la seconda parte della decima testimonianza – L’annuncio del Nuovo Regno 23 – 568

il lunghissimo discorso attribuito a Jeshu tra la fine del cap. 14, 31 (“Alzatevi, andiamo via di qui”) e l’inizio del cap. 18 (1 Dopo aver detto queste cose, Jeshu uscì con i suoi seguaci al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino) è una aggiunta successiva, molto maldestra peraltro: è perfino inutile perdere tempo a dimostrarlo.

interessante, invece, per la localizzazione della scena, potrebbe essere, all’inizio del racconto che segue, il riferimento al torrente Cedron, che si trova tra la Città Vecchia di Gerusalemme e il Monte degli Ulivi, a circa un chilometro a nord-ovest dalla località di Betania.

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“Jeshu uscì con i suoi seguaci al di là del torrente Cedron” sembra indicare l’attraversamento del torrente provenendo da Gerusalemme (in contrasto con l’interpretazione da me data in un post precedente, che mostra come il testo non indichi affatto un ingresso di Jeshu in Gerusalemme); ma l’espressione “al di là del torrente Cedron” può indicare anche soltanto una localizzazione, per così dire statica, dei fatti rispetto alla città di Gerusalemme.

questo è infatti comunque indubbio: i fatti successivi si svolgono sul Monte degli Olivi e proprio in fronte al tempio; la mappa stessa dei luoghi indica che le mura di Gerusalemme si affacciavano direttamente sul torrente, senza lasciare spazio – anche per motivi di sicurezza militare – per giardini, che invece trovano la loro localizzazione naturale sulle più dolci pendici del monte.

la localizzazione coincide in questo caso anche con quella tradizionale fissata attraverso la costruzione di una chiesa sul luogo presunto dei fatti.

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il nome Cedron, in ebraico Quidròn, significa oscuro, e l’origine di questa definizione dipende probabilmente dal fatto che, secondo un’antica tradizione che fu anche dei Fenici, nei tempi più antichi qui si sacrificavano al dio Moloch i primogeniti e, per non sentirne le grida, si suonavano strumenti rumorosi; poi i corpi venivano bruciati e  le ceneri gettate nel torrente: Cedron, niger, obscurus, a cadaverum combustorum fuligine (Cornelio Lapide): Cedron, cioè nero, scuro per le ceneri dei cadaveri bruciati.

è un luogo altamente simbolico; la valle del Cedron coincide con quella di Giosafat, la valle del giudizio finale, ne è soltanto un altro nome, e qui furono arsi e dispersi gli idoli innalzati agli dei dei popoli vinti dagli ebrei, Baal e Asera; poi fu destinata a cimitero.

quindi siamo nel luogo sacrilego ed impuro dell’orrore, dell’iniquità, dove Achitofel, il consigliere più autorevole del re Davide, lo tradì, schierandosi col figlio Assalonne, e poi, al fallimento del suo tradimento, si impiccò (2 Samuele, 17, 23): storia palesemente parallela a quella di Giuda, che la ricalca.

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col Cedron viene identificato anche il torrente cui si accenna nel Salmo 110, attribuito a Davide e dedicato al messia, o così almeno venne interpretato in seguito (ma piuttosto a Davide stesso):

3 A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato.

4 Il Signore ha giurato e non si pente:
»Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek».

5 Il Signore è alla tua destra!
Egli abbatterà i re nel giorno della sua ira,

6 sarà giudice fra le genti,
ammucchierà cadaveri,
abbatterà teste su vasta terra;

7 lungo il cammino si disseta al torrente,
perciò solleva alta la testa.

siamo dunque nel luogo stesso della profezia messianica, quello in cui si annuncia per il messia il sacerdozio eterno nel segno di Mechìsedek, che sarà al centro della riflessione della cosiddetta Lettera agli Ebrei, attribuita a Saul Paulus.

