incriminare Trump per omicidio, altro che impeachment! – 6

l’omicidio del generale iraniano Soleimani ordinato da Trump è un evidente crimine internazionale.

per quel tanto che vale oramai il principio di legalità di fronte all’emergere dei nuovi rozzi nazionalismi che si riservano il diritto di uccidere liberamente chi vogliono.

dubito però che i democratici americani avranno il coraggio di incriminare il presidente davanti al Congresso per questo, anziché per quella mezza sciocchezza che è la richiesta di indagare sulla corruzione di Biden padre e figlio, visto che anzi si riservano di candidare il primo alle prossime presidenziali (una nuova scelta suicida dopo quella della Clinton – tanto che perfino Obama ha di recente espresso il proprio appoggio alla Warren, che peraltro la stampa filo-padronale italiana presenta da noi come una pericolosa estremista).

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Ma Trump può essere incriminato per l’uccisione di Soleimani?

se lo chiede perfino, ma molto pensosamente, Luigi Ferrarella sul Corriere, in un articolo coperto da copyright, che spero di non violare citandolo qua e là e commentandolo come esempio clamoroso di arrampicata sugli specchi per rendere confuso un caso chiaro e lampante (anche se non è detto che il caso abbia qualche seguito legale per questo, e proprio per questo: perché è chiaro e lampante).

Quali sono le basi giuridiche dell’utilizzo di droni armati per operazioni militari anti-terrorismo?
La questione è di straordinaria complessità: dipende, anzitutto, da quale diritto (di guerra o dei diritti umani) si prende come punto di partenza.

questo il sottotitolo dell’articolo, che dà anche il la all’analisi del caso di “un capo di Stato (Usa) che ordini l’uccisione del numero tre di un altro Paese (Iran) realizzata nel territorio di una terza nazione (Iraq), attraverso l’impiego di velivoli a pilotaggio remoto (droni) decollati da un quarto Paese (Qatar) in una operazione letale fuori di un campo di battaglia”.

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premetto che ci troviamo prima di tutto di fronte ad un caso di violazione della sovranità di un paese, l’Iraq, al quale non è stato chiesto il consenso per un’operazione condotta sul suo territorio, e che non lo avrebbe dato.

è poi una aggravante che questo paese sia formalmente alleato, che abbia conseguentemente chiesto il ritiro di tutte le truppe straniere dal suo territorio attraverso una mozione del suo parlamento (alla quale tuttavia ora il governo deve decidere se dare seguito oppure no) e che venga minacciato direttamente dallo stesso presidente americano omicida di tremende ritorsioni e sanzioni se si azzarderà a chiederlo davvero, attraverso un atto del governo, e non attraverso una mozione puramente dimostrativa del parlamento.

il caso di Trump che fa ammazzare Soleimani è del tutto simile, a parte le modalità, a quello del principe ereditario saudita che fa ammazzare nel suo consolato ad Istanbul un giornalista che lo critica: non ci sono troppi dubbi a riguardo, salvo che per il Corriere, che trova il caso di straordinaria complessità, o almeno prova a convincere i suoi lettori che lo sia.

anzi, per alcuni versi è perfino molto più grave, per portata politica, dato che quell’omicidio del principe saudita era pur sempre l’ammazzamento di un cittadino privato, mentre qui si tratta dell’uccisione di un importantissimo esponente del governo di un altro paese.

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però, siccome Ferrarella è spiritoso dice che “il cassetto delle possibili vaghe risposte dipende da quale armadio si voglia considerare come contesto” (possibili? vaghe?), e inizia con dare un esempio della fantasiosa e insuperata vocazione italiana ad essere azzeccagarbugli.

infatti confonde subito le cose e paragona l’uccisione del più importante generale iraniano alle operazioni condotte da vari stati per compiere omicidi mirati di presunti terroristi, con questo accettando fin dall’inizio il punto di vista americano:

in questi casi, dice, la giustificazione sta nell’applicazione del «diritto di guerra» ad una guerra asimmetrica al terrorismo, senza confini geografici: la eliminazione di un nemico sarebbe giustificata dal vantaggio militare che comporterebbe in un’ottica di legittima difesa preventiva, necessaria a disinnescare in anticipo futuri attentati.

