Verso il Libano e oltre – bortolindie 6 – 59

Per ora solo foto, mentre aspetto a Beirut il volo per Abu Dhabi.

poi, invece, è arrivato anche il testo, ma fra molte vicissitudini che racconterò un’altra volta, per non tediarvi troppo.

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Se ieri il tempo si dilatava, tanto che mi è sembrato di vivere una mezza settimana, più che un giorno solo, oggi eccolo che si respinge, anche se si svolge entro la stessa misura, secondo quella strana illusione che chiamiamo oggettività; anzi, no, non è del tutto vero, perché i fusi orari sottilmente lo consumano, visto che sto andando verso est.

Ieri sera sono uscito di nuovo, finito l’esercizio del blog, ed ecco le ultime due foto della giornata:

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un bagno turco vero ad Atene? un hamam? ebbene sì, ma era troppo tardi per provarlo.

la scommessa era di tornare allo stesso ristorante del pranzo nel quartiere di Plaka, e ci sono riuscito, senza mappa; il che significa che oramai la zona mi sta diventando familiare; ma ho avuto l’infausta idea di ordinare un piatto di sardine, non il piatto serale ideale per un vecchietto, e il risultato è stato che il mio reflusso esofageo mi ha tormentato con dolori piuttosto forti per un’ora prima di lasciarmi addormentare.

Nella camerata c’era solo una ragazza italiana: è lei che si ostina a tenere la finestra aperta, facendo entrare, col rumore, anche l’inquinamento della strada; si era anche addormentata, lasciando la luce accesa; ho chiuso la finestra, lottando un po’, visto che in qualche modo doveva averla bloccata e ho spento la luce; ma è servito a poco, perché al risveglio la finestra era aperta di nuovo e io starnutivo.

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Era di nuovo molto presto e non avevo niente da fare, non volendo esaurire in fretta la carica residua del pc che era oramai poca; quindi mi sono dedicato ad alcune riflessioni, ad esempio sul tipo fisico dei greci, che è indubbiamente mediterraneo, ma con elementi presi piuttosto dai turchi che dagli arabi, come invece nella nostra Italia meridionale o in Spagna: questo rende i visi più rigidi ed austeri, e del resto in loro non è difficile riconoscere, come in filigrana, le immagini tipiche della loro arte antica: ad esempio nei nasi, che conferiscono alle donne una forma di seduzione molto strana, che non è per nulla attraversata dalla mollezza con cui siamo abituati a vivere la femminilità, ma ha qualcosa di sostenuto e fermo, di coraggioso, direi perfino: il che non rende per nulla meno attraenti queste donne molto strane, dal sapore antico, quello che avevano anche certe nostre contadine di una volta, così forti e decise.

Non sono molto sicuro che quelle che sto scrivendo non siano stupidaggini, ma credo anche che questo dipende dal fatto che i greci sono vissuti per quattro secolo nella rigidità dell’impero ottomano, e come minoranza religiosamente non allineata; esperienza che manca completamente agli altri meridioni d’Europa.

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La seconda osservazione è che la lingua greca, dal punto di vista strettamente fonetico, non è poi molto lontana dall’italiano; il saluto kalispera, buonasera, ad esempio, non ha una pronuncia diversa dalla nostra, e ho lasciato in sospeso ogni tentativo di spiegazione, che al massimo potrebbe portare soltanto al dominio greco e poi bizantino dell’Italia meridionale, almeno per quel che riguarda la parlata delle classi colte.

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Un po’ prima delle otto di mattina, comunque, me ne sono andato: alla reception non c’era nessuno, in questo ostello per la verità piuttosto trascurato, e quindi non ho fatto il check-out, sperando che non mi addebitino sulla carta di credito anche il letto un’altra notte per questo; e intanto ho risposto anche alla strana cancellazione della prenotazione del primo ostello di Negombo, chiedendo se il nuovo, col quale l’hanno sostituito (a metà prezzo!), ha o no il wi-fi; durante la giornata me l’hanno confermato, ma come faccio a confermare la nuova prenotazione, se ancora non so quando sarà il volo sostitutivo da Abu Dhabi per Colombo?

Tutto bene, comunque, nel resto pratico della giornata: vero che in metropolitana una volta ho cercato di dimenticare la sacca, tenendo la macchina fotografica,, e la volta dopo ho fatto il contrario; ma ogni volta me ne sono accorto in tempo; poi è toccato al telefonino, ma qui mi avvisavano gli altri, fino a che non ho capito che si era aperto il taschino della camicia dove lo infilavo.

Sul vagone metrò passa un vecchio cadente con la fisarmonica: è davvero bravissimo e mescola, secondo criteri tutti suoi, canzonette e Bach; gli do gli spicciolini che ho in tasca, ma polemizza perché sono pochi: vero, ma l’alternativa sarebbe di lasciargli minimo dieci euro: possibile? comunque ho apprezzato di lui la schiettezza, lui di me proprio niente.

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Comunque eccomi all’aeroporto di Atene in tempo, check-in rapidissimo, solo che dovrò farne un altro a Beirut al transit dopo lo scalo: sull’aereo mi hanno dato un posto centrale, ma quando arrivano i due compagni di scomparto sono marito e moglie tra i quali io dovrei stare seduto a reggere il moccolo, e ho la relativa prontezza di spirito, quando mi chiedono di potere stare seduti vicini, di chiedergli in cambio di stare vicino al finestrino, e, appena finito il decollo nuvoloso, si rivela la scelta più azzeccata della giornata, perché si traduce nella prima ora in una spettacolare rassegna di isole dell’Egeo in un azzurro da favola: i pochi borghi su quelle superfici polverose sembrano un punto interrogativo sul senso della vita: che può trascorrere anche qui, sappiatelo, tra muretti di sassi e di fronte ad un mare di cobalto che non smette di essere ostile soltanto perché è di un colore meraviglioso.

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io intanto mi leggo il New York Times che mi hanno lasciato scegliere:

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meriterebbero un post a parte le varie considerazioni che mi suscita quel giornale, ma non mi pare il caso: voglio solo registrare la forma asciutta che sceglie dei temi e propone una visione critica, non è un catalogo di merci e una istigazione al consumismo del lettore benestante come da noi; qui il lettore è critico, intelligente ed informato; non per questo meno manipolabile, ma in altri modi, un po’ meno volgari e più sofisticati.

Ma naturalmente quello che mi colpisce di più alla lettura è il modo distaccato e quasi indifferente con cui il quotidiano dell’intelligenza progressista USA riferisce dell’epidemia di coronavirus: annota, direi quasi con un briciolino di soddisfazione sadica, che il problema, oltre che cinese, è europeo, e che, se il contagio non si risolve rapidamente, è preannunciata una recessione europea piuttosto forte, in particolare tedesca, considerando che la loro industria automobilistica vive oramai in simbiosi con componentistica cinese.

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Leggo il tutto con tensione: non mi è sfuggito l’incredibile aggravamento della situazione di ieri: non tanto per l’aumento del numero dei morti, da dare per scontato, perfino se il contagio calasse, ma per la moltiplicazione per dieci, improvvisa, del numero dei nuovi infetti giornalieri; impossibile non mettere in relazione il fatto col siluramento della direzione politica della provincia centro della pandemia; l’annuncio di un cambiamento dei criteri di misurazione dà il senso di una svolta, contro ogni tentativo di minimizzazione, che evidentemente continuava.

Ma è altrettanto evidente che siamo in balia, quanto a conoscenza reale dei problemi, di quello che i decisori politici vogliono che sappiamo oppure ignoriamo; ed ecco un articolo solo apparentemente minore, sui 600 studenti pakistani in isolamento a Wuhan e senza neppure aiuti esterni, per giorni senza acqua né cibo, perché il loro governo rifiuta di farli rientrare e chiede alla Cina di tenerglieli sotto chiave, perché loro non saprebbero come gestire la situazione: ecco, appunto: ci sono paesi dove, se il contagio arrivasse, dilagherebbe senza limiti, per incapacità sanitaria di gestirlo; ma – voglio dire – di fronte all’assenza totale di casi in questi paesi, chi si dice che questo non stia già succedendo, e – semplicemente – il potere locale non si stia rifiutando di prendere atto della situazione, forse anche perché semplicemente non è in grado di raccogliere i dati?

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Poi il tempo si offusca, e andando verso Beirut, stranamente, riappaiono nuvole da inverno; anche la neve sembra bassa; atterrando ho visto solo una raccolta di palazzoni degradati dall’aria vagamente tedesco orientale o di edilizia popolare socialista, solo ancora più polverosa e sbrecciata, se possibile.

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Ed eccomi sbarcato; ai controlli dei bagagli mi fanno svuotare tutto il mio zaino, per qualche segnale di allarme lanciato dalla macchina; e così salta fuori che nelle scarpe ho nascosto qualcosa: what is it? io, naturalmente, rispondendo cheese non posso fare altro che sorridere e aggiungo che è for my daughter; ah, parmeggiano, dicono dall’altra parte, e anche questa è fatta: me lo lasciano rimettere al suo posto.

fatto senza problemi il nuovo check-in: musica dolorosa e sottotono accompagna, nei corridoi dell’aeroporto, l’esposizione di foto sulla distruzione della città: 

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Ma annunciano prossimo l’imbarco, e qui mi fermo, sperando di riuscire entro sera ad aggiungere quelle foto che mi è stato impedito sinora di postare: pare che io abbia finito la disponibilità di internet sul cellulare…

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In realtà quello era soltanto l’annuncio dell’apertura del gate, e ci vuole ancora un po’ di tempo nervoso prima che si salga sull’aereo, che parte puntando deciso verso il mare, e io mi chiedendo per dove passerà, in questa zona ancora di guerra, se sopra Israele, dove pare si stia dirigendo, e poi sopra la Giordania, o per quale altro itinerario.

Ma intanto distribuiscono i giornali, mi ripropongono il New York Time, ma ovviamente opto per un quotidiano locale in francese (a proposito, potenza di vent’anni soltanto di colonialismo, il francese qui è molto parlato e anche gli annunci dell’aeroporto si fanno in inglese e in francese, oltre che in arabo, ovviamente).

Qui in Libano si è appena formato un nuovo governo, che deve affrontare il collasso economico del paese: il mese prossimo vengono a scadenza più di un miliardo di eurobond e il governo deve decidere se tentare l’impossibile per rimborsarli, oppure chiedere la ristrutturazione del debito, come vuole l’ala nazionalista di sinistra che lo appoggia.

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Intanto che mi sono distratto e mi riaffaccio al finestrino, ecco che siamo sulla terraferma, ma quasi non credo ai miei occhi: i rilievi sotto di me non sembrano particolarmente alti, eppure sono spruzzati, ma in certi punti perfino coperti di neve; d’accordo, queste montagne devono essere quelle della catena del Libano, e ho già sentito che il paese era considerato, in tempi pre-guerra, un paradiso in terra per la possibilità di passare in breve tempo dai bagni di mare alla neve; ma qui mi pare che la neve che resiste negli avvallamenti un poco riparati dalla luce del sole appartenga a qualche altra tipologia, e mi ricordo di Sara, mia figlia, che mi aveva detto qualche tempo fa che nel deserto arabo aveva nevicato.

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Ho il tempo di riappisolarmi di nuovo, di svegliarmi di soprassalto e di recuperare la cena, lugubre ricordo della pessima cucina siriana del 2003, che fu un vero incubo, e forse esprimeva già il presagio delle disgrazie future di quel paese.

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poi di guardarmi proprio sul mio lato dell’aereo un tramonto di fuoco su una pianura chiazzata di verde, che non può essere Arabia, e infatti è Mesopotamia;

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abbiamo sorvolato l’Iraq ed ora nel buio che avanza emergono le luci di Bahrein sul Golfo Persico.

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ma che dico? nella notte, mentre atterriamo, le luci delle varie metropoli sul Golfo Persico assomigliano ad una girandola di fuochi d’artificio rallentati; difficile esprimere la grandiosità di quello che scorre sotto i nostri occhi, e – al solito – il mio sentimento è ambivalente, e lo rivendico nella sua indecisione come il più adatto ad esprimere le contraddizioni del presente: ammiro questa grandezza e la compiango; so che dobbiamo rifiutarla, ma non posso fare a meno di sentire la sua potenza e la sua strana ed abnorme bellezza: questo mondo artificiale che fine farà?

