gli espatriati di Abu Dhabi e la sorpresa di Dubai – bortolindie 9 – 63

alle sei, prima di partire, risveglio in una nebbia sorprendente, come a Milano non se la ricordano neppure più: bisognava proprio venire nella penisola d’Arabia per ritrovarla; ma del resto qui non siamo in una specie di san Francisco orientale? anche lì il risveglio con la nebbia che copriva la baia era d’obbligo.

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chiudo definitivamente la sacca, che è veramente al limite dopo i regali che mi ha fatto mia figlia, e mancano anche due paia di pantaloni, quello volato al piano di sotto e uno vecchio, che ho buttato via: per non parlare del liquido per lucidare il mio povero paio di scarpe, comodissime, come devono essere per i piedi di un diabetico, ma proprio per questo slabbrate e lise; non ho ancora raccontato che il primo giorno che sono arrivato qui, nell’aprire completamente la sacca per svuotarla (e controllarla, come ha fatto all’arrivo mia figlia, con grandi manifestazioni di disappunto), abbiamo trovato tutto, anche la sacca, tutta macchiata di un rosso che sembrava sangue.

escludendo che questo fosse avvenuto in Libano, come  capita di pensare per associazione di idee – ma lei era sempre rimasta con me sull’aereo e nei trasferimenti -, una illuminazione mi ha detto che il contenitore del liquido per lucidare le scarpe si era aperto ed aveva imbrattato tutto – ed ecco anche il motivo del lavaggio di tutta la biancheria e anche dei miei famosi pantaloni, poi rubati dal vento.

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va be’, intanto che voi sogghignate alle spalle del viaggiatore svampito e/o sfortunato, a me resta soltanto, prima di partire per Dubai e salutare mia figlia, da infilare nel cellulare la tessera telefonica che Sara mi ha regalato ieri, per keep in touch, ma non c’è santo che tenga, non riusciamo ad aprirlo; e non è che l’imbranato sono io, come state certamente pensando; vero che io non ho il ferretto sventrapapere che hanno inventato di recente per aprire i cellulari (era così comodo, prima, farlo semplicemente con le mani), ma Sara è più ordinata e giudiziosa di me e ce l’ha; ci prova lei e non ci riesce, ci provo anche io e non ditele che l’unico risultato ottenuto è che le ho piegato il ferretto.

in fretta e furia ripieghiamo sui 30 euro di tariffa TIM per 10 giorni di telefonate internazionali scontate da acquistare online con la mia carta di credito: come odio questa esosità, ma sono costretto a piegarmi.

poi Sara insiste per portarmi alla stazione dei bus; sta facendo un po’ tardi al lavoro per me, la ragazza, e io insisto che vada; anzi, avrei voluto andarci in autobus, anche per capire come funziona la cosa ad Abu Dhabi, ma non c’è stato verso: solita corsa tra i grattacieli polverosi ed eccoci arrivati, con lei che si ferma ancora e mi spiega lungamente dov’è lo sportello per i biglietti per Dubai e come si deve fare prima una tessera, che costa circa 5 euro, per poter fare il biglietto; mi pare molto preoccupata sul mio futuro nella giornata e mi supplica di mandarle un whatsapp appena arrivo all’ostello; lo farò, Sara, dammi il tempo di procurarmi la connessione wi-fi in ostello; la scheda internazionale per ora non la apro, per poterla utilizzare più a lungo.

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eccomi tornato da ospite a viaggiatore, uscito da una nicchia protettiva dolcissima ma pur sempre un poco isolante, e la differenza si nota subito.

in realtà fare il biglietto è semplicissimo, e la bella ragazza africana dello sportello sempre abbia avuto il passaparola da mia figlia, tanto è sollecita e piena di spiegazioni anche lei: avrei apprezzato se questo non volesse dire che, visto da fuori, io, che dentro mi sento un leone da combattimento solo vagamente acciaccato, appaio un vecchietto traballante e forse un poco bisognoso di aiuto, va be’.

acclarato qual è la corsia da cui partirà l’autobus e che questo non c’è, passo al barettino e, per dispetto, mi compero una confezione di sei dolcetti arabi che risulteranno deliziosi e che finirò prima di arrivare a Dubai: la sollecita figlia mi ha curato da tutti i punti di vista e mi ha anche fatto fare una colazione spartana con una tazza di thè e due crostini, sarebbe contento il diabetologo; dice che sono grasso e che di sicuro le ho anche sformato il pantalone: devo arrendermi all’evidenza, perché effettivamente mi stringevano un pochino; quelli che mi ha regalato ieri, invece, per darle ragione, all’ultimo momento li ho scambiati dalla taglia S alla ML e adesso ci ballo dentro un pochino; questo dimostra che alla fine ho ragione io: grasso non sono, e che sia finita qui su questo tema.

