ma allora, chi era Eleazar? l’Annuncio del Nuovo Regno 29 – 56

riassumiamo i punti fermi ai quali siamo arrivati con ragionevole certezza sino a questo punto in questa ricerca:

  1. nel testo attuale del Vangelo secondo Giovanni è contenuto, con ampie rielaborazioni, un testo più antico, che il Canone Muratoriano, presumibilmente della seconda metà del secondo secolo, definisce ex discipulis, cioè ricavato dai seguaci di Jeshu, e pure si intitolava, presumibilmente, Vangelo, cioè, secondo il significato che la parola aveva in quel periodo, Annuncio della salita al trono di un nuovo imperatore – espressione che ho reso con Annuncio del Nuovo Regno.
  2. questa è una testimonianza molto antica in forma narrativa dell’azione di Jeshu, nata in ambiente ebraico, dato che dimostra una conoscenza diretta dei luoghi, quale non si trova negli altri vangeli, e parla di Gerusalemme come di una città ancora esistente, quindi è chiaramente antecedente alla sua distruzione del 70 d.C. ad opera dei Romani durante la guerra ebraica
  3. il testo va ricondotto ad un gruppo di seguaci di Jeshu che fanno riferimento a un certo Eleazar e il suo scopo è di dimostrare che Jeshu  davvero il legittimo re di Israele, cioè il messia.
  4. attorno a Eleazar sono chiaramente riconoscibili alcuni dei seguaci di Jeshu nominati poi anche nella tradizione successiva, anche se secondo una gerarchia di importanza diversa da quella poi definita, in particolare dai sinottici: Simone, soprannominato Macigno (Petrus, in latino; in questa versione, questo è il suo soprannome che preesiste all’incontro con Jeshu e non gli viene dato da lui); Andrea, fratello di Simone, che è il primo a riconoscere Jeshu come messia; Filippo, loro conterraneo di Betsaida; Natanaele, di Cana (oppure lo zelota, secondo un’altra interpretazione), quasi scomparso dalla tradizione successiva; il fratello gemello di Jeshu, che la tradizione successiva trasformò in Tommaso, dalla parola che indica il fratello gemello (Toma), che qui viene rappresentato come pauroso e dubbioso sulle azioni del fratello; altri fratelli di Jeshu, non nominati; Maria e Marta, sorelle di Eleazar; Giuda il Sicario (questa è l’interpretazione più attendibile della parola Iscariota), che lo tradisce, secondo questa versione; i figli di Zebedeo, che era di Betsaida, non nominati qui (secondo i vangeli sinottici si tratterebbe di Giacomo e Giovanni, ma potrebbero anche essere qui, Simone ed Andrea, che sono pure di Betsaida).
  5. punto saliente dell’azione di Jeshu come descritta in questo testo è il mancato rispetto del sabato; si tratta di un comportamento caratteristico di una particolare corrente degli esseni, che si definiva dei Nazareni (si spiega in questo modo, definitivamente, che Jeshu Nazareno non significa affatto di Nazaret – come dimostra anche la differenza tra le due zeta, rese da due lettere diverse dell’alfabeto – ma Jeshu l’esseno nazareno).
  6. alla fine della sua azione, Jeshu porta i suoi seguaci sul monte degli Olivi, senza entrare in città, lì viene attaccato da una coorte romana e da gruppi armati organizzati dal governatore romano e dal sommo sacerdote ebraico.
  7. a questo punto diventa molto probabile l’identificazione dello Jeshu dell’Annuncio del Nuovo Regno col profeta egiziano che viene sbaragliato nell’anno 53 circa dal governatore romano Felice con i suoi seguaci sul Monte degli Olivi, dove li aveva portati promettendo l’intervento divino con la caduta delle mura di Gerusalemme, secondo quel che racconta Giuseppe Flavio: ed era, secondo lo storico, il rappresentante di una corrente per così dire non violenta degli zeloti, che attendeva direttamente da Dio l’instaurazione del regno di Dio tra gli ebrei, nella prospettiva che diventasse il centro di un nuovo potere mondiale.
  8. il sommo sacerdote protagonista del processo a Jeshu che viene narrato, è dunque Anania, ma non quello che esercitò il sacerdozio dal 6 al 15 d.C. e che ebbe tra i successori il genero Caifa dal 16 al 37 d.C, e neppure Caifa, ma quello che si chiamava Anania come lui, ma viene indicato come ben (figlio, discendente) di Nebedeo e ricoprì la carica dal 46 al 52; la sovrapposizione dei personaggi di Caifa su Anania e di Pilato su Felice, con lo spostamento della vicenda all’anno 30, è frutto di manipolazioni successive alla prima versione di questo testo; del resto ad un certo punto del testo si dice di Jeshu che non ha ancora cinquant’anni e dunque è già uomo maturo, come del resto conferma anche l’appellativo di rabbì, maestro;
  9. non mancano nel racconto di Giuseppe Flavio dettagli e vicende particolari prese anche da altri personaggi del tempo che aspiravano alla stessa maniera di Jeshu a ruoli messianici o profetici (tra tutti perfino lo Jeshu mezzo squilibrato che annuncia l’imminente distruzione di Gerusalemme, viene processato dai romani e rilasciato per i suoi problemi mentali, e poi muore colpito da un proiettile romano durante l’assedio della città); ma, se prescindiamo dall’evidente falso del cosiddetto Testimonium Flavianum, l’unico personaggio storico di cui parla Giuseppe Flavio, tra gli svariati messia auto-proclamati di quel tempo, che possa essere avvicinato alla figura di Jeshu, come  raccontata qui, è appunto quello che lui chiama spregiativamente il profeta egiziano.
  10. questo dimostra che Giuseppe Flavio, è tutt’altro che uno storico obiettivo, anzi è autore di una vera e propria opera storica di propaganda pro imperiale: quindi la sua testimonianza va presa criticamente: era ferocemente avverso ai movimenti messianisti, cioè “cristiani” in greco, secondo il linguaggio del tempo, e dunque anche alla particolare corrente che dava una lettura in chiave particolarmente profetica dello spirito di rivolta dell’integralismo ebraico che veniva chiamato, sempre in greco, degli zeloti, cioè degli zelanti; e Giuseppe Flavio la tratteggia così, proprio come immediata premessa al racconto della vicenda dell’egiziano:

Libro 2, 258 – 13, 4. Oltre a questi, si formò un’altra banda di delinquenti: le loro mani erano meno lorde di sangue ma le loro intenzioni non erano meno empie, sì che il danno da essi inferto al benessere della città non restò inferiore a quello arrecato dai sicari.
259 Individui falsi e bugiardi, fingendo di essere ispirati da Dio e macchinando disordini e rivoluzioni, spingevano il popolo al fanatismo religioso e lo conducevano nel deserto promettendo che ivi Dio avrebbe mostrato loro segni premonitori della liberazione.
260 Contro costoro Felice, considerandoli come istigatori alla ribellione, mandò truppe a cavallo e a piedi e ne fece grande strage.

