osservazioni sulla prima parte della decima testimonianza – L’annuncio del Nuovo Regno 22 – 565

come ben sapevano, quasi duemila anni fa, e ben prima della linguistica del Novecento, anche i primi cristiani che il significato di un testo è dato prima di tutto dal contesto!

se il Vangelo secondo Giovanni non fosse relegato, nella struttura attuale della Bibbia cristiana, dopo gli altri tre, ma fosse messo all’inizio, e se gli studiosi del campo non si limitassero a dire che è il più recente dei quattro riconosciuti dalla Chiesa (come è vero per la sua redazione finale), ma ammettessero anche che questa redazione della prima metà del secondo secolo, il momento storico in cui nasce davvero il cristianesimo come religione distinta all’ebraismo, è però costruita sul nucleo narrativo più antico che abbiamo sulla figura (in parte almeno costruita) di Jeshu, sarebbe facile accorgersi di qualche dato molto semplice e sorprendente, che invece ora sfugge.

abbiamo già visto che l’ Annuncio del Nuovo Regno, il nucleo originario del Vangelo secondo Giovanni, non afferma affatto nella nona testimonianza che Jeshu entrò a Gerusalemme il quinto giorno prima della Pasqua, anzi dice chiaramente che la gente, cioè il grosso gruppo dei suoi seguaci, uscì dalla città per andargli incontro, e non aggiunge altro, se non che gli abitanti di Gerusalemme non credevano in lui.

la decima testimonianza, che inizia subito dopo, ci ha portato immediatamente alla cena pasquale, cioè della vigilia della Pasqua, ma neppure di questa cena ci dice in alcun modo che sia avvenuta dentro la città di Gerusalemme; tutto lascia pensare, invece, che si svolga di nuovo a Betania, come quella di sei giorni prima, in cui Jeshu era stato unto come re da Maria di Magdala, la probabile sposa di Jeshu e sorella di Eleazar, e proprio nella casa di lui.

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se i vangeli successivi non avessero costruito la storia della settimana santa, in seguito, e noi non ce l’avessimo così chiara nella testa quando leggiamo queste righe, noi ci accorgeremmo di trovarci davanti alla testimonianza esplicita, solo malamente dissimulata, del totale fallimento dell’azione di Jeshu, che si era recato a Betania per farsi ungere come re, che il giorno dopo si era avvicinato a Gerusalemme, senza riuscire ad entrarci, e che quattro giorni dopo si trova a consumare la cena pasquale nella stessa casa da cui era partita la sua malaugurata impresa, in un clima di disfatta (e anche di tradimento, inevitabile e a quel punto quasi necessario).

ho già detto che lo scenario è talmente vicino a quello descritto da Giuseppe Flavio, a proposito del “profeta egiziano”, che la tentazione di unificare adesso nella nostra mente le due storie è forte, tanto più che entrambi, lo Jeshu di questo racconto e il profeta egiziano di Giuseppe Flavio nella loro spedizione su Gerusalemme provenivano dal deserto aldilà del fiume Giordano, come puntualmente ha raccontato in preceenza anche l’Annuncio del Nuovo Regno.

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ma, secondo lo schema narrativo dell’Annuncio del Nuovo Regno, in realtà Jeshu era entrato a Gerusalemme e perfino nel tempio in altre occasioni prima di questa:

la seconda testimonianza – ricordando che queste non sono disposte in ordine cronologico stretto – racconta di una azione di protesta contro i venditori del tempio, attribuendola a Jeshu (abbiamo già visto che posso sussistere dubbi sulla sua storicità, e potrebbe essere una narrazione meramente propagandistica): questo episodio viene collocato in relazione alla Pasqua (essendo vicina la Pasqua degli abitanti della Giudea), ma si tratta di un momento diverso (ammettendo che l’episodio sia reale), dato che in questo caso Jeshu muove da Cafarnao, subito dopo le nozze (sue?) di Cana, e non da Betania, ed è accompagnato da sua madre, dai suoi fratelli e dai suoi seguaci, mentre a Betania risulta soltanto la presenza di Maria di Magdala e dei seguaci.

la seconda visita di Jeshu a Gerusalemme è descritta nella quarta testimonianza, che racconta della guarigione di un paralitico presso la piscina della Porta delle Pecore o Betesdà: anche in questo caso l’andata di Jeshu a Gerusalemme è messa in relazione al“la festa dei Giudei”, non meglio precisata (ma potrebbe essere un’altra Pasqua); ma di nuovo la situazione complessiva è incompatibile con lo scenario di un tentato ingresso di Jeshu nella città come pretendente al trono di Davide.

in una terza occasione, la festa dei Tabernacoli, nella sesta testimonianza, Jeshu prima rifiuta e poi accetta l’esortazione dei fratelli di recarsi a Gerusalemme per farsi riconoscere, e in questo contesto viene anche inserito, probabilmente in un secondo momento, il racconto del salvataggio, nel tempio, di una donna adultera dalla lapidazione: ma anche questa presenza si risolve in un fallimento.

e lo stesso avviene nella testimonianza successiva che ci presenta Jeshu mentre passeggia nel tempio, in occasione delle festa delle Dedicazioni, d’inverno, e ha una disputa con i farisei, che si conclude con un tentativo di lapidazione e una sua fuga oltre il Giordano.

queste sono le quattro volte in cui nel Vangelo secondo Giovanni, ma anche nell’originario Annuncio del Nuovo Regno, Jeshu sarebbe effettivamente entrato nella città, sempre infelicemente dal punto di vista del successo della sua predicazione, e a volte nel tempio, a stare a queste testimonianze; ma nessuna di queste visite risulta compatibile col racconto finale in cui Jeshu si avvicina alla città, ma poi non vi entra: e questo ci conforta perché se questo fosse effettivamente avvenuto storicamente non sarebbe in alcun modo concepibile che lo storico ebraico del tempo, Giuseppe Flavio, non ne parlasse; e neppure il falso Testimonium Flavianum sarebbe, chiaramente, testimonianza sufficiente per un episodio di tale rilievo, se storico.

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rimane quindi nel racconto dell’Annuncio del Nuovo Regno un enigmatico buco di quattro giorni nei quali Jeshu si trattiene fuori di Gerusalemme, tra Betania e il monte degli Ulivi, che sono contigui, ma i suoi seguaci, che ne raccontano le azioni, non ci dicono assolutamente che cosa facesse.

Giuseppe Flavio del profeta egiziano ci dice che aveva convinto i suoi seguaci che le mura della città sarebbero crollate per intervento divino, come quelle di Gerico davanti all’omonimo di Jeshu, noto come Giosuè (nella trascrizione italiana moderna), e avrebbero permesso l’ingresso trionfale nella città a Jeshu e ai suoi: Jeshu ha dunque impiegato questi giorni in questa attesa?

Giuseppe Flavio prosegue che il procuratore romano, a questo punto, uscì dalla città con una notevole forza armata e si gettò sull’egiziano e sui suoi seguaci uccidendone circa 400.

se l’identificazione delle due figure regge, è facile riconoscere che la conclusione tragica della vicenda è ben accennata nel seguito di questa testimonianza nell’Annuncio del Nuovo Regno, che dobbiamo ancora esaminare.

ma il silenzio che copre queste quattro giornate tace anche del fallimento della promessa di Jeshu e può spiegare facilmente il tono dimesso e sconfortato di questa cena, con la precognizione imminente di essere di fronte alla disfatta e l’annuncio di una prossima e misteriosa scomparsa di Jeshu, in vista della sua altrettanto misteriosa sopravvivenza (“19 […] Io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.”) e del suo ritorno.

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ma questo è soltanto il primo sconcertante aspetto che l’analisi della decima testimonianza ci rivela.

un secondo aspetto assolutamente centrale è dato dalla polemica interna alla redazione finale di questo testo contro altre letture del messaggio di Jeshu, e in particolare quelle di Giuda il fratello gemello, o – come comunemente detto – Tommaso, e di Filippo.

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non considero queste parti originarie dell’Annuncio del Nuovo Regno, perché sarebbe come dire che quando il testo originario venne composto e messo per iscritto queste figure, oggi inquadrate nel contesto dell’interpretazione gnostica del messaggio di Jeshu, avessero già acquistato quella centralità che venne loro soltanto nei decenni successivi alla caduta di Gerusalemme alla fine della guerra giudaica.

è quindi probabile che questi inserimenti siano avvenuti nella fase intermedia fra l’Annuncio del Nuovo Regno e il Vangelo secondo Giovanni redazione definitiva; però qui non si può tacere che il quadro del cristianesimo nascente che si ricava da questa ricostruzione viene a coincidere in maniera impressionante con quello che tracciava, a quel poco che ne sappiamo, nella prima metà del secondo secolo il censuratissimo Papia.

le figure e i testi centrali sono infatti nel suo testo, a quanto ne sappiamo, quelle di Giuda Tommaso, autore dei Detti di Jeshu il vivente, di Filippo, autore di un’altra raccolta di Detti, il Vangelo secondo Giovanni (Giovanni il Presbitero, che ne fu probabilmente il rielaboratore finale) e l’originario Vangelo secondo Matteo, ben diverso a sua volta all’attuale e da identificare con la cosiddetta fonte Q, altra raccolta di lògia di Jeshu, che poi venne utilizzata dagli autori dei vangeli secondo Matteo e secondo Luca.

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sono fuori totalmente dal quadro di riferimento anche della stessa stesura finale del Vangelo secondo Giovanni le Lettere di Saul il Piccoletto o Paulus, e questo sarebbe totalmente inconcepibile, date le profonde differenze nell’interpretazione della figura di Jeshu, se queste lettere fossero avvero esistite prima che Giovanni il Presbitero concludesse la sua rielaborazione del testo sotto forma di Vangelo secondo Giovanni: ulteriore conferma del fatto che quella raccolta è successiva al momento del mondo cristiano in cui Papia raccoglieva le sue testimonianze e rispecchia un dibattito religioso e teologico radicalmente nuovo.

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ma vediamo meglio come viene impostata la critica al proto-gnosticismo di Giuda il fratello Gemello (Tommaso) e di Filippo.

5 Gli disse il Gemello [Tommaso]: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

la prima domanda suggerisce, con polemica sotterranea, che Giuda il fratello Gemello non conosca la via che Jeshu ha indicato ai suoi seguaci e neppure sappia riconoscere dove andrà Jeshu: chiaro riferimento alla negazione da parte degli gnostici della divinità, poi affermata, dello Jeshu fisico.

ma ancora più chiara è la risposta: l’esperienza di Dio si realizza immediatamente e senza mediazioni intellettuali attraverso la conoscenza fisica di Jeshu e l’adesione immediata al suo messaggio di liberazione globale: non c’è bisogno di mediazioni intellettualistiche: Jeshu ha portato la liberazione radicale e non un astratto processo di illuminazione interiore.

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in modo molto strano la polemica contro Giuda il fratello Gemello, è ripresa anche in un passo successivo, che non è opera della stessa mano precedente: qui infatti colui che scrive non riconosce neppure nel Giuda, non quello Iscariota, il Giuda Gemello, cioè Tommaso in ebraico, e ne parla come se fossero due seguaci diversi.

Jeshu aveva affermato:
18 Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

e così replica questo Giuda, secondo il manipolatore del testo:
22 Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».
23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

quella frase del testo originario sembrava portare acqua alla interpretazione gnostica del messaggio di Jeshu, proprio perché distingueva fra un gruppo di eletti, illuminati alla conoscenza interiore (gnosi) per i quali Jeshu sarebbe rimasto sempre vivo dentro di loro, e il resto del mondo che non lo avrebbe più sentito vivo.

e nella domanda stessa che viene attribuita a Giuda si sente questa impostazione.

ma in questo caso è la risposta che corregge radicalmente il taglio di quella frase, anzi gliene sostituisce, senza parere, uno completamente diverso: l’unico modo di continuare a percepire in se stessi la presenza sempre viva di Jeshu è di osservarne la parola.

“osservarne”: la parola di Jeshu non è più lo stimolo per un processo di conquista della libertà interiore, ma una nuova legge morale che integra quella mosaica, ponendosi sul suo stesso piano, come nuova lettura del decalogo, e si propone come precettistica da rispettare.

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non va meglio a Filippo, anche lui rappresentato come qualcuno che non è capace di capire il vero messaggio di Jeshu:

8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11 Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12 In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste.

la risposta che riceve Filippo è ancora più dura e drastica: lui chiede di conoscere io, il Padre, dietro la figura di Jeshu, cioè di nuovo propone un percorso di faticosa presa di coscienza del divino, soltanto perché non è capace di riconoscerlo nell’immediatezza della figura di Jeshu stesso.

non c’è bisogno di nessuna ricerca intellettualistica di Dio: Dio è nella figura stessa di Jeshu; non è un problema di conoscenza, ma di opere: chi crede in Dio attraverso Jeshu, compirà le sue stesse opere e in queste opere riconoscerà Dio stesso.

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ma questo, ripeto per concludere, è già un dibattito successivo di qualche decennio al momento nel quale l’Annuncio del Nuovo Regno fu composto.

queste ultime considerazioni, quindi, esulano in senso stretto dall’analisi di questa narrazione; ho ritenuto di doverle presentare, comunque, data l’attinenza al tema e anche a maggiore conferma della loro estraneità dal testo originario.

rinvio comunque alla fine del mio studio l’analisi dei capp. 15-17 del Vangelo secondo Giovanni che ci permetterà di comprendere meglio il mondo teologico dell’ultimo manipolatore dell’Annuncio del Nuovo Regno.

 


2 risposte a "osservazioni sulla prima parte della decima testimonianza – L’annuncio del Nuovo Regno 22 – 565"

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