12 dicembre, il punto e a capo di una strage di stato – 553

tra il 12 dicembre 1969 e oggi c’è la stessa distanza che nel Sessantotto c’era rispetto alla fine della prima guerra mondiale, quindi capisco l’effetto di reducismo che parlarne oggi come protagonista diretto di quei fatti può fare su un ventenne d’oggi, ammesso che avesse voglia di occuparsene – dato che a questo neppure lo obbliga la nostra scuola inutile che gli riempie la testa della storia del passato, ma si guarda ben dal parlare di questi fatti ancora pericolosi.

(a quando una riforma dell’insegnamento della storia che lo renda retrogrado nell’impostazione? cioè parta dal presente, più vivo ed attuale, e risalga all’indietro lungo linee interpretative, alla ricerca delle sue radici…

forse soltanto così si potrebbero riconciliare le giovani generazioni con la storia, considerando del resto che gli ultimi cinquant’anni contengono più storia dell’umanità forse dei 5 milioni di anni precedenti, e in ogni caso è utile cercare di spiegare ad una specie in via di estinzione come ha fatto a suicidarsi.

ma nelle recenti mobilitazioni a difesa dell’insegnamento della storia non ho sentito neppure l’accenno ad una riflessione autocritica o a qualche proposta di innovazione – per cui me ne sono tenuto ben lontano).

voglia, di fare un punto a capo e di occuparsi d’altro, allora; ma un silenzio sul 12 dicembre sarebbe colpevole, e dunque faccio il mio compitino di reduce anche io: per cercare di capire, non per raccontare la mia memoria personale di quel giorno, dato che l’ho appena fatto in un breve inciso fuori tema qui:
https://corpus15.wordpress.com/2019/12/10/come-si-mettono-le-sardine-in-scatola-550/

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la strage della Banca dell’Agricoltura di Milano Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, prevista in contemporanea con altre, una a Milano, che invece resta inesplosa, e tre a Roma, che non fanno vittime, fu forse un errore tecnico di progettazione dell’attentato, l’ultimo di una serie di venti senza vittime, quell’anno, con una bomba che esplose in un orario in cui la banca doveva essere già vuota (ma era ancora affollata per le ultime operazioni a porte chiuse), ma non fu affatto un episodio isolato di qualche scheggia neofascista impazzita.

le elezioni dell’anno prima e le manifestazioni di piazza che si susseguivano da mesi, prima studentesche, poi anche operaie, e con la saldatura dei due movimenti, delineavano un netto spostamento a sinistra dell’opinione pubblica, che già si era manifestato con la forte crescita del Partito Comunista Italiano alle elezioni dell’aprile 1968, e profilavano, con Moro, nuovi equilibri politici oltre i confini dei nuovi governi di centro-sinistra che dal 1962 avevano accompagnato la breve stagione democratica del kennedismo e ai quali era già stato imposto uno stop brutale nel luglio 1964, con la  minaccia di un colpo di stato militare: come poi effettivamente avvenuto in Grecia nel 1965; erano state le conseguenze della presidenza Johnson che aveva buttato l’America nell’avventura militare del Vietnam e in un duro confronto con l’Unione Sovietica.
oggi sappiamo abbastanza bene che era già pronta la dichiarazione dello stato di emergenza e la sospensione di ogni garanzia costituzionale, da far firmare al presidente del Consiglio, Rumor, che però si rifiutò, pare dopo aver visto la folla di operai, studenti e semplici cittadini che aveva riempito piazza del Duomo nel giorno dei funerali, e dopo che era fallito il tentativo di scatenare in quella folla una caccia alle streghe attaccando il leader del movimento studentesco milanese, Capanna, che era presente ai funerali, e che si salvò dal linciaggio rifugiandosi in un portone, dove fu protetto dai presenti.

oggi sappiamo anche che, per quel rifiuto dell’ultimo minuto, Rumor doveva essere punito con la morte: lo raccontò un militante di Ordine Nuovo di allora, Vincenzo Vinciguerra, che ancora sconta un ergastolo per la strage di Peteano del 1972, al quale i neofascisti avevano dato il compito di ucciderlo nella sua casa di Vicenza, d’accordo con i servizi e con la sua stessa scorta (qualcuno ricorda i dubbi di Moro sulla sua scorta, uccisa con colpi al silenziatore, quando lui fu rapito, e che allora parvero inumani?); ma Vinciguerra lasciò perdere, perché si rese conto che subito dopo l’esecuzione sarebbe stato ucciso anche lui: “La scorta si sarebbe distratta quando sarei entrato, ma non quando sarei uscito”.

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un commissario di Polizia di Padova, Pasquale Juliano, che stava indagando sui neofascisti di quella città e sul gruppo veneto di Ordine nuovo, in un memoriale inviato ai magistrati prima della strage aveva scritto che erano imminenti degli attentati: venne sospeso dalle funzioni e dallo stipendio, trasferito in un posto dove in sostanza fu costretto a non far più nulla, e finì lui sotto processo, accusato di aver costruito prove false contro i “neri” e  di averli perseguitati.

i colpevoli da consegnare in pasto all’opinione pubblica e sbattere sulle prime pagine dei giornali: gli anarchici: il 15 dicembre un anarchico nonviolento e tranquillo, Giuseppe Pinelli, cadde da una finestra della questura di Milano, dove era sotto interrogatorio, “per un malore attivo” disse la sentenza finale del processo; e poco dopo il ballerino Valpreda veniva discutibilmente riconosciuto da un tassista inattendibile come colui che si era fatto trasportare alla banca della strage milanese con una borsa in orario compatibile con l’attentato.

ci vollero anni di mobilitazioni e di contro-indagini per smantellare la montatura e dimostrarne l’innocenza: fu una dura partita, in cui si salvò la democrazia italiana (lasciatemi il piccolo orgoglio di averne fatto parte anche io, di avere girato la provincia di Brescia con la mia R4 bianca scassata nel 1972, a tenere comizi per Valpreda in carcere preventivo, ma candidato alle elezioni per il gruppo del Manifesto, a ribadirne l’innocenza).

per quanto si possa parlare di democrazia in Italia, un paese nel quale, dopo la Resistenza e la Costituzione, furono nominati, in tempi diversi, alla presidenza della Corte di Cassazione e a quella della Corte costituzionale l’ex procuratore generale della Repubblica di Salò e l’ex presidente del Tribunale della razza!

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neofascisti invece gli esecutori materiali.

al termine dell’ultimo processo del 2005 la Corte di Cassazione ha affermato che la strage fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo di Padova di Franco Freda e Giovanni Ventura – come urlavamo noi allora nelle piazze! – ma che questi non erano più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987; non sono mai stati individuati, invece, gli esecutori materiali.

strage neo-fascista, allora, o strage di stato, come affermavamo allora, noi che non intendevamo subire la verità ufficiale?

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organizzatori neofascisti, ma nel quadro di una azione pilotata dai nostri servizi segreti, come ben risulta se non altro dalla lunga ed efficace azione di depistaggio messa in opera per decenni per impedire l’individuazione dei colpevoli, che dovevano invece apparire circoli anarchici milanesi.

ma il ministro della Difesa di allora, Luigi Gui, uomo di Moro, venne informato dal capo della polizia Vicari della vera natura della strage ed ecco allora Moro che affrontò il presidente della repubblica, il socialdemocratico atlantico Saragat che si preparava a sciogliere il parlamento subito dopo l’attentato per ottenere per altra via il risultato che il capo del governo Rumor non aveva portato a termine.

era il 21 dicembre e si raggiunse un compromesso: Gui sarebbe stato presto allontanato dal ministero della difesa e sostituito da Tanassi, uomo di Saragat – che verrà poi travolto pochi anni dopo per una condanna per corruzione (una tangente di 50 milioni di una fornitura militare di aerei americani): ma non ci sarebbero state le elezioni anticipate e però in cambio la DC avrebbe coperto le responsabilità neofasciste e dei servizi segreti sulla strage, con le loro evidenti, ma mai dimostrate, radici americane.

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fu il compromesso che mantenne per anni ancora l’Italia in una condizione di guerra civile strisciante, di attentati con la stessa matrice neofascista, fino alla formazione delle Brigate Rosse che ottennero in modo più lineare il risultato di una svolta a destra, sancita dalle elezioni anticipate del 1972, che tuttavia non bastarono a chiudere davvero quella stagione democratica.

e allora, avanti, fino alla strage di piazza Loggia a Brescia del 1974: altro probabile incidente, visto che vittime predestinate erano i carabinieri di solito stazionanti nel punto dove esplose la bomba, e non i militanti di sinistra – alcuni amici personali miei – che vi si erano raccolti per proteggersi dalla pioggia; e poi ancora oltre, fino al rapimento e all’omicidio di Moro del 1978, abilmente giostrato da occulte strategie parallele, che fu l’ultimo frutto della sua mancanza gesuitica di coraggio nel 1969 e una sorta di contrappasso della sua viltà democristiana, ma anche il frutto della sua ostinazione nel perseguire un disegno politico avversato dalla destra americana al governo reale di quel paese: ma anche la fine del glorioso decennio di lotte democratiche iniziate dieci anni prima e l’inizio di quell’involuzione del paese da Craxi a Berlusconi al populismo sovranista attuale in cui il paese si è via via degradato.

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la storia maestra di vita, dicevano gli antichi?

sì, ma perché insegni qualcosa la storia bisogna viverla e poi raccontarla per quello che è stata.

abbiamo vissuto la storia, quando era il nostro presente, con qualche barlume di oscura consapevolezza, ma senza nulla conoscere di chiaro e distinto dei segreti del potere, che ha continuato a manipolarla e a renderla oscura sino ad ora.

ma la storia reticente dei vincitori non ha mai insegnato nulla altro che la viltà.

e una democrazia senza verità storica, incapace da decenni di punire i colpevoli dello stragismo politico, quanto merita di essere chiamata tale?

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PS: in tempi di google, le note con le citazioni tendono a diventare superflue, dato che basta inserirne il testo nel motore di ricerca per risalire alla fonte.

comunque, per comodità più che altro mia, ecco le fonti di alcune affermazioni un poco stupefacenti del mio post, tali anche per chi ha vissuto allora quei fatti, senza conoscerne i retroscena; altre, più stupefacenti ancora, sono il risultato di induzioni logiche personali, e chiunque giudicherà se possano essere considerate fondate o meno.

https://www.huffingtonpost.it/entry/quel-commissario-di-polizia-di-padova-che-aveva-capito-tutto-e-che-fu-processato-per-questo_it_5df203f4e4b0b75fb5381fad?0zu&utm_hp_ref=it-homepage

https://www.huffingtonpost.it/entry/su-piazza-fontana-sappiamo-tutto-o-quasi-malgrado-uninfinita-di-depistaggi_it_5df1e745e4b06a50a2ea293a?6z&utm_hp_ref=it-homepage

https://www.huffingtonpost.it/entry/piazza-fontana-50-anni-dopo-non-fu-strage-di-stato-intervista-a-miguel-gotor_it_5df1e2c0e4b01e0f295a0860?h7&utm_hp_ref=it-homepage

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/12/12/piazza-fontana-strage/44720/

e un articolo di Luigi Pintor, mio insuperato maestro politico, riportato qui:
Strage di Piazza Fontana, 50 anni dopo ancora tante domande.


6 risposte a "12 dicembre, il punto e a capo di una strage di stato – 553"

    1. totalmente d’accordo, ma spero di avere fatto un discreto lavoro di selezione delle fonti: ci sono voluti cinquant’anni per arrivare a far entrare nel senso comune queste verità che noi giovani contestatori avevamo già intuito allora.

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