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si tratta di una mia ricostruzione palesemente molto lontana dalle successive rielaborazioni leggendarie ed agiografiche del modo nel quale si era formato il cristianesimo; del resto la pesantezza della censura che colpì tutta la vera storia di Jeshu e della sua azione trova un parallelo altrettanto evidente nella completa rimozione che la tradizione successiva fa della figura di Eleazar, che in questo racconto dell’Annuncio del Nuovo Regno appare invece come il seguace più amato da Jeshu e il suo sostanziale erede, nell’attesa del suo ritorno imminente.

ma torniamo appunto a Eleazar, allora, per chiederci chi era e che cosa giustificava la sua completa rimozione successiva dalla storia del cristianesimo delle origini: certo, non doveva essere una figura secondaria, altrimenti non ci sarebbe stata una damnatio memoriae così completa.

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i candidati al ruolo non mancano – dopotutto Eleazar è un normale nome di battesimo ebraico in uso al tempo, ed era altrettanto normale nel mondo ebraico di allora l’uso del patronimico, che sostituisce il nostro cognome, per distinguere un Eleazar dall’altro.

diventa spontaneo dunque riferirsi alle opere storiche di Giuseppe Flavio che descrivono analiticamente proprio in particolare gli anni nei quali, secondo la nostra ricostruzione, si colloca davvero l’azione di Jeshu, una generazione dopo quanto gli attribuisce la tradizione cristiana successiva.

Giuseppe Flavio in quegli anni parla di qualche personaggio di nome Eleazar in diversi contesti.

potremmo quasi dire che ci resta soltanto l’imbarazzo della scelta.

https://bortocal.wordpress.com/2012/08/26/422-quanti-lazzaro-eleazar-nella-storia-ebraica-del-i-secolo-dopo-cristo/

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limitando la nostra ricerca a questo periodo della storia ebraica, un primo possibile candidato, in ordine cronologico, è Eleazar, figlio di Dinai o Dineo, di cui Giuseppe Flavio parla sia nella Guerra Giudaica, sia successivamente nelle Antichità Giudaiche:

Guerra Giudaica Libro 2, 253 Questi catturò il capobrigante Eleazar, che da vent’anni taglieggiava il paese, insieme con molti della sua banda, e li mandò a Roma; furono poi un’infinità i briganti che lui stesso fece crocifiggere, o i paesani che punì come loro complici.

Antichità Giudaiche Libro 20, 161 Non passava giorno che Felice non prendesse e condannasse a morte molti di questi impostori e ribelli. Con un inganno catturò anche Eleazar, figlio di Dineo, che aveva organizzato una compagnia di ribelli: con la promessa che non avrebbe corso alcun pericolo, Felice lo indusse ad andare da lui; Felice poi lo catturò e lo mandò a Roma in catene. 

leggo su wikipedia:
Nel 45/46, quando il procuratore della Giudea romana era Cuspio Fado, gli ebrei di Perea ebbero degli scontri con i pagani della città di Filadelfia; Fado fece uccidere Annibas, uno dei tre capi della rivolta, e fece esiliare gli altri due, Amram ed Eleazaro ben Dinai.
Questo Eleazaro è identificato con quell’Eleazaro ben Dinai che fu chiamato in aiuto dagli ebrei, molestati da samaritani ostili mentre attraversavano la Samaria: Eleazaro ben Dinai, in ritorsione, scese dalle montagne attaccando la regione dell’Acrabatene. Il procuratore Marco Antonio Felice riuscì a ingannare Eleazaro e la sua banda, catturandoli e inviandoli a Roma in catene.

questo Eleazar figlio di Dineo, o Dinai, è dunque il capo di una banda di zeloti che agiva nel paese da parecchio tempo: una ventina d’anni, dice Giuseppe Flavio, e questo collocherebbe l’inizio di queste sue azioni all’inizio degli anni Trenta d.C.; viene catturato dal procuratore romano, ma – con una scelta abbastanza incomprensibile e comunque differente da quelle adottate per ogni altro ribelle – non viene giustiziato sul posto, ma viene mandato a Roma, e in seguito Giuseppe Flavio non ne parla più, lasciando immaginare che sia rimasto prigioniero a Roma.

Eleazar potrebbe essere il candidato ideale per l’identificazione col personaggio dell’Annuncio del Nuovo Regno, se si volesse accettare la cronologia tradizionale che colloca la vicenda di Jeshu attorno all’anno 30 d.C.

ma questo impedirebbe di poterlo considerare il punto di riferimento di questo testo se invece si accetta l’identificazione di Jeshu col Profeta Egiziano.

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ma il passaggio più straordinario della Guerra Giudaica è all’inizio stesso della guerra, dove appaiono in azione due diversi Eleazar, addirittura contemporaneamente.

Libro II:408 – 17, 2. Allora alcuni dei rivoluzionari più attivi, per provocare lo scoppio della guerra, si radunarono e piombarono sulla fortezza di Masada, e avendola presa con uno stratagemma uccisero la guarnigione romana e la sostituirono con una loro.

(certamente si tratta dell’azione guidata da Menahem di cui si parla anche in seguito, che qui agisce in maniera coordinata con quest’altra azione a Gerusalemme, guidata da un Eleazar figlio di Anania o Anano, cioè addirittura del sommo sacerdote che era stato in carica nel 63 d.C., ed era membro della famiglia sacerdotale a cui apparteneva anche quell’Anna (cioè Anania o Anano) che era in carica al tempo del presunto processo a Jeshu davanti al Sinedrio; e che viene definito da Giuseppe Flavio un giovane assai facinoroso).

Libro II:409 Contemporaneamente nel tempio di Gerusalemme avvenne che Eleazar, figlio del sommo sacerdote Anania, un giovane assai facinoroso che allora aveva l’ufficio di capitano, persuase gli addetti alle cerimonie di culto a non accettare un dono o un sacrificio da parte di uno straniero.
Questo però significava dare l’avvio alla guerra contro i romani, poiché così essi provocavano l’abolizione del sacrificio celebrato in favore dei romani e di Cesare.
410 E, sebbene i sommi sacerdoti e i maggiorenti esortassero a non tralasciare il consueto rito per i dominatori, quelli non cedettero sia perché confidavano molto nel loro numero, essendo appoggiati dai più attivi dei rivoluzionari, sia specialmente perché pendevano dalle labbra di Eleazar. […]

la differenza di opinioni si trasforma rapidamente in uno scontro armato tra gli ebrei, mentre arrivano i romani, invocati dai sommi sacerdoti e dalla èlite al potere a Gerusalemme.

Libro II:422 – 17, 5. Incoraggiati dal loro arrivo i maggiorenti, con i sommi sacerdoti e tutta quella parte del popolo che voleva la pace, occuparono la parte alta della città; i rivoluzionari occupavano invece la parte bassa e il tempio.
423 Erano incessantemente in azione con pietre e fionde, e fra le due zone era un continuo lancio di proiettili; più d’una volta uscirono ad affrontarsi in gruppi e si verificarono degli scontri nei quali i rivoluzionari risultavano superiori per l’audacia e i soldati regi per l’addestramento.
424 Costoro si prefiggevano soprattutto d’impadronirsi del tempio e di scacciarne i profanatori del santuario, mentre i rivoluzionari di Eleazar si battevano per aggiungere anche la città alta alla zona che già controllavano. Per sette giorni vi fu grande strage da ambedue le parti, senza che nessuna abbandonasse la zona che occupava.
425 – 17, 6. Il giorno dopo ricorreva la festa delle Xiloforie, nella quale secondo il rito ognuno portava legna all’altare, sì che non mancasse mai alimento al fuoco che deve rimanere sempre acceso. Quelli che occupavano il tempio impedirono ai loro avversari di compiere il rito, e invece accolsero nelle loro file molti dei sicari infiltratisi fra il popolino – sicari venivano chiamati dei briganti che portavano pugnali nascosti nel seno, – e così poterono lanciare con più audacia i loro attacchi.
426 I soldati regi, inferiori per numero e per ardimento, furono costretti a evacuare la città alta. Gli avversari vi si precipitarono e appiccarono l’incendio alla casa del sommo sacerdote Anania e alla reggia di Agrippa e Berenice; quindi portarono il fuoco agli archivi, 427 allo scopo di distruggere i contratti di prestito e d’impedire la riscossione dei debiti, sì da cattivarsi la massa dei debitori e da mettere impunemente i poveri contro i ricchi.
Essendo fuggiti gli addetti alla conservatoria degli atti, vi appiccarono l’incendio.

a qualcuno viene in mente, a proposito, rimetti a noi – cioè cancella – i nostri debiti?

tralascio la descrizione degli scontri successivi.

Libro II: 433 – 17, 8. Fu allora che un certo Menahem, figlio di Giuda detto il Galileo, un dottore assai pericoloso che già ai tempi di Quirinio aveva rimproverato ai giudei di riconoscere la signoria dei romani quando già avevano Dio come Signore, messosi alla testa di alcuni fidi raggiunse Masada, 434 dove aprì a forza l’arsenale del re Erode e, avendo armato oltre ai paesani altri briganti, fece di questi la sua guardia del corpo; quindi ritornò a Gerusalemme e, assunto il comando della ribellione, prese a dirigere l’assedio.
440 Gli uomini di Menahem fecero irruzione nei luoghi che i romani stavano evacuando, presero e uccisero quanti non fecero in tempo a fuggire e, impadronitisi dei materiali, incendiarono l’accampamento.
Ciò avvenne il sei del mese di Gorpieo.
441 – 17, 9. Il giorno dopo fu scoperto il sommo sacerdote Anania che si nascondeva presso il canale della reggia, e insieme col fratello Ezechia fu ucciso dai briganti; intanto i rivoluzionari stringevano d’assedio le torri badando che nessun soldato prendesse la fuga.
442 La distruzione delle opere fortificate e la morte del sommo sacerdote Anania avevano esaltato Menahem fino alla ferocia, ed egli, ritenendo di non aver rivali come capo, si comportava da tiranno insopportabile.
443 Ma contro di lui si levarono i partigiani di Eleazar, ripetendosi l’un l’altro che non era il caso di ribellarsi ai romani spinti dal desiderio di libertà per poi sacrificarla a un boia paesano, e sopportare un padrone che, se anche non avesse fatto nulla di male, era pur sempre inferiore a loro; e ammesso pure che ci dovesse essere uno a capo del governo, questo compito spettava a chiunque altro più che a lui; così si misero d’accordo e lo assalirono nel tempio; 444 vi si era infatti recato a pregare in gran pompa, ornato della veste regia e avendo i suoi più fanatici seguaci come guardia del corpo.
445 Come gli uomini di Eleazar si furono scagliati su di lui, anche il resto del popolo tutto infuriato afferrò delle pietre e si diede a colpire il dottore, ritenendo che, levatolo di mezzo, sarebbe interamente cessata la rivolta; 446 gli uomini di Menahem fecero per un po’ resistenza, ma quando videro che tutta la folla era contro di loro, fuggirono dove ognuno poté, e allora seguì una strage di quelli che venivano presi e una caccia a quelli che si nascondevano.
447 Pochi trovarono scampo rifugiandosi nascostamente a Masada, e fra questi Eleazar figlio di Giairo, legato a Menahem da vincoli di parentela, che in seguito fu il capo della resistenza di Masada.
448 Quanto a Menahem, che era scappato nel quartiere detto Ofel e vi si era vigliaccamente nascosto, fu preso, tirato fuori e dopo molti supplizi ucciso, e così pure i suoi luogotenenti e Absalom, il principale ministro della sua tirannide.
449 – 17, 10. Il popolo, come ho detto, collaborò a quest’azione sperando in una risoluzione della crisi, mentre quelli avevano tolto di mezzo Menahem non per mettere fine alla guerra, ma per poterla condurre con maggior libertà di movimenti.

abbiamo dunque, secondo Giuseppe Flavio, due Eleazar che, inizialmente alleati, finiscono per trovarsi in fronti contrapposti: il figlio del sommo sacerdote Anania, l’iniziatore della guerra contro i romani, nella quale suo padre viene ucciso, e in un primo momento collabora con Menahem, il conquistatore di Masada, ma poi lo uccide; e un secondo Eleazar ben Jair (figlio di Jair), parente di Menahem, a sua volta discendente di Giuda il Galileo, che si rifugia a Masada dopo l’uccisione di Menahem.

secondo questo scenario lo scoppio della guerra contro i romani va attribuito ad un gruppo di cui fanno parte sia l’Eleazar figlio di Anania sia Menahem, che diventa re della città, prima di essere ucciso, sia un secondo Eleazar figlio di Jair; ma i conflitti interni fra loro portano all’uccisione di Menahem e alla fuga a Masada dell’Eleazar figlio di Jair.

resta strano e non spiegato, però, come mai dopo la fuga del secondo Eleazar, il primo non svolga più nessun ruolo nella guerra giudaica e scompaia completamente dalla scena.

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più avanti, infatti, nelLa guerra Giudaica compare un altro Eleazar, ancora di stirpe sacerdotale, come capo di una particolare fazione di zeloti, ma è figlio di Ghion:

Libro IV: 225 I capi erano Eleazar figlio di Ghion, che sembrava superiore a tutti nell’ideare piani indovinati e nel realizzarli, e un tal Zaccaria figlio di Anficalleo, entrambi di stirpe sacerdotale.

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ma non basta, nella stessa opera compare un nuovo Eleazar ancora:
Libro V: 5 – 1, 2. Infatti Eleazar figlio di Simone, colui che all’inizio aveva separato dal popolo gli Zeloti facendoli penetrare nel tempio, fingendo ora di essere sdegnato per le quotidiane ribalderie di Giovanni, che non metteva termine alle sue stragi, ma in realtà perché non soffriva di sottostare a un tiranno più giovane, 6 essendo spinto dal desiderio di comandare e di stabilire un suo potere personale, si distaccò dagli altri prendendo con sé due dei notabili, Giuda figlio di Chelchia e Simone figlio di Esron, nonché Ezechia figlio di Chobaris, un personaggio di un certo rilievo.
7 Ciascuno di costoro si tirò dietro non pochi Zeloti, ed essi presero possesso della parte più interna del tempio collocando le loro armi sopra alle sacre porte sulla facciata santa.

anche di questo Eleazar non si parla più nel resto dell’opera, ma la cosa strana è che Giuseppe Flavio ne parla riferendosi a qualcosa che aveva già detto di lui, mentre in realtà non pare che ne avesse già parlato.

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un altro Eleazar ancora non ha certamente niente a che fare con Jeshu: è il giovane di grande coraggio e assai valoroso, che, verso la fine della guerra, dopo una sortita ben riuscita da Masada assediata, si sofferma per un senso di falsa sicurezza fuori delle mura, ma viene catturato di sorpresa da un soldato romano; e poi viene liberato dai romani, dopo la minaccia di crocifiggerlo, in cambio di una promessa di resa degli assediati (che non venne rispettata, ma il giovane Eleazar ebbe salva la vita lo stesso): Guerra Giudaica, Libro VII, 196-209

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ma Eleazar è indiscutibilmente il protagonista della conclusione della guerra e anche dell’opera di Giuseppe Flavio:

Libro VII:252 – 8, 1. Intanto al governo della Giudea, essendo morto Basso, era succeduto Flavio Silva.
Questi, vedendo che tutto il resto del paese era stato sottomesso con le armi tranne un’unica fortezza che era ancora in mano ai ribelli, raccolse tutte le forze che stavano nella regione e mosse contro di essa.
Masada è il nome di questa fortezza.
253 A capo dei sicari che l’avevano occupata c’era Eleazar, un uomo potente, discendente di quel Giuda che, come sopra abbiamo detto, aveva persuaso non pochi giudei a sottrarsi al censimento fatto a suo tempo da Quirinio nella Giudea.

ma questo Eleazar è il figlio di Jair che vi si era rifugiato cinque anni prima, dopo l’uccisione di Menahem?

strano, perché quando Giuseppe Flavio l’ha nominato non lo ha affatto definito come uomo potente: questa definizione è molto più adatta all’Eleazar Ben Anania.

ma se questo Eleazar era discendente di Giuda il Galileo, allora era anche stretto parente di quel Menahem che Giuseppe Flavio dice che ne era figlio (anche se intendeva invece probabilmente nipote, considerando la distanza temporale).

insomma Giuseppe Flavio su tutti questi Eleazar sembra voler fare la massima confusione possibile.

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segue nel testo della Guerra Giudaica una lunga ricostruzione, molto critica, del movimento dei sicari che Giuseppe Flavio dice fondato da Giuda il Galileo.

la riporto in fondo a questo post.

Giuseppe Flavio continua poi con una accurata descrizione delle operazioni militari dei romani per cingere d’assedio la fortezza e delle risorse che permettevano agli assediati una lunga resistenza.

Libro VII:297 Quando Eleazar assieme ai sicari s’impadronì a tradimento della fortezza, trovò tutti questi viveri in perfetto stato e non meno buoni che se fossero stati conservati da poco; eppure, circa cent’anni erano trascorsi da quando erano stati immagazzinati fino alla conquista della fortezza ad opera dei romani, i quali trovarono anch’essi in buone condizioni quanto restava dei frutti.

la descrizione continua fino a quando un incendio appiccato alla fortezza non lascia agli assediati nessuna via di fuga.

e qui Giuseppe Flavio fa pronunciare ad Eleazar un appassionato discorso per convincere tutti i 900 assediati ad uccidersi fra loro, dato che il suicidio era vietato dalla morale ebraica; anche questo discorso lo riporto alla fine del post.

e questo omicidio-suicidio dei 960 ultimi resistenti di Masada è il tragico avvenimento che conclude definitivamente la guerra giudaica.

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vi è un indizio soltanto, molto vago, che collega la vicenda di Jeshu alla storia di uno di questi Eleazar, il figlio di Jair.

abbiamo già visto che nei vangeli sinottici, successivi all’Annuncio del Nuovo Regno, la figura di Lazzaro è cancellata completamente, cosa straordinaria, visto che che quello che lo riguarda è il miracolo più straordinario compiuto da Jeshu, una resurrezione addirittura – qualunque fosse il significato reale di questa storia.

tuttavia nei vangeli sinottici Jeshu compie ugualmente il miracolo di far risorgere una bambina, che viene chiamata figlia di Jair.

è piuttosto probabile che questa sia l’ultima trasformazione della storia di un miracolo che riguardava, invece, un figlio di Jair, cioè uno di quegli Eleazar di cui quasi trabocca l’opera di Giuseppe Flavio?

personalmente penso di sì, ma capisco che difficilmente questa può essere poco più di una convinzione soggettiva.

ma in questo caso l’identificazione spiegherebbe benissimo per quale profondo imbarazzo la sua figura sia stata completamente cancellata nella tradizione del cristianesimo nascente, e come la sua posizione di seguace più amato sia stata attribuita ad un altro, Giovanni, che l’Annuncio del Nuovo Regno neppure conosceva nella sua versione originaria.

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ma questa identificazione non è l’unica possibile: anche quella con l’Eleazar figlio del sommo sacerdote Anania ha dei punti a proprio vantaggio: spiega benissimo infatti il libero accesso del seguace più amato al palazzo del sommo sacerdote, quando Jeshu vi viene portato per essere interrogato, anche se rimane qualche difficoltà cronologica:

Anania ben Nebedeo infatti fu sommo sacerdote dal 46 al 52, mentre la vicenda del profeta egiziano viene collocata, di solito, almeno nell’anno successivo, il 53.

inoltre questo Anania non risulta imparentato con Caifa; invece in questa posizione si trova Anano ben Anano, che fu sommo sacerdote nell’anno 63, che fu invece quello del processo allo Jeshu un poco pazzoide liberato per infermità mentale dal governatore romano.

non solo: ma se l’identificazione fosse questa, questo Eleazar si sarebbe macchiato di un crimine davvero orrendo, uccidendo Menahem che non era soltanto il suo principale alleato, ma era discendente del fondatore stesso del movimento degli zeloti e dunque anche il legittimo pretendente al trono del regno teocratico che questi volevano costruire; e forse era, proprio per questo, anche il figlio di Jeshu.

in ogni caso, però, che l’Eleazar che si uccise a Masada con i suoi 960 seguaci fosse ben Jair ce lo conferma (o quasi) l’archeologia, che ha restituito una tessera di ceramica con una parte del suo nome tra i resti di quella fortezza: quella per l’estrazione a sorte di chi doveva uccidere i compagni?

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445. MASADA – OSTRACON INSCRIBED: “BEN YAIR”, WHICH WAS THE NAME OF ONE OF THE LEADERS OF THE REVOLT AGAINST THE ROMANS

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cercare di uscire da questo guazzabuglio è impossibile, e non ci sottrae alla precisa sensazione che Giuseppe Flavio sia uno storico, per così dire, molto emozionale, che procede con la costruzione di scene a grande effetto, considerate una per una, come se stesse costruendo una telenovela del tempo, ma che abbia uno scarsissimo interesse ad una ricostruzione attenta delle dinamiche interne al movimento dei rivoluzionari messianisti.

le differenze interne le deduciamo da suoi scarsi e quasi annoiati accenni; per lui resta fondamentale rappresentarli come il male assoluto, come si vedrà tra poco.