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La giornata mi ha visto quasi sempre seduto, a volte digitando qui sopra, a volte no; però, ora tende ad allungarsi anche lei, e in ogni caso non è stata affatto noiosa.

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aggiungete che dopo un’ora di coda ai controlli dei passaporti, che oramai anche qui sono impostati sul riconoscimento facciale, esco e trovo la bellezza di mia figlia che mi dava per disperso, visto che oramai ogni carica disponibile sul mio cellulare è esaurita e non riusciva a raggiungermi in alcun modo.

a parte il suo ragazzo, che forse sta trovando un nuovo lavoro anche lui qui, io sono il primo dei familiari che arriva a trovarla, e abbiamo troppo da dirci, del suo lavoro e di qualche soddisfazione che le dà, e poi assieme in taxi a un ristorante indiano, visto che quello cinese è chiuso…

è anche così che anticipo le mie Indie.


11 risposte a "Verso il Libano e oltre – bortolindie 6 – 59"

    1. un formaggio grana sotto vuoto spinto non resiste fuori dal frigo per tre giorni?
      siamo messi molto male, allora, con l’effetto serra…, una volta i frigoriferi neppure c’erano e bastava tenerli in cantina

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      1. il sotto vuoto lo protegge dalla contaminazione ma non dal calore. Infatti come dici tu lo tenevano in cantina dove faceva più fresco. Altrimenti perché i pezzi tagliati vengono tenuti tutti in frigo nei supermercati?

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          1. probabilmente era ottimo anche in Italia, però chissà come mai portandolo lontano diventa squisito. Probabilmente è la prospettiva del viaggiatore, che deve andare lontano alla ricerca di una bellezza che non riesce ad assaporare benissimo da fermo.

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            1. 🙂

              ho una spiegazione completamente diversa, caro fla, visto che di solito all’estero evito accuratamente ogni cibo italiano, sia per la sua scarsa qualità lì (ovviamente), sia perché viaggiare senza immergersi nel cibo locale è come camminare con gli occhi chiusi.

              in questo caso, invece, probabilmente ho gustato, oltre al sapore del parmigiano in sé, anche il piacere che procurava a mia figlia, visto che qui non riesce a trovarlo, nonostante i supermercati forniscano cibo etnico da ogni parte del mondo; ho anche scoperto che aveva già in frigo, come bene prezioso, un’analoga fornitura che le ha portato il suo ragazzo che è venuto a trovarla due settimane fa, ma non lo aveva ancora aperto, e io invece l’ho quasi costretta a gustarsi un pochino del mio, ed ora dovrà anche finirselo, se non vuole che davvero vada a male adesso.

              insomma, il piacere speciale del parmigiano mangiato ad Abu Dhabi è perché lui è diventato un cibo esotico, mangiato qui! 🙂

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              1. ecco… è esotico perché sei tu che l’hai fatto diventare tale.
                Come una bottiglia d’acqua in mezzo al deserto.
                Il viaggiatore va alla ricerca della scarsità

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                1. direi che il concetto è azzeccato, anche se la parola scarsità non mi convince del tutto.
                  direi che il viaggiatore va alla ricerca dell’inconsueto e per alcuni esseri umani questo esercita un’attrattiva particolare.
                  ma su che cos’è il motore del viaggio ho letto oggi diversi spunti di riflessione al museo del Louvre di Abu Dhabi.

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                  1. e dopo aver raggiunto il punto in cui dai miei discorsi sul formaggio partono dei confronti col museo di Abu Dhabi posso dichiarare il mio scopo raggiunto e ritirarmi a vita privata sapendo di aver dato il mio contributo alla storia.
                    Ahah, buona continuazione del viaggio Mauro.

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                    1. grazie, ogni augurio fa bene. 😉
                      naturalmente il mio voleva essere soltanto uno spunto per farti commentare il post sulla giornata di ieri, a proposito di perché qualcuno ha proprio il bisogno fisico di viaggiare.
                      bisogno genetico, dico io, e probabilmente abbastanza incomprensibile per chi non ce l’ha. 😉

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