che sballo a Chilaw. parte 3 – bortolindie 16ter – 81

considerando le pause mistiche, e anche quelle per il dolore sciatico che mi colpisce la mattina quando comincio a camminare (riapparso per l’occasione, dopo il massaggio del barbiere) e che scompare, per fortuna, per il resto della giornata semplicemente stando seduto 3-4 minuti un paio di volte, è ancora abbastanza presto quando finisce la mia visita al tempio di Munneswaram, vicino a Chilaw, densa di fotografie e di meditazioni, che ora il trascorrere del tempo ha cancellato dalla memoria.

esco a dare un’occhiata all’ampio piazzale retrostante il tempio, dove si affacciano soprattutto dei negozietti che vendono fiori e frutti per le offerte sacre.

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sarei tentato di comperarmi qualcosa da mangiare, ma mi pare una profanazione, e mi limito a compatire uno sparuto gruppetto di turisti incolonnati dietro la loro guida: però, mi dico, meno male che ce ne sono, anche per questa meraviglia trascurata dello Sri Lanka, che ho scoperto quasi per caso, superando un ostracismo turistico che è palesemente politico, dato che il tempio appartiene alla minoranza tamil.

. . .

ma, quando arrivo verso la fine del piazzale, si sentono dei canti di impronta molto diversa e basta muoversi un centinaio di metri nella loro direzione, per trovarsi davanti ad un nuovo santuario, buddista.

se i templi hindu preferiscono in genere il culto al buio, e a volte riproducono al loro interno delle vere e proprie grotte, il buddismo è luminoso e solare, ama i colori accesi, ma baciati dalla luce.

ed eccomi dunque tra le bandierine che annunciano un Buddha bianco solenne ed altissimo, sovrastato dalla immensa testa di un cobra.

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ho ritrovato, in queste strutture peraltro moderne, tutti i motivi architettonici tipici della tradizione singalese, che ho incontrato nelle mie visite precedenti ai siti archeologici della antica grandezza dell’isola e anche nel Museo Nazionale di Colombo; come se i secoli non fossero passati, e il tempo si fosse fermato.

ma anche qui sono soprattutto i canti a darmi una sensazione squisita di dolcezza: due religioni diverse, mi dico, che producono, in modi così diversi, l’esperienza dell’abbandono al flusso del vissuto; non smetterei mai di godermi questa pace incredibile che mi viene regalata.

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ma dalla muraglia occidentale del sacro recinto buddista vedo emergere alcune sagome di statue colorate, un poco logore, che segnalano la presenza forse di un ulteriore antico tempio induista; e invece no, il tempio è ancora attivo e fra l’altro trabocca di gente; mi sottopongo al rito doveroso del togliermi le scarpe per entrare, ma non ho ancora quasi finito che scoppia una musica violentissima di tamburo.

è la musica sacra tamil, conosco; ma non avevo ancora mai visto che l’uomo col tamburo che rulla terribilmente ne accompagnasse un altro di forse quarantacinque anni, vestito di bianco, scosso da un tremito sacro e sostenuto da un assistente per evitare che si faccia male: sta facendo il giro del tempio, con gli occhi stravolti e le pupille bianche, pronuncia in maniera esasperata parole sconnesse, scuotendo la testa, e agita le mani e le braccia, e in uno l’avambraccio è quasi completamente ricoperto di braccialetti di bronzo che risuonano assieme al tamburo; se poi quest’uomo sia in uno stato di alterazione transitorio, oppure sia uno squilibrato cronico a cui viene qui riconosciuto un valore sacro della sua follia, io non lo so e non lo capisco: so soltanto che per il paio d’ore che rimango nel tempio non lo vedrò mai in una condizione diversa.

compiuto il suo giro, l’uomo sale nell’ampio recinto coperto di quest’altro tempio, che – quasi a volere smentire quello che ho appena scritto sui templi hindu – è quasi completamente aperto, salvo la parte finale, che contiene la solita nicchia chiusa, che è il cuore più sacro del tempio.

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il luogo è affollato dei più diversi tipi umani; fra loro anche una transessuale, sacra come sono in India, che apprezza particolarmente che io la fotografi.

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ma, mentre l’uomo di prima riparte vacillante per un nuovo giro, in un delirio di suoni e in un intenso profumo, che forse potrebbe essere anche di hashish, altri vengono via via trascinati dentro uno stato di trance simile al suo, in successione: la trance inizia gradualmente per tutti, ma poi diventa via via incontenibile.

prendete questa donna, ad esempio: si concentra in preghiera, in fondo al tempio aperto, poi comincia a tremare leggermente; via via che la meditazione si fa più intensa, anche il tremito aumenta, fino a diventare violento e parossistico, mentre vicino c’è sempre il marito, pronto a sostenerla; poi, quando l’estasi di lei volge alla fine, ecco compare, dietro, un giovane, dai capelli molto lunghi, da noi sarebbe un frikkettone perfetto, ma lo accompagna la mamma: il delirio in lui cresce molto lentamente a poco a poco, attraverso piccoli sussulti quasi invisibili, inizialmente, ma poi dilaga impadronendosi di tutto il corpo, la testa comincia a roteare vorticosamente e i lunghi capelli si allungano nell’aria girando senza sosta.

