che cosa ci fa il Louvre ad Abu Dhabi? bortolindie 8 – 62

oggi (domenica) è la giornata in cui a sera sarei dovuto partire per lo Sri Lanka, ed invece passerò ancora la notte a casa di mia figlia e partirò per Dubai, che viene aggiunta al programma iniziale del viaggio, che al momento peraltro è ancora abbastanza indefinito: ho soltanto una prenotazione in un ostello di Dubai da domani pomeriggio.

intanto, che fare oggi? Sara parte prima delle nove per andare al lavoro e siamo d’accordo che io andrò, nel pomeriggio, al museo del Louvre di Abu Dhabi, dove lei lavora; lei scenderà un attimo a consegnarmi il biglietto d’ingresso a prezzo ridotto a cui ha diritto, io mi aggirerò per il museo fino a che lei uscirà e poi gestiremo il resto finale della giornata e i preparativi della partenza assieme.

tu intanto, papi, la mattina, puoi farti ancora una passeggiata sul lungomare di fronte alle mangrovie; e mi dà una copia delle chiavi di casa, mostrandomi che per chiudere la porta occorre, da fuori, girare la chiave al contrario: meccanismo intelligente, trovo, per evitare di chiudersi fuori da soli per sbaglio; e stai attento a non perderle.

è un’ottima idea una passeggiata tutta per me, ma invece mi perdo indolente a scrivere il post lunghissimo di ieri, poi a farmi un bagno, a chattare qua e là con whatsapp, a sistemare le foto fatte finora, salvandole su schede di memoria (considerando che di solito le perdo regolarmente le foto di viaggio; e già qui è successo che ho avuto qualche difficoltà a recuperare quelle di Atene); e a combinarne una delle mie.

la biancheria tirata fuori già la sera prima dalla lavatrice è ancora umida, e io ho bisogno che si asciughino in fretta i pantaloni, che sono gli unici presentabili che ho preso con me, pensando di comperarne poi lungo il viaggio; ma, trovandoli ancora umidi, li stendo sul balcone, molto ventilato, perché asciughino più in fretta; ma, al momento quasi di ritirarli, per partire per il museo, con la coda dell’occhio e un colpo al cuore mi rendo conto che i pantaloni non ci sono più: il vento era così forte che li ha portati via dal balcone!

eccoli, infatti, alcuni piani più sotto, nel terrazzino dell’appartamento al quarto piano, calcolo (Sara abita al decimo…).

la situazione si va facendo comica: non me la sento di andare dove Sara lavora vestito con l’altro paio di riserva, così da farla sfigurare, perché sono sporchissimi; c’è un piccolo centro commerciale davanti a casa sua, ma, in una rapida occhiata dall’atrio, mi rendo conto che non ci sono negozi di abbigliamento lì dentro: in generale ad Abu Dhabi i negozi di abbigliamento mi sembrano meno diffusi che in Italia: forse la gente è un po’ meno legata compulsivamente alle mode.

provare a scendere al quarto piano, indovinare l’appartamento interessato e chiedergli: scusi, mi può dare my pants? (dopo avere cercato la parola sul traduttore automatico, oltretutto…); oppure provare a spiegare la situazione al portiere, col mio inglese da quattro soldi? no, mi sento perduto…

non mi rimane che una soluzione, secondo me: vedere se Sara ha un paio di pantaloni adatti a me, abbiamo una corporatura simile; e infatti basta aprire l’armadio e provare il primo paio che trovo; affare fatto, li indosso.

Sara non l’ha presa molto bene, quando è arrivata da me nell’atrio del museo e io con un sorriso un pochino ebete le ho chiesto: noti niente  di strano? e ha di sicuro ragione quando dice che avrei dovuto chiederglielo prima; ma mi sembrava grottesco chattare con lei su whatsapp mentre lei era al lavoro (il mio telefono ha la carica esaurita) per raccontarle questa storia idiota…

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ma forse è meglio che parli del museo al quale arrivo con un taxi trovato sotto casa, davanti al centro commerciale, dopo avere avvisato Sara della mia partenza, con whatsapp che ancora funziona col wi-fi di casa sua; mentre la avviserò poi che sono arrivato dal museo, usando quello gratuito che c’è lì.

(racconto tutti questi dettagli perché sono un uomo del passato e mi fanno ancora specie, come cose inusuali; capisco che per la maggior parte di chi mi legge si tratta di cose normali e noiose: ma uno dei temi di questi appunti, che vogliono raccontare fedelmente il mio viaggio, è che cosa significa muoversi e spostarsi al tempo di internet, in modi che sono completamente nuovi per me, e che del resto sono gli unici possibili in città che sono le capitali del post-moderno, come questa).

qui serve il taxi che in una mezzoretta mi porta a quell’altra isola di fronte a quella dove abita mia figlia (Mangrove Place) facendo un lungo giro attraverso un’isola terza, nelle solite strade larghissime e veloci; e io penso, facendolo, che è lo stesso giro che fa ogni giorno lei per andare a lavorare: in questa stagione in un clima limpido e fresco, sui 20 gradi, oggi, ma più avanti nella stagione anche a 45 gradi o più.

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del museo Sara ci ha già mandato a suo tempo un paio di foto (non è una bulimica delle fotografie come me) e quindi so già che è tutto raccolto sotto una grande cupola; è bello aggiungere ora mentalmente che è anche in riva al mare, in una zona della città che si chiama Cultural District, e dove si aspetta anche l’arrivo di una sezione del Guggenheim, come mi ha raccontato lei.

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da lontano e nelle foto questa struttura non fa ancora impressione, anche se colpisce per l’eleganza, ed entrandovi la si dimentica, dato che nelle sale di esposizione i soffitti sono ad altezza normale; quello che colpisce me, invece, sono diverse citazioni scritte sulle vetrate che si aprono verso questi squarci di paesaggio e che inducono a riflettere.

La saggezza comincia dal meravigliarsi.

Il mistero crea lo stupore e questa è la base del desiderio umano di comprendere.

Noi abbiamo l’arte per non morire della verità.

La verità è raramente pura e mai semplice.

La perplessità è l’inizio della conoscenza.

Gli uomini costruiscono muri e non abbastanza ponti.

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mi fermo qui, con le citazioni, accorgendomi della loro coerenza interna, anche se sono di diversi autori: costruiscono quasi un discorso, una specie di premessa filosofica al museo, che è un’operazione culturale di altissimo livello, e non so se riuscirò a definire fino in fondo il senso di questo progetto.

queste osservazioni così semplici, ma appropriate, sulle caratteristiche dell’intelligenza umana sono infatti la premessa ad una impostazione molto originale, forse unica, del percorso espositivo – che è dedicato ad una ricostruzione del senso della civiltà umana come risultato della costante interazione interculturale che caratterizza la nostra storia.

ma nello stesso tempo, forse sottotraccia, questo museo rappresenta un intervento efficace, anche se soltanto a livello di élite, contro ogni forma di integralismo; siamo in una regione che vede il trionfo della cultura dell’islam deformata in senso teocratico e intollerante, ma in queste sale si ricorda, con la forza silenziosa dell’evidenza, il valore della costruzione di una cultura umana interconnessa.

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grazie ad un accordo di durata ventennale il Louvre di Parigi e quello di qui si sono impegnati ad uno scambio periodico di opere; mi meraviglia egualmente trovare qui alcune opere per così dire storiche del museo parigino, tolte da quel contesto, che inevitabilmente risente ancora dell’accademismo ottocentesco da cui è nato, e trasferite qui, a costruire un discorso interculturale.

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ma l’assoluta originalità di questo percorso espositivo nuovo è il raggruppamento tematico delle opere, che non sono raccolte in sezioni secondo una suddivisione fondata sulle diverse culture, come si tende a fare nei musei tradizionali, ma in modo trasversale: ad esempio, la nascita delle prime forme sociali, la formazione degli stati, la comparsa e la funzione delle grandi religioni universalistiche, le grandi esplorazioni del pianeta ad opera di viaggiatori cinesi, arabi, europei, e la connessa trasformazione dell’immagine del pianeta, via via fino alla formazione attuale di una visione del mondo potentemente interconnesso; quello che mostra questo paravento giapponese del Settecento.

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sono due ore di bagno mentale ascoltando, attraverso le opere e la loro potenza comunicativa, un discorso coinvolgente su che cos’è la nostra cultura umana e sulla globalizzazione di cui stiamo vivendo, proprio qui negli Emirati forse il suo trionfo più spettacolare e la sua intrinseca fragilità.

esco con la mente che ribolle di pensieri, ed una delle ultime immagini che mi accompagna è proprio la statua del Pensatore di Rodin.

