il coronavirus, la globalizzazione e le epidemie di influenza nell’ultimo secolo – 82

lasciamo stare l’influenza detta spagnola, che tra il 1918 e il 1920 arrivò ad infettare 500 milioni di persone nel mondo (circa un quarto della popolazione mondiale di allora) e, in tempi di guerra mondiale e di immediato dopoguerra, fece dai 50 ai 100 milioni di morti, cioè uccise da un decimo a un quinto delle persone che se la presero.

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ma tra il 1957 e il 1960 si diffuse l’influenza cosiddetta asiatica, che fece circa 2 milioni di morti nel mondo; e fu seguita da una nuova ondata di influenza, quella detta di Hong Kong, dieci anni dopo, che soltanto in Italia fece circa 20.000 morti, e nel mondo più di 500mila morti.

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la domanda che ci si pone, dunque, è che cosa è cambiato rispetto al coronavirus di oggi, che sembra in grado di distruggere, più che l’umanità in se stessa, l’economia della globalizzazione.

eppure, quelle due epidemie passarono quasi inosservate in quegli anni, le morti che provocavano venivano messe tranquillamente nel conto sempre in perdita della vita, non venne presa alcuna particolare misura per proteggere la popolazione da un male giudicato inevitabile e si aspettò semplicemente che l’epidemia si estinguesse da sé.

in poche parole, le società dei decenni passati sembravano in grado di reggere degli shock epidemici anche forti, senza farsi mettere in crisi: la vita continuava normalmente, chi moriva moriva e i superstiti si davano pace.

ora, questo non lo dico affatto per sminuire la portata di quello che sta succedendo col coronavirus o per mettere in discussione le azioni di prevenzione in corso; lo dico da osservatore a cui piace riflettere.

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la prima differenza forse potrebbe consistere nel fatto che questa epidemia nuova – e per ora tanto meno diffusa ancora delle precedenti – si è presentata nella forma di polmonite virale e non di normale influenza: è evidente la diversa gravità della malattia e come decine di migliaia di ammalati di polmonite siano in grado di mettere in ginocchio il sistema sanitario, anche perché si tratta di una malattia dal decorso lungo e difficile e dall’esito incerto.

tuttavia, mano a mano che l’epidemia si diffonde e la si conosce meglio, risulta anche che l’evoluzione in polmonite riguarda una minoranza dei casi; ma, a quanto pare, si tratta di una evoluzione possibile della malattia, cioè di un suo particolare sviluppo, e non di una complicazione estrinseca che si aggiunge e può portare alla morte, come per le altre epidemie che abbiamo ricordato; ed è diverso avere una malattia che indebolisce l’organismo e dunque può agevolare l’instaurarsi di un’altra malattia, che è la polmonite, e avere una malattia che, invece, può evolvere lei stessa in polmonite, e perdipiù in forma virale, cioè difficilmente trattabile.

tutto questo per arrivare a confermare che l’allarme è giustificato e le azioni di prevenzione sono necessarie.

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è comunque indubbio che anche la sensibilità  verso il rischio epidemie è cambiata in questi decenni e che il fatalismo, con cui venivano accettate anche solo cinquant’anni fa, oggi è diventato un atteggiamento del passato.

e qui vorrei chiudere il mio discorso: da anni siamo preparati ripetutamente, attraverso allarmi periodici, ad attenderci qualche epidemia globale perniciosa; ecco qui un esempio, preso a caso:
https://it.businessinsider.com/coronavirus-profezia-board-onu-oms-ebola-pandemia-covid19/

spicca, in queste campagne, il ruolo di Bill Gates e delle sue campagne vacciniste, che rappresentano una subdola manovra di deviazione  dell’attenzione pubblica dai veri problemi.

come mai?

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di fronte ad una globalizzazione che devasta l’ambiente e distrugge l’equilibro climatico e ambientale del pianeta fa molto comodo concentrare l’attenzione sulle possibili epidemie, cioè su aspetto particolare di questa devastazione, nascondendo che esse discendono in realtà proprio da questa politica economica globale.

Perché crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento e coronavirus sono legati a doppio filo

e invece, parliamo piuttosto di epidemie, anziché di distruzione del pianeta, e proponiamo la soluzione del vaccino, anziché interrogarci su come mantenere o ricostituire un equilibrio ambientale distrutto dall’attuale modello di sviluppo e dalla crescita demografica.

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insomma l’epidemia è utile, non a ridimensionare la popolazione mondiale, come sostengono i complottisti puerili, ma a ricostituire il consenso creato dalla paura attorno ai capi di questa gabbia planetaria di scimmie appena un poco evolute.

sì, se qualcuno pensa davvero a ridurre la popolazione mondiale, deve pensare a ben altro, e basta in fondo che continui a spingere per un ulteriore sviluppo, lanciando grida di dolore se basta una epidemia per ora perfino modesta a incepparlo.

ma Gaia, il pianeta, è viva e si difende: il nostro modello di sviluppo non lo vuole più e si prepara a distruggerlo, visto che noi non sappiamo correggerlo.

l’epidemia, dunque, vista nel contesto e con uno sguardo lucido, è soltanto un modesto assaggio iniziale di ben altre crisi che ci aspettano.

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e non basterà a tenerle lontane neppure la politica dello struzzo di Trump, che sul coronavirus non sta facendo praticamente nessun controllo della situazione americana (400 tamponi, a fronte di 14.000 persone che si sono messe in quarantena spontaneamente soltanto in California).

come sulla crisi climatica, anche sull’epidemia di coronavirus i sovranisti del mondo scelgono la strada della minimizzazione e, dove possono,  addirittura, della negazione pura e semplice, imponendo il silenzio ai media.

è una politica che Trump potrebbe pagare molto cara; sì, questo coronavirus è un virus spiccatamente ambientalista, per così dire, e devasta le narrazioni false della destra mondiale, imponendo una brutale presa di coscienza della realtà, e, forse per la prima volta, rende la rielezione di Trump perfino incerta.

che se poi fosse davvero Sanders a prendere il suo posto, davvero il mondo cambierebbe in modo imprevisto e in brevissimo tempo… – lasciateci sognare.


6 risposte a "il coronavirus, la globalizzazione e le epidemie di influenza nell’ultimo secolo – 82"

    1. be’, più che sentire allarmi (qua e là, leggendo con attenzione, le notizie si trovano, però), direi che ne ho lanciati, qualche volta.

      però chiaramente le infezioni ospedaliere non fanno notizia perché distruggono la fiducia nella medicina e negli antibiotici; neppure sono affrontabili con i vaccini, pare.

      questo non toglie che questo virus abbia delle conseguenze possibili molto importanti; la Cina, grazie alla sua disciplina di ferro, pare che riesca a contenerlo; l’Europa non ce la farà, tantomeno l’Italia.

      l’anarchia democratica è pericolosa, a cominciare dalla cervellotica divisione di competenze che noi abbiamo stabilito in Costituzione fra stato e Regioni; chissà se la gente se ne accorgerà.

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    1. già, ma che a qualcuno fosse mai venuto in mente che il problema era lì, quando ancora si poteva provare almeno a rallentare la bomba demografica?

      ci ha provato solo la Cina, ma adesso ha buttato la spugna anche lei.

      ci penseranno le epidemie, visto che gli uomini non sono capaci…

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  1. Qhesto virus ci ha spaventato a tal punto perché ha colpito due dei privilegi più cari ai viziati occidentali moderni: quello di fare i turisti e quello del “divertimento obbligatorio”. Mettiamoci poi che viviamo in un periodo storico in cui la morte non è accettata, ed ecco che abbiamo il babau ideale.

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