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ma tutte le vicende che seguono, non solo il riferimento al torrente, sono profondamente correlate con le profezie ebraiche, fino al punto da parere ricalcate sulla storia stessa del messia quale era stata da esse delineata; si vedano i versetti 19, 24; 19, 36-37; ma anche il riferimento implicito al salmo appena citato al versetto 19, 28 (“affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete»”) – per i riferimenti al testo del Vangelo secondo Giovanni, questo è riportato in fondo al post.

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per come essa si presenta nel suo insieme oggi, siamo comunque di fronte ad una narrazione apertamente leggendaria, i cui contenuti sono predeterminati dalle profezie, con le quali si vuole affermare la coincidenza: il racconto non ha niente di storico e porta ad una somma di contraddizioni insanabili, che fanno concludere che non siamo neppure di fronte alla versione originaria, ma ad una serie praticamente quasi inestricabile di rimaneggiamenti successivi.

le vediamo in ordine sparso, queste contraddizioni, conservando alla fine la più importante.

1) in che giorno si svolgono i fatti? abbiamo visto in precedenza che la prima parte della testimonianza descrive la cena pasquale; quindi, mi scuso di dire una cosa tanto ovvia, il giorno successivo in cui dovrebbero svolgersi i fatti è quello della Pasqua ebraica; ma al versetto 18, 28 si dice, dopo che è spuntata l’alba, che quella era la vigilia di Pasqua; e lo si ribadisce anche al versetto 19, 14, affermando che quel giorno era la parasceve, cioè il nome in greco attribuito dagli ebrei al venerdì, ma della Pasqua!; più avanti, versetto 19, 29, si dice più semplicemente che quel giorno era una parasceve, cioè un venerdì, la vigilia del sabato, aggiungendo la notazione senza senso che quel sabato era un giorno solenne; insomma in pratica si afferma che la Pasqua era di sabato, dopo avere detto poco prima che era di venerdì, e come se il divieto di lasciare esposti dei cadaveri il sabato valesse soltanto se quel sabato era anche Pasqua; ma è plausibile che una crocifissione avvenga di sabato?

qualcuno ha cercato di risolvere queste contraddizioni parlando di un diverso calendario pasquale che sarebbe stato seguito da Jeshu in quanto esseno, con un anticipo della cena pasquale secondo il rito esseno: secondo il calendario ebraico, lunare, che calcolava la giornata da sera a sera, la Pasqua, del 14 Nisan, cadeva in un giorno settimanale variabile dell’anno; secondo il calendario esseno, che calcolava invece la giornata dall’alba, ed era solare, il 14 Nisan cadeva sempre di martedì; ma come si vede, questa spiegazione introduce altre complicazioni ancora più gravi.

2) che cronologia hanno i fatti così complicati che vengono descritti? come è possibile che tutti si svolgano in tale ordine serrato nello spazio di pochissime ore?

3) quanto al fatto che un seguace di Jeshu sia conosciuto al sommo sacerdote e abbia libero accesso alla sua casa, fino al punto di riuscire a farci entrare anche un altro seguace di Jeshu, Simone il Macigno, la cosa potrebbe risultare altrettanto incredibile delle altre che stiamo elencando, se non pensassimo che questo seguace è il solito Eleazar, che sempre non si nomina qui dentro, in quanto promotore diretto dell’Annuncio del Nuovo Regno, ma figura palesemente come il testimone diretto dichiarato dei fatti che racconta; e questa sua intimità col sommo sacerdote è plausibile se è vero che era lui stesso figlio di uno che aveva ricoperto la stessa carica di sommo sacerdote.

4) è plausibile che Pilato si occupi personalmente di interrogare un prigioniero di questo tipo e che, peggio ancora, si metta in testa di difenderlo?

5) al versetto 18, 31 i Giudei affermano davanti a Pilato che a loro non è consentito mettere a morte nessuno (e la lapidazione?); ma al versetto 19, 6 Pilato li invita a prendere Jeshu e crocifiggerlo, loro! – la cosa è semplicemente demenziale; ma al versetto 19, 16 effettivamente Pilato consegna Jeshu ai Giudei perché lo crocifiggano!

