alla ricerca degli elefanti e fuga da Arugam Bay – bortolindie 26 – 97

non bastava la splendida mattinata del 7 marzo a dare un senso alla giornata?

occorreva proprio dimostrare di essere un consumista di esperienze turistiche, più che un vero viaggiatore e prenotare un tuktuk per le 16 per andare a un sito archeologico a una quindicina di km di distanza? ed accettare per giunta la proposta del gestore del resort di allungare il percorso di qualche km ancora, visto che lì vicino c’è il più piccolo parco nazionale dello Sri Lanka e si possono vedere gli elefanti?

gli elefanti selvaggi, veramente li ho già visti nel 2004 al parco nazionale di Kaudulla: erano una cinquantina, e tre o quattro ci attaccarono mentre la jeep era in panne, e ripartì soltanto quando erano arrivati, barrendo e di corsa, a un paio di metri da noi… –  ma la considero, stranamente, una bella esperienza, e quindi torniamo pure a cercare anche gli elefanti.

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il Magul Maha Viharaya è un tempio, oggi in rovina: risale, secondo le storie che se ne raccontano, all’inizio del II secolo a.C., ed è legato ad una storia d’amore e di matrimonio: magul, nel locale linguaggio sinhala, significa appunto matrimonio: quello della principessa Viharamaha Devi, figlia del re Kelani Tissa,

in realtà lei si era offerta di sacrificarsi al mare per placare gli dei che adirati contro il re suo padre per aver punito un monaco innocente; ma il mare la rifiutò e la principessa fu trasportata in sicurezza sulle onde dell’oceano in un luogo vicino al tempio Muhudu Maha Viharaya, a Pottuvil.

poi, qui a Lahugala il re Kavantissa la incontrò e questo portò al loro matrimonio, che fu celebrato proprio nel punto dell’incontro, ed in seguito il re costruì qui il tempio di cui oggi vediamo i resti. 

è un luogo oggi solitario e isolato, che si raggiunge con un breve cammino nei campi.

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molto suggestivo nel silenzio; una fiammella accesa simboleggia forse l’amore a cui il sito è dedicato.

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le strutture architettoniche ricordano in un modo che pare più rustico ed elementare quelle coeve della grande capitale Anuradhapaura, a cui si ispirava evidentemente anche questo regno minore; sono semplici e a volte sovrastate da quelle naturali degli alberi che hanno perfino una maggiore imponenza; questa loro discrezione e modestia, la loro mancanza di voglia di apparire è la loro cifra più autentica, che rende la visita significativa, per chi è capace di cogliere la bellezza, anche quando non è gridata in qualche dimensione ultra-monumentale.

qualche scimmietta, che occupa la terrazza che fa da tetto a un moderno edificio di supporto, contribuisce al tono quotidiano e quasi familiare dell’insieme.

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ma il tramonto scende rapido e il driver ha fretta di ripartire prima che oscuri; la strada porta, tra numerosi pavoni selvatici che si aggirano nei campi, ad un largo specchio d’acqua, dove gli elefanti vengono la sera ad abbeverarsi, e un’altra coppia di speranzosi osservatori li aspetta; ma stasera non ci sono; io l’avevo detto, mormora il driver (quando?), ma sarebbe assurdo prendersela con lui; l’altra volta, nel grande parco, avevamo girato sulla jeep della guida ufficiale del parco per tre ore, prima di trovarli.

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intanto, come per consolarmi, lui mi invita a fotografare il tramonto.

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e poi mi porta ad una pozza dove si fanno il bagno della buona notte dei bufali selvatici, e questi posso vederli ben da vicino.

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ma col tuktuk facciamo poi un giro strano per vie secondarie nei campi: pare che il driver sappia dove sono oggi gli elefanti; c’è già una forte penombra, per non dire quasi buio, ma lui mi indica delle sagome confuse nella sera; sì, sono loro, forse a un chilometro di distanza: uno sta isolato e altri tre o quattro in gruppo.

entusiasta mi inoltro nel campo di stoppie, andando verso di loro, con la mia guida che mi segue a distanza; c’è qualche acquitrino, che alla fine mi ferma, perché non risulta più valicabile, ma adesso gli occhi li riconoscono bene, laggiù; la macchina fotografica meno, sembra abbia meno pixel della pupilla umana e sostanzialmente dovete fare atto di fede…

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si rientra nel buio, il tempo di una doccia e qualche whatsapp con l’Italia, non certoconfortante, ed eccomi nella spiaggia a scarpinare nella sabbia (per prudenza ho lasciato in camera le banconote grosse) verso la promessa del pesce cotto in riva al mare; nella solitudine notturna ho modo ancora di notare che ai tropici la luna crescente giace orizzontale, ed eccomi spiegata per la prima volta la stessa posizione che ha il suo simbolo in cima agli edifici sacri islamici: islam, religione notturna e lunare…

sono arrivato: riconosco nel buio la veranda aperta dietro il cartello che annuncia le lezioni di surf, ma è tutto spento e apparentemente non c’è nessuno, solo un fuocherello di piccoli pezzi di legna arde in mezzo, spandendo un’ombra di chiarore; secondo bidone, dopo quello dell’una?

