gli infiniti (Leopardi e Pascal) – 2

L’Infinito di Leopardi, per il due secoli dalla sua composizione, la RAI lo ha mandato in onda letto verso per verso dai cantanti del momento.

scelta che forse l’aristocratico Giacomo avrebbe considerato con orrore, ma positiva comunque se serve ad avvicinare ad un pensiero sublime.

lo avranno capito gli ascoltatori? o saranno stati piuttosto assorti nel cercare di riconoscere quelle magiche voci?

anche io ne ho riconosciuta una, una sola: quella di Mina; e questo basta a dire la mia età.

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il linguaggio di Leopardi nella poesia è molto letterario, ma in fondo ancora abbastanza comprensibile:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, – questo colle solitario [ermo, dalla stessa radice di eremo] mi è sempre stato caro
E questa siepe, che da tanta parte – e anche questa siepe che esclude lo sguardo
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. –  da una parte così ampia dell’estremo orizzonte.

Ma sedendo e mirando, interminati – ma, sedendo qui e guardando il colle e la siepe, io

Spazi di là da quella, e sovrumani – nel mio pensiero mi costruisco l’immagine [fingo, latinismo; in questa lingua fingere vuol dire costruire; la stessa radice da cui deriva figura, che è l’immagine costruita dalla mente] di spazi senza limite, al di là di quella,

Silenzi, e profondissima quiete – di silenzi dove l’uomo non trova spazio, 

Io nel pensier mi fingo; ove per poco – di una profondissima quiete e qui per poco

Il cor non si spaura. E come il vento – il cuore non prova una sensazione di paura. E come sento

Odo stormir tra queste piante, io quello –  il vento stormire fra queste piante, io

Infinito silenzio a questa voce – allora vado paragonando quell’infinito silenzio

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, – a questa voce: e penso all’eternità

E le morte stagioni, e la presente – alle morte stagioni del passato, a questa epoca del presente,

E viva, e il suon di lei. Così tra questa – che è viva, al rumore della sua vita. E così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio: – immensità il mio pensiero si perde, quasi si annega:

E il naufragar m’è dolce in questo mare. – ed è così bello per me naufragare in questo mare.

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la struttura stessa della poesia è nello stesso tempo quanto di più tradizionale si potesse pensare, in apparenza, e quanto di più innovativo: tradizionali sono gli endecasillabi sciolti, cioè i versi di 11 sillabe senza rima: è la metrica che era stata pochi decenni prima del Parini e dell’Alfieri, per la poesia di genere didascalico, volta a dare insegnamenti morali, nel primo caso, oppure tragica, nel secondo; il romanticismo la stava abbandonando, alla ricerca di una versificazione rimata più stringente e popolare, che andava verso la musicalità della canzone, per non dire della canzonetta.

ma non si era ancora mai usato questo tipo di verso per una poesia lirica; Leopardi è il primo a farlo, anticipando col suo verso libero il Novecento; ma nello stesso tempo questi endecasillabi sono scossi da una sismicità interna: tendono a frantumarsi, sono spezzati all’interno e preparano il cambiamento metrico che di lì a poco farà Leopardi, passando alla canzone libera, alternanza di settenari e di endecasillabi senza nessuno schema preciso, ma con qualche rima occasionale.

sono 15 endecasillabi: quasi un sonetto, se fossero stati uno di meno, e si fossero imposti la schiavitù della rima.

ma stilisticamente questo è quasi un manifesto anarchico della libertà dell’espressione che deve accompagnare il pensiero e non ha tempo e modo di cercare anche la rima.

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e lo stesso gioco mentale troviamo in testa al titolo: Idillio.

era un genere letterario dell’antica Grecia: significa quadretto, piccola immagine; era una poesia di genere che introduceva immagini convenzionali di pastori immersi nella natura.

questa introduzione non è un  vuoto abbellimento: introduce l’immagine del poeta come pastore, restituito al carattere originario del rapporto con la natura.

e subito dopo, come un colpo al cuore, il titolo vero e proprio, così filosofico, provocatorio, quasi: L’Infinito.

che cosa ci fa un pastore dell’Arcadia letteraria con l’infinito, invece che cantarci la bellezza della natura e magari del suo amore per qualche pastorella?

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la novità dello stile, mascherata da una adesione a regole letterarie ben più radicate delle mode del momento, è novità anche dei contenuti.

il poeta ci parla di un paesaggio, ma va oltre quel paesaggio, alla ricerca di un paesaggio interiore ben più significativo.

siamo in poesia, ma non nella poesia; siamo nel pieno di una riflessione filosofica in forma poetica.

Leopardi è stato indubbiamente il più grande filosofo che l’Italia abbia avuto negli ultimi due secoli: non sistematico, ma questo è un segno ulteriore della sua straordinaria modernità.

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ecco, L’infinito di Leopardi…

ecco, vedete, anche a me, come a tutti, è venuto spontaneo di scrivere l’infinito.

ma nel titolo originale sta scritto L’Infinito, con la maiuscola: un chiaro accenno alla natura divina di questo Infinito; e dunque questo titolo ci pone una domanda: Leopardi sta parlando di Dio, sotto il fragile schermo della parola Infinito?

è un colpo al cuore della poesia sentimentale dei romantici, di cui si era occupato tre anni prima in due lettere alla rivista la Biblioteca Italiana, cercando di intervenire nel dibattito fra classicisti e romantici che era stato suscitato da Madame De Stael, che aveva auspicato un rinnovamento della letteratura italiana e una adesione ai nuovi modi di intendere la poesia del romanticismo; dico che aveva cercato di intervenire perché le sue due lettere non furono mai pubblicate: segno precoce dell’isolamento e a volte dell’aperta ostilità che le sue idee suscitarono nel mondo letterario del tempo, e che lo costrinsero ad un isolamento, che poi gli venne anche rinfacciato.

