come Puttalam, l’islamica, mi ha salvato da una seconda catastrofe – bortolindie 18 – 84

27 febbraio, giovedì. Risveglio agitato per la partenza, sacca da fare, correre a provare la carta bancomat: funziona. Prelevo 100 euro soltanto, me ne sono rimasti ancora circa 100 dei 250 datimi da Sara. Ho prenotato a Puttalam un resort molto economico, un po’ fuori dalla città, camera singola allo stesso prezzo con cui a Negombo pagavo il letto in camerata: 8 euro.

Sto imparando a viaggiare nel nuovo modo internet-connesso; mi sento stupido a confessare che solo adesso mi è venuta in mente la soluzione molto semplice di fotografare la prenotazione alberghiera che faccio, per mostrarla al momento di scegliere il tuktuk; non che questo risolva sempre il problema di far trovare il posto al driver, ma insomma lo semplifica molto e in genere lo rende risolvibile.

Il viaggio in treno per Puttalam dura tre ore, mentre pian piano la gente scende via via alle diverse stazioni; alla fine resto solo con un demente che si agita e parla da solo: per fortuna è mingherlino.

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Ad un certo punto vengo preso dalla paura che si debba cambiare treno, come avvenuto nel ritorno da Chillaw, l’altro giorno; non mi ricordo più se l’ho già raccontato, ma mi pare di no.

Nello scompartimento avevo fatto conoscenza con una famigliola, avevo parlato un poco, e poi mi ero addormentato; mi avevano svegliato loro, per avvisarmi del cambio di treno, che in Sri Lanka avviene di norma così: i due treni stanno accostati in stazione (le linee ferroviarie sono a binario unico, tranne che in qualche stazione più importante, appunto) e i passeggeri scendono dal vagone sul lato dell’altro treno sulla massicciata usando una scaletta verticale; l’operazione non è semplice, perché, per evitare (senza troppo successo) che la gente attraversi i binari alle stazioni, questi sono infossati rispetto al marciapiede di 70-80 centimetri; quindi dall’ultimo scalino si deve fare un salto per superare questo dislivello e poi risalire sul primo scalino della scaletta dell’altro treno superando in salita un dislivello analogo; solo pochi giovani agili possono tentare il salto direttamente dalla piattaforma di un vagone all’altra, perché i treni sono comunque distanziati quel tanto che basta da rendere il tentativo sconsigliabile; quanto ai vegliardi, se la cavano come possono, o stanno direttamente a casa.

Ed ecco che mi viene il dubbio, visto che il percorso è lo stesso, che si dovesse fare a qualche stazione un cambio analogo e adesso di essere su una linea sbagliata; terrore!, ma chiedo in giro e falso allarme; tutto procede bene.

tuktuk, problematico, ma arrivo al Nature Resort.

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Il mio arrivo coincide con l’uscita furibonda di un turista energumeno che inveisce contro l’hotel gridando chemicals! e poi, rivolto a me, dopo vari improperi, mi augura good look, e scompare.

la gestione del Resort è molto cerimoniosa ed islamica, ma questo non è un fatto strano, perché scoprirò che questa è una città sostanzialmente islamica, la seconda dello Sri Lanka dopo Galle: Puttalam, non Pùttanam, come sono andato avanti a chiamarla per una divertente assonanza.

ci sarebbero le bici messe gratuitamente a disposizione, ma fa ancora troppo caldo e io passo il resto della giornata in camera, ho un invitante lettone matrimoniale, giusto per rimarcare che non sto in compagnia; sto in una crisi epocale di motivazioni: che caxxo ci sono venuto a fare in questo posto dove non c’è nulla da fare e nulla da vedere? ha senso un viaggio dedicato allo Sri Lanka minore, visto che tutto lo Sri Lanka è già  minore per conto suo? un malumore a onde si allarga come uno tsunami; e se domani, semplicemente tornassi a Negombo e all’aeroporto? e tanti saluti a questo viaggio maledetto dalla malasorte persino mondiale, non bastasse quella cronica individuale…

niente pranzo tardivo, considerando che a Negombo prima della partenza, mi sono rimpinzato di dolci, in barba al diabetologo e dopo la pillolina scioglizucchero nel sangue: in particolare con ben tre omelettes; e quindi soltanto a sera ordino da un ristorante esterno, dato che la struttura non ha cucina propria: c’è un sovrapprezzo di un euro per il trasporto.