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quando l’autobus arriva, la coda per salirci è lunga e io sono in fondo; non ci staremo tutti, evidentemente, ma non c’è problema: una decina di donne, per giunta africane, erano state tenute in coda e viene data la precedenza a me – ma nessuna protesta –, per l’ultimo posto disponibile : dove mi appisolo (sveglio dalle cinque, cioè in fondo dalle due di notte per me).

passiamo abbastanza vicini alla costa, questa volta, che è sorprendentemente verde, anzi verdissima, con parchi immensi recintati per chilometri, e faccio in tempo a vedere un bell’impianto di desalinizzazione dell’acqua marina che è la logica risposta a dove si è andati a prendere tutta l’acqua necessaria alla vita di milioni di uomini in questo deserto di cammelli e beduini fino a cinquant’anni fa.

e, prima di addormentarmi, riesco anche ad abbozzare la riflessione che spiega il titolo di questo post, che da questo momento diventa serio (ma non durerà a lungo).

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gli Emirati sono l’esempio incredibile di una società costruita dal nulla, in poco tempo, sull’immigrazione, in una delle poche zone del pianeta libere sostanzialmente dalla presenza umana e diventata di colpo – avevo scritto di getto: di colpa – diventata abitabile grazie alla tecnica di cui sopra.

l’85% della popolazione degli Emirates è formata da immigrati, diremmo noi, ma loro dicono espatriati, e la differenza del nome vale un intero trattato di sociologia: dire immigrato significa assumere il punto di vista implicito di chi si sente occupato ed invaso; dire espatriato significa assumere il loro punto di vista e capire in partenza le difficoltà di chi cambia patria; e non a caso la Germania parla di Auslaender, stranieri, oppure di persone mit migratorischem Hintergrund, con uno sfondo migratorio, cioè di migranti: mi vengono in mente i Promessi Sposi, deformazione professionale, e pochi hanno notato che sono anche un romanzo sull’emigrazione, perché questo significava allora spostarsi dal territorio di Lecco a quello di Bergamo nel nostro Seicento: stati diversi, usi diversi, leggi nuove; ma la patria è dove si sta bene, come dice un Renzo stranamente anticipatore della modernità e ben poco patriottico-risorgimentale.

e questi espatriati degli Emirates vengono da ogni dove dell’Asia, sono indiani, pakistani, afghani, thailandesi, cinesi, forse anche indonesiani, e diversi africani, oltre che arabi di paesi diversi, probabilmente, che io non riesco a distinguere a prima vista: la mancanza di ogni barlume di quella che noi chiamiamo democrazia e il cemento armato dell’islam fanno sì che questa situazione abbastanza incredibile funzioni benissimo, almeno al momento: del resto questo islam è nello stesso tempo rigoroso, ma tollerante; impone il rispetto di alcune regole formali di base, ma poi non chiede nessuna adesione di fede e alla fine rispetta anche i  culti diversi dal proprio.

non è neppure pensabile, del resto, che i singalesi, i tamil, i bengalesi, gli abitanti del Kashmir, dell’una o dell’altra parte del confine, possano essere minimamente scontenti della situazione di oggettiva inferiorità in cui si trovano qui, come abbiamo appena visto: tali sono gli orrori da cui sono in fuga e tale è la meraviglia alla quale sono approdati, terra dell’eden perfino per noi della lenta e mal contrastata decadenza europea.

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il sonno meditabondo si interrompe che già siamo alla periferia di Dubai: è già iniziata la metropolitana che lo attraversa per i suoi 40 km di lunghezza: la città ha un andamento più lineare di Abu Dhabi, che è sparsa tra isole e lagune e sul mare aperto; qui occupa in genere direi circa un chilometro dalla costa, settentrionale, prima del mare aperto; non so come si dice in inglese una metrò tutta completamente sopraelevata, non sarà certo subway questa, lunga una quarantina di km, e tutta su enormi pilastri di cemento: una scelta che mi sembra folle, considerando che lo spazio a terra non manca, ma che rende il percorso incredibilmente panoramico nella successione dei grattacieli che hanno reso famosa questa città, immensa e modernissima; non manca la visione del più alto del mondo, 800 metri, che tuttavia non appare poi così monumentale come si potrebbe credere, considerando che sale a quelle altezze con un pinnacolo quasi filiforme, che alla fine risulta persino un pochino ridicolo; altri invece esprimono meglio il delirio di potenza che li anima.