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Il più grande viaggiatore è colui che ha saputo fare una volta il giro di se stesso

è un’ultima citazione conclusiva da un’altra vetrata, ma io ne allargo il senso: l’umanità tutta dovrebbe fare una volta il giro di se stessa per cercare di capirsi; e certamente – spero non sia retorica – questo museo è un fortissimo suggerimento su come possa essere fatto.

di ritorno, come me, da questo giro del mondo attraverso il museo del Louvre di Abu Dhabi non ci resta che interrogarci su questa grandezza diventata quasi disumana della nostra cultura globalizzata e dell’incapacità del pianeta oramai di poterla accogliere e sostenere.

moriremo forse per questo eccesso di sogni e per questa volontà impossibile di superare ogni limite.

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Sara è in ritardo: quanto mai opportuno questo prolungarsi delle sue incombenze lavorative, mi regala il tramonto sotto questa cupola impressionante che si apre all’uscita dalle gallerie.

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credo (mi auguro) che sia la più grande del mondo, potrebbe contenere in larghezza decine di volte la cupola di san Pietro.

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una nave sta entrando nel porto nella luce rossa del tramonto: sembra arrivata alla fine del suo viaggio.

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ma ecco Sara, si parte verso casa; i battibecchi sul mio improprio uso dei suoi pantaloni ci portano ad un negozio di abbigliamento sportivo, dove vengo rifornito di tutto quel che mi mancava nel mio viaggio (e speriamo soltanto che ci sia nella sacca); all’arrivo a casa, al portiere viene dato l’incarico di provare a recuperare i miei caduti dal balcone, ma sarà possibile solo quando rientreranno i proprietari dell’appartamento sul cui balcone sono finiti, che al momento non ci sono.

purtroppo, quando arriviamo all’appartamento, risulta anche che la porta, che nell’uscire bisognava aprire con la chiave per poterla chiudere (lo so che non sono chiaro), aveva bisogno di una ulteriore mandata per essere chiusa a chiave; in sostanza l’ho lasciata soltanto accostata, perché istintivamente (ma ragionevolmente, credo) ho pensato che tutte quelle precauzioni richieste per potere forzare la serratura a chiudersi portassero anche ad una chiusura ermetica che non permettesse di aprirla solo spingendola.

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nella cena al ristorante messicano sotto casa io ho optato per la versione più piccante delle portate, e anche la discussione con Sara è piena di sapore; domattina mi accompagnerà alla stazione dei bus per Dubai, c’è anche una guida in italiano a disposizione per me, e dovrò restituirgliela giovedì sera, quando tonerò qui a prendere l’aereo per lo Sri Lanka.

Sara mi regala una scheda per telefonare negli Emirates e io faccio qualche resistenza, ma sarà bene averla a disposizione, effettivamente, per il giorno in cui ci dovremo rivedere.

perplessa, lei: mi domando, dice, come fai a viaggiare così, senza guida, senza bagaglio, senza testa. secondo me, papi, tu da questo viaggio non torni vivo, questo tuo è un viaggio suicida.

può essere, può essere, figlia mia, per questo ho tante resistenze a farlo; però, come vedi, per ora funziona tutto benissimo, anche grazie a te.

troppo bene sono stato trattato in questi tre giorni, trascorsi più da ospite vezzeggiato (e ruvidamente criticato, secondo lo stile di casa) più che da viaggiatore, ma da domani – anzi da stamattina – si torna a sgambare in campo aperto e imprevedibile, tra disagi e avventure altre, che non mancheranno di certo, se bene mi conosco.


13 risposte a "che cosa ci fa il Louvre ad Abu Dhabi? bortolindie 8 – 62"

  1. Esco dal silenzio a cui mi attenevo dall’inizio del viaggio (e chissà perchè…) per esprimere il mio stupore e ammirazione per la cupola del Louvre che non avevo mai guardato bene.
    Tutta in acciaio e alluminio progettata e precostruita in europa è un capolavoro a se stante.
    Io sarei rimasto tutta la giornata a guardarla ignorando tutto il suo contenuto. Beato te che l’hai vista dal vero!
    Ancora mi stupisco delle strutture ardite come un ragazzino..