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rimane perfino un vago dubbio che, nonostante la due definizioni molto chiare con patronimici differenti, l’Eleazar ben Anania e l’Eleazar ben Jair siano la stessa persona: cosa ammissibile soltanto se si pensa che con la seconda definizione si faccia riferimento non al genitore diretto ma ad un diverso progenitore considerato il capo della famiglia: ed è una tesi comunque fragile, per non dire avventata.

qui Giuseppe Flavio vorrebbe gettare una luce di totale discredito su Eleazar affermando che i tumulti nei quali venne ucciso Menahem furono provocati da lui, per eliminarlo dal potere, così che poi, quando invece deve riferire che Eleazar fuggì a Masada, travolto dai fatti, fa quasi credere che si trattava di un’altra persona.

se stiamo a questa ipotesi, indimostrabile, peraltro, allora dovremmo pensare che Eleazar era un personaggio piuttosto importante nella Gerusalemme di quel tempo, che proprio per questo aveva libero accesso al palazzo del sommo sacerdote perché apparteneva ad una famiglia dove pure si rivestì questa carica, che l’inizio della guerra contro i romani fu dovuto principalmente a lui e al suo forte ascendente, che aveva una personalità e una convinzione talmente decisa da non fermarsi neppure davanti all’assassinio di suo padre, e che nella fase iniziale della rivolta fu messo sul trono Menahem, in quanto figlio di Jeshu e dunque legittimo pretendente al trono di Davide, ma che entrambi furono travolti dalla reazione, finendo Menahem assassinato non per  iniziativa di Eleazar, come dice Giuseppe Flavio, ma per quella della classe sacerdotale, che costrinse l’altro alla fuga e a rifugiarsi a Masada, senza esercitare più nessun ruolo preciso nella rivolta, a cui peraltro sopravvisse tre anni ancora dopo la caduta di Gerusalemme, fino a che i romani non arrivarono anche a lui, spingendolo al suicidio con tutti i suoi ultimi seguaci e resistenti.

non solo, ma quando parla di Eleazar alla fine del libro, soltanto allora Giuseppe Flavio dice che era un uomo molto potente e un discendente di Giuda il Galileo, ma senza chiarire più di quale Eleazar sta parlando.

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ammetto che tutto questo appare troppo romanzesco per sembrare vero e che è così che si scivola dalla ricostruzione storica alla fabulazione, forse, ma non mi si venga a dire che la resurrezione è meno romanzesca.

e in ogni caso riservo ad un ulteriore post – vista la mostruosa lunghezza di questo – l’analisi di qualche piccolo elemento di conferma che proviene da un ulteriore antico, ma tormentato, documento, questa volta di origine ebraica, lo Josippon; e ci sposteremo con questo testo, a sorpresa, nell’Italia meridionale del X secolo, allora bizantina.

però non è romanzesco pensare che nell’ambiente della diaspora ebraica nel Mediterraneo, dopo il genocidio degli ebrei di Palestina e la dispersione dei superstiti fuori della regione, chi voleva richiamarsi alla figura oramai confusa e sbiadita di Jeshu e si trovava a disposizione soltanto questo testo, cioè l’Annuncio del Nuovo Regno, l’unico prodotto prima della guerra giudaica, non avesse tutto il tempo né gli strumenti per immergersi nella faticosa ricerca che è stata presentata qui, e che in fondo neppure potesse giudicare importante la distinzione, forse vera, forse no, che Giuseppe Flavio aveva fatto tra diversi Eleazar, che però alla fine aveva anche confuso tra loro.

quindi, fosse ben Dinai, ben Ananias, ben Jair, ben Ghion, o ben Simone, in fondo che cosa importava?

ricostruire chi fosse tra questi il seguace amato da Jeshu non era neppure importante, dato che tutti erano comunque stati coinvolti nella tragica insurrezione contro i romani e avevano provocato la distruzione del tempio e la dispersione del popolo ebraico nel mondo: chiunque fosse stato quell’Eleazar, andava dimenticato, cancellato, spenta ogni traccia di un rapporto con lui e con l’infausta vicenda del cosiddetto profeta egiziano che l’aveva accompagnato; e per maggiore sicurezza, meglio anticipare di una generazione la storia sua e di Jeshu.

fu fatto.

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l’odio di Giuseppe Flavio per i rivoluzionari zeloti:

Libro VII: 254 A quell’epoca i sicari ordirono una congiura contro quelli che volevano accettare la sottomissione ai romani e li combatterono in ogni modo come nemici, depredandoli degli averi e del bestiame e appiccando il fuoco alle loro case; 255 sostenevano, infatti, che non c’era nessuna differenza fra loro e degli stranieri, dato che ignobilmente buttavano via la libertà per cui i giudei avevano tanto combattuto e dichiaravano di preferire la schiavitù sotto i romani.
256 Ma queste parole erano un pretesto per ammantare la loro ferocia e la loro cupidigia, come poi dimostrarono con i fatti.
257 E in realtà, quelli che si unirono ad essi nella ribellione e presero parte attiva alla guerra contro i romani ebbero a subire da loro atrocità più terribili, 258 e quando poi vennero di nuovo convinti di falsità nella giustificazione che adducevano, ancor più essi perseguitarono chi, per difendersi, denunciava le loro malefatte.
259 Quell’epoca fu in certo modo così prolifica di ogni sorta di ribalderia fra i giudei, che nessun delitto fu lasciato intentato, né chi volesse escogitarne di nuovi riuscirebbe a trovarli: 260 a tal punto erano tutti bacati nella vita privata come nella pubblica, e facevano a gara tra loro nel commettere empietà contro il Dio e soprusi contro i vicini, i signori opprimendo le masse e le masse cercando di eliminare i signori.
261 Infatti gli uni avevano una gran sete di dominio, gli altri di scatenare la violenza e d’impossessarsi dei beni dei ricchi.
262 Furono dunque i sicari quelli che per primi calpestarono la legge e incrudelirono contro i connazionali, senza astenersi da alcun insulto per offendere le loro vittime, o da alcun atto per rovinarle.
263 Eppure Giovanni fece sì che anche costoro sembrassero più moderati di lui; egli infatti non soltanto eliminò chiunque dava giusti e utili consigli, trattando costoro come i suoi più accaniti nemici fra tutti i cittadini, ma riempì la patria di un’infinità di pubblici mali, quali inevitabilmente doveva infliggere agli uomini chi già aveva osato di commettere empietà verso il Dio.
264 La sua mensa era infatti imbandita con cibi proibiti ed egli aveva abbandonato le tradizionali regole di purità, sì che non poteva più far stupore se uno che era così follemente empio verso il Dio non osservava più la bontà e la fratellanza verso gli uomini.
265 D’altra parte, poi, Simone figlio di Ghiora quale delitto non commise?
Quale sopruso risparmiò a coloro che come liberi cittadini lo avevano eletto a loro capo?
266 Quale amicizia, quale parentela non rese questi due più audaci nelle loro stragi quotidiane?
Essi infatti consideravano un atto d’ignobile cattiveria far male a degli estranei, mentre ritenevano di fare una bella figura mostrandosi spietati verso i parenti prossimi.
267 Eppure, la follia omicida di costoro venne superata dal pazzo furore degli Idumei.
Infatti questi empi furfanti, dopo aver ammazzato i sommi sacerdoti affinché non si conservasse neppure la più piccola particella della pietà verso il Dio, sfasciarono tutto ciò che restava degli ordinamenti civili introducendo dappertutto la più completa anarchia.
268 In tale clima prosperarono al massimo gli Zeloti, un’associazione che confermò con i fatti il suo nome; 269 essi infatti imitarono ogni cattiva azione e non tralasciarono di emulare alcun misfatto registrato dalla storia.
270 Eppure il loro nome l’avevano derivato dal loro preteso zelo nell’aspirare alla virtù, sia che volessero prendersi gioco, con la loro bestiale natura, delle vittime dei loro soprusi, sia perché stimavano beni i peggiori dei mali.
271 Comunque, fecero tutti la fine che meritavano, perché il Dio diede a ciascuno la giusta punizione; 272 infatti tutti i castighi che mai possono colpire un uomo si abbatterono su di loro anche fino all’ultimo istante di vita, facendoli morire fra i più atroci tormenti d’ogni sorta.
273 Eppure, si potrebbe dire che le loro sofferenze furono inferiori a quelle che essi avevano inflitte a chi era caduto nelle loro mani, perché non esistevano pene adeguate.
274 A esprimere degnamente il dovuto compianto per le vittime della loro ferocia non mi sembra questo il momento più adatto, e perciò ritorno al punto in cui avevo interrotto la narrazione.