il cibo mi arriva in un contenitore di cartone avvolto nel cellofan e per bevanda ho scelto succo di papaya; per fortuna almeno questo è buono; quanto al riso con i gamberetti lo guardo sconsolato: c’è una quantità industriale, di riso, ma non si vedono i gamberetti, o forse per vederli servirebbe una lente; sono formato insulare, mignon, e come tutto, in Sri Lanka, hanno taglia ridotta: dagli elefanti, alle banane alle arachidi e perfino ai prezzi: tutto è ridotto, più o meno, alla metà.

finalmente mi viene portata una posata, di numero, assieme a un piatto e qui rovescio dentro di malavoglia quella montagna cereale, con i suoi isolotti sparsi, che sarebbero i gamberetti formato mignon; ma ora che assaggio, tutto è ferocemente piccante, come per nascondere a tutti i costi qualche sapore di andato a male; ingurgito per un po’ per senso del dovere, poi, finita la papaya, rientro in camera; il ventilatore è al massimo, e io sono di cattivo umore; domani mattina presto fuggirò da questo luogo insulso.

a stento mantengo il primitivo progetto: meta finale Trincomalee, dall’altra parte dell’isola, quindi attraversandola tutta, ma sarebbero, tutte assieme almeno nove ore di viaggio e non ho voglia di farmi una giornata intera in autobus: sosta intermedia ad Anuradhapura, allora, la prima grande capitale antica dello Sri Lanka storico; la conosco già, ci sono stato mi pare tre giorni nel 2004 a visitare le sue rovine più grandi di quelle di Roma, ma un’occhiata veloce allo stato dei miei ricordi la ridò volentieri.

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mi portano un the, al risveglio, assieme al quadernone degli ospiti, dove devo scrivere le mie impressioni entusiastiche; io scrivo un reticente, ma non bugiardo nice place, bel posto, come l’ultimo del resto, che mi ha preceduto nella penitenza – sì, lo ammetto ho copiato; intanto il gestore con la sua cuffia bianca e il caffettano mi racconta emozionato che i suoi primi ospiti in assoluto sono stati italiani: non ci credo, forse? ecco qua le loro impressioni: very nice place, hanno scritto, aaha.

ho già detto che mi facciano venire un tuktuk e l’ho prenotato per la stazione degli autobus; sorpresa, infatti, la ferrovia verso il nord termina qui.

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ma, intanto che aspetto il tuktuk, fammi dare almeno di nuovo uno sguardo fuori: ah, il laghetto non lo avevo visto, e il cormorano che sembra aspettarmi sulla staccionata?

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le bici occhieggiano invitanti; cambio bruscamente idea e rientro di corsa…, per favore avvisate il tuktuk di non venire; no problem, sir; rientro e online cambio data alla prenotazione ad Anuradhapura; poi provo a salire su una bicicletta troppo grande per me, fino a che non corrono ad abbassarmi il seggiolino, che io neppure so come si fa: saranno trent’anni che non vado in bici.

mi guardo bene dall’uscire in strada aperta, ovviamente, e mi accontento dei sabbiosi sentieri interni in questa specie di savana: beato fra il canto degli uccelli; ecco un azzurrissimo martin pescatore, poi un paio addirittura di pavoni selvatici, abilissimi a nascondersi in fretta fra i cespugli, un uccello di un giallo squillante, ma non è un canarino, troppo grande; all’inizio la strada è in leggera discesa, il che significa che suderò a tornare indietro, e infatti.

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mi riposo un poco, faccio una doccia, ho riportato lo zaino in stanza, aggiungo all’album dei ricordi del Resort, in inglese: questo è un paradiso; ma adesso che fare?

ecco, ci sono due posti dei dintorni dove pare che valga la pena di dare un’occhiata: il primo è un tempo buddista nella roccia, dalla foto non sembra un granché, la solita cupolina bianca a forma di fiore di loto rovesciato, solo appoggiata ad una parete rocciosa; l’altro è sulla lunga penisola che chiude la grande laguna su cui è affacciata Puttalam; non vi dico neppure come si chiama: è una specie di sconosciuta e appartata piccola Polinesia locale, un posto per milionari, da cui uscire in barca ad osservare i delfini, oppure spingersi nel grande parco nazionale che comincia dopo la bocca della laguna, ci sono leopardi ed elefanti…; tutte cose che superano il mio budget, ma un incentivo ulteriore a buttarci un’occhiata è anche un antico tempio, all’inizio della penisola.

comunque decido di andare la mattina al tempio buddista nella roccia, e al pomeriggio sull’altro lato della laguna, ma non ho ancora ben chiare le distanze, che sono di decine di km, il che qui significa qualche ora di viaggio.

alla reception insistono perché non cerchi un tuktuk alla ventura mettendomi in strada: meglio una persona fidata e me la chiamano loro, basta aspettare, arriva presto: ed ecco il mio driver, serio ed islamico, molto felice di sapere nelle chiacchiere che si fanno, che non bevo alcool e non fumo.