6) la mano che ha redatto tutta questa parte su Pilato è molto più interessata a mettere in cattiva luce i Giudei che i Romani, cosa assolutamente incompatibile con i tempi e le finalità del testo originario dell’Annuncio del Nuovo Regno.

7) la storia della liberazione di un condannato da parte dei Romani in occasione della Pasqua non sta né in cielo né in terra, è una pura fantasia; rimane soltanto da spiegare come possa essere nata.

8) l’idea stessa che colui che in tutto questo testo si fa passare come il discepolo amato da Jeshu, il suo più stretto amico e collaboratore e il suo erede, possa liberamente colloquiare con lui sotto la croce assieme a sua madre è un’altra situazione assolutamente inverosimile, ma che però rientra certamente nel tipo di invenzioni proprie dell’organizzatore della prima stesura del testo.

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ma vengo ad un’ultima contraddizione, che non è certamente la più importante dal punto di vista contenutistico, ma la più interessante ai fini dell’accertamento della storicità del racconto.

9) al versetto 18, 13 Jeshu viene condotto da Anna, o meglio Anania, usando il suo nome completo, il quale lo interroga; e nel testo si spiega che lo fa perché era l’autorevole suocero di Caifa, che in realtà era il sommo sacerdote quell’anno, si dice; ma al versetto 18, 19, proseguendo la narrazione, si dice che Jeshu viene interrogato dal sommo sacerdote; poi al versetto 18, 24 si prosegue dicendo che Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
il quale tuttavia non fa assolutamente nulla; e infatti subito dopo, al versetto 18, 28, gli stessi “condussero poi Jeshu dalla casa di Caifa nel pretorio”.

è evidentissimo che qui siamo di fronte ad una manipolazione successiva, che ha una sola spiegazione: modificare la collocazione temporale dell’episodio e nascondere che il sommo sacerdote che interroga Jeshu è Anania ben Ananos, il quale resse la carica nell’anno 63.

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per districarsi, ecco una tabella sulla successione nella carica di sommo sacerdote di quegli anni:
Anna, o Anania, in ebraico Anano ben, cioè figlio di, Seth, in greco Ἅννας (Hannas), ricoprì tale carica dal 6 al 15 d.C..
Eleazar ben Anano (16-17)
Caifa (18-36), il quale aveva sposato la figlia di Anna
Jonathan ben Anano (36-37 e poi 44)
Theofilo ben Anano (37-41)
Mattia ben Anano (43)
Anano ben Anano (63)

come si vede, se si accetta l’osservazione che l’attribuzione della carica di sommo sacerdote a Caifa nel testo del Vangelo secondo Giovanni è frutto di una manipolazione successiva, e che il sommo sacerdote in carica era Anna, o Anania o Anano, non c’è altra datazione possibile, che l’anno 63.

peraltro incompatibile anche con la vicenda del profeta egiziano, narrata da Giuseppe Flavio, e riferibile ad un decennio prima.

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il 63 però è appunto uno dei due anni nei quali può svolgersi quel che ci racconta Giuseppe Flavio sull’arresto e sul procedimento giuridico a carico di Jeshu, il contadino analfabeta che profetizzava la caduta di Gerusalemme, e che alla fine venne rilasciato dal governatore romano di allora, Albino, come un semplice squilibrato non pericoloso.
https://corpus15.wordpress.com/2018/04/27/lo-jeshu-storico-di-cui-scrive-davvero-giuseppe-flavio-e-non-nel-testimonium-flavianum-il-profeta-egiziano-27-133/

dunque è questo il processo che viene narrato qui? ma anticipandolo di diversi anni?

e perché mai questa anticipazione? che senso ha?

non si trattava soltanto di nascondere quali personaggi reali avevano dato origine a questa storia composita (il profeta egiziano e Jesus lo squilibrato mandato assolto dopo essere stato fustigato), ma solo collocando la vicenda ai tempi di Pilato, venticinque anni o trenta anni prima, si riusciva a farla coincidere con i tempi della profezia di Daniele sulla venuta del messia e sulle sue settanta settimane di anni dalla fine dell’esilio di Babilonia.

