da Chilaw a Colombo, e fuga da Negombo – bortolindie 17 – 83

la giornata potrebbe anche concludersi qui, mi pare, tanto è stata ricca di esperienze e di sorprese; ma non sono ancora le due e il treno per Negombo parte dopo le cinque; basta uscire dal baracchino che vende i succhi di frutta e un tuktuk è pronto ad arrivare.

fatemi parlare un poco di questo sistema di trasporto, allora, che costituisce un modello di mobilità urbana decisamente alternativo a quelli delle grandi metropoli e delle reti centralizzate di trasporto della globalizzazione.

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agile, maneggevole, non particolarmente comodo né veloce (ma recupera nella prontezza di manovra e nella capacità di infilarsi dei guidatori), affida la sicurezza dei trasportati (fino a quattro) alla loro capacità di tenersi attaccati a qualche sbarra di ferro in dotazione; aperto e quindi fresco, non ha bisogno di aria condizionata e la leggerezza della struttura rende ridotto anche il consumo di carburante; può essere condiviso, ma il costo irrisorio non lo rende particolarmente necessario: è di norma un euro per qualche chilometro di percorso urbano.

il numero dei tuktuk sembra illimitato: è difficile che passi più di un minuto, in qualunque strada della città, prima di vederne apparire uno; sono una sicurezza psicologica per il viaggiatore: ovunque tu ti disperda, se dimentichi la strada o non sai più dove sei, arriverà sempre un tuktuk a salvarti. 

infine, nell’ambiente urbano, per quanto il tuktuk sia un veicolo in se stesso poco veloce, che non supera i 50 km all’ora, la sua rapidità nel portarti al posto che ti serve è sicuramente superiore a quella di altri mezzi, taxi compresi; e in più ti porta proprio al posto esatto che ti serve.

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forse, però, perché occorre vedere anche i lati negativi del tuktuk: il primo è la difficoltà di far capire al conducente dove vuoi andare, e non parlo tanto di difficoltà di accento o di pronuncia: è che il guidatore di tuktuk conosce la città in un modo molto diverso da quello in cui vorresti conoscerla tu, ma direi anche che la conosce poco; e non serve neppure mostrargli la mappa, perché non sa leggerla; lui si muove in base all’esperienza sua e, dove questa non basta, chiedendo….

il secondo problema potrebbe essere la sicurezza, dato che al mestiere si dedica chiunque ha i soldi per comperare un veicolo – di solito di marca Piaggio – e abbia voglia o anche necessità di fare quel lavoro; poi il mestiere, in tempi di crisi, può anche avvicinarsi a quello del pappone, ma questo soltanto in città di prostituzione turistica come Negombo; altri pericoli? non che io in tanti anni abbia mai avuto un problema usando i tuktuk centinaia o forse anche qualche migliaio di volte, ma oggi ad esempio, quando si è fermato un tuktuk con un’altra persona a bordo e voleva prendermi su, anche se chiaramente non aveva capito dove volevo effettivamente andare, ho girato le cose in maniera tale, spiegando dov’era il mio resort in maniera incomprensibile, che alla fine il driver ha rinunciato.

il terzo problema è sociale, e lo accenno soltanto: i tuktuk sono competitivi finalmente fino a che il costo medio del trasporto con loro rimane quello minimo che garantisce la sopravvivenza al guidatore e alla sua famiglia: in una società benestante i tuktuk diventerebbero carissimi e si estinguerebbero; insomma, per dirlo in modo paradossale, il sistema di trasporto più efficiente mai inventato esige una forte disuguaglianza sociale sul lato dell’offerta, ma non troppo marcata sul lato della domanda, perché i fortemente benestanti non lo usano, evidentemente; solo la classe sociale medio-bassa sostiene la domanda dei tuktuk.