. . .

l’ultimo discorso di Eleazar, secondo Giuseppe Flavio, che se lo inventa:

Libro VII:320 – 8, 6 Ma né Eleazar meditava di fuggire, né avrebbe permesso di farlo ad alcuno dei suoi.
321 Vedendo il muro rovinato dal fuoco, non scorgendo più nessun’altra possibilità di scampo o di eroica resistenza, immaginandosi quello che i romani, una volta vincitori, avrebbero fatto a loro, ai figli e alle mogli, deliberò la morte per tutti.
322 Persuaso che in simili circostanze era questa la risoluzione migliore, raccolse i più animosi fra i suoi uomini e prese a spronarli con tali parole:
323 “Da gran tempo noi avevamo deciso, o miei valorosi, di non riconoscere come nostri padroni né i romani né alcun altro all’infuori del Dio, perché egli solo è il vero e giusto signore degli uomini; ed ecco che ora è arrivato il momento di confermare con i fatti quei propositi.
324 In tale momento badiamo a non coprirci di vergogna, noi che prima non ci siamo piegati nemmeno a una servitù che non comportava pericoli, e che ora assieme alla schiavitù ci attireremo i più terribili castighi se cadremo vivi nelle mani dei romani. Siamo stati i primi, infatti, a ribellarci a loro e gli ultimi a deporre le armi.
325 Credo poi che sia una grazia concessaci dal Dio questa di poter morire con onore e in libertà, mentre ciò non fu possibile ad altri, che furono vinti inaspettatamente.
326 Per noi invece è certo che domani cadremo in mano al nemico, e possiamo liberamente scegliere di fare una morte onorata insieme con le persone che più ci sono care. Né possono impedirlo i nemici, che pur vorrebbero a qualunque costo prenderci vivi, né possiamo noi ormai superarli in battaglia.
327 Forse fin dal principio, quando noi decidemmo di batterci per la libertà, e ci toccò sia di infliggerci a vicenda ogni sorta di colpi sia di subirne ancor più gravi dai nemici, bisognava subito indovinare l’intenzione del Dio e capire che la stirpe dei giudei, a lui un tempo così cara, era stata ora condannata alla distruzione.
328 Che se egli ci fosse rimasto propizio, oppure non ci avesse preso tanto a malvolere, non sarebbe rimasto indifferente allo sterminio di tanti uomini né avrebbe abbandonato la sua città santa alle fiamme e alle devastazioni dei nemici.
329 Ci aspettavamo forse che solamente noi fra l’intero popolo dei giudei saremmo sopravvissuti conservando la libertà, come se non avessimo arrecato offese al Dio e non ci fossimo macchiati di alcuna iniquità, mentre ne siamo stati perfino maestri agli altri?
330 E allora, guardate come egli ci dà la dimostrazione che vane erano le nostre aspettative, infliggendoci nella sventura colpi più gravi di quelli che potevamo attenderci; 331 non solo infatti questa fortezza per sua natura inespugnabile non è valsa a salvarci, ma, dato che avevamo abbondanza di viveri e gran copia di armi e di ogni altro rifornimento, è stata evidentemente opera del Dio se ci troviamo ridotti a disperare della salvezza.
332 Le fiamme che si protendevano contro i nemici non si sono rivoltate da sole contro il muro costruito da noi, ma ciò è avvenuto a causa dello sdegno divino per le molte scelleratezze che nel nostro cieco furore abbiamo osato commettere a danno dei nostri connazionali.
333 Di tali colpe conviene che paghiamo il fio non ai nostri nemici più accaniti, i romani, ma per nostra stessa mano al Dio, e così il nostro castigo sarà anche più lieve di quello che c’infliggerebbero i vincitori.
334 Muoiano le nostre mogli senza conoscere il disonore e i nostri figli senza provare la schiavitù, e dopo la loro fine scambiamoci un generoso servigio preservando la libertà per farne la nostra veste sepolcrale.
335 Ma prima distruggiamo col fuoco e i nostri averi e la fortezza; resteranno male i romani, lo so bene, quando non potranno impadronirsi delle nostre persone e vedranno sfumare il bottino.
336 Risparmiamo soltanto i viveri, che dopo la nostra morte resteranno a testimoniare che non per fame siamo caduti, ma per aver preferito la morte alla schiavitù, fedeli alla scelta che abbiamo fatta fin dal principio”.
337 – 8, 7. Così parlò Eleazar, ma le sue parole non suscitarono identiche reazioni nell’animo dei presenti; alcuni erano ansiosi di tradurre in atto la sua esortazione e per poco non gongolavano di gioia al pensiero di fare una fine così gloriosa, 338 mentre i più pusillanimi fra loro provavano compassione per le mogli e i figli, e certamente anche per la loro prossima fine, e scambiandosi occhiate davano a vedere con le loro lacrime di non essere propensi al sacrificio.
339 Eleazar, vedendo costoro avviliti e in preda allo scoramento di fronte a una decisione così grave, temette che con i loro gemiti e le loro lacrime disanimassero anche quelli che avevano accolto con fermezza le sue parole.
340 Allora non rinunziò ai suoi incitamenti, ma riscaldandosi e lasciandosi trasportare da un gran fervore elevò il tono del suo discorso parlando dell’immortalità dell’anima e, 341 fissando dritto negli occhi con duro cipiglio quelli che piangevano, così disse:
“Che grandissimo errore, il mio, quando ho creduto che avrei partecipato alla lotta per la libertà avendo a fianco degli uomini valorosi, decisi a vivere con onore o altrimenti a morire.
342 Ma per valore e coraggio non eravate per niente diversi dalla gente comune voi, che avete paura anche di una morte destinata a liberarvi di molti affanni, mentre dinanzi a questa non dovreste né avere esitazioni né attendere consigli.
343 Da gran tempo, infatti, e sin da quando la nostra mente ha cominciato ad aprirsi, la disciplina tradizionale e i precetti divini ci hanno sempre insegnato – e i nostri avi ce l’hanno confermato con il loro agire e con il loro pensare – che per gli uomini è una disgrazia vivere, non morire.
344 La morte infatti, donando la libertà alle anime, fa sì che esse possano raggiungere quel luogo di purezza che è la loro sede propria, dove andranno esenti da ogni calamità, mentre finché sono prigioniere in un corpo mortale, schiacciate sotto il peso dei suoi malanni, allora sì che esse son morte, se vogliamo dire il vero; infatti il divino mal s’adatta a coesistere col mortale.
