Abu Dhabi e Al Ain – bortolindie 7 – 60

risveglio, ma Sara dorme ancora; parla per lei e per me il panorama dalla sua finestra; ho dormito splendidamente, finalmente, e sono riposato e rilassatissimo.

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si annuncia un’altra giornata meravigliosa, ma quando poco dopo Sara si sveglia si apre un piccolo psicodramma: va infatti a vedere, più scafata di me, che non ci ero riuscito, la situazione della mia prenotazione del volo di partenza per Colombo, quello per il quale mi era arrivato l’annuncio di una cancellazione con posticipo: ma tu, papà, avevi prenotato di partire giovedì? – no, certamente, era domenica; e ho anche la fotocopia del biglietto.
allora ti hanno spostato il volo di quattro giorni! – cribbio!

il fatto è che giovedì arriva anche una sua amica a trovarla dall’Italia, e io dovrei partire soltanto la sera; ma poi che fare quattro giorni ad Abu Dhabi?potresti andare in Oman adesso, invece che al ritorno; solo che serve il visto lì, e ci vuole qualche giorno per averlo anche facendo la pratica online...
potrei andare dalla cugina, che mi ha appena risposto via whatsapp che arriva a Dubai martedì, ma non avrà certo voglia di vedermi appena arrivata; Sara è così preoccupata e agitata che a me scoppia una ridariola incontenibile quanto fuori posto, e spero soltanto che sia contagiosa e benefica.

– ma Sara, ti rendi conto? intanto rido perché non ho nessuna colpa…
– succede a volare con le compagnie low cost; però, veramente, è capitato anche a dei miei colleghi che erano andati in Egitto con la compagnia nazionale egiziana…
– ma sai perché rido, Sara? perché è la prima volta che mi succede un volo cancellato, e per quattro giorni addirittura, ed è la prima volta in assoluto che ho fatto l’assicurazione sul volo, e non saprei neppure dirti perché…
– te lo dico io perché: interroga il tuo subconscio; la verità è che tu questo viaggio non vuoi farlo.
– non saprei, Sara, ho sempre sentito qualche influsso avverso, questo è vero; comunque adesso ti dico quanto mi rende il mio sesto senso… –

e infatti vado a controllare: 150 euro di risarcimento per il ritardo della partenza superiore a 4 ore e 100 euro al giorno per i primi tre giorni per il rinvio: sono quasi 500 euro di rimborso, Sara…, e con 500 euro in tasca, vedrai che una buona soluzione si trova.

intanto mi metto a scrivere faticosamente in inglese una mail alla società assicuratrice (e scopro che, grazie alla globalizzazione è polacca), che però non riesco a finire: Sara impone di finire la colazione e di partire: andiamo al confine con l’Oman, c’è un’oasi molto bella.

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alla parola oasi il mio cuore si allarga, e lascio perdere il resto; intanto penso alla fortuna che questa mezza catastrofe mi è capitata proprio mentre posso avere l’aiuto di mia figlia; e lodo i miei presentimenti oscuri che non hanno voluto che facessi altri biglietti oltre a quello per Colombo, lasciandomi aperte tutte le soluzioni, perfino quella estrema di tornarmene a casa ponendo fine alla sortita, e rimettendoci i soldi di visti e voli ulteriori, coperti peraltro dai risarcimenti che dovrei ricevere – ma chi mi conosce sa quanto improbabile sia questo esito.

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intanto si parte effettivamente verso sud est con l’auto noleggiata da Sara questo mese: io ho una brutta tendenza ad aprire di furia la portiera facendola sbattere contro la parete del garage, ma per fortuna senza danni, e da questo momento in poi per quasi un’ora non mi resta che assistere allibito al dispiegarsi della mostruosa natura di Dubai, di cui mi ero in parte già reso conto ieri sera arrivando e poi uscendo per la cena, ma che dispiega tutte le sue allucinanti dimensioni soltanto sotto la luce tagliente del giorno.

questa non è una città che si possa descrivere come tale; è un mostro tentacolare che si allunga quasi infinito in autostrade urbane senza fine, un coacervo di edifici eterogenei ed immensi, alternati a vuoti urbani, lagune e lacune, qualche boschetto di mangrovie, una moschea luminosa e gigantesca, inno al kitsch islamico, non privo di una sonora potenza, grattacieli che fanno impallidire quelli di Shanghai; una città che si può girare soltanto in macchina, dove la Corniche, il lungo viale su uno dei suoi tanti lungomare, è lungo 9 km, ma è soltanto un frammentino insignificante di questo ultramoderno paesaggio urbano, a volerlo chiamare così: l’unico esempio che mi viene in mente per un confronto è Los Angeles, col suo 70 km di lunghezza per 50 di larghezza e le sue sconfinate periferie interne di casette mono-familiari: ma questa è una Los Angeles quasi vuota, forse dieci volte più rarefatta, che occupa una superfici globale forse simile per una popolazione che è forse un decimo; e il concetto di vicino e di lontano sono stravolti: Sara dice di abitare vicino alla Corniche, e ci vuole un quarto d’ora di macchina in superstrade contorte per arrivarci.

e, come ho intravvisto ierisera, nell’andare a cena in quella specie di barlume di centro che le resta, è una città totalmente globale, talmente interculturale da non avere più quasi neppure una identità propria, ma essere attraversata da asiatici, cinesi, indiani, africani, pochissimi europei perché il declino dell’Europa si vede anche da questo, e da qualche arabo solamente raro e sperduto, nonostante le moschee fatte con un Lego islamico, si direbbe, che spuntano da ogni parte, tutte nuove e tutte apparentemente inutili.

ma forse è il caso che lasci la parola a qualche immagine.

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dopo quasi un’ora le ultime sciamanti frattaglie della periferia della metropoli si spengono nel grigio dorato del deserto; compare perfino fugacemente qualche cammello, alcuni caricati su camion che superiamo nella nostra stessa direzione, e vanno probabilmente ad un mercato di cammelli che ancora si tiene, non lontano da Al Ain, che è la nostra meta, e dal confine con l’Oman.

anche questa città si annuncia da molto lontano con indicazioni che segnalano la direzione verso il centro della città, ma occorre almeno una mezzora di strada a 80 all’ora per arrivarci, una rotonda dietro l’altra, un cartello stradale dietro l’altro.

non faccio neppure caso alla stranezza che l’oasi, alla fine, si trovi vicina al centro urbano; penso che bisognerà uscirne per vederla, ma mi sbagliavo: l’oasi è proprio dentro il centro, o meglio è interna a questa dispersione di palazzi e strutture ultramoderne, ampiamente dispersi su un terreno che appare del tutto senza valore, trattandosi di ex-deserto, e che ha consentito anche qui di dilatare le distanze oltre ogni limiti immaginabile: così che l’abitante, immerso in una struttura immensa che vorrebbe chiamarsi città, vive in realtà una esistenza quasi paesana di persona isolata in un simulacro di vuoto quasi perfetto che consente pochi contatti e deboli aggregazioni.

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ma la smetto con questa sociologia emiratesca da quattro soldi: abbiamo trovato un facile parcheggio a ridosso di uno degli ingressi gratuiti a questa ampia oasi completamente circondata da un muro di protezione, e curatissima all’interno nei suoi percorsi lastricati tra muri ordinatissimi, in una pulizia quasi svizzera.

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ma è già ora di sedersi a mangiare su un tronco che serve da panchina, con i resti del ristorante indiano di ieri sera…: questo è un sito UNESCO, papi: patrimonio culturale dell’umanità, non ho voluto dirtelo prima, per non crearti attese eccessive.

l’oasi è ancora oggi attiva, soprattutto per la produzione di datteri; dietro quelle moderne muraglie si apre il reticolo delle canalizzazioni, regolate da antiche leggi e consuetudini che definivano l’utilizzo dell’acqua, bene prezioso, come lo è ancora oggi, che la si ricava dal mare desalinizzandolo, ma costa qui più della benzina.

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quando, in un’ora o più, abbiamo finito di attraversare l’oasi, nel clima perfettamente estivo che ci permette di girare in maniche leggere di camicia, e a Sara di mettersi la crema solare, col risultato che lei esce col naso arrossato dal sole, e io no, eccoci alla sua estremità occidentale, dove sorge il palazzo dell’emiro che in anni poco lontani, dopotutto, ha creato praticamente dal nulla questo stato, che è una federazione di sette emirati, governati ancora col sistema islamico del potere assoluto da sovrani assistiti da qualche consiglio di saggi.

e qui sorge, per ampliamento di qualche più modesta sede precedente, una austera ma elegante sede del potere del fondatore dello stato, Zayed bin Sultan, morto nel 2004, ed oggi è trasformata in museo: qui venne allevato bambino, e qui si ricorda e si fa rivivere quella cosa miracolosa e irripetibile che è semplicemente qualche frammento di memoria che ci permette di entrare nella mente di un altro.

