altre complicazioni del racconto del processo a Jeshu nella decima testimonianza – L’annuncio del Nuovo Regno 24 – 20

l’analisi del testo del Vangelo secondo Giovanni condotta sinora alla ricerca del suo nucleo originario, che si chiamava semplicemente Evanghelion, cioè Annuncio del Nuovo Regno, secondo il significato originario della parola nel mondo romano imperiale, ci ha condotto sinora ad alcune constatazioni importanti:

il testo che possediamo attualmente è il frutto di più manipolazioni, le stesse di cui parla il pagano Celso nel suo Discorso sulla verità, presumibilmente verso il 180 d.C., quasi contemporaneo alla stesura finale di questo e altri testi cristiani del tempo, quando definisce questa continua manipolazione dei testi, per superare le critiche loro rivolte, come la caratteristica principale della nascente letteratura cristiana – ma trascura forse la storia secolare della simile metodologia di costruzione del testo sacro usata già nel mondo ebraico per la definizione del testo della Bibbia da Esdra in poi.

che queste manipolazioni esistano nel Vangelo secondo Giovanni non è affermazione soltanto mia né del tutto nuova, dato che qui sono forse ancora più evidenti che altrove, ma da questa ricerca emergono almeno tre strati, che a me paiono riconoscibili in modo abbastanza evidente:
oltre a quello originario e a quello di un tardo teologo del secondo secolo che sovrappone al racconto una sua interpretazione in chiave salvifica, vi è almeno uno strato di manipolazione, che interviene sul piano del racconto, aggiungendo altri fatti, che deformano il suo significato originario; verrebbe da consideralo intermedio fra i due, più logicamente; ma non possiamo darlo per scontato senza un approfondimento ulteriore:
il racconto del processo all’adultera, la presenza di Jeshu davanti a Caifa, sommo sacerdote dell’anno in cui finisce la sua impresa, il processo davanti a Pilato sono alcuni passaggi chiave di questo vangelo come lo conosciamo oggi, che sono il frutto delle integrazioni di una mano successiva alla sua prima stesura: riconoscibili perché introducono incongruenze cronologiche o logiche del racconto
– e tuttavia questa mano è quella di un narratore potente, che costruisce alcuni degli episodi emotivamente più toccanti del racconto finale.

nel caso del presunto processo a Jeshu si possono identificare due fasi differenti della manipolazione:
la prima è quella che lo descrive originariamente, assumendo come traccia il processo svoltosi effettivamente circa nell’anno 63 contro un certo Jeshu, peraltro diverso dal protagonista della fallita insurrezione contro i Romani, processo che si svolse, secondo la prima versione, sotto il sommo sacerdote Anania nell’anno 63 o 64, e che viene raccontato da Giuseppe Flavio;
la seconda è quella che interviene successivamente trasformando questo Anania in suo padre, che aveva lo stesso nome, e fa di lui il suocero autorevole del vero sommo sacerdote all’epoca dei fatti: questo comporta l’anticipazione di tutta la vicenda all’anno 30 e l’introduzione come co-protagonista di Pilato, a cui peraltro rimane appiccicata la carica di
procuratore, che non ha mai avuto, e che invece era quella del governatore della Palestina tre decenni dopo.

tuttavia anche il racconto originario rimane avvolto in contraddizioni pressoché insanabili, dal punto di vista della esatta definizione dei fatti.

. . .

queste contraddizioni trovano la loro spiegazione in due fattori, che sono pure determinanti per comprendere il modo di procedere dei pii e fanatici manipolatori del testo:

1. la fase di costruzione del testo passò indubbiamente attraverso una sorta di sua preistoria di trasmissione orale dei racconti che lo costituiscono; e questa potrebbe essere la principale obiezione al metodo che ho seguito nel cercare di ricostruirlo, dato che le mie osservazioni filologiche sono applicabili a testi scritti, ma non al magma convulso della trasmissione orale; e tuttavia rivendico la loro applicabilità alla fase della trasmissione scritta del testo.

