Anuradhapura senza adrenalina – bortolindie 19 – 86

è sabato, per lasciare il Nature Resort di Puttalam e partire verso Anuradhapura non sto a prendere il tuktuk islamico che mi chiamerebbe la reception, che so già dovrei aspettare per un pezzo, mi metto sulla strada e, tempo tre minuti, al terzo che passa (gli altri due sono già occupati) ecco un driver che sembra particolarmente tonto, ma alla fine sembra capire che voglio andare alla stazione dei bus, e preciso anche la meta finale del viaggio di oggi, nel caso le stazioni dei bus fossero più d’una.

ma non è lunghissima la strada che facciamo e mi molla, gli chiedo del bus e mi fa segno di sì; pago comunque, guardando meglio vedo gente che sembra aspettare, e tra loro un poliziotto, chiedo a lui e mi conferma che sì, l’autobus per la capitale archeologica dello Sri Lanka arriva proprio qui – oh stupido, mi dico, c’è perfino un piccolissimo cartello che indica la fermata dei bus -, il biglietto si farà a bordo, immagino; ma che bisogno c’è di chiedere? eccolo, il bus, all’istante.

salire è un tuffo nel passato: musica popolare a tutto volume, parecchie facce sorridenti, mi accomodo, mi godo il clima psicologico ed esistenziale, qualche ripresa dal finestrino, tanto per fare; intanto passa il bigliettaio: questo tragitto di tre ore costa come il treno, 100 rupie, 50 centesimi…

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niente adrenalina, oggi, mentre all’inizio ripercorriamo la strada per il tempio nella roccia; solo che ora la vista spazia di più sui palmeti, i laghi, i fiumi, le mucche al pascolo; mi rilasso incredibilmente.

ma forse è proprio dell’adrenalina che vado in cerca con questo mio modo di viaggiare? chi te lo fa fare?, mi domandano tutti, e io non so rispondere; a me pare che la varietà degli incontri, la ricchezza delle esperienze e delle emozioni compensi anche lo stress, le paure e perfino i vistosi inconvenienti, ma la cosa è di sicuro molto soggettiva: conosco migliaia di persone che non farebbero una vita così neppure per un giorno solo, e io sto finendo la terza settimana e non mi sono ancora stancato, nonostante qualche bella batosta.

io credo che sia proprio questo clima di eccitazione e di rischio quello che vado cercando; in fondo c’è chi lo fa in modo molto più pericoloso, come nell’alpinismo estremo o nel jumping, per fare qualche esempio: ma io non ho bisogno di picchi di adrenalina estrema, mi basta una adrenalina ben distribuita nel tempo e intervallata da momenti di completo relax.

e oggi ho deciso che sarà una giornata di completa distensione: il posto lo conosco già, questa è in fondo soltanto una tappa intermedia: prendi il meglio senza grandi attese e pensa già al domani.

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ma come faccio a dire che questo posto lo conosco già? arrivo in una città caotica, disordinata, piena di negozi globalizzati, rumorosa, sporca; e questa sarebbe Anuradhapura? all’inizio provo perfino a pensare che sia qualche città intermedia, e invece si sbarca proprio ad una grossa stazione degli autobus.

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forse io 15 anni fa per il centro della città non sono mai passato davvero? tra l’altro diversi edifici mostrano più di 15 anni, non è proprio tutto nuovo; oppure il borghetto che ricordo con le donne che lavavano i panni nel fiume e la piccola guesthouse con la padrona demente che mi chiuse fuori alle 10 di sera e non voleva farmi rientrare per qualche minuto di ritardo era in un altro posto, che ora confondo con questo.

in ogni caso non mi resta che dare al tuktuk l’indirizzo: da bravo, non è difficile: Mihintale Road, la direzione la so anche io, devi andare verso est, amico; lui invece fa un piccolo consulto a tre: guardano e riguardano il mio cellulare, esaminano anche la foto dell’edificio, per vedere se se lo ricordano; alla fine uno dice che lui sa dov’è, ma non cerca di soffiare il cliente all’altro, glielo spiega e noi due partiamo.

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eccoci arrivati in un vicolino di terra battuta, fuori dal centro, che bellezza – scusate il break, sto scrivendo in giardino, al fresco, e una scimmietta è appena saltata sul muretto davanti a me; ma dai, eccone un’altra…; e adesso uno scimmione si è buttato giù dall’albero, era sopra la mia testa sul ramo e mi stava osservando! – metto via in fretta il cellulare che avevo appoggiato sul tavolo rustico di legno; ci mancava solo che me lo portasse via, vi immaginate la prossima catastrofe?

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be’, l’interruzione deve avervi spiegato in che bel posto sono capitato.

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fanno anche da mangiare qui, e non mi resta che pranzare e andare a riposare; la camera è pur sempre stitica e veramente ridotta ai men che minimi termini, ma ha una bellissima zanzariera.

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il fatto è che non c’è neppure nessuno per fare check-in: un ragazzo a cui chiedo dice che devo aspettare la sorella, la donna delle pulizie mi fa cenno di togliere le scarpe; i bei pavimenti di mogano non vanno consumati; ok, ma in camera non c’è neppure internet e io che faccio, innervosito come sono, come ognuno che sia affetto da dipendenza, se privato della sua droga preferita?

un sonnellino, ecco.

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al risveglio né internet né reception ancora, e io vado a camminare verso la zona archeologica, lo so che è pressapoco ad occidente, anzi, se mi immergo nei campi, tra qualche spaventapasseri e contadini che trebbiano un cereale camminandoci sopra lentamente, ecco che una tipica cupola bianca emerge tra gli alberi; sembra di poterla raggiungere, ma ci sono vicoli ciechi nella boscaglia e tra le case sparse, percorsi tra le coltivazioni, e alla fine si sbocca in una strada trafficata: la cupola non si vede più, eppure avrei quasi dovuto girarle intorno (solo più tardi capisco che quella cupola bianca che sembra vicina è una delle immense cupole della parte archeologica della città, ad almeno un paio di km di distanza).

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che cosa si fa in Sri Lanka in questi casi? si prende un tuktuk e gli si fa cenno dove andare; ecco un baracchino che vende bibite, perché ho finito l’acqua e lo faccio fermare, prima di andare avanti; ma si avvicina anche un custode del parco archeologico: sir, non si può andare oltre senza biglietto e sono? l’equivalente di 25 euro.

no il budget di un giorno non me lo gioco così, per due ore di visita scarsi ormai a luoghi per quanto fantastici ma sparsi per chilometri (c’è addirittura un dagoba, un tempio di mattoni pieno, che è grande quasi come la piramide di Cheope) e chiedo al driver di portarmi al lago, quello è libero e senza ticket almeno; sì, ma figurarsi se quello capisce lake; però big water lo capisce, ed eccomi al lake, che ha proprio uno degli accessi di fronte al vicolo dell’hostel, ma dal lato opposto a quello dal qualeho cominciato la mia passeggiata…, col che sono anche già a casa.

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di quel lago ho un ricordo straordinario del 2004, concretizzato anche in un video.

ma anche qui, veramente, il tempo è passato impietoso: di quel passato sopravvivono solo vaghi residui: qualcuno, famiglie con bambini, sta facendo il bagno su quelle rive.

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di nuovo c’è anche una colonia di scimmie che ha colonizzato un paio di alberi abbastanza maestosi e si diverte a saltare dai rami dell’uno a quelli dell’altro.

qualche cane ringhioso – problema grave in Sri Lanka i cani liberi, spesso in branco – che cerca di impedirmi il passaggio lungo sentieri secondari, ma mi fornisco di una specie di bastone; poi il tramonto, lungo, fotografato da una posizione strategica.

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al profilarsi del tramonto la tribù delle scimmie scende dai due alberi giganti che ha colonizzato e si avvia in fila disordinata verso una sede non specificata, dove trascorrerà la notte, sul sentiero di terra rossa che fa risaltare ancora di più le luci radenti del tramonto.

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ed è così che appare Greta – nome di fantasia: una figurina esile e lontana, all’inizio, ma sicuramente femminile, fin da subito, forse per la dolcezza con cui si muove e, quando siamo vicini e a portata di voce, mi dice: Io L’ho vista all’hotel – io invece no, eppure è una bella ragazza slanciata e nello stesso tempo ben proporzionata, con una gran massa di capelli biondi raccolti dietro la nuca.

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nel sapere che è tedesca, anzi bavarese, di Ingolstadt, cioè verso Stoccarda, cominciamo a parlare in tedesco, buona occasione per me di fare esercizio, ma anche di rendermi conto quanto sia arrugginita la mia relativa competenza linguistica.

la ragazza è qui perché sta facendo meditazione buddista e il suo amico la raggiungerà il mese prossimo: non è perché mi ha detto questo che si avverte nel suo modo di porsi qualcosa di strano, che è nello stesso tempo attraente, ma anche vagamente distorto: è il suo bisogno di parlare quasi senza condizioni, di offrirsi al dialogo, nel quale cerca sicurezza.

Probabilmente spiegherei la cosa con una specie di solitudine da viaggio lungo – quella da cui mi protegge, in parte, la mia mania della scrittura -, ma la spiegazione non mi convince del tutto: più tardi vedrò che è qui con un’amica, e avrò dunque la conferma che non era quella giusta; c’è piuttosto una conformazione psicologica di instabilità personale percepita: forse la stessa che l’ha spinta verso qualche guru che promette di dare stabilità al suo io.

Greta è adorabile per come si presenta, sia fisicamente sia nella relazione, ma poi questa sua inquietudine non dichiarata e forse neppure riconosciuta spaventa un poco, e me ne sono staccato, rimanendo a fare le foto al tramonto, mentre lei rientrava all’albergo comune, e non l’ho più cercata, riducendo la conversazione al minimo anche quando è tornata lei a cercarmi un paio di volte: mi è sempre piaciuto fare il maestro di vita delle donne problematiche, è vero, e l’ho anche pagata cara non una volta sola, ma farmelo fare in tedesco e con una cinquantina d’anni di differenza è chiedermi davvero troppo.

resto a fotografare il tramonto col sole che passa proprio dietro la punta di uno degli antichi dagoba monumentali dell’antica capitale.

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al ritorno finalmente la receptionist arriva; alle mie proteste per la mancanza di internet dice che è un problema generale di rete, ma poi mi dà il suo wi-fi privato, che invece funziona; ed ecco una valanga di whatsapp: sono stato inserito nel gruppo degli amici del Nature Resort di Puttalam, e i messaggini si sprecano, assieme a quelli di non so neppure più chi mi ha chiesto e avuto il mio numero di telefono qui.

io mi ricollego alla famiglia a casa; sono pago.

la signora grassa della reception disapprova la mia scelta di andare a Trincomalee: che cosa ci vado a fare? dice; rispondo che l’ho già vista e mi era piaciuta molto; ma forse ci ero stato in luglio, dice; esatto!; ma adesso fa molto caldo, dice lei, in questa stagione; e io mi guardo bene che nel luglio del 2004 da Trincomalee ero scappato perché faceva troppo caldo…

e poi aggiunge che andarci in treno è sicuramente sbagliato: ci si mette sei ore e bisogna anche cambiare, non mi ricordo dove; su questa gliela darò vinta, e non farò male: l’altra volta ci ero arrivato su un pullmino, ospite di un gruppo di studenti universitari di Mihintale…

comunque ho prenotato per due notti, al massimo fuggo di nuovo prima della seconda.

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vorrei una cena vegetariana, ma non la trovo; in un baracchino mi faccio fare del riso con vegetables: me lo cuociono sotto gli occhi; cuociono il riso senza acqua, facendolo saltare rigirandolo su una specie di padella direttamente sul fuoco.

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fine di una giornata senza adrenalina ad Anuradhapura, che poi fa quasi assonanza…

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le foto a più tardi, da Trinco.

– e adesso eccole, con qualche ulteriore integrazione.


11 risposte a "Anuradhapura senza adrenalina – bortolindie 19 – 86"

  1. Riso abbrustolito con vegetables? Meraviglioso, ti invidio. (sarà stato riso almeno prebollito e poi abbrustolito altrimenti ti magiavi solo dei pezzi di legno bruciacchiato). Questo era il mio modo di viaggiare prima di tirare i remi in barca.

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    1. ecco che mi hai dato la spiegazione di come viene preparato: in effetti era ottimo, cotto davvero al punto giusto…

      qualche curiosità sul resto che dici, autobiograficamente…

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      1. Da piu di 20 anni non viaggio piu, mi è passata la voglia. Ferie domestiche in Italia. Solo nel 2017 siamo stati a Varanasi perchè c’era per cosi dire l'”occasione”.
        Magari un giorno ci incontreremo di persona e faremo una bella partita di chiacchere.

