Asoka, un grande fotografo a Badulla. seconda parte – bortolindie 27bis – 100

e adesso ecco la prosecuzione del post sulla mia prima giornata a Badulla, il 9 marzo.

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la cena si svolge alla guesthouse nello strano clima di gestione che la caratterizza e che mi diventa sempre più chiaro, mano a mano che la frequento di più: la reception funziona praticamente come il soggiorno della piccola comunità che la abita: c’è la televisione accesa e loro sui divani che guardano e commentano; io ceno in un tavolo in un angolo con un piattone di riso fatto in casa; a nessuno viene in mente di darmi posate o bicchiere; no problem, bevo a canna e mangio impastando con le mani, come da uso locale, anche qui, tanto ho già cominciato ad abituarmi: basta che mi diciate dove lavarmele, alla fine.

insomma, ammetto di essere un ospite un po’ strano, io per primo; ma anche l’hotel non scherza.

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la mattina dopo, niente breakfast, non me lo fanno; sembra che mi abbiano letto nella mente i commenti che adesso ho messo per iscritto e che si siano offesi; e nei dintorni c’è soltanto una piccola stamberga…

oh, ma che stupido: avevo già scritto questa parte e me lo stavo dimenticando – ecco da dove veniva la mia strana sensazione di deja vu, o meglio deja ecrit: copio e incollo, allora, e scusate qualche ripetizione.

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Al rientro mi fermo per la cena all’hotel, che vive in uno strano clima per niente alberghiero e invece piuttosto familiare: tutto il personale vive nella sala della reception come fossero a casa, stanno seduti, chiacchierano – come scoprirò, anche dopo le sei di mattina, che del resto qui è l’ora normale di inizio delle attività, in contemporanea col sorgere del sole (che regolarmente tramonta alle sei di sera): queste sono anche le ore più fresche, assieme a quelle del tramonto, e dunque le più proficue.

La notte è di recupero e il risveglio tardo e devo cominciare le mie nuove avventure.

che ora vado a raccontarvi.

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Considerando che questa volta non ho fatto nulla di quanto previsto, ma mi sono lasciato andare ad una giornata improvvisata, ecco come si svolge a grandi linee la giornata di un globetrotter del terzo millennio, che gira il mondo affidandosi a internet e ad una improvvisazione programmata, se mi si passa l’espressione volutamente auto-contraddittoria – ne approfitto per raccontarvelo.

La mattina, oltre che alle abluzioni complete (facoltative per uno che non ama troppo l’igiene maniacale, come me), è destinata alla scelta delle mete della giornata, se questa non è già stata fatta, come normale; in questo caso so già che andrò a visitare le cascate, e poi si vedrà.

Anzi, si vede molto presto, perché quando esco a cercarmi un tuktuk per le cascate, scopro che a 100 metri dal mio hotel ci sta il Botanical Garden; non so bene che cosa sia, ma ci andrò al pomeriggio.

Ma tornando alla giornata tipo, occorre procurarsi il breakfast, se non te lo offre già la struttura ospitante, e cerchiamo che sia il più sostanzioso possibile, perché per me normalmente sostituirà anche il lunch, il pranzo vero e e proprio; qui l’hotel non offre colazione e quindi non mi resta che cercare nei dintorni: a quel che vedo ci sta soltanto un localino, più che altro take away, ma con due tavolini; breakfast non ne fanno, ma mi vendono a prezzi irrisori (nell’ordine dei 10 cent, per intenderci) tre involtini diversamente piccanti e tutti abbondantemente fritti, che avranno il compito di sostenermi fino a sera.

Ma adesso facciamo che le escursioni della giornata siano tutte finite, che sia, più o meno, calata la sera, e che si sia già provveduto alla cena: in questo caso, dopo rinnovata vana ricerca, ritorno al localino in questione dove si può cenare per un euro virgola qualcosa…: riso al pollo, in questo caso; vero che per pollo si intendono più che altro una decina di ossicini da succhiare ben bene se ci si vuole ricordare il sapore; già che ci sono, esagero e prendo anche qualcos’altro di immangiabile per il piccante: è ai vegetables, ma vale lo stesso discorso: ci sono come vago promemoria, e il resto, la base, non è riso, ma non so che cosa sia…; in ogni caso me lo accartocciano perché me lo porti a casa, e mi farà da breakfast la mattina dopo, per la metà: il resto lo lascio in omaggio all’hotel; l’acqua in bottiglia non ce l’hanno, ma vado a comperarmela ad un altro baracchino di fronte; poi, nell’uscire, vedo un piatto con delle verdure crude, che dovrebbero servire in cucina da ingrediente non so per che cosa: carote e altre verdure, sconosciute per noi: restano perplessi, ma voglio proprio quelle; me le mangio condite con niente, e mi costano altri 30 cent.

Ritornati in camera, di solito ci sono da curare i whatsapp da ogni parte del mondo: da casa, da Abu Dhabi (mia figlia), da in giro per l’Italia, amici reali, anche se passati, alcuni, dal blog, dallo Sri Lanka e da altrove: questa incombenza sta diventando sempre più importante, fa viaggiare connessi col mondo intero (intendendo col proprio mondo intero o quasi); in questo periodo coincide con una crescere di preoccupazioni continue per me stesso e per gli altri; anzi, per la cronaca, registro che per la prima volta comincio a preoccuparmi anche io per me al mio rientro, quando leggo delle code nelle stazioni per compilare il modulo con l’auto-dichiarazione: strumento certo di diffusione del contagio e totalmente inefficace dal punto di vista pratico; arrivo al punto di pensare che sarebbