DASPO dai social per gli hater? chi è nato dopo Berlusconi è berlusconiano senza saperlo – 23

ho fondato il mio blog nel novembre 2005 (allora ero su un’altra piattaforma); lì conobbi quasi subito, tra gli altri, un blogger di destra, che all’inizio mi si mostrò amico; non sono abituato a distinguere la bontà delle persone sulla base delle loro scelte politiche, o almeno il passaggio non è così meccanico, quindi ci fu subito un’amicizia da blog, di quelle che restano un poco sospese fino a che non viene un incontro di persona a cementarle, oppure che lo restano un poco per sempre, fino a che durano.

amicizia che non durò molto: quel blogger, che diceva di essere un maestro in attività e nello stesso tempo un carabiniere non più in servizio, divenne rapidamente un’altra persona in rete, iniziando una campagna di odio incredibile, sia con commenti sui nostri blog (che si potevano anche bloccare) sia con una campagna martellante di post sul suo, che non si potevano arginare, personalizzati per ciascuno di noi, blogger di sinistra.

allora ce n’erano parecchi, anzi su quella piattaforma eravamo un gruppo consistente, che si illudeva di rappresentare il paese reale, come un campione scelto a caso: e da lui venivano insulti feroci, insinuazioni personali, quando non vere e proprie calunnie, esplicite minacce – a me mandò la foto di un mitra -, accuse fatte a vanvera e sarcasmo fuori dalle righe: un vero delirio, condito da un linguaggio triviale e da una ossessione per la parola merda, che faceva perfino dubitare della salute mentale dell’autore; difficile persino immaginarlo, se non fosse che oggi questo è diventato il clima comune di quei postacci che sono i social e per chi non si è ritirato in qualche blog di nicchia, ben cintato, per preservare la possibilità residua di mantenere il buonumore.

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stavamo sperimentando, dopo pochi mesi di vita idillica in rete, nella quale il blog pareva di permettesse di esprimere il meglio di noi (ma non era così, guardandolo col senno di poi), la degenerazione della rete in incubo e la sua trasformazione in veicolo di odio sociale e menzogna: una nuova forma di prigione mentale dalla quale è difficile liberarsi; credevamo allora che si trattasse soltanto di un caso personale, una patologia che ci aveva investito; e, senza capire ancora la sostanza del problema, cioè la sua dimensione collettiva, io mi rivolsi alla piattaforma chiedendo di farlo tacere e di escluderlo, per mantenere la necessaria serenità lì dentro.

non fui ascoltato, ma qualcun altro prese il mio posto nel protestare contro quello stato di cose e dopo qualche mese davvero quel blog venne chiuso (i gestori della piattaforma erano tedeschi, e non avevano capito nulla di come funzionava commercialmente il web: se fosse stato Facebook, non sarebbe successo): lui però trovò un altro camerata, adrenalinapura, che gli mise a disposizione il suo blog e continuò come prima, anzi forse persino peggio, facendo abbandonare la piattaforma da diverse persone, che passavano ad altri social come Facebook ignare di quello che le aspettava lì dentro; altre richieste di intervento non ebbero seguito e io nel 2009 mi spostai qui, con un nuovo blog che aveva lo stesso titolo del primo; quanto a quella piattaforma, fallì economicamente e chiuse nel 2015.

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questa insulsa storiella personale o quasi mi serve per introdurre il vero punto al quale voglio arrivare: quando si venne a questa crisi, la nostra piccola comunità di blogger democratici si spaccò in due: la parte più consistente (si fa per dire, trattandosi di una decina di persone in tutto, quelle almeno che presero posizione) si schierò con me e con l’altro blogger che aveva chiesto e ottenuto la prima chiusura di quel blog violento e diffamatore; ma ci fu anche chi si disse contrario, in nome della libertà di espressione; fu un blogger di pregevole scrittura, allora, che poi ha avuto una relativo successo come romanziere, arrivando addirittura nella finale del Premio Strega: buon per lui – anche se oggi lo trovo di una noia mortale, le rare volte che vado a guardare quel che scrive sul suo blog, che è pure su questa piattaforma.

anzi, quel blogger pubblicamente diceva che in fondo la scrittura di quel troll era efficace e, segretamente, mandava all’altro messaggi di incoraggiamento privati: solo che il destinatario, a sorpresa sua e nostra, li rese pubblici, e io allora interruppi ogni rapporto con quella persona viscida e bugiarda che faceva il doppio gioco: fu una grossa delusione, dato che tra noi si era sviluppata quella che credevo un’amicizia che andava anche oltre il blog.

quel blogger del resto si dimostrò in seguito altrettanto all’altezza del mio giudizio negativo, diventando un sostenitore di Renzi, sempre per opportunismo e per arrivare in tv, ed io divenni un pochino più vecchio, cioè imparai a fidarmi molto meno dei miei entusiasmi per le persone.

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lui, il democratico integrale, il nemico della censura, aveva – ha – vent’anni meno di me: quando fu ammazzato Moro io avevo trent’anni e lui circa dieci; lui si era formato politicamente negli anni Ottanta, io negli anni Sessanta e questo, secondo me, spiega tutto.

secondo lui, io ero uno stalinista, uno che credeva nella repressione delle idee: nessuno – diceva lui – ha il diritto di decidere per qualcun altro che cosa è giusto e che cosa no, e gli esseri umani hanno la capacità e quindi anche il diritto di distinguere da soli il bene dal male; io invece sostengo da sempre che l’odio e la menzogna non sono idee e vanno punite socialmente, perché la forza emotiva di trasmissione degli istinti è nell’essere umano molto maggiore della capacità razionale di porvi un freno.

ma nelle generazioni cresciute a Berlusconi mattina e sera questa idea appare vecchia e superata.

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un piccolo episodio recente mi rimette davanti a questa stessa contraddizione e mi fa rendere conto di essere un uomo proprio del passato: in questi giorni le sardine hanno proposto una specie di DASPO dai social di chi sistematicamente ne viola le regole: come agli ultra che devastano le nostre strade può essere interdetto di frequentare gli stadi, perché non facciano danno, così si dovrebbe fare anche in internet.

Perché non introduciamo un daspo anche sui social network? La logica è che se qualcuno non è in grado di comportarsi nell’arena pubblica e di rispettare alcune regole che consentono la libertà delle altre persone non può entrare in quella comunità.

naturalmente questo poi dovrebbe portare ad un ulteriore provvedimento connesso, e cioè che per intervenire nella rete ci si debba far riconoscere attraverso una identità digitale, per essere sempre responsabili legalmente di quel che ci si fa dentro: e io sono incondizionatamente a favore di questa scelta, anzi la sostengo da sempre; anzi mi procura un respirone di sollievo che questa smetta di essere una specie di fisima privata e diventa una richiesta pubblica.

“Ci deve essere la possibilità da parte della polizia postale non di rincorrere i profili falsi ma di avere un’identificazione per cui so che la mia responsabilità è reale e penale”.

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ma il mio nuovo giovane interlocutore di blog, che ha quarant’anni meno di me, oggi (non più solo venti, come quello di dieci anni fa) è istintivamente contrario, e per lui la questione è talmente chiara che non sente neppure il bisogno di argomentarla; così come, per me, è la mia posizione, contraria alla sua.

ed io mi chiedo come mai questa differenza così radicale di punti di riferimento su una questione che fa apparire di colpo assolutamente casuali ed apparenti anche i corposi accordi nei giudizi su molte altre questioni.

è questa radicale differenza di impostazioni mentali che mi mette di colpo di fronte alla realtà del mio essere vecchio e (forse) superato: sono però convinto che i millennial, quelli che si stanno formando politicamente oggi, nel pieno del dibattito sul riscaldamento globale, forse torneranno ad un modo di pensare più simile al mio: quello fondato sul senso di responsabilità globale, collettivo, che ciascuno di noi ha o deve avere per mantenere in vita la civiltà umana.

io appunto mi ritrovo nella proposta delle Sardine del DASPO dai social per hater e troll: nel mio essere vecchio, sono forse più vicino ai nuovi movimenti di lui, che rimane interno ad un modo di pensare che è altrettanto datato, proprio nel suo essere stato generato in un tempo più recente del mio.

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questo giudizio di datato che la mia parte razionale dà su di me è definitivo, anche o forse proprio perché non ha la capacità di cambiarmi: a conferma di quel che dicevo, e potrei anche citare Petrarca: vedo il miglior ed al peggior m’appiglio.

non siamo esseri razionali: se lo fossimo, non esisterebbe il misterioso gusto che diverse persone provano a far soffrire gli altri, e non solo dentro la rete (e guai a chi incappa sentimentalmente in una persona simile!).

la ragione è una misera foglia di fico che maschera come può la nostra natura: l’uomo è l’unico animale che ha provato ad addomesticarsi da solo e la ragione ha il compito di raccontargli, mentendo, che ci è riuscito.

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ma il cuore della differenza del modo di pensare mio e delle generazioni successive alla mia, fino ad oggi, sta nel fatto che io ho ben chiaro che ciascuno di noi è quel che è individualmente in virtù della struttura sociale che lo sostiene e che questa struttura sociale va tutelata, non è un bene garantito a priori.

si può e anzi si deve discutere su quali siano le forme migliori per farlo, e potrebbe anche essere che la repressione rafforzi una intenzione, anziché indebolirla; anzi, è piuttosto probabile che sia così: una delle caratteristiche meno gradevoli della nostra situazione esistenziale è l’eterogenesi dei fini, cioè, per dirla in modo un poco più chiaro, che sia individualmente sia socialmente spesso cerchiamo qualcosa e ne ricaviamo qualcosa di diverso e di inatteso, o – per dirla in modo ancora più semplice – che gli effetti delle nostre azioni raramente corrispondono alle nostre intenzioni.

però un conto è affermare questo, e cercare allora altri strumenti per affermare l’egemonia del collettivo sul privato, del sociale sull’individuale; un conto diverso è negare questa esigenza, anzi sentirla come un elemento di disturbo inaccettabile.

come nel caso del mio interlocutore di dieci anni fa, questo rifiuto, per non dire disprezzo, dell’esigenza di sottoporre i diritti individuali al filtro e al controllo di quelli collettivi, in Italia ha un nome solo, che si chiama berlusconismo, ma è poi una caratteristica generale del pensiero di destra nel mondo tutto intero, che viene a confondersi oggi col narcisismo di massa provocato e alimentato dalla rete.

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Nessun uomo è un’isola, diceva John Donne nel Seicento.

abbiamo bisogno di sentircelo ripetere e di fare risuonare questa voce dentro di noi.

è la voce della misera ragione, la voce della responsabilità collettiva.

se non la ascoltiamo, non ci resta che un individualismo ubriaco, quello dell’eroe solitario di fascista memoria che vive ebbro dell’illusione narcisista dell’onnipotenza e del delirio puerile di chi si sente centro incondizionato del mondo.

la destra è questo: la voce di chi dice nessuno mi può giudicare è la voce di un nemico del popolo.


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