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ma non anticipiamo troppo: lasciatemi alle prese col ticket, dove la tessera acquistata ad Abu Dhabi non si rivela affatto indispensabile, a differenza di quel che aveva detto mia figlia; ma comunque il sistema non è immediatamente intuitivo, tanto che una coppia di donne italiana, madre e figlia, che si arrabatta con me, alla fine getta la spugna e va a chiedere aiuto da qualche parte; io invece me la cavo, anche se pago il biglietto piuttosto caro; ma mi viene in mente adesso, scrivendo, che forse mia figlia aveva voluto dirmi che la tessera presa ad Abu Dhabi per Dubai era valida anche per un primo viaggio in metrò.

dalla stazione degli autobus devo comunque tornare indietro verso occidente, per qualche fermata, per arrivare all’ostello, che è alla fermata Internet City, dentro un grattacielo, e questo, non so perché, mi rende un poco diffidente e timoroso di truffe; dalla mappa della zona ho visto che il pianificatore urbano ha previsto una specie di labirinto intrecciato a curve, e l’esperienza dal vivo me lo conferma, sia alla prima uscita, sia e ancor peggio al rientro alla sera nel buio; per cui scelgo il taxi per farmici portare la prima volta, anche se sarà da fare soltanto un chilometro di ghirigori: a piedi, se riuscissi a trovare la via diritta, saranno 300 metri.

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eccomi al secondo piano, accompagnato dal portiere all’ascensore, di un tipo che non avevo mai visto (l’ascensore, non il portiere, un normalissimo africano): ce ne sono diversi per le decine di piani sovrastanti, e c’è una consolle di comando dove devi fare scorrere le schermate dei diversi piani: quando arrivi a trovarlo, ci clicchi su, la consolle ti dice quale è il tuo ascensore e, quando questo arriva, comunque dopo un bel po’, sembra di aspettare il metrò, tu ci devi solo salire, perché il sistema ha già memorizzato il piano dove vuoi scendere e le porte si aprono al piano giusto da sole.

l’ostello è pulito, luminoso e ben tenuto; scoprirò, scendendo le scale per non aspettare il metrò, che al primo piano c’è perfino piscina e palestra a disposizione…; costo di poco superiore ai 20 euro a notte, se qualcuno vuole andare a Dubai in (relativa) economia…

è gestito da ragazzi africani: gentili, ma un poco sullo stravaccato andante, come modo di fare; la prima cosa che gli chiedo è se hanno un letto per l’indomani, visto che sono scoperto per i prossimi due giorni; guardano sul pc, smanettano tra le righe colorate che appaiono sullo schermo: boh, non sanno dirmelo; perché non glielo chiedo domani mattina? ok, mica mi preoccupo, vedrai che salterà fuori…

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in camerata vengo agganciato da uno spilunghino affetto da lallomania: il termine l’ho inventato io adesso per dire di uno che ha un bisogno spasmodico di parlare in continuazione, magari mentre si muove ininterrottamente su è giù: così, anche con opportune domande guidate, quasi un’intervista, vengo a sapere che è inglese, per così dire, figlio di uno spagnolo e di una africana, che studia a Barcellona disegn, che è stato ovviamente anche in Italia, che ha 35 anni, che non ha un lavoro e – a occhio – neppure una fidanzata o un fidanzato, perché troppo occupato a chiacchierare, per perdere tempo a cercarne.

insomma, il tipico mattoide, avrei detto, che mi ha riconosciuto come fratello al volo; ma la sera mi comparirà davanti elegantissimo e perfettamente equilibrato; quanto alle relazioni, le ha stabilite con tutto l’ostello…

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a proposito di interviste, mica mi ho detto che al Louvre una cinesina compunta me ha fatta una sul museo e pensate che ho cercato di dirle nell’inglese che non so la recensione del museo che ho già fatto anche qui, senza mai rispondere a domande come: qual’è l’opera che le piace di più?

esausta, alla fine mi ha regalato una sbarretta scura avvolta nella carta cellofanata, che io ho scambiato per una barretta di cioccolata e come tale l’ho offerta a Sara; e invece era un memory stick! – ma papà, ci vedi bene?sì, Sara, cataratte a parte…

– e sempre per la cronaca, in questo momento sto scrivendo nell’hostel davanti a un ragazzo iraniano che, in un angolo del soggiorno, si sta stirando una finissima camicia di seta bianca…

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certo che, se continuo così, te la raccomando la passeggiata di oggi: il sole sta salendo e fa decisamente caldo.

fatemi tornare a ieri e alla mia uscita per la conquista di Dubai: per fortuna la camerata dell’ostello ha un balcone e questo si affaccia direttamente sopra una moschea gialla, con una coda di fedeli che non finisce più, e mi fa da punto di riferimento, almeno immaginario; anzi, guardando bene, laggiù si vede già l’inizio di un sottopassaggio che porta al metrò: la scelta dell’hostel, di cui ero dubitoso, si rivela invece azzeccata: ho in testa di passare il pomeriggio girando su e giù alle diverse stazioni del metrò  filmare la Dubai moderna, ma in realtà mi stufo presto e preferisco deviare, sbagliando un paio di volte stazione (non ho la guida), verso il Creek, che è poi una specie di fiordo lungo 14 km che entrava, non si sa perché, nel deserto e all’imboccatura sorse appunto Dubai, come centro di traffici, che dunque esisteva anche prima dell’iper-moderno, come paesotto di forse duemila abitanti.