e su questo piano ci sono precedenti, dalle operazioni americane Enduring Freedom in Afghanistan a quelle israeliane in Libano nel 2006, sino gli interventi della Federazione Russa in Georgia.

ma, dice Ferrarella, se invece si ritenesse di trovarsi fuori da un formale caso simile (notate il congiuntivo fortemente ipotetico) ci si troverebbe allora nel campo «dei diritti umani», che subordina l’uso premeditato e deliberato della forza letale a più stringenti condizioni, quali l’assoluta necessità (non solo la necessità militare), la finalità esclusivamente difensiva dell’attacco, e la presenza di un pericolo attuale.

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fino a qui la tesi è inconsistente, ma da qui in poi l’articolo diventa talmente interessante da consigliarne comunque la lettura, in quanto riferisce le opinioni di Chantal Meloni, professoressa associata di diritto internazionale all’Università degli Studi di Milano e consulente legale presso lo Ecchr-European Center for Constitutional and Human Rights di Berlino, lo stesso organismo che ha recentemente chiesto di incriminare l’attuale capo della CIA per la sua partecipazione personale diretta a torture contro terroristi islamisti in Iraq.

di fatto, ci dice la docente, i rari tentativi di sottoporre a verifica tali decisioni di uccisioni decise per scopi politici e militari hanno seguito tre strade diverse:
1) nella prima ad agire era la magistratura dello Stato che aveva lanciato lo strike.
ad esempio nel 2006 in Israele la Corte Suprema stabilì che la legalità dei «targeted killings» dovesse essere valutata caso per caso. (principio rimasto per lo più sulla carta); gli Stati Uniti uccisero il 30 settembre 2011 il cittadino americano Anwar al-Aulaqi nello Yemen con un drone, ma nel 2014 il governo statunitense eccepì la dottrina della sicurezza nazionale e ottenne che il caso non fosse sindacabile dalla giustizia.
2) nella seconda via scelta, per casi quasi tutti in Pakistan, ha provato a procedere lo Stato terzo sul cui territorio era stato commesso l’omicidio mirato: nel caso Khan, ad esempio, l’Alta Corte di Peshawar nel 2013 dichiarò la violazione della sovranità del Pakistan, e al proprio Stato raccomandò di adottare misure per proteggere il diritto alla vita dei cittadini pakistani.
3) una terza strada è stata cercare di coinvolgere in giudizio ulteriori nazioni (ad esempio europee come in un caso la Germania) che talvolta avevano messo a disposizione le proprie basi (come quella di Ramstein) per consentire la trasmissione dei dati necessari ai droni per le missioni-killer: in un caso relativo a civili colpiti come «danni collaterali» in un attacco mirato Usa nello Yemen, nel 2015 la giustizia amministrativa di Colonia ha ritenuto ammissibile la causa, ma ha poi concluso che la Germania non avesse obblighi di impedire attacchi letali dei droni statunitensi in Yemen.

ma la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2001 nel caso «Bankovic contro Belgio», ha ritenuto che l’uccisione di 16 persone morte a Belgrado nel 1999 sotto l’attacco aereo della Nato alla radiotv serba non poteva essere considerata da lei, dato che la Serbia non aveva aderito alla Convenzione Europea sui Diritti Umani.

ma una successiva sentenza del 2011, non ricordata dal Corriere, ha modificato tale interpretazione: La Corte condannò l’ Inghilterra perché in un caso i militari britannici avevano detenuto arbitrariamente dal 2004 al 2007 un iracheno (che aveva anche la cittadinanza britannica), sospettandolo di terrorismo e in un altro caso alcuni civili iracheni che, secondo gli inglesi, erano sospettati di terrorismo o avevano partecipato ad azioni armate contro gli inglesi, erano stati uccisi nel 2003 da truppe britanniche; altri erano stati feriti, un altro era stato picchiato e poi fatto annegare in un fiume, e un altro ancora era morto per asfissia in una base militare britannica, dopo aver subito ben 93 ferite. Le autorità inglesi avevano svolto indagini sommarie ma poi avevano deciso di non procedere penalmente contro i militari inglesi responsabili, o avevano inflitto pene irrisorie. In questo caso la Corte europea ha condannato l’ Inghilterra per non aver istituito una indagine indipendente ed efficace circa le ragioni di quelle morti, ragion per cui, secondo la Corte, l’ Inghilterra ha violato il diritto alla vita, sancito nell’ Articolo 2 della Convenzione europea dei diritti umani.