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    1. mi stupisco anch’io sempre volentieri e adesso me ne vergogno un po’ di meno e anzi ne vado quasi orgoglioso, da quando ho letto, proprio su una di quelle vetrate, che lo stupore è la base del desiderio umano di comprendere.

      io in effetti ci sono rimasto sotto un’ora buona a fotografarla da tutte le angolazioni possibili e in tutte le diverse prospettive anche esterne.

      non sapevo questo ulteriore dettaglio che fosse stata costruita in Europa e montata sul posto: ecco una risposta alla mia domanda su quanti possono avere lucrato (anche nel senso buono del termine) sulla costruzione dal niente in soli trent’anni di due intere gigantesche metropoli come Abu Dhabi e Dubai.

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  2. ho letto il post pensando a te vestito con pantaloni da donna che visiti il museo… roba che Mr. Bean guarda ahah.
    Sono curioso fin dove c’arriverai.
    A differenza dei tuoi figli penso che tornerai vivo, perché sei abbastanza intelligente da evitare i pericoli peggiori.
    Però prima di tornare o ti arrestano o ti fai venire la febbre e ti mettono in quarantena da qualche parte.

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    1. ecco un commento che non mi aspettavo e che forse avrei fatto meglio a non sollecitare, ahha.
      comunque i pantaloni erano abbastanza unisex, dai: perfino Sara non si sarebbe accorta, se non glielo avessi fatto notare…
      in compenso la foto del Cristo che mostra le mani forate ha suscitato via whatsapp commenti paralleli al tuo, ahha:
      Scusami, Mauro, ma non ho resistito: questo sei tu che vai da Sara al museo: vado bene vestito così. 🙂 🙂 🙂
      Scusami, sto ancora ridendo 🙂
      Troppo figo troppo forte
      Cristo abbiate pietà.
      Meraviglioso.

      – Non farmi morire dal ridere che sono debilitato dalle troppe camminate.
      Preciso comunque, a scanso di equivoci, che Sara è quella col velo… 🙂
      – secondo me farebbero bene a mettermi in quarantena a vita per eccesso di anticonformismo, diciamo così, e credo che prima o poi qualcuno lo farà anche… 🙂

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      1. questo evento avrà eco nelle futuro generazioni… sarai il bisnonno che girava il mondo e si vestiva con i pantaloni della figlia…
        un po’ come tuo nonno con le galline di cui mi pare mi avevi raccontato ahahahah.
        Ti sei rovinato la reputazione per sempre! 😀

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        1. non che fosse intatta neppure prima, la mia reputazione, eheh; un poco mattacchione lo sono sempre stato…
          comunque piglio la tua profezia come un buon augurio, perché per diventare bisnonno dovrei metterci ancora una quindicina d’anni, se non di più; comunque non mettiamo limiti… 🙂

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  3. Coi pantaloni di mio figlio avrei avuto qualche problemino, io ho 48 lui 56… 🙂
    certo che fa “strano” anche solo pensare ad un Louvre fuori da Parigi, ad Abu Dhabi poi non l’avrei mai immaginato: da come lo racconti fa venir voglia di andare a visitarlo, non lo farò ma è bello sapere che c’è…
    adesso comincia la parte più impegnativa, vediamo che combini!

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    1. be’, ma allora abbiamo quasi la stessa taglia, mi fai venire un’idea… 🙂 🙂 🙂
      sì, il museo merita davvero, poi andare fino a lì per vederlo avrebbe senso soltanto se ti piacciono anche i castelli di sabbia, ma non mi pare…
      vediamo piuttosto che cosa combina la compagni aerea dell’Oman che ha spostato un volo di quattro giorni: ma ti rendi conto?
      sinceramente, ogni tanto mi domando se almeno giovedì prossimo ci sarà…

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  4. ahahha ma d’altra parte solo così potresti conoscere meglio i luoghi: all’avventura!
    Bellissimo questo museo, così moderno che a me da quella sensazione di gelo, di stacco dalla natura umana che pure…ne è intriso.

    Buon proseguo, alla prossima tappa!

    PS: Sorrido alla storia dei pantaloni, non ti metti nessun problema proprio…

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    1. mi sto rendendo conto che ci deve essere una specie di differenza profonda tra maschile e femminile nel rapporto col proprio abbigliamento.
      per me i pantaloni sono un oggetto qualunque: se mi si rompe un piatto e mi serve, non andrei neppure a chiedere a mia figlia se posso usare uno dei suoi. non mi verrebbe in mente e mi pare che potrebbe rispondermi chiedendomi se sono scemo.
      in vece mi sono reso conto che li l’ha sentita come una violazione della sua intimità: per una donna, allora, il vestito un prolungamento del proprio corpo?

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