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bene, ed eccomi alle prese col mio tuktuk: voglio andare ai sandpits di Chilaw, parola che non so neppure bene che cosa significa: saranno dei banchi di sabbia, penso; in realtà vedo ora che la parola significa cave di sabbia, anche se sinceramente io non ne ho vedute; ho memorizzato come potevo la pianta della città da wikipedia e dunque sono io a guidare il guidatore; vorrebbe lasciarmi all’inizio della stradina interna semi-periferica che va nella loro direzione, ma io insisto e mi faccio trasportare un paio di km più avanti: google prometteva un paesaggio di lagune ed isole, adatto a girarci in barca per osservare gli uccelli selvatici.

io per ora mi limito a camminare tra casupole che i colori vivaci rendono molto pittoresche:

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alla fine del paese un cimitero di sabbia, dove degli operai, che mi salutano allegramente, scavano sotto il sole cocente; la strana pretesa dell’immortalità del corpo che si nasconde nel rito della sepoltura nella terra, come se i nostri cadaveri fossero dei semi che non aspettano altro che di germogliare, non sembra toccarli; e comunque qui il terreno sembra troppo arido e sabbioso per permettere a qualunque seme di schiudersi; del resto il caldo è feroce, e, trovato un parasole di paglia intrecciata che protegge una barca, io in questa mi distendo e mi addormento: ecco, la barca sarebbe piuttosto il simbolo perfetto dell’evento che ci traghetta nella non esistenza.

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ma nel dormire ripenso a quello che ho visto la mattina e questa religione induista che brucia i morti e senza pianti mi pare che anche in questo dice la sua tolleranza indifferente per la vita velo di Maya, vana apparenza di un ciclo di rinascite; e ci trovo al momento un legame segreto con quella sua beatificazione di ogni forma di devianza, dalla transessuale al malato di mente, che diventano sacri perché nessuno li tocchi; altro che arrogante religione dell’amore universale, in nome della quale si sono combattute guerre feroci e seminato morte perché la solidarietà coatta diventasse uno strumento di dominio.

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la giornata è limpidissima e, riprendendo a camminare, il paesaggio diventa un quadro perfetto di solitudine e assenza.

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camminare diventa un percorso di perfezionamento interiore e questo ambiente mi ricorda quello non troppo lontano della penisola di Danushkodi, dove ci si prepara al cosiddetto ponte di Adamo, un arcipelago di isolotti allineati tra l’India e lo Sri Lanka che ha fatto immaginare i resti di una enorme costruzione preistoria che collegava i due paesi.

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qui è pieno di uccelli selvatici che si spostano e fuggono, mano a mano mi avvicino: passa qualche barca nelle lagune andando verso alcune isole rigogliose di verde; ci fosse più tempo, proverei a chiamare per vedere se qualcuno raccoglie passeggeri desiderosi di perdersi nei percorsi sinuosi della laguna che gira attorno alle isole per avvolgerle nella solitudine.

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sono un po’ stanco; qui tra le sabbie non troverò nessun tuktuk di certo, ma ne troverò di sicuro qualcuno appena ricominceranno le case, e ne compare una, davanti alla quale si lavora a stendere al sole il pesce pescato, per farlo seccare,; eccoli, infatti, ma sono vuoti; ad una porta spalancata chiedo se è lì, il driver: sì, e si affaccia con la bocca piena, ma adesso non lavora, adesso mangia: bella lezione per l’occidentale che ha divinizzato il lavoro e, sotto la sua foglia di fico, il denaro.

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alla fine ecco uno che accetta di portarmi alla stazione; e allora non rimane che il treno del ritorno, abbastanza precoce, ma la giornata è stata intensa; questo non mi impedisce di farmi lasciare dal tuktuk di Negombo, per sbaglio, a un km di distanza dall’ostello, anziché sulla soglia.

il ragazzo tedesco se ne è andato; per fortuna, la sera prima gli avevo chiesto se aveva visto il caricabatterie della mia reflex: ma certo! e lo aveva messo in ordine nello scaffale del mobiletto dove non mi sarebbe mai venuto in mente di cercarlo, dato che io non sono certo un tipo ordinato; bene, così ho ricaricato la batteria, prima di partire: ma foto non ne ha volute fare; per prima cosa provo a ricaricarla di nuovo, dunque, ma senza risultato: batteria esausta, da cambiare; e la reflex che ha lavorato così poco anche questa volta, finisce in fondo allo zaino; ed è tanto che la riporto a casa.

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rimane la bellezza del tramonto e il programma del giorno dopo: che fare? la card arriverà soltanto dopodomani, nel pomeriggio; decido di tornare a Colombo, dandomi tre mete: il floating market, o mercato galleggiante, che non ho visto nell’uscita precedente, una tempio hindu non troppo lontano, e i Cinnammom Gardens, più fuori mano.

questa volta fotografo la piantina di Colombo col cellulare, non mi fido più della mia memoria visiva: si vedranno i risultati.

sul treno che porta alla capitale tre ragazzine bionde, potrebbero essere le tre Grazie, da tanto sembrano sorelle; solo che quelle non giravano con quegli zainoni enormi; parlano l’inglese peggio di me e infatti si scopre che sono francesi, io cerco di parlocchiarne un po’, ma scivolo sempre nell’inglese.

allo sbarco in stazione hanno un quarto d’ora per il treno per Kandy e non hanno ancora i biglietti: le prendo in custodia, le guido all’uscita e poi, informandomi, allo sportello giusto – qui ogni linea ha la sua biglietteria distinta: non ce l’avrebbero mai fatta senza di me.

e ora parto per le mie esplorazioni, mappa sul cellulare.

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il mercato normale, al quale il tuktuk mi portò con un lungo giro, compresa la tappa intermedia alla moschea rossa, è praticamente di fianco alla stazione, e ora capisco meglio perché il guidatore continuava a chiedermi quale mercato e perché mi giudicò così fesso da propormi un giro di Colombo in tuktuk per svenarmi.

il mercato oggi è rutilante di rumori e pieno di vita, ma semplicemente perché due giorni prima era domenica!

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quanto al mercato galleggiante, io mi immaginavo un vecchio angolo di barconi dove si vendeva pesce pescato dai molti laghi che attraversano Colombo, ma adesso che ho la cartina, scopro di esserci già stato: è quella galleria di negozietti alla moda e di localini costruita su palafitte una decina d’anni fa e che prima non avevo mai visto.

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buona per sedersi per un succo di frutta tropicale, comunque, perché il caldo è atroce.

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e il tempio hindu? ci si arriva scavalcando, per fare scorciatoie, binari, tra i quali  è come rinchiuso; carino, ma modesto, e apre alle 16.

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se non fosse per il rigoglio della statuaria, che è una vera coloratissima anticipazione di Bollywood.

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ci sono anche due anziane (cioè coetanee) turiste canadesi, egualmente frustrate, ma arrivate in tuktuk e non a piedi; assieme commentiamo l’orribile torre fior di loto incombente: l’hanno costruita i cinesi e verrà inaugurata il mese prossimo: annuncio ufficiale, è una schifezza anche per loro, la torre non piace neppure in Canada…

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non mi rimane che girare qua e là cercando scorci fotografici della città a caso, a volte premiato, a volte no.

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ecco un altro piccolo tempio hindu, e una moschea abbastanza moderna dove si informano – prima volta – sul coronavirus in Italia.

un pellicano sembra quasi aspettarmi appollaiato su un palo davanti al lago dove concludo questa camminata sconclusionata, per esaurimento di forze, e sono le quattro del pomeriggio.

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lì davanti c’è ancora l’uomo del cobra, mi riconosce e mi saluta con entusiasmo; se vado con lui ha anche un anaconda da farmi vedere, dice.

ah ah, l’anaconda, rido scioccamente io.

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rientro, e appena arrivo al ristorante italiano sotto l’ostello, ecco il bergamasco che grida eccolo! ti abbiamo cercato tutto il giorno: è arrivata la tua carta di credito!

con un giorno e mezzo di anticipo! domani si parte!

in camera una eterogenea coppia di amici, un indiano di Mumbai e un canadese; ma ecco Johann che sale compunto a fare i conti di questi sei giorni nel suo ostello a Negombo: 48 euro.

e il senso della giornata scombinata a me pare uno solo: qualcuno doveva permettere alle tre ragazze francesi di prendere quel treno per Kandy.


21 risposte a "da Chilaw a Colombo, e fuga da Negombo – bortolindie 17 – 83"

  1. A Palermo un tuk tuk ci ha pelato 70 euro per portarci dal palazzo dei Normanni alla Cripta dei Cappuccini e poi al Monte Pellegrino, solo che lì si chiamava apetta.
    La foto della facciata del tempio è stupenda, come tutto il racconto; quella spiaggia vuota era un po’ inquietante, ma cosa cercavi da quelle parti?
    Buona continuazione, e occhio a non riperdere la carta!

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  2. Ciao Mauro, il tuo racconto tra narrazione descrizione e note personali scorre veloce e beato. Insomma sorrido e sbircio le foto.
    La tolleranza mista a sentori tipicamente umani mi colpscono in bene.
    Le religioni salvifiche sono altamente manipolative antidemocratiche e false ma sono uomini imbalsamati dal potere maiacale a proporle. Ti sto riportando al reale cerchiamo di fregarcene un poco.
    Bene per le ragazze francesi che hai aiutato. Il mondo femmile francese è in generale più libero ed emancipato da tempo rispetto a quello italiano che in generale è meno colto e fragile. Riflessione personale come esperienza vissuta tra parentesi. Buona continuazione ti seguiremo da qua tra baruffe governo regioni e qualche goffaggine tipica nostrana.
    Stai benone e addormentati sempre all’ombra borraccia d’acqua e via 🐞😙

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    1. anche i tuoi commenti non scherzano, quanto a varietà di temi e di osservazioni, anche se prevalgono sempre sollecitudine e affetto.

      l’acqua cerco sempre di portarla, e se ne bevono diversi litri al giorno, altrimenti non si potrebbe sopravvivere. ero già stato in Sri Lanka a luglio e mi avevano fatto impressione le temperature; scopro adesso che quella è la stagione più fresca, qui, e che febbraio, così secca, è considerata quasi il culmine dell’estate, anche se questa definizione non ha molto senso al di sotto dei tropici dove è estate sempre.

      sulle ragazze francesi hai perfettamente azzeccato.

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  3. Non so se anche a Colombo ci siano già ma in India stanno gia circolando 1,5 milioni di tuktuk elettrici. E’ una vera rivoluzione nella mobilità di cui poco si parla. Questi mezzi, da campioni di inquinamento (motori 2T o anche diesel) e responsabili dell’aria irrespirabile delle megalopoli indiane (new dehli è perennemente in emergenza) passeranno ad essere i piu sostenibili mezzi a motori sulle strade, e tutto questo senza spinte politiche o incentivi statali.
    Sono cose che da noi sono inapplicabili fino a che le pretese automobilistiche individuali rimarranno a questi livelli ma quella indiana è una trasformazione di cui tenere conto quando dovremo fare i conti con la penuria di risorse.

    https://www.enelx.com/it/it/news-media/notizie/2018/11/tuk-tuk-elettrico-mobilita-india

    Ne avevo scritto in coda ad un mio post sulla mobilità elettrica prossima ventura del nostro illuso e disperato occidente.
    http://ravennapensa.blogspot.com/2017/08/

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    1. mi hai letto nel pensiero: era giusto la domanda che mi ero fatto, senza riportarla anche nel post, per non appesantire troppo il discorso, e tu mi hai dato la risposta: grazie!

      qui finora non ne ho visti, d’altra parte gli esemplari che circolano hanno un’aria in genere molto vetusta e danno l’impressione di essere un investimento che si fa una volta sola nella vita; ma davvero il tuc tuc elettrico, magari combinato con programmi internet di gestione condivisa, potrebbe davvero rappresentare la mobilità del futuro.

      scusa la domanda: ma il tuo blog è ancora attivo? non mi arrivano notifiche dei tuoi post.