infine anche la Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo nel 1999 ha giudicato che l’abbattimento di due piccoli aerei privati da parte di un caccia militare cubano nello spazio aereo internazionale rappresentava una violazione del diritto alla vita sancito dalla Dichiarazione Americana sui Diritti e Doveri dell’Uomo.

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ora queste discussioni sono tutt’altro che astratte – anche se forse lo diventano di fatto -, dato che l’Italia ha in Sigonella proprio una base operativa di droni statunitensi: anni fa il centro berlinese Ecchr provò a chiedere un accesso agli atti, il Ministro della Difesa oppose il segreto di Stato, un ricorso fu respinto dal Tar, il Consiglio di Stato ha poi bocciato il Tar sull’ammissibilità, e adesso deve riesprimersi di nuovo il Tar.

e viene in mente, ovviamente, anche il famoso gesto di Craxi, del 1996, di opporsi fermamente al trasferimento negli USA di alcuni presunti terroristi di allora rapiti dagli americani in Medio Oriente e in transito per quella base, fino al punto da far circondare i militari americani dai nostri per impedirgli la partenza: gesto che Craxi pagò molto caro poco tempo dopo, con lo scatenamento di Mani Pulite contro di lui, ad opera di Di Pietro, ben collegato ai servizi americani.

l’articolo prosegue analizzando anche il caso del cooperante italiano Giovanni Lo Porto, il cooperante sequestrato da terroristi di Al Qaeda, che nel 2015 fu ucciso in Pakistan da un attacco di un drone americano contro un edificio che li ospitava, ma gli USA si limitarono a risarcire economicamente la famiglia.

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ma, chiaramente, questa avvincente ed anche illuminante discussione non ha alcuna relazione con l’uccisione nel territorio di un terzo stato di un alto esponente di governo di un altro stato, proprio mentre svolge una missione diplomatica per cercare di riportare la pace in quella regione, come dimostrano le dichiarazioni che ho citato ieri del capo del governo iracheno.

quindi la strada ad una qualche forma di incriminazione di Trump potrebbe essere aperta: non lo faranno certamente gli USA, non lo farà probabilmente l’Iraq sotto ricatto, anche se questo corrisponde alla evidente volontà popolare; potrebbe farlo l’Iran, e sarebbe persino auspicabile che lo facesse, rivolgendosi alla Corte Penale Internazionale dell’Aja – diversa dall’altro tribunale citato prima, sempre con sede all’Aja -, ma neppure se volesse potrà seguire questa strada.

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oltretutto gli Stati Uniti fanno parte dei 32 paesi che hanno firmato ma non ratificato il trattato; anzi, giusto per chiarire, nel marzo dell’anno scorso hanno annunciato, un divieto “assoluto e permanente” di ingresso in territorio americano per i funzionari del tribunale, come “ritorsione proporzionata” alla linea “antiamericana” che attribuiscono alla Corte e il divieto verrà revocato solo quando il tribunale interromperà ogni procedimento penale nei riguardi di militari Usa.

ma gli USA sono in buonissima compagnia, assieme a Israele, Russia e Sudan hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificarlo, mentre la Cina non lo ha neppure firmato; e del resto neppure l’Iran vi ha aderito!

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come si vede i 123 paesi che hanno firmato e ratificato la Convenzione che ha istituito questo Tribunale sono ben lontani dal rappresentare le potenze che realmente guidano il mondo, e queste vogliono conservare tutto il proprio diritto di delinquere contro l’umanità in difesa dei loro interessi.