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stanotte di qui sono passati gli elefanti, mi fa all’inizio, con l’aria più normale del mondo, e non siamo mica nel parco; ed io mi immagino che questo passaggio non sarà stato mica indenne, per le culture; e mi viene in mente come sarebbe stata riferita la cosa dalle mie parti, dove vivo adesso, nelle prealpi bresciane, quando ci si incazza perché passano i cinghiali o i lupi, e da noi si è anche indennizzati; e penso alla saggezza di queste religioni asiatiche che hanno reso sacri gli animali che potevano fare danno alle culture, perché venissero rispettati.

il mio driver quindi è un ottimo informatore; ma quanto a sapere bene dove si va, sembra un altro discorso, ma la direzione almeno è quella giusta; si arriva a un distributore, posso anticipargli tre euro di rifornimento? la benzina costa, se non ho capito male, circa 30 centesimi al litro; poi torniamo indietro di 4 o 5 km…; lui intanto ha chiesto, evidentemente…

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eccoci mentre ci interniamo su una strada di terra battuta rossa e poi l’ingresso al luogo sacro: la vista è assolutamente spettacolare, fantastica: dei roccioni enormi sembrano spuntati dal nulla di questa terra piatta, come enormi schiene di elefante, e il tempio piccolino sta come rannicchiato sotto le rocce che si sporgono a proteggerlo.

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corre ad aprirmi il porticato degli antichi affreschi e rilievi un custode molto disponibile, che mi chiede anche l’indirizzo whatsapp, ma non riusciremo mai a collegarci, forse lui non ce l’ha neppure – e del resto il mio credito telefonico TIM è misteriosamente esaurito di nuovo, senza avere fatto nessuna telefonata mai…

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ho detto al driver che sarei stato via una mezzora, mentre lui mi aspetta sotto un albero nel suo tuk tuk, che stavolta costa abbastanza caro, ma il tempo non basta; una scalinata porta sulla cima dei roccioni

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a dominare la pianura senza fine in cui si distinguono alcuni laghi.

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sarà il caso di lasciare 100 rupie nella cassetta, trasparente, delle offerte, mi fa capire il driver, quando torno, e la mia mano corre al mio borsellino ascellare, ben fissato sotto la camicia da un passante di pelle traverso che gira attorno al collo, e, per maggiore sicurezza ancora, trattenuto sotto la cintura dei pantaloni.

ma qui mi cade il mondo addosso, perché è inutile frugarsi addosso e chiedere come come possa essere successo: non c’è più; perso di nuovo soldi e carta? e dove? e senza soccorso alcuno adesso di figlie a portata di mano?

tranquillo, sir, mi fa il driver: il tuo borsellino è sul tuktuk, era caduto sul pavimento; ma come? mi domando ancora; risposta semplice, il passante si è spezzato: vedi come è facile cadere vittima di false sicurezze?

controlla il denaro, dice il driver, ma so già che non ce n’è bisogno, e benedico fra me – e più tardi lo farò anche col gestore del Resort – la sorte che mi ha affidato a un driver musulmano: perché gli islamici osservanti non rubano, magari imbrogliano, perché sono umani anche loro, ma questo ha a che fare  col commercio, non con la morale.

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pago trasporto e mancia al mio driver che intanto mi ha portato sulla riva urbana della laguna e gli do appuntamento per le tre; io intanto mi fiondo dentro il ristorante indiano popolare che ho di fronte, dove per un prezzo modesto mangio un quarto di pollo speziato tanduri, riso e fantastici succhi di frutta.

ma alla fine del pranzo il driver non compare, lo aspetto per un quarto d’ora e poi chiedo ad un altro di portarmi all’antico tempio; si consulta e mi chiede 100 rupie, 50 centesimi; è a due chilometri, mi dice il consulente del driver, puoi andarci anche a piedi…, ma no, driver, andiamo col tuktuk; ma dev’esserci un errore, se la cartina non è sbagliata; e infatti è un moderno tempio buddista; il nuovo driver insiste per riportarmi indietro, senza costi aggiuntivi, ma io preferisco tornare a piedi e proseguire l’esplorazione della piccola città.

ecco la moschea, l’edificio più evidente e prezioso, e i soliti fedeli addormentati all’interno.