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e Pilato, allora? che fine fa tutta la sua splendida storia?

rimane splendida e fascinosa, pur nel suo carattere totalmente leggendario e inventato: una splendida invenzione da romanzo popolare; è della stessa mano che ha trasformato Caifa nel sommo sacerdote al posto di Anania, una mano successiva alla prima redazione del testo, che voleva spostare la vicenda alcuni decenni più indietro.

il Pilato che compare in questa narrazione è un personaggio del tutto leggendario che ha soltanto il nome in comune col sanguinario personaggio storico che rischiò di essere addirittura condannato a Roma per le incredibili vessazioni alle quali aveva sottoposto gli ebrei di Gerusalemme.

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e qui, come in un giallo, adesso si tirano le fila di alcune osservazioni che sono state sparse via via: i destinatari di questo racconto, che fu certamente trasmesso oralmente, prima che messo per iscritto, non sono gli abitanti di Gerusalemme, sempre definiti spregiativamente Giudei, cioè abitanti della Giudea, ma i membri di un altro gruppo etnico che entrava a far parte del mondo ebraico, i Galilei, e forse, in minor misura, anche i Samaritani.

ma i primi, in particolare, che abitavano a decine di km di distanza, in un mondo dove le comunicazioni delle persone comuni avvenivano a voce tra gente che si spostava al piedi o al massimo a dorso d’asino, non avevano certamente nessuna nozione precisa dei fatti che avvenivano nella lontana capitale e ancor meno dei loro specifici contorni.

quindi ai Galilei si racconta in un primo momento che Jeshu fu processato al tempo in cui era sommo sacerdote Anania; la cosa coincide vagamente con qualcosa che si è effettivamente sentito raccontare, ma quando esattamente avvenne il fatto nessuno è in grado di dirlo.

solo successivamente e in un ambiente più colto ci si rende conto che questo porta a collocare la vicenda in un anno preciso, e, per chi leggeva le opere di Giuseppe Flavio, lo storico del tempo, a datarla ad un momento che permetteva di individuarne il protagonista.

che non era proprio quello che ci si aspettava.

e allora, visto che Anania non si poteva più cancellare, ecco l’intrico provvidenziale con Caifa, e il vantaggio non secondario di riuscire finalmente a collocare la storia nel tempo giusto, alla scadenza profetizzata dei 490 anni della profezia di Daniele.

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non posso aspettarmi altro che, se qualcuno mi legge, trovi la mia ricostruzione molto fantasiosa: qualcuno di intelligente mi ha detto di recente che tutti questi miei studi assomigliano piuttosto a un romanzo; a un romanzo mancato per mancanza di capacità da scrittore, aggiungo io.

anche in questo ultimo passaggio non sono partito da alcuna idea preconcetta, ma mi sono fatto trascinare dai fatti, o almeno da quelli che a me paiono tali; la conclusione, che mutila il testo originario in maniera tanto radicale, lascia sconcertato anche me, lo dico chiaramente.

eppure non posso sfuggire alla lucida percezione che il testo che ho ricavato, ma preferisco dire restaurato alla luce delle considerazioni appena svolte, ha una precisa e lucida compattezza e una coerenza interna direi prodigiosa.

eccolo:

1 Dopo aver detto queste cose, Jeshu uscì con i suoi seguaci al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi seguaci.
2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Jeshu spesso si era trovato là con i suoi seguaci.
3 Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi.
4 Jeshu allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?».
5 Gli risposero: « Jeshu, il Nazareno».
Disse loro Jeshu: «Sono io!».
Vi era con loro anche Giuda, il traditore. […]
10 Allora Simone il Macigno, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro.
Quel servo si chiamava Malco.
11 Jeshu allora disse a Macigno: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
12 Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Jeshu, lo legarono 13 e lo condussero prima da Anna, […] che era sommo sacerdote quell’anno. […]
15 Intanto Simone il Macigno seguiva Jeshu insieme a un altro seguace.
Questo seguace era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Jeshu nel cortile del sommo sacerdote.
16 Il Macigno, invece, si fermò fuori, vicino alla porta.
Allora quell’altro seguace, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Macigno.
17 E la giovane portinaia disse a Macigno: «Non sei anche tu uno dei seguaci di quest’uomo?».
Egli rispose: «Non lo sono».
18 Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche il Macigno stava con loro e si scaldava.
19 Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Jeshu riguardo ai suoi seguaci e al suo insegnamento.
20 Jeshu gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21 Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto».
22 Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Jeshu, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?».
23 Gli rispose Jeshu: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». […]
25 Intanto Simone il Macigno stava lì a scaldarsi.
Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi seguaci?».
Egli lo negò e disse: «Non lo sono».
26 Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?».
27 Il Macigno negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
28 Condussero poi Jeshu […] nel pretorio. […]
19, 16 […] Essi presero Jeshu 17 ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, 18 dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Jeshu in mezzo. […]
23 I soldati poi, quando ebbero crocifisso Jeshu, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica.
Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
24 Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti / e sulla mia tunica hanno gettato la sorte.
E i soldati fecero così.
25 Stavano presso la croce di Jeshu sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
26 Jeshu allora, vedendo la madre e accanto a lei il seguace che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
27 Poi disse al seguace: «Ecco tua madre!».
E da quell’ora il seguace la accolse con sé.
28 Dopo questo, Jeshu, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».
29 Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.
30 Dopo aver preso l’aceto, Jeshu disse: «È compiuto!».
E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
31 Era il giorno della Parasceve […]
32 Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.
33 Venuti però da Jeshu, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34 ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
35 Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
36 Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.
37 E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

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due finalità emergono con chiarezza:

1) affermare che Jeshu (il profeta egiziano?) non è misteriosamente scomparso, fuggito, dileguato, come scrisse Giuseppe Flavio pochissimi anni dopo, da storico, ma anche da testimone oculare dei fatti di quel tempo: e ben si coglie l’insistenza finale nel volere dare forza all’affermazione, come chi sa che è evidentemente negata:
19, 35 Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.

2) polemizzare in tutti i modi contro Simone il Macigno, dimostrandone l’inaffidabilità e l’inadeguatezza a svolgere un ruolo di leader: ci sono momenti nei quali è evidente la sproporzione fra l’attenzione data alle colpe di Simone, rispetto a quella data al destino di Jeshu – cosa che indirettamente conferma, se non altro da un punto di vista psicologico, che quel che si racconta della sua crocifissione è soltanto una pia invenzione, volta a confermare il suo ruolo di messia che adempie le profezie; e, in subordine, confermare l’accusa di tradimento a Giuda il Sicario.

ma tutto questo nulla toglie alla straordinaria invenzione di un messia che viene presentato come destinato al sacrificio della morte, anche se meglio che di invenzione si dovrebbe parlare di concretizzazione di un lungo percorso culturale che già spingeva in questa direzione nel mondo ebraico, e avvicinava la figura del messia alle divinità dei culti misterici greci, altrettanto votate alla morte sacrificale.

così, in questa versione militante, la scomparsa improvvisa del leader, nei termini descritti da Giuseppe Flavio che dice che il profeta egiziano si dileguò nella battaglia che vide l’uccisione di 400 dei suoi seguaci, diventa invece un luminoso sacrificio personale, coerente con le profezie, e garantisce un ritorno vittorioso.

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ma, non bastasse quanto visto sinora, vi è una ulteriore cospicua complicazione, che mi pare sfuggita sinora a tutti gli studiosi che almeno io conosco.

ma essa comporta una trattazione a sua volta talmente ampia che non mi rimane che rinviarla alla prossima puntata di questo studio.