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la foto è di cinquant’anni fa; si fa fatica a credere che questa fosse Dubai allora, vero?

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questo centro, oggi totalmente disabitato, ma conservato splendidamente come sede di molteplici spazi culturali sul passato della città, offre scorci bellissimi, che non ho neppure finito di fotografare, perdendomi nei vicoli e tra le torri del vento, questa tipica struttura delle case beduine di una volta, che sono praticamente i loro condizionatori d’aria naturali, costruiti in modo che si crei una corrente che aspira l’aria dall’interno delle abitazioni rinfrescandole: da imparare…

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nel braccio di mare che sembra un largo fiume, gli antichi barconi passano ancora con i loro carichi di merci, in mezzo a gabbiani eccitati.

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lascio che il tramonto veloce cali su di me, per le ultime foto in controluce.

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e poi, su quel braccio di mare così pieno di vita, mi siedo in un ristorante a mangiare squisite pietanze locali, insalata e pasticcio di carne trita e speziata: porzioni impegnative, con un cameriere troppo solerte, che si preoccupa per me e viene ben tre volte a chiedermi se ho finito, semplicemente perché tra una bocconata e l’altra – e sembrano senza fine – mi rilasso un poco spaparanzato con gli occhi beati che contemplano i navigli che scorrono davanti ai miei occhi.

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ma le sorprese non sono ancora finite, anzi forse cominciano ora: non soltanto le luci della sera rendono lo spettacolo semplicemente meraviglioso; si potrebbero anche prendere dei piccoli traghetti che traversano quel mare così piccolo tra una riva e l’altra fra punti diversi, ma rinvio a domani.

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preceduto da una serie di piccole trattorie sulla riva, che chiamerei i ristoranti narghilè, perché ai clienti viene messo a disposizione appunto lo strumento per fumare in pace e anche troppo rilassati, c’è perfino un bazar, a pochi metri dalla riva, che le corre parallelo con le sue luci e colori tipicamente islamici, ma è un concentrato di culture dell’Asia: non mi stancherei mai di fotografare, ma capisco di dovermi limitare ad una immagine solo qui, solo che è difficile sceglierla.

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ecco, un bazar in riva al mare, e quindi così vitale, non lo avevo ancora incontrato nei miei viaggi, e neppure un islam barcaiolo, e dunque proiettato verso il mondo, che non può essere l’islam opaco che si raggruma nel chiuso degli aridi deserti: l’apertura di queste città al mondo era già scritta nella piccola storia delle loro origini.

nel bazar ritrovo unite in una miracolosa mescolanza l’islam e l’Asia: sono un viaggiatore aperto e curioso, e quindi per loro un tipo originale e un vecchietto in parte da rispettare, in parte da raggirare meglio, sempre in amicizia, naturalmente: ecco i sorrisi, le pacche sulle spalle, gli astuti venditori che indovinano subito e mi gridano: Italy! e non ho ancora capito come fanno a indovinare: la guida di mia figlia che ho in mano ha scritto semplicemente Abu Dhabi.

una simpatia umana anche negli affari, comunque, che non è totalmente finta.

e del resto la ritrovo intorno a me, in questa gente composita di Dubai, anche tornano nel metrò sui giovani che mi cedono il posto, sul ragazzo seduto di fianco, che mi chiede se la mia è una Canon, e mi dice che fa di mestiere il fotografo, e io gliela lascio maneggiare un poco; su gente che ha ancora il piacere e la gioia di vivere e non soffoca nel rancore frustrato di chi si ritiene il migliore del mondo, semplicemente perché non lo conosce e non l’ha girato…

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nota: sugli impianti di desalinizzazione è molto utile questo articolo:
https://lospiegone.com/2020/02/26/loro-blu-del-medio-oriente-la-dissalazione-dellacqua-di-mare/


2 risposte a "gli espatriati di Abu Dhabi e la sorpresa di Dubai – bortolindie 9 – 63"

    1. troppo buona: avevo scritto e pubblicato in fretta stamattina (per i motivi che tra poco racconterò) e senza rileggere; adesso spero di avere eliminato almeno certi strafalcioni e le brutture peggiori.
      però è vero che in viaggio mi diverto tantissimo, anche per i casini che sorgono, se restano entro i limiti, come finora: sono comunque una sfida e fanno bene; credo e spero che qualcosa del mio piacere di viaggiare come avventura si trasmetta… 🙂

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