi consapevole, matura, adulta, nutrita di pessimismo esistenziale.
E allora viene in mente piuttosto certo Brecht lirico, e poi, attraverso i suoi rimandi, certa poesia giapponese degli haiku o il sentenziare zen o taoista, ma ricondotto in versi.
Silvano non cerca la pura emozione dell’istante, ma la radica in una saggezza esistenziale, nitida, lucida, amara, attraverso la semplicità matura del suo stile asciutto e privo di astruserie linguistiche.

Essere albero ed uomo
Non è mai stato facile.

E’ uno strano rito quello delle prefazioni e una prefazione riuscita bene assomiglia molto alla recensione di un film che te ne racconta la trama; quando non lo è, esprime piuttosto, tra le righe, un non detto bisogno di mettersi in competizione quasi con l’autore che si introduce; vorrei lasciare, invece, al lettore che non conosce Silvano il piacere delle scoperta di questa trama interiore, del suo percorso pietroso, che noi sentiamo come camminata reale sui monti di quella alta Val Camonica, che è diventata la sua patria adottiva, e limitarmi a suggerire dei momenti di pausa nella lettura, delle soste su punti di osservazione più favorevoli a cogliere il senso del panorama.
Insomma non vorrei essere guida del lettore, quanto piuttosto compagno di viaggio.

Si parte dalla pianura che si espande, e sale, proditoria, ma la si dimentica subito per una bonifica del cuore, che germoglia dalla libera montagna.
E qui, lettore, lascia spaziare lo sguardo, respirando a piena polmoni l’aria fresca delle cime: è l’Adamé, la personificazione di Gea, la Natura vivente.
Montagna, vegetali, animali, cose, considerazioni sono i temi che attraversano questi testi e le immagini che li accompagnano.
Lo sguardo è sempre curioso, l’emozione si mescola ai pensieri: si cammina per i sentieri, ma assieme al corpo cammina anche la mente.

So dove
e perché andare.

Silvano ha una visione del mondo originale, pietrosa, profondamente religiosa: l’azzurro del cielo è illimitato, inviolabile; Qui l’impurità non esiste.
Ma qui dobbiamo intenderci sul senso con cui usare la parola “religioso” parlando di lui (ma anche di me): la parola non vuole avere niente di neppure vagamente confessionale, ma va ricondotta al suo significato originario: indica il modo, affettivo e intuitivo, col quale si stabilisce un legame col mondo (religio da religare); e ci si riferisce al senso del divino, che può prenderci davanti alla natura e alla vita, più che parlare di un Dio
– che non è quello cristiano della paternità universale e della benevola provvidenza, ma piuttosto l’oscura potenza vitale delle religioni d’Oriente o delle religioni occidentali pre-cristiane.
Così il divino che respira nella Natura si identifica piuttosto col destino:
La vita è vita di gemme, tutto è prestabilito.
Non vado in cerca di citazioni preziose, ma davvero, leggendo le poesie di Silvano, viene in mente Orazio, che agì come modello di stile e di concezione di vita anche per Brecht:
Tu non chiedere – non è concesso sapere. (Odi, I, 11, v. 1)
E’ lo stesso senso del misero ineluttabile della vita che esprimeva Omar Khayyam, il poeta persiano vissuto tra l’XI e il XII secolo:
Passa la vita, misteriosa carovana.

Ma il modo in cui Silvano affronta il dramma esistenziale non è il carpe diem, denso di consapevolezza, della tradizione classica, travasata anche nell’islam, ma purtroppo oggi banalizzato e ridotto quasi a manifesto della società dei consumi, ma l’identificazione con la natura: la precarietà della vita individuale è soltanto apparente, se riusciamo a sentirci come parte di un tutto che, rispetto a noi, è immortale.

Io, perso nell’erba,
con il sorriso della mente

Semplice vita tra vite
figlio di natura sovrana.

A volte
mi faccio bastare
la fortuna
d’esser nato.

Resta da dire dello stile della scrittura di Silvano, perché un testo letterario funziona quando i modi della scrittura e quel che si dice diventano una cosa sola e si sente che quel che viene detto non potrebbe essere detto in nessun altro modo.
Silvano scrive in modo assolutamente piano, pulito, essenziale: in una parola, onesto.
Non cerca la musica delle parole, cerca l’armonia del pensiero; e le parole seguono, senza fatica, come la cordata segue chi apre la fila.
La purezza del linguaggio è la purezza dello suo sguardo.
Ha dentro di sé la lingua dei classici, ma non solo quelli occidentali, anche quelli d’Oriente.

Solo,
io guardo l’erba che cresce.

Sedendo quietamente, senza far nulla,
viene la primavera e l’erba cresce da sé.
Lao Tze
, presumibilmente del VI-V sec. a.C.

Ma questa lingua è così trasparente che si confonde con quella della vita vissuta, non sta su un piano differente, è volutamente modesta come quella che appartiene al nostro monologo interiore.

Al lettore ora non resta che accompagnare Silvano sui suoi monti, della Val Camonica o altri: raggiungere una meta, che sia una vetta o anche una semplice sporgenza panoramica sulla vallata e aprire il suo libro a caso, come faccio io adesso:

Da queste altezze
si abbraccia l’intero mondo.
Ora succhio la terra,
ne traggo forza e sapore.

17-18 ottobre 2019

. . .

Silvano Gaburro, Percorsi per monti e pensieri, Gilgamesh edizioni, 2019, euro 15