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    2. sarebbe bello, le migliori amicizie di blog sfociano quasi sempre in un incontro dal vivo.

      ho una casa di mezza montagna molto spaziosa e, sperando che il problema del virus si risolva in tempi ragionevoli, ti invito volentieri e non da solo, se vuoi.

      certo, per quanto poco tu abbia viaggiato, l’esperienza di Varanasi deve essere stata forte.

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  2. Trinco è un posto, un verbo o uno stato d’animo? 🙂 Hai ragione sul fatto che qualcuno non farebbe nemmeno per un giorno quello che stai facendo, io sono uno di quelli… hai poi scoperto scavando nei tuoi ricordi se effettivamente la città è cambiata così tanto (in peggio, mi pare di capire) o era un’altra città? E una curiosità (ma non vorrei portar sfiga): prima di partire hai fatto qualche vaccinazione, qualche cura contro dissenterie virus intestinali etc.? Perché io ho un ricordo bruttissimo in proposito ed eravamo in Turchia, mi immagino in India…

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    1. Trinco, domanda capziosa… :-), è l’abbreviazione popolare in uso qui per Trincomalee…

      mi sono documentato attraverso i miei ricordi video sul mio canale di Youtube (che tra l’altro stavo giusto rielaborando prima di partire): siccome nel mio ricordo quella guesthouse è associata ad una notte molto pericolosa in cui mi ritrovai circondato da un branco di cani randagi, in effetti doveva essere a Dambulla, paese molto più piccolo; ma in questo caso non ricordo affatto dove pernottavo ad Anuradhapura, e 15 anni sono quasi una generazione, inutile pretendere di più.

      in ogni caso ora inserisco il video sul mio passaggio su questo stesso lungolago 15 anni fa, per consentire e consentirmi un confronto.

      qui mi appunto invece il video di allora su Trinco; il bello è che da oggi sono tornato a pernottare quasi nello stesso posto.

      ma sui cambiamenti radicali non ci sono dubbi, li ritrovo anche a Trinco, peraltro più giustificati dal fatto che fu ampiamente distrutta dallo tsunami, almeno nella sua parte direttamente sul mare.

      è ovvio che tu porti un po’ di sfiga, benevola, però :-), comunque mai fatte vaccinazioni in trent’anni di viaggi nel mondo: infezioni intestinali di regola, e un paio anche bruttine, ma sempre superate; del resto non esistono vaccini: questo è il mio primo viaggio indenne, e oramai credo di avere superato il periodo critico, che è di solito all’inizio, e infatti ho cominciato a mangiare frutta e bere succhi ai baracchini: stra-buoni!!!

      qui comunque siamo in Sri Lanka, non in India, anche se nelle regioni tamil la differenza è quasi nulla, e indubbiamente il buddismo è una religione molto più amante dell’igiene e della perfezione…

      del resto, tranne la misteriosa setticemia fulminante arrivata una settimana dopo il viaggio in Giordania, ma non si sa se in dipendenza da quello, e dalla quale mi salvai per un pelo, mai avuto nessun altro problema.

      e poi dev’essere la Turchia particolarmente ben dotata di cattivissimi batteri intestinali, peggio di Erdogan: anche un mio amico ne tornò devastato, ci fece un mese d’ospedale e rischiò davvero la pelle.

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      1. Citomegalovirus si chiamava se non ricordo male, lo presi prima io e poi mia moglie, e al ritorno l’abbiamo attaccato a nostro figlio (che non era venuto) che così si è preso solo il peggio del viaggio…

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    1. giustamente mi invidi soltanto un poco… ahha. io non mi invidio per niente, a volte perfino mi compatisco un poco, ma non posso fare diversamente, è una specie di dipendenza…, che ovviamente gestisco del tutto in solitaria, dato che so benissimo che non potrei condividerla con altri…

      il riso non era abbrustolito, a mangiarlo era poi un riso assolutamente normale, cotto proprio al punto giusto né troppo al dente né troppo sfatto.
      credo che la spiegazione tecnica la trovi nell’altro commento in cima.

      riso abbrustolito l’ho mangiato soltanto in Nepal, in un pellegrinaggio: veniva sbriciolato con un martello, o forse era addirittura crudo, comunque durissimo (seguì dissenteria, ovviamente)

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