9 risposte a "incriminare Trump per omicidio, altro che impeachment! – 6"

  1. la dottrina Trump Pompeo dell’omicidio fa fare un ulteriore salto di ‘qualità’ a quanto già praticato da Obama con i droni assassini e dai Bush e Clinton con le loro guerre ‘democratiche’ o dai precedenti presidenti con gli omicidi coperti.
    Non si nasconde più il crimine con pretestuose farse ma lo si rivendica espressamente. L assassinio di Stato, come in lontani secoli passati, diventa uno strumento del potere che può esercitarlo a proprio piacimento senza timore di alcuna incriminazione.
    Diviene ammissibile per il solo fatto che sia tecnicamente possibile. L impunità é garantita dalla potenza stessa.
    Trump può uccidere a suo capriccio in quanto non vi è un’autorità esterna o interna che possa impedirglielo.
    Come i monarchi assoluti del passato è ‘legibus solutus’ e la sua volontà crea il diritto.
    A questo abominio giuridico siamo arrivati dopo decenni di violazioni plateali del diritto internazionale e dei diritti umani perpetrati dagli Usa.
    Trump ha deciso di togliere l’ultimo diaframma di ipocrisia che permetteva agli Usa di invocare una farsa di legalità per coprire anche per le loro azioni più abiette.
    Ora possono muoversi come gangster senza nemmeno scomodarsi ad inventare giustificazioni

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    1. sono sostanzialmente d’accordo con te, anche se l’omicidio di Bin Laden da parte di Obama non può essere del tutto assimilato a questa situazione, mentre quello di Gheddafi apparve quasi un effetto collaterale non gestito direttamente: in quel caso si trattava davvero di un terrorista, qui è stato ucciso, rivendicandolo apertamente, l’esponente importante di un altro stato: è una cosa senza precedenti, e per molto molto meno da Sarajevo partì la prima guerra mondiale.

      d’altra parte la tendenza non è soltanto americana (anche se gli USA la portano al massimo grado, come massima potenza militare del mondo), ma molti altri paesi: Al Sisi con Regeni, il principe saudita, Putin, o il presidente filippino che si vanta in tv di avere ucciso con le sue mani degli spacciatori: siamo di fronte alla chiusura della parentesi dello stato di diritto, palesemente, e a un neo-feudalesimo aggiornato tecnologicamente.

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  2. I giornali (e giornalisti) italiani sono totalmente degenerati qualitativamente, oramai sono personaggi televisivi, tremebondi, il loro timore non è certo la guerra ma perdere la telecamera.
    Questo è il frutto del Berlucretismo.
    Sull’assassinio trumpiano, oramai, è caduto il velo dello statista moralista, il capo di stato è un Al Capone con più potere.
    Cosi è sempre stato.

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  3. Io vedo solo due possibilità: che lo incriminino gli americani quando perderà il potere o che lo incriminino i vincitori della guerra se dovesse perderla.
    Non succederà ne l’una né l’altra cosa, comunque.
    I nostri media tranne pochissimi fanno a gara a non fare capire come stanno le cose, come sempre del resto.

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    1. la possibilità di un “processo di Norimberga” contro Trump e i suoi esigerebbe un crollo totalmente catastrofico dell’America che non pare nell’ordine delle cose prevedibili in tempi rapidi, e che del resto nessuno neppure vuole, perché in una forma così radicale destabilizzerebbe il mondo.
      quanto al ruolo dei media italiani – escluse le rare e sempre più occasionali foglie di fico che difendono un minimo di credibilità della stampa – è sempre più chiaro che è quello di confondere le menti e non certo di aiutarle a formarsi una opinione critica: se dovessi oggi indicare il nome di qualche grande giornalista onesto, mi troverei in difficoltà, mentre avrei potuto farne diversi anche solo vent’anni fa.
      la loro rapida degenerazione è del resto sempre più chiara e sembra che internet affidi sempre di più un ruolo di autentica informazione a certi blog fuori dal controllo del potere, ma purtroppo pur sempre di nicchia (sia chiaro, non parlo del mio, che non ha di queste ambizioni).

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