345 Senza dubbio, grandi cose può realizzare l’anima anche quando è prigioniera di un corpo; essa infatti fa di questo il suo organo di percezione e invisibilmente lo muove e lo guida a compiere opere che vanno al di là della sua natura mortale; 346 ma una volta che, affrancata dal peso che la trascina in basso verso la terra e ve la tiene avvinta, essa raggiunge la sua sede naturale, allora partecipa di un potere straordinario e di una forza che non patisce alcuna limitazione, continuando ad essere invisibile agli occhi umani come lo stesso Dio.
347 Essa infatti non è visibile nemmeno quando abita in un corpo: invisibilmente vi entra e invisibilmente se ne allontana, e mentre per sé conserva la sua identica natura incorruttibile, provoca la trasformazione del corpo.
348 Tutto ciò che è toccato dall’anima vive e fiorisce, tutto ciò da cui essa si diparte avvizzisce e muore: così grande è la sua carica d’immortalità!
349 A prova evidentissima di ciò che vi dico, prendete il sonno, in cui le anime, non essendo in balia del corpo, godono liberamente di un dolcissimo stato di quiete e, comunicando col Dio per l’affinità della loro natura, si aggirano dappertutto e predicono molti eventi futuri.
350 Perché dovrebbero temere la morte coloro che amano il riposo che si fruisce durante il sonno?
E come non sarebbe da pazzi agognare, mentre si è vivi, alla libertà e poi negarsi il godimento di quella eterna?
351 Noi, che riceviamo nelle nostre case un’educazione informata a questi principi, dovremmo dare esempio agli altri con l’esser sempre pronti a morire; comunque, se volessimo ricevere una conferma attingendola dagli stranieri, guardiamo agli indiani che seguono i dettami della filosofia.
352 Costoro infatti, ed è gente di prim’ordine, sopportano a malincuore il periodo della vita come un debito da pagare alla natura, 353 e non vedono l’ora di liberare le anime dai corpi; senza che alcun male li affligga o li costringa ad andarsene, presi dal desiderio della vita immortale, preannunziano agli altri di essere prossimi alla dipartita, e non c’è alcuno che cerchi di impedirglielo, ma tutti si felicitano con loro e consegnano ad essi delle lettere per i propri cari: 354 così salda e sincera è la loro fede che le anime comunicano l’una con l’altra.
355 Dopo aver raccolto tutti i messaggi, essi salgono su un rogo, perché l’anima si separi dal corpo nel massimo stato di purezza, e muoiono circondati da un coro di elogi; 356 infatti le persone maggiormente care usano accompagnarli alla morte assai più che presso altri popoli non si usa di accompagnare i cittadini che partono per un lungo viaggio, e mentre sono afflitte per sé stesse considerano beati quelli, che già raggiungono la condizione dell’immortalità.
357 E allora, non proviamo vergogna di essere inferiori agli indiani nei pensieri di fronte alla morte e di offendere turpemente con la nostra vigliaccheria le patrie leggi, che destano l’invidia di tutto il mondo?
358 Ma se anche dapprincipio con precetti opposti ci avessero insegnato che per gli uomini il sommo bene è la vita, e una calamità la morte, le presenti circostanze ci spingono a sopportarla con coraggio, dato che dobbiamo morire per volere di Dio e ineluttabilmente.
359 Da gran tempo, a ciò che pare, contro tutta quanta la stirpe dei giudei il Dio ha pronunciato questa sentenza, che noi fossimo costretti ad abbandonare la vita quando non avessimo più a usarne rettamente.
360 Non dovete infatti dar la colpa a voi stessi, o attribuire il merito ai romani, se la guerra contro di essi ci ha portati tutti alla catastrofe; ciò non accadde per la loro forza, ma per una forza ben più alta che a loro ha concesso di far la figura dei vincitori.
361 Quali armi romane sterminarono i giudei abitanti a Cesarea?
362 Costoro in verità non avevano nemmeno l’intenzione di partecipare alla rivolta, ma mentre erano intenti a festeggiare il sabato si videro piombare addosso il popolo dei Cesariensi e, sebbene non opponessero resistenza, vennero sterminati assieme alle mogli e ai figli senza alcun riguardo per i romani, che consideravano nemici soltanto noi che eravamo insorti.
363 Qualcuno dirà che i Cesariensi erano sempre in contrasto con i giudei residenti nella loro città, e che colsero l’occasione per dar sfogo al vecchio rancore. Che dire allora dei giudei di Scitopoli?
364 Questi ebbero l’ardire di unirsi ai greci nel far guerra a noi, e non vollero unirsi a noi, loro connazionali, nella resistenza ai romani.
365 Ebbene, fu certamente un gran profitto quello che ricavarono dalla loro simpatia e dalla loro lealtà verso di essi! Da costoro infatti, a ricompensa dell’alleanza, vennero spietatamente trucidati con tutte le loro famiglie, 366 e la sorte che c’impedirono d’infliggere a quelli la subirono poi essi stessi, quasi avessero avuto l’intenzione di scatenare l’eccidio.
Sarebbe ora troppo lungo specificare ad uno ad uno i casi come questi; 367 infatti voi sapete che fra le città della Siria non ve ne fu una che non fece strage dei giudei residenti, sebbene costoro fossero più avversi a noi che ai romani.
368 Così il popolo di Damasco, pur non riuscendo a inventare un pretesto plausibile, riempì la sua città di nefanda strage sterminando diciottomila giudei con le mogli e i figli.
369 Il numero, poi, di coloro che in Egitto perirono fra i supplizi superò forse, a quanto si dice, i sessantamila.
Questi può darsi che abbiano fatto una tal fine perché, trovandosi in terra straniera, non ebbero modo di resistere ai nemici; ma a tutti coloro che sul patrio suolo intrapresero la guerra contro i romani che cosa mancava di ciò che può infondere la speranza di sicura vittoria?
370 Armi, mura, fortezze inespugnabili, e una volontà incrollabile di fronte ai pericoli per la libertà, ispirarono in ciascuno il coraggio della ribellione.
371 Ma tutte queste cose bastarono solo per poco, e dopo averci illusi con le speranze si rivelarono il principio di più grandi mali. Infatti tutte furono espugnate, tutte caddero in mano dei nemici, come se fossero state apprestate per rendere più gloriosa la loro vittoria, non per salvare chi le aveva predisposte.
372 Felici sono da ritenere i caduti in combattimento, morti per difendere la libertà, non per tradirla; ma chi potrebbe non commiserare la moltitudine dei prigionieri fatta dai romani?
Chi non s’affretterebbe a morire prima di provare le loro sofferenze?
373 Alcuni di essi sono periti straziati dagli strumenti di tortura e fra gli spasimi del fuoco o delle battiture; altri, semidivorati dalle belve, furono conservati vivi per esser ancora una volta gettati in pasto a quelle, facendo ridere e divertire i nemici.
374 Ma più infelici fra tutti sono da considerare quelli che ancora vivono, che più volte hanno implorato la morte senza riceverla.
375 Dov’è ora la grande città, la madrepatria di tutto il popolo dei giudei, difesa da tante linee di fortificazione, circondata da tanti baluardi e immense torri, quella che a stento riusciva a contenere gli apprestamenti difensivi di cui era dotata e possedeva un numero così sterminato di uomini pronti a combattere per lei?
376 Che fine ha fatto quella città che credevamo abitata dal Dio?
Estirpata fin dalle fondamenta è stata strappata via, e a ricordo ne rimane solo la moltitudine degli uccisi che ancora restano fra le sue macerie.
377 Presso le ceneri del santuario se ne stanno dei miseri vecchi e poche donne riservate dal nemico al più infame oltraggio.
378 Chi di noi, pensando a tali miserie, avrà ancora il coraggio di guardare la luce del sole, pur potendo vivere senza pericoli?
Chi sarà tanto nemico della patria, tanto vile e attaccato alla vita da non provare il tedio di essere tuttora vivo?
379 Magari fossimo tutti morti prima di vedere quella santa città crollare sotto i colpi dei nemici, e il sacro tempio empiamente distrutto fin dalle fondamenta.
380 Ci fu di sprone la non ignobile speranza di poter forse un giorno far le sue vendette sui nemici, ma poiché tale speranza è ora svanita, e ci ha lasciati soli nell’ora suprema, non indugiamo a fare una morte gloriosa, muoviamoci a pietà per noi stessi, per le mogli e per i figli, finché possiamo ancora trovare misericordia da parte nostra.
381 Siamo nati per morire, noi e quelli che abbiamo generato, e a questo destino nemmeno i più fortunati possono sottrarsi; invece l’essere sopraffatti e gettati in catene, 382 e il vedere le mogli trascinate alla vergogna assieme ai figli, non sono mali inevitabili perché imposti all’uomo dalla natura, ma sono mali che per la sua viltà deve sopportare chi potrebbe evitarli con la morte e non vuole.
383 Fieri del nostro coraggio noi demmo inizio alla ribellione ai romani, e ora che siamo alla fine abbiamo respinto le loro profferte di perdono.
384 Chi non immagina la loro ferocia se ci prenderanno vivi?
Sventurati i giovani, che per la robustezza del corpo resisteranno a molti supplizi, sventurati gli anziani, la cui età non potrà sopportare tali tormenti!
385 Chi vorrà vedere la propria moglie trascinata a forza e sentire la voce del proprio figlio che invoca il padre, mentre le sue mani sono strette in catene?386 Ma finché queste sono libere e hanno una spada da impugnare, ci rendano un generoso favore; moriamo quando ancora i nemici non ci hanno ridotti in schiavitù, e da esseri liberi diamo un addio alla vita con le mogli e i figli.
387 Questo c’impongono le leggi, questo ci chiedono supplichevoli le mogli e i figli; tale destino ci ha riservato il Dio, mentre i romani vorrebbero tutto il contrario, preoccupati che qualcuno di noi abbia a morire prima della tortura.
388 E allora, invece dell’esultanza che speravano di provare impadronendosi di noi, affrettiamoci a lasciar loro lo stupore per la nostra fine e l’ammirazione per il nostro coraggio”.
389 – 9, 1. Eleazar avrebbe voluto proseguire con le sue parole d’incitamento, ma tutti lo interruppero impazienti di metterle in atto sotto la spinta d’un’ansia incontenibile; come invasati, se ne partirono cercando l’uno di precedere l’altro e reputando che si dava prova di coraggio e di saggezza a non farsi vedere tra gli ultimi: tanta era la smania che li aveva presi di uccidere le mogli, i figli e sé stessi.
390 Né, come ci si sarebbe potuto attendere, si affievolì il loro ardore nel passare all’azione, ma conservarono saldo il proponimento maturato ascoltando quelle parole e, sebbene tutti serbassero vivi i loro affetti domestici, aveva in loro il sopravvento la ragione, da cui sentivano di essere stati guidati a decidere per il meglio dei loro cari.
391 Così, mentre carezzavano e stringevano al petto le mogli e sollevavano tra le braccia i figli baciandoli tra le lacrime per l’ultima volta, 392 al tempo stesso, come servendosi di mani altrui, mandarono a effetto il loro disegno, consolandosi di doverli uccidere al pensiero dei tormenti che quelli avrebbero sofferto se fossero caduti in mano dei nemici.
393 Alla fine nessuno di loro non si rivelò all’altezza di un’impresa così coraggiosa, ma tutti uccisero l’uno sull’altro i loro cari: vittime di un miserando destino, cui trucidare di propria mano la moglie e i figli apparve il minore dei mali!
394 Poi, non riuscendo più a sopportare lo strazio per ciò che avevano fatto, e pensando di recar offesa a quei morti se ancora per poco fossero sopravvissuti, fecero in tutta fretta un sol mucchio dei loro averi e vi appiccarono il fuoco; 395 quindi, estratti a sorte dieci fra loro col compito di uccidere tutti gli altri, si distesero ciascuno accanto ai corpi della moglie e dei figli e, abbracciandoli, porsero senza esitare la gola agli incaricati di quel triste ufficio.
396 Costoro, dopo che li ebbero uccisi tutti senza deflettere dalla consegna, stabilirono di ricorrere al sorteggio anche fra loro: chi veniva designato doveva uccidere gli altri nove e per ultimo sé stesso; tanta era presso tutti la scambievole fiducia che fra loro non vi sarebbe stata alcuna differenza nel dare e nel ricevere la morte.
397 Alla fine i nove porsero la gola al compagno che, rimasto unico superstite, diede prima uno sguardo tutt’intorno a quella distesa di corpi, per vedere se fra tanta strage fosse ancora rimasto qualcuno bisognoso della sua mano; poi, quando fu certo che tutti erano morti, appiccò un grande incendio alla reggia e, raccogliendo le forze che gli restavano, si conficcò la spada nel corpo fino all’elsa stramazzando accanto ai suoi familiari.
398 Essi erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; 399 invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar e superava la maggior parte delle altre donne per senno ed educazione, si salvarono assieme a cinque bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: 400 novecentosessanta furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, 401 e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico.


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