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non manca neppure, come nel palazzo imperiale ottomano di Istanbul, una tenda dove si riunivano il re e i dignitari per trattare gli affari di stato.

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con Sara commentiamo il messaggio trasversale che trasmette questa architettura che appare in fondo come una specie di stile deco islamico: un senso di forza equilibrata, di potenza non esibita sfacciatamente come nei deliri a trenta piani della capitale di oggi; Sara mi parla di chi ordinò queste sale ombrose e appartate, come di una specie di brigante in fuga, e io non capisco del tutto la sua osservazione.

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la capirò al palazzo successivo, più modesto nelle dimensioni – sempre relativamente parlando – ma più antico nell’impostazione, dove arriviamo, con po’ di affanno, poco prima che chiuda, alle cinque.

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splendida architettura di sabbia, che fa sentire di essere nelle province berbere del Marocco.

ma qui – i custodi ci lasciano girare ampiamente dopo la chiusura – vi è una stupefacente mostra fotografica di Wilfred Thesiger, un avventuroso esploratore – non solo in senso fotografico – di questi luoghi ed altri altrettanto esotici, che ha lasciato un prezioso scrigno di immagini che documentano il suo amore e lasciano un ricordo indimenticabile veramente di come erano questi luoghi anche soltanto ottant’anni fa.

ed eccolo, fotografato da lui, il fondatore di questi Emirati Arabi Uniti, che Sara immaginava come una specie di brigante e di ribelle.

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le fotografie di Thesiger sono un documento assolutamente sconvolgente delle trasformazioni inimmaginabili che hanno stravolto in pochi anni questa terra, dando luogo alla trasformazione del territorio e dei modi di vita forse più sconvolgente per rapicità e profondità dell’intera storia umana, cosa resa possibile dalla immane ricchezza fatta affluire dal petrolio su queste sponde un tempo desertiche e desolate e oggi sede di una metropoli globalizzata che forse attende soltanto di crollare altrettanto rapidamente.

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si è fatto tardi, Sara appare un poco stanca, mentre io vivo invece uno stato di iperattività eccitata da tutte queste sorprese e novità (ma crollerò a dormire per riprendermi, appena rientrato a casa); rinunciamo, data l’ora, di andare ancora al mercato dei cammelli.

ma prima Sara mi porta – misteriosa somiglianza dei nostri gusti e dei nostri piaceri – al mercato del pesce.

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qui ci sono uomini che ripuliscono per te, se lo vuoi, il pesce che arriva fresco e appena pescato, e chi, volendo, te lo cucina.

in un ristorantino thailandese, io mi accontento di ordinare la tavolo uno sfizioso piatto di carne di squalo.

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grazie, figlia mia, della splendida giornata che mi hai regalato; domani vedremo che cosa fare di questo viaggio un poco funestato da un imprevisto che cercheremo di trasformare in una ulteriore risorsa, invece.

 


4 risposte a "Abu Dhabi e Al Ain – bortolindie 7 – 60"

  1. Tu ce l’hai messa tutta per rendere attrattivi quei posti ma, a meno che una figlia non si trasferisca lì (dubito che possa succedere: ho solo un figlio maschio, almeno che io sappia), non ci andrò mai… troppa sabbia, troppi grattacieli.
    Tu se la sei goduta invece, e hai fatto bene: bravo!
    Adesso sono curioso di vedere il seguito…

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    1. ehi, chiariamo bene: non è che mi paghi per scrivere l’Ente per il Turismo degli Emirati, vero? (peccato, credo che sarebbe un bel pagare…).

      non sono neanche sicuro di avere reso particolarmente attraente Abu Dhabi in questo post: magari lo farà un po’ di più nel prossimo…

      però certo invece i castelli di sabbia dell’Arabia o del Marocco, quelli mi sono sempre piaciuti e mi hanno affascinato molto…

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