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questa, in appendice, invece, è la parte che ci è stata tramandata del testo originario del Vangelo secondo Giovanni, sulla quale ho sviluppato queste considerazioni:

1 Dopo aver detto queste cose, Jeshu uscì con i suoi seguaci al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi seguaci.
2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Jeshu spesso si era trovato là con i suoi seguaci.
3 Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi.
4 Jeshu allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?».
5 Gli risposero: « Jeshu, il Nazareno».
Disse loro Jeshu: «Sono io!».
Vi era con loro anche Giuda, il traditore.
[6 Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.
7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?».
Risposero: «Jeshu, il Nazareno».
8 Jeshu replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», 9 perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».]
10 Allora Simone il Macigno, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro.
Quel servo si chiamava Malco.
11 Jeshu allora disse a Macigno: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
12 Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Jeshu, lo legarono 13 e lo condussero prima da Anna: [egli infatti era suocero di Caifa,] che era sommo sacerdote quell’anno.
[14 Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».]
15 Intanto Simone il Macigno seguiva Jeshu insieme a un altro discepolo.
Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Jeshu nel cortile del sommo sacerdote.
16 Il Macigno, invece, si fermò fuori, vicino alla porta.
Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Macigno.
17 E la giovane portinaia disse a Macigno: «Non sei anche tu uno dei seguaci di quest’uomo?».
Egli rispose: «Non lo sono».
18 Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche il Macigno stava con loro e si scaldava.
19 Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Jeshu riguardo ai suoi seguaci e al suo insegnamento.
20 Jeshu gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21 Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto».
22 Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Jeshu, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?».
23 Gli rispose Jeshu: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».
[24 Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.]
25 Intanto Simone il Macigno stava lì a scaldarsi.
Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi seguaci?».
Egli lo negò e disse: «Non lo sono».
26 Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?».
27 Il Macigno negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
28 Condussero poi Jeshu [dalla casa di Caifa] nel pretorio.
[Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
29 Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?».
30 Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato».
31 Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!».
Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno».
32 Così si compivano le parole che Jeshu aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.
33 Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Jeshu e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?».
34 Jeshu rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».
35 Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
36 Rispose Jeshu: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?».
Rispose Jeshu: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
38 Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. 39 Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?».
40 Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!».
Barabba era un brigante.
19 1 Allora Pilato fece prendere Jeshu e lo fece flagellare.
2 E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora.
3 Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!».
E gli davano schiaffi.
4 Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna».
5 Allora uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora.
E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
6 Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». 7 Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
8 All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura.
9 Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Jeshu: «Di dove sei tu?».
Ma Jeshu non gli diede risposta.
10 Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?».
11 Gli rispose Jeshu: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».
12 Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà.
Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare».
13 Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Jeshu e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.
14 Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno.
Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!».
15 Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?».
Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare».
16 Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.]
Essi presero Jeshu 17 ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, 18 dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Jeshu in mezzo.
[19 Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Jeshu il Nazareno, il re dei Giudei».
20 Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Jeshu fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21 I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: «Il re dei Giudei», ma: «Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei»».
22 Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».]
23 I soldati poi, quando ebbero crocifisso Jeshu, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica.
Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
24 Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice:
Si sono divisi tra loro le mie vesti
e sulla mia tunica hanno gettato la sorte.
E i soldati fecero così.
25 Stavano presso la croce di Jeshu sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
26 Jeshu allora, vedendo la madre e accanto a lei il seguace che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
27 Poi disse al seguace: «Ecco tua madre!».
E da quell’ora il seguace la accolse con sé.
28 Dopo questo, Jeshu, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».
29 Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.
30 Dopo aver preso l’aceto, Jeshu disse: «È compiuto!».
E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
31 Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.
32 Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.
33 Venuti però da Jeshu, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34 ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
35 Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
36 Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.
37 E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.


3 risposte a "la seconda parte della decima testimonianza – L’annuncio del Nuovo Regno 23 – 568"

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