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mi aggiro un poco e provo a chiamare, ma senza risposta; sto per andarmene, deluso, quando qualcosa si muove nel buio e compaiono due sagome umane, una si scuote da un’amaca, l’altra si alza dal pavimento.

uno è Isfar, l’altro – sorpresa – non so chi sia, ma mi dirà poi che è il suo fratello gemello, nella variante con barba, ma non troppo somigliante; nel locale non c’è corrente elettrica e, come vedrò dopo, neppure acqua corrente; al momento il cellulare di Isfar è a caricare da un amico: posso fare un po’ di luce io con la torcia del mio? volentieri (anche se mi si stringe il cuore).

una terza persona si allontana, intanto, assieme al fratello e sotto quel tetto, tra il rumore vicino delle onde, restiamo a parlare Isfar ed io; i primi argomenti di conversazione sono le rispettive famiglie, e la sua ha una struttura sorprendente: suo padre aveva due mogli, dato che era islamico, precisa lui; dalla prima, che, dopo insistiti chiarimenti, si chiarisce era quella legale, ha avuto dieci figli; dalla seconda, che era la madre di Isfar, lui, il suo gemello e una sorella; suo padre è morto nello tsunami, quindi quando i due gemelli erano adolescenti, considerando che adesso lui ha 29 anni, ed è stato cresciuto, come poteva, dalla madre, che ora ha 72 anni (quindi la mia età), ma è sulla sedia a rotelle: loro vivono qui, adesso; e mi mostra la stanza nuda e senza porta, dove un rialzo di cemento altrettanto nudo svolge la funzione di letto.

racconto queste cose perché sono esperienza, anche nuova e dura per me; ma intanto inserisco Isfar tra i miei contatti di whatsapp e abbiamo avuto delle brevi chat dalla mattina successiva: chat con uno che non immagineresti mai che viva in quelle condizioni, mentre ti manda le regolari faccine e i suoi messaggi in un inglese poco più incerto del tuo.

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mi è stato chiesto di anticipare il costo del pesce, che è expensive, mi dicono, cioè è caro: figuriamoci, 1.000 rupie, 5 euro; ma intanto non lo vedo arrivare, e sono quasi le nove e ho fame; continua da parte mia l’esplorazione della situazione di Isfar, che non ha una ragazza – situazione già vista in altre conversazioni avute a Trincomalee: sembra che vi sia una intera generazione di giovani uomini in Sri Lanka, abbastanza allo sbando, ma ben connessa alla vita apparente del cellulare; le ragazze non so, ma ce ne saranno anche di più che aspettano invano di sposarsi; la povertà fa da regolatrice delle nascite; con lui commento soltanto che deve essere ben dura alla sua età.

ma intanto, per fortuna, ecco il pesce che arriva, in un cartoccetto di carta stagnola  e bello caldo: non è quello della mattina, è più piccolo, ma più che sufficiente per me, anche a insistere che anche gli altri ne mangino un pezzetto, alla luce del mio cellulare: buonissimo, me lo sgranocchio con le dita, gustandomelo, mentre arriva anche del riso, da impastare col pesce con le mani, secondo l’uso locale che ignora le posate occidentali.

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ma a questo punto Isfar insiste perché mi fermi almeno un giorno in più e torni a mangiare del pesce anche l’indomani; gli dico che al resort mi hanno avvisato che non hanno più posto e devo andarmene, ma non è un problema, risponde, conosce lui dove per 5 euro mi danno una camera; dai prendiamo un tuktuk e andiamo a vedere

non convinto, non dico di no, però, ed ecco il tuktuk di un suo amico che si disperde in improbabili viottoli notturni, fino davanti a un edificio buio, dal quale a gran grida viene richiamato fuori uno, in mutande, che con grande calma osserva che quella è una casa privata; stupisco che non ci siano sfuriate; l’alberghetto viene trovato alla fine e mi si strappa una mezza promessa di prenderlo la notte dopo; ma a Isfar spiego a parte che non è sicuro che lo faccia, devo verificare i tempi dei miei spostamenti e gli farò sapere; intanto lui viene al resort con me, gli offro una birra, prima che se ne vada anche lui dalla parte della spiaggia dove ero passato io due ore prima.

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la notte di zanzare che comincia adesso è peggiore della precedente; non trovo neppure più la voglia di scrivere; avevo già fatto nel pomeriggio la mia prenotazione per Badulla, piccola cittadina di montagna; non la disdico affatto, non ho nessuna voglia di rischiare un’altra notte simile.

amata Arugam Bay, addio.

sei bellissima, proprio perché un poco sei turistica e un poco no; nascondi le tue contraddizioni e la tua povertà dietro un’immagine splendida, ma sei anche l’esempio di un turismo onesto, dove, come in tutto lo Sri Lanka, l’amicizia accompagna un profitto ricavato dal turista, ma senza astio e mettendolo a suo agio; sono contento di averti conosciuto anche nel tuo cuore segreto, se davvero l’ho fatto.

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la mattina l’ultimo bus per Badulla è alle 7: sveglia alle 6 e lotta contro il tempo; il porridge è trangugiato in un minuto, il bill, il conto da saldare, si fa aspettare, il tuktuk devo andarmelo a cercare io sulla via principale, ma è già lì che sembra che mi aspetti e poi corre veloce; vero che, quando sono alla fermata, il driver cerca di sviarmi con indicazioni sbagliate e dice che il bus è già partito; e invece eccolo, dopo due minuti.

Badulla? Badulla; e si parte; in realtà verso una tappa intermedia, dove dovrò cambiare autobus.

quando a Badulla riavrò il wi-fi, troverò un messaggino di Isfar delle 8 che mi chiede dove sono come sto; sono scappato, Isfar, anche se questo non posso dirtelo, ma ho come la percezione assurda di esserti apparso come la tua ancora di salvezza alla quale volevi aggrapparti nella tua esistenza precaria; torno l’anno prossimo, promesso.

cose che si dicono, e tu lo sai; l’anno prossimo vediamo, prima di tutto, se saremo ancora vivi, io e te.


4 risposte a "alla ricerca degli elefanti e fuga da Arugam Bay – bortolindie 26 – 97"

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