2. infatti qui entra in gioco il secondo fattore, che è una particolare tecnica di manipolazione, simile a quella già in uso nel mondo ebraico, come si diceva: che si procede per aggiunte, cioè per reinterpretazioni dei testi, senza cancellazioni del testo precedente o con omissioni minime e non rilevabili facilmente: ogni diversa e più sostanziale manipolazione infatti sarebbe stata facilmente identificabile da parte dei fedeli che lo conoscevano, mentre una integrazione poteva più facilmente essere accolta come spiegazione all’inizio o commento, prima di trasformarsi insensibilmente in parte del testo stesso.

questa tecnica particolare facilita dunque di molto il compito di chi ricostruisce la storia stessa del testo.

. . .

ma, tornando al modo in cui si costruisce nel dettaglio la storia del processo a Jeshu, queste osservazioni permettono di arrivare, sorprendentemente, anche ad una datazione piuttosto precisa della sua costruzione:

se ammettiamo che la storia dello Jeshu protagonista della narrazione sia principalmente quella del personaggio che Giuseppe Flavio chiama sprezzantemente il profeta egiziano, questa si svolse attorno all’anno 53 e non sembra che nessun processo al protagonista sia avvenuto allora, mentre il processo a un certo Jeshu, narrato pure da Giuseppe Flavio, si svolse dieci anni dopo.

questo circoscrive la fase della elaborazione orale della storia semi-leggendaria al decennio tra il 53 e il 63 e permette di collocare la stesura dell’Annuncio del Nuovo Regno in un momento immediatamente precedente allo scoppio della rivolta ebraica, al quale l’Annuncio stesso è inestricabilmente connesso.

lAnnuncio, come ho cercato di dimostrare, è nato come il manifesto politico che doveva unificare le varie tendenze messianiste radicali ebraiche (cioè “cristiane”, prima che il termine assumesse il significato successivo di religione distinta da quella mosaica), e all’immediata vigilia della rivolta, della quale costituì un presupposto importante; in questa operazione la figura nuova e tendenzialmente profetica e pacifista dell’esseno di tendenza nazarena, cioè nemico del sabato e dell’applicazione farisaica della morale mosaica, che aveva condotto pochi anni prima i suoi seguaci sul Monte degli Ulivi alla disastrosa attesa del crollo delle mura di Gerusalemme per intervento divino doveva essere necessariamente sfumata in una figura più ricca ed articolata, oltre che composita.

e la chiave di volta di questa reinterpretazione stava nella sua trasformazione da “profeta” di un futuro messia – così come ancora lo definiva velenosamente Giuseppe Flavio qualche anno dopo accennando alla sua storia – nel messia lui stesso, sacrificatosi e in imminente ritorno: non la fuga vergognosa a cui accenna sempre, con parole un poco misteriose lo storico ebraico, ma il sacrificio personale sigillo di un ritorno.

era questo il nucleo di una ridefinizione radicale del suo ruolo, che dopo la catastrofe della rivolta ebraica e nel caos della diaspora dei pochi superstiti, per una di quelle evoluzioni a sorpresa della storia che fa quello che vuole, indipendentemente dalle intenzioni degli uomini,  avrebbe rappresentato il nucleo di una rinascita del messianismo cristiano in una chiave nuova.

questa sarebbe stata più ellenistica oramai che ebraica, cioè cristiana nel senso oramai moderno del termine: processo di differenziazione che si concluse davvero soltanto attorno al 135 d.C., quando i cristiani si dissociarono nettamente dalla nuova rivolta e guerra ebraica di Bar Kobka e si definirono finalmente come religione alternativa.

per questo dovevano, in quegli anni convulsi, riscrivere completamente e radicalmente la storia delle loro origini dal punto di vista di questa nuova prospettiva, e dunque presentarsi come movimento fin dalle origini anti-ebraico (ecco, ad esempio, la polemica contro i farisei dei vangeli sinottici, non così marcata nell’Annuncio del Nuovo Regno, che anzi contiene importanti aperture verso qualche corrente almeno del mondo farisaico).