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      1. Il mio è un blog quasi tematico – ambientalismo locale/globale e poco altro – e scrivo solo 4-5 post all’anno per le 3-4 persone che mi seguono. Scrivo qualcosa solo se ci tengo particolarmente e se c’è da colmare un vuoto di opinione. Non ho la tua facilità di scrittura ed ho anche le idee molto confuse. Su molte cose ho cambiato idea nel corso degli anni per cui ogni post è una piccola epifania, rara e faticosa.
        Quindi se non ricevi notifiche non ti preoccupare: è solo perché non ho nulla di importante da dire.

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        1. no, non è che non hai cose importanti da dire, è che le dici quando le ritieni davvero importanti; è un atteggiamento, forse un aspetto del carattere, più che altro.

          e quanto al cambiare idea, è un segno di vitalità mentale; direi che si scrive soprattutto per documentare perché si è cambiata idea… 😉

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            1. il merito del post va più che altro alle splendide ragazze di cui parli, per la loro iniziativa.

              lo sai che ti vedrei bene anche come co-autore qui? nel senso che potresti pubblicare i tuoi post anche da me, se ti va, mantenendo ovviamente la tua distinta identità di blogger.

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              1. Lo prendo come un grande complimento. Beh, mi sento come il ragazzino che scrive per il giornalino della scuola a cui viene offerta una rubrica in un quotidiano! Forse per me sarebbe l’occasione per uscire da questo torpore pluridecennale. Come ti dicevo non scrivo facilmente e anche se farai fatica a crederlo a scuola non sempre raggiungevo la sufficienza in italiano. Ho vissuto questa come una mia incapacità congenita ma col senno di poi ho capito l’enorme differenza che può fare la qualità dell’insegnamento ricevuto e quindi anche la qualità degli insegnanti e dell’ambiente in cui vivi per potere sviluppare appieno le proprie potenzialità.
                Quindi se i miei post sono ritenuti in linea con gli argomenti di questa testata e il posto di coautore è ancora libero e accetto volentieri.

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                1. bene, ti ringrazio per avere accettato e anche per il giudizio su questo blog, che però non va certamente sopravvalutato.
                  per inserirti come autore, così che potrai pubblicare direttamente sul blog, ti devo mandare un invito; mi serve però la tua mail, dato che non posso indicarti in alternativa col tuo nick wordpress; in alternativa, se non desideri renderla pubblica qui (anche se io la cancellerò subito appena la vedo) puoi aprire anche solo pro forma un blog qui e poi comunicarmi come si chiama, così che potrò invitarti con quel nick.

                  non mi sembra che tu scriva affatto male, lo dico come ex-docente di italiano dei licei; e non potevi scrivere in modo molto diverso da giovane; forse sarai stato un poco lento? mi pare che la sfiducia nelle tue capacità di scrittura ti sia stata instillata a scuola, se non ha altre cause; e quando sono diventato preside mi sono reso conto che razza di disastri in termini di distruzione dell’autostima possono fare persone totalmente negate per l’insegnamento, e incapaci di promuovere le capacità degli allievi, anzi controproducenti.

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  4. Sempre gustosi i tuoi commenti di viaggio tra il descrittivo, il personale e riflessioni di ordine generale…sono un appuntamento imperdibile.
    Bravo.

    Quassù notti con ghiaccio e spruzzatine di neve … altro che il tuo sole cocente.

    In attesa della tua prossima puntata (altro che polpettoni tv)

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    1. anche dai figli mi arrivano foto di bimbi intabarrati, incredibili viste da qui.

      in questo momento sto circondato da una zanzariera sotto un ventilatore che tengo basso, e spero di essere passato indenne per i sei giorni di aria condizionata del dormitorio di Negombo.

      grazie dell’apprezzamento; mi basterebbe trovare uno sponsor che mi finanzi o anche soltanto mi ripiani le perdite della mia dabbenaggine, e io sarei capace di andare avanti per mesi, sinceramente… 🙂

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