una ragazza sembra coinvolta dal suo esempio, anche lei comincia a ruotare la testa e i capelli in maniera così violenta da perdere quasi coscienza; la sua esecuzione è la più drammatica di tutte: alla fine viene travolta da una specie di orgasmo globale e crolla a terra dimenandosi sul pavimento; emette gemiti animaleschi, rantola e ha la schiuma alla bocca, è sconvolta e solo gradualmente riprende coscienza, aiutata dagli astanti e si allontana barcollando come dopo una prova troppo dura.

l’uomo che subentra è sostenuto dalla moglie, ma nella trance la allontana con gesti bruschi, quando lei vuole aiutarlo troppo da vicino, per cui lei si limita a risistemargli addosso le due falde di un mantello rosso, che cadano simmetriche dalle spalle – la cosa sembra molto importante; lui tiene in mano tre uova sode, sempre scuotendo la testa in stato di semi-incoscienza, e a turno se le mette in bocca e poi le sputa fuori; poi la moglie accende dei piccoli fuochi in un braciere e lui prima ci passa sopra le mani, rese insensibili dallo stato di esaltazione, poi addirittura la faccia.

ma riecco l’uomo vestito di bianco, che ha iniziato la sarabanda, il tambureggiatore e l’assistente: il giro ricomincia, il delirio di gruppo non è finito.

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a che cosa ho assistito? la mia ipotesi, del tutto soggettiva, è che la grande festa di Shiva il distruttore, che dovrebbe durare un mese, sia iniziata, col novilunio di due giorni prima, in questo tempio secondario rispetto a quello più importante di Munneswaram, che magari sarà coinvolto a pieno soltanto nelle fasi finali e più grandiose.

ma io non ho bisogno di andare in India, allora: ho ritrovato la mia India folle e allucinata qui a Chilaw, girando a caso, senza una vera meta, soltanto per il gusto di esplorare, che è poi uno dei piaceri più grandi della vita e quello col quale si confonde il piacere stesso di viaggiare: giornata davvero straordinaria, questa.

e se quello che si scopre rimane incomprensibile, forse il piacere è ancora più grande: si torna a casa con qualche domanda aperta.

. . .

all’uscita un cartello indica un tempio ancora, incredibile luogo questo, senza nome, questo borgo disperso; poche centinaia di metri, ed eccolo: è un piccolo, moderno, recinto sacro: buddista? induista? non si sa.

c’è un settore dedicato a Buddha ed uno con qualche immagine e piccola statua hindu: grande saggezza e messaggio di pace.

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potrei accontentarmene; è venuta l’ora di mangiare qualcosa; in un negozietto sguarnito quasi completamente di tutto mi concedo frutta tropicale, succhi e gelato; in fondo è il primo viaggio che faccio senza la tipica iniziale diarrea del viaggiatore e penso di potere anche sfidare la sorte…

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ma la giornata non è finita qui.


6 risposte a "che sballo a Chilaw. parte 3 – bortolindie 16ter – 81"

  1. Un racconto a colori vivissimi, e non solo per le foto… ma quelli che reggevano dei piatti con la frutta portavano delle offerte o la mangiavano? Le manifestazioni parossistiche che hai raccontato sono davvero impressionanti, sarà autosuggestione, o crisi epilettiche, o qualcuno ci marcia?

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    1. no, no, quelle sono le offerte per gli dei, per questo non mi sono fidato al baracchino di comperarne un cesto anche io e poi di nascondermi da qualche parte a mangiarmi quella frutta ben di dio…

      non so che in senso potrebbero marciarci; era interessante l’atteggiamento del pubblico – non ne ho parlato nel post: in parte coinvolti e in atteggiamento di venerazione, in parte comunque distaccati.

      mi sono accorto, a cose fatte, che mi sono fatto prendere talmente dalla situazione, che ho girato solo video e nessuna foto; mi piacerebbe metterne almeno una, ma dovrei fare uno screenshot, ma non mi ricordo come si fa… 😦

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      1. Per marciarci intendevo se non facessero in qualche modo parte della coreografia, magari proprio per attirare più offerte… ma non è importante, se sta bene a loro, non sarò certo io a criticare…

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        1. offerte non ne ho viste girare; se qualcuno ci marcia, e di sicuro un poco succede, è per esibizionismo gratuito,mi è parso…: è così bello sentirsi invasati da dio.

          io che ho studiato da giovane la Grecia antica, ora la capisco meglio, visto che in quella civiltà avvenivano pure manifestazioni molto simili, ma noi non le vediamo nella luce giusta.

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    1. non saprei se possono esserci delle crisi epilettiche così lunghe; certo potrebbe essere qualcosa di simile innescato dai violenti continui movimenti della testa.

      pista interessante, comunque 🙂

      non escluderei neppure l’ipotesi dell’uso preventivo di sostanze, comunque.

      e rimane il significato sacro attribuito a queste manifestazioni, comunque determinate, che appartengono a una vera e propria cultura dello sballo sacro: questa gente, cioè, arriva alla festa religiosa decisa a sballare e sapendo anche benissimo come si fa, secondo una tradizione trasmessa di padre in figlio (o di madre in figlia o figlio, per non fare discriminazioni…)

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