. . .

questa premessa era necessaria, a mio parere, per affrontare l’ultima grande questione che il racconto del processo a Jeshu dell’Annuncio del Nuovo Regno lascia aperta, ed è il suo rapporto col lungo racconto del processo a Saul/Paulus contenuto negli Atti degli Apostoli, un testo che si colloca appunto nella fase critica in cui il messianismo dei seguaci di Jeshu si stacca definitivamente dal messianismo ebraico e comincia a caratterizzarsi in senso alternativo a questo, come cristiano, e che meglio sarebbe oggi tradurre nel titolo come Le imprese degli apostoli, per eliminare ogni ambiguità lessicale del termine Atti che nell’italiano moderno significa tutt’altro.

il racconto che cito è troppo lungo per riportarlo tutto qui, e invito a leggerselo nel testo originale.

qui mi soffermo tuttavia sui suoi punti salienti, a partire dal cap. 21.

si narrano qui alcune vicende relative ad un presunto viaggio a Gerusalemme di Saul/Paulus, che avverrebbe attorno all’anno 53 (cioè esattamente nel periodo nel quale avviene invece la vicenda del profeta egiziano, secondo Giuseppe Flavio, e cioè il nucleo fondamentale della vicenda di Jeshu come raccontata nell’Annuncio del Nuovo Regno, secondo la mia ricostruzione.

da sottolineare, subito, un vistoso passo falso dell’inventore della storia di Saul/Paulus e dei primi apostoli che va sotto il nome di Atti degli apostoli:

17 Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente.
18 Il giorno dopo Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi; c’erano anche tutti gli anziani.

come possono essere definiti anziani i seguaci di Jeshu a trent’anni soltanto dalla data presunta della vicenda? è un anacronismo evidente che dimostra da solo che questo testo è stato scritto quando era oramai passata la generazione degli anziani, termine col quale nel secondo secolo si indicavano coloro che avevano conosciuto personalmente i seguaci di Jeshu, e dunque lo colloca nella prima metà del secondo secolo.

nel passo successivo si dà rilievo al problema della circoncisione, diventato di grande attualità nella prima metà del secondo secolo, quando un editto imperiale la proibì; per smentire che Saul/Paulus avesse rifiutato, assieme alla circoncisione, la legge mosaica, questi si reca al tempio a compiere un rito; ma viene accusato di averlo profanato, facendovi entrare anche dei greci.

21, 30 Allora tutta la città fu in subbuglio e il popolo accorse.
Afferrarono Paolo, lo trascinarono fuori dal tempio e subito furono chiuse le porte.
31 Stavano già cercando di ucciderlo, quando fu riferito al comandante della coorte che tutta Gerusalemme era in agitazione.
32 Immediatamente egli prese con sé dei soldati e dei centurioni e si precipitò verso di loro.
Costoro, alla vista del comandante e dei soldati, cessarono di percuotere Paolo.
33 Allora il comandante si avvicinò, lo arrestò e ordinò che fosse legato con due catene; intanto si informava chi fosse e che cosa avesse fatto.
34 Tra la folla però chi gridava una cosa, chi un’altra.
Non riuscendo ad accertare la realtà dei fatti a causa della confusione, ordinò di condurlo nella fortezza.
35 Quando fu alla gradinata, dovette essere portato a spalla dai soldati a causa della violenza della folla.
36 La moltitudine del popolo infatti veniva dietro, urlando: «A morte!».
37 Sul punto di essere condotto nella fortezza, Paolo disse al comandante: «Posso dirti una parola?».
Quello disse: «Conosci il greco? 38 Allora tu non sei quell’Egiziano che in questi ultimi tempi ha sobillato e condotto nel deserto i quattromila ribelli?». 39 Rispose Paolo: «Io sono un giudeo di Tarso in Cilìcia, cittadino di una città non senza importanza.»

il passo finale è veramente sconcertante: chi lo scrive è perfettamente consapevole della coincidenza temporale tra questo racconto e la vicenda del profeta egiziano, e fino a qui la cosa può anche non meravigliare; ma quello che è stupefacente, invece, è che la figura del profeta egiziano venga esplicitamente richiamata, accennando ad una possibile confusione tra lui e la predicazione dei seguaci di Jeshu.

il riferimento ai 4.000 ribelli è strano, dato che Giuseppe Flavio, nella Guerra Giudaica, parla invece di 30mila seguaci che si preparavano a dare l’assalto a Gerusalemme dal Monte degli Ulivi; invece coincide con quel che ne dice il riferimento al deserto come luogo di raccolta dei seguaci:

Libro 2, 261 – 13, 5. Ma guai ancor maggiori attirò sui giudei il falso profeta egiziano. Arrivò infatti nel paese un ciarlatano che, guadagnatasi la fama di profeta, raccolse una turba di circa trentamila individui che s’erano lasciati abbindolare da lui, 262 li guidò dal deserto al monte detto degli Ulivi e di lì si preparava a piombare in forze su Gerusalemme, a battere la guarnigione romana e a farsi signore del popolo con l’aiuto dei suoi seguaci in armi.

rimane invece il bisogno di chi scrive Le imprese degli Apostoli di distinguere chiaramente la predicazione cristiana da quella del profeta egiziano, e la cosa viene fatta, sorprendentemente, negando che l’Egiziano potesse conoscere il greco.