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di questa poesia abbiamo la fortuna di possedere anche la minuta; e vorrei svolgere le mie ultime considerazioni a partire da questa, che ci dà il privilegio di entrare quasi nella mente di Leopardi mentre crea questa poesia quasi di getto, con ripensamenti limitati e circoscritti.

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Sempre caro mi fu quest’ermo colle, è scritto di getto e rimane immutato; è uno di quei versi che nascono nella mente già fatti, come dice Dante della lingua che parlò di per se stessa mossa.

siamo abituati quasi a sentircelo suonare dentro e non facciamo attenzione alla sua stranezza: perché Leopardi parla di se stesso al passato? come può attribuire il sempre fu alla sua fragile persona?

sta guardando a se stesso dal futuro? oppure guarda a un se stesso che è già quasi ultraterreno ed immortale? è come se Leopardi ci parlasse di se stesso oggi stesso, con una voce ultramondana, volgendosi indietro a contemplare una vita già conclusa, e di sé, come di un personaggio eterno, ci dicesse: sempre caro mi fu, quando ero vivo.

ma questo verso densissimo nello stesso tempo introduce il tema della solitudine di Leopardi: il colle gli è, gli fu, caro perché era solitario: anzi, ermo, che rimanda quasi all’immagine di chi si fa eremita e vive solo, per dedicarsi più a fondo alla ricerca della verità.

fuori dal tempo, sia il Leopardi ricercatore di se stesso, sia il colle non calpestato da orma vivente…

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ma il passato remoto da qui proviene la voce del poeta contrasta immediatamente con la concretezza spaziale e temporale della sua collocazione nel tempo: questo colle, questa siepe.

e la concretezza si fa immediatamente senso del limite: esclude.

quell’esclusione iniziale indicata dalla solitudine del colle è dunque qualcosa di non occasionale e profondo: vivere concretamente, calarsi nell’immediatezza del questo, qui ed ora, significa perdere l’indeterminatezza della fuga dal tempo, significa essere limitati ed esclusi da tutto quanto non si è: cioè dalla maggior parte – da tanta parte – del mondo.

aveva scritto Del celeste confine, ma sente l’ambiguità in senso religioso dell’aggettivo e corregge Dall’ultimo orizzonte.

ma se pensiamo che il suo infinito è l’Infinito, allora non è un caso che nella prima intuizione la siepe che ancora alla vita terrena escluda da un confine che è celeste, e cioè anche divino.

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ma la mente continua nella costruzione di questo infinito che si oppone alla storia, alla vita e alla sua mortalità: e scopre che l’infinito è vuoto, è un puro infinito nulla, assenza di vita, silenzio, quiete mortale.

e a scoprire che Dio, l’Infinito, è il nulla, il cuore quasi non viene vinto da un sentimento di paura.

questa di Leopardi è quasi una citazione letterale di Pascal, l’altro grande esploratore dell’infinito che nel Seicento condivise con Leopardi una genialità assoluta e una vita breve, morendo alla sua stessa età, per misteriosa coincidenza: a 39 anni.

scrisse Pascal in uno dei suoi Pensieri:
Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa.

ma occorrerebbe approfondire ancora di più questo rapporto di Leopardi con Pascal sull’infinito.

si pensi anche a questa prima parte di quest’altro dei Pensieri pascaliani:
Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che riempio e che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, io mi spavento […]

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la contrapposizione tra l’infinito vuoto nulla e la concreta vita che si consuma nel tempo ritorna più esplicita nei versi successivi, a partire da quella ripresa che spezza il verso 8 a metà, e dunque divide in due parti perfettamente simmetriche l’intera poesia: E come il vento…

questa simmetria permette di cogliere che da questo punto centrale della poesia si avvia un percorso inverso che riporta al punto di partenza: nella prima parte siamo discesi dall’infinità dell’atemporale e aspaziale alla concretezza del qui ed ora.

ora il vento è la voce concreta che dal qui ed ora riporta all’infinito con un procedimento inverso, che ora ascende dal particolare al generale.

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si ritorna all’eterno e alle morte stagioni, ma misurate e definite per contrasto proprio dalla voce fragile del vento che altro non può far che fare stormire le fronde, anzi stormire lui stesso tra loro, come se fosse lui stesso, il vento, una fronda.

in questo processo il pensiero si perde, perde quella pretesa di infinità da cui è partito (“Sempre caro mi fu”): ammette di non essere fuori del tempo e dello spazio, ma natura mortale condivisa nel mondo.

è un punto tormentato: fra questa immensità il mio pensier s’annega, aveva scritto; poi corregge: tra questa infinità s’annega il pensier mio; e al momento della stampa correggerà ancora: tra questa immensità s’annega il pensier mio.

ha trovato il modo più musicale per dirlo: il pensiero che si pretendeva eterno ora si riconosce mortale, cioè vivo, e condivide con la vita tutta la sua insignificanza.

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è una liberazione: l’io si è liberato di se stesso, come nel pensiero buddista; l’io si lascia andare al nulla condiviso della vita: è un naufragio, ma è anche la conquista della suprema libertà che aveva già insegnato Buddha, la liberazione dalla sofferenza della vita.

ma in questo naufragio il poeta non è più solo: ha vinto il suo isolamento e si è ricongiunto al grande ventre materno del mare.

per questo è così dolce naufragare nel mare dell’Infinito, una volta che sia sia riconosciuto che questo infinito è il nulla.


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