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più avanti un gruppetto di pescatori, e un ragazzotto intavola una stentata conversazione, per arrivare in modo spiccio al dunque: non ti andrebbe un giretto in barca? sono 500 rupie: non poche per la scala di valori locali, ma neppure troppe per le mie tasche; ed eccomi affidato allo zio, che voga lento e tranquillo per un quarto d’ora.

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non mi rimane che tornare e aspettare il tramonto, chiacchierando qua e là con gente che mi chiede di fare un selfie assieme; e il tramonto, come la giornata, si rivela semplicemente meraviglioso.

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sono io che faccio da guida al tuktuk e indovino la strada del ritorno nel buio e equatoriale che cala di colpo.

anche io ho trovato, soltanto per caso, la mia modesta Polinesia islamica, che per di più mi ha anche salvato dalla catastrofe definitiva del mio viaggio.

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16 risposte a "come Puttalam, l’islamica, mi ha salvato da una seconda catastrofe – bortolindie 18 – 84"

  1. Come ho fatto a saltare questo post!
    mannaggia oh…ma tu con i soldi proprio sfortunato eh….

    Però che posti…e che tramonto!! una meraviglia :)))
    E quelle ernormi rocce con la bellissima cupola bianca….

    sono incantata

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    1. cara marta, mica le numero per niente le mie cronache di viaggio…

      e mi fa molto piacere che qualcosa di tutta questa bellezza riesca a trasmettersi con i miei post: questa è stata forse la seconda più bella giornata del mio viaggio fino a quel momento…

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    1. ma sei tu che hai portato sfiga, prevedendolo in anticipo! ahaha

      o forse, invece, io sono l’ingrato che non capisce che parlandone hai reso in anticipo inoffensiva la sfiga!

      belli voi che vi vivete il bello del viaggio virtuale, lasciando tutti i rischi di quello reale a me!

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          1. Non conosci Licia Colo’?
            Secondo me se lo chiedi a qualcuno lì in Sri Lanka la conoscono anche loro. Ha presentato per anni una trasmissione sui viaggi, e come gossip ti dirò che è stata una ex di Nicola Pietrangeli. Il tennista, quello te lo ricordi, si? 🙂
            ussignur…

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            1. ma il Pietrangeli non è già morto?

              se mi parli di trasmissioni di trent’anni fa, sì allora forse l’ho anche intravvista qualche volta…

              ma le mie trasmissioni sono mooolto più divertenti; aspetta non c’era una volta anche Turisti per caso? semmai mi vedo come perfezionamento di quel genere lì…

              ahahah

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              1. Pietrangeli è morto, si… no Licia Colo’ ha fatto trasmissioni fino a poco fa (o forse le fa ancora, sempre argomento viaggi e natura…). Turisti per caso c’era si, con Patrizio Roversi e Syusi Bladi; ti ci vedrei bene! Potresti proporti come guida per caso, c’è il sito della rivista dove parecchi raccontano i loro viaggi e danno consigli utili… senza essere pagati però! Una volta mi hanno pubblicato sulla rivista cartacea un resoconto dalla Sicilia, ne sono stato orgogliosissimo ma zero profitto.

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                1. ecco, il punto cruciale: ma io posso dare dei consigli di viaggio utili? considerando in quanti guai riesco a mettermi, direi proprio di no… 😉

                  quanto allo scrivere gratis, l’ho fatto per decenni (cronista locale del Manifesto, pagina settimanale scuola di Bresciaoggi, collaboratore nella redazione di Rossoscuola e dei Quaderni dell’Archivio Micheletti di Brescia, collaborazioni a Nuova Secondaria: non mi ricordo di essere mai stato pagato una volta; l’unica utilità fu che al concorso a preside, a cui avevo presentato queste pubblicazioni più che altro per sfida, me le valutarono una cifra, per dire più delle centinaia di pubblicazioni del redattore capo della Scuola Editrice, che partecipava allo stesso concorso (e poi più tardi preparò una riforma della scuola per Berlusconi, che alla fine gliela cestinò e lo seppellirono come docente in qualche università, cimitero degli elefanti).

                  basta, abbiamo già dato: se devo scrivere gratis, lo faccio per me e lo faccio qui, libero di dire quello che mi pare.

                  in ogni caso apprezzo le buone intenzioni tue, grazie lo stesso. 🙂

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    1. anche io, cribbio.

      ma più che legarmeli attorno al corpo che cosa posso fare?

      anche viaggiare tenendo continuamente la mano sul portafoglio nel terrore di perderlo…

      ma ci sto arrivando, credimi; solo che questo toglie al viaggio il suo senso straordinario di avventura e di libertà.

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