. . .

ma la sovrapposizione fra quello che succede a Saul/Paulus e la storia di Jeshu non finisce qui, nel racconto dei cosiddetti Atti degli Apostoli.

infatti si racconta subito dopo dell’inverosimile richiesta di Saul/Paulus di parlare al popolo e della concessione accordatagli dal comandante delle guardie, in modo ancora più inverosimile.

comunque il discorso di Saul/Paulus su come sia stato illuminato e convertito risulta chiaramente provocatorio per l’uditorio ebraico, tanto da provocare questi effetti:
22, 24 il comandante lo fece portare nella fortezza, ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, per sapere perché mai gli gridassero contro in quel modo.

ma poiché Saul/Paulus a questo punto afferma di essere cittadino romano, il comandante sospende l’interrogatorio:

22, 30 Il giorno seguente, volendo conoscere la realtà dei fatti, cioè il motivo per cui veniva accusato dai Giudei, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio; fece condurre giù Paolo e lo fece comparire davanti a loro.

. . .

siamo palesemente nel campo del romanzesco più sfrenato; non esiste la minima possibilità storica che questi fatti siano effettivamente accaduti: chi li descrive non ha nessuna idea del mondo giuridico romano né della esatta catena di comando valida al suo interno.

il presunto resoconto successivo non smette di stupire:

23, 1 Con lo sguardo fisso al sinedrio, Paolo disse: «Fratelli, io ho agito fino ad oggi davanti a Dio in piena rettitudine di coscienza».
2 Ma il sommo sacerdote Anania ordinò ai presenti di percuoterlo sulla bocca.
3 Paolo allora gli disse: «Dio percuoterà te, muro imbiancato! Tu siedi a giudicarmi secondo la Legge e contro la Legge comandi di percuotermi?».
4 E i presenti dissero: «Osi insultare il sommo sacerdote di Dio?».
5 Rispose Paolo: «Non sapevo, fratelli, che fosse il sommo sacerdote; sta scritto infatti: Non insulterai il capo del tuo popolo».

qui finalmente compare, secondo la giusta cronologia, il sommo sacerdote Anania, effettivamente in carica quell’anno – che, come abbiamo visto nel post precedente, è proprio quello davanti al quale si svolge il processo a Jeshu davanti a un sommo sacerdote dello stesso nome nel Vangelo secondo Giovanni, ma non come sommo sacerdote in carica, bensì come suocero di quello presunto in carica, che era Caifa (!).

ma le affinità non si limitano a questo: anche l’esordio dell’interrogatorio di Jeshu e di quello a Saul/Paulus è sostanzialmente identico, salvo alcune varianti narrative; ecco richiamato il racconto del Vangelo secondo Giovanni:

19 Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Jeshu riguardo ai suoi seguaci e al suo insegnamento.
20 Jeshu gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21 Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto».
22 Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Jeshu, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?».
23 Gli rispose Jeshu: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».

. . .

segue nei cosiddetti Atti degli Apostoli il resoconto di una spaccatura nel sinedrio con la corrente dei farisei favorevole a Saul /Paulus e quella dei sadducei che ne vuole la morte; per cui, vista la durezza del conflitto interno al sinedrio, Saul/Paulus viene ricondotto alla fortezza; dovrebbe essere interrogato di nuovo davanti al Sinedrio, ma si organizza un complotto per ucciderlo durante il trasferimento e, informato di questo, il comandante della guarnigione romana lo fa trasportare, con una grande scorta a Tiberiade, davanti al governatore Felice, accompagnato da una sua lettera nella quale dice di non averlo trovato meritevole di morte, dato che le accuse del Sinedrio ebraico sono riferite a questioni religiose interne al mondo ebraico; e Felice trattiene in arresto Saul/Paulus in attesa dell’arrivo da Gerusalemme dei suoi accusatori.

24,1 Cinque giorni dopo arrivò il sommo sacerdote Anania insieme ad alcuni anziani e a un avvocato, un certo Tertullo, e si presentarono al governatore per accusare Paolo.

la loro accusa è rivelatrice per un passaggio:

24, 5 Abbiamo scoperto infatti che quest’uomo è una peste, fomenta disordini fra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è un capo della setta dei nazorei.

col termine setta dei nazorei si intendono indicare, ovviamente, i cristiani, ma il termine che viene usato è lo stesso che in realtà, ai tempi della vicenda, descriveva quella particolare corrente degli esseni di cui abbiamo già parlato; i nazareni – che non hanno nulla a che fare con Nazaret,  riferimento introdotto dopo proprio per mascherare il significato originario del termine; eppure sembra evidente che l’accusa mossa a Saul/Paulus sarebbe stata rivolta ben più propriamente a Jeshu stesso.

la disputa fra il Sinedrio e Saul/Paulus rimane peraltro in sospeso: Felice si accontenta di tenerlo in prigione, senza processo, anche per spillargli denaro per l’occasione; però è durante questa prigionia che Saul/Paulus conosce anche la moglie del governatore romano:

24, 24 Dopo alcuni giorni, Felice arrivò in compagnia della moglie Drusilla, che era giudea; fece chiamare Paolo e lo ascoltava intorno alla fede in Cristo Gesù. 

. . .

Felice, alla fine dei due anni in cui ha rivestito la carica, lascia la questione in eredità al suo successore Festo, che la riprende in mano appena entrato nella carica, rifiutandosi di nuovo di trasferire Saul/Paulus a Gerusalemme, per non offrire l’opportunità di cercare di ucciderlo, e invitando invece di nuovo una delegazione del Sinedrio presso la sua sede di Cesarea.

dopo averli ascoltanti e considerando che Saul/Paulus si è appellato a Cesare come cittadino romano, Festo decide di inviarlo a Roma per essere processato; ma prima il re Agrippa e sua moglie Berenice desiderano a loro volta ascoltare Saul/Paulus:

il meraviglioso romanzo continua con invenzioni narrative notevoli, ma siamo nell’ambito del fantastico più puro: continua a meravigliarmi che da un paio di secoli legioni di studiosi continuino a considerare gli Atti una fonte storica e a rompersi la testa per cercare di accordarli con la storia vera: l’unica vera questione aperta e di cui si dovrebbero occupare gli storici seri è di cercare di capire perché queste invenzioni romanzesche vennero realizzare: che cosa voleva ottenere il romanziere raccontandole?

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. . .

la conclusione è narrativamente bellissima:

26, 24 Mentre egli parlava così in sua difesa, Festo a gran voce disse: «Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello!».
25 E Paolo: «Non sono pazzo – disse – eccellentissimo Festo, ma sto dicendo parole vere e sagge. 26 Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso infatti che niente di questo gli sia sconosciuto, perché non sono fatti accaduti in segreto. 27 Credi, o re Agrippa, ai profeti? Io so che tu credi».
28 E Agrippa rispose a Paolo: «Ancora un poco e mi convinci a farmi cristiano!».
29 E Paolo replicò: «Per poco o per molto, io vorrei supplicare Dio che, non soltanto tu, ma tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventino come sono anche io, eccetto queste catene!».
30 Allora il re si alzò e con lui il governatore, Berenice e quelli che avevano preso parte alla seduta.
31 Andandosene, conversavano tra loro e dicevano: «Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti la morte o le catene».
32 E Agrippa disse a Festo: «Quest’uomo poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare».  

da qui inizia il viaggio per Roma sul quale si interrompe poco dopo, bruscamente e un poco misteriosamente il racconto degli Atti.

si tratta dunque di una vicenda assolutamente centrale nel racconto fantastico delle avventure di Saul/Paulus; mi ci sono soffermato, abbastanza a lungo, ma il più brevemente possibile, perché è molto evidente che questo racconto sia ricalcato, per alcuni passaggi chiave sulla vicenda parallela di Jeshu, dopo che era stata anticipata di una generazione.

e questo crea la strana suggestione di vedere comparire i veri protagonisti e alcuni passaggi in un modo più coerente con i tempi e le psicologie reali.

ma chi scrive aveva forse anche una vago sentore almeno che stava riscrivendo e reinventando a partire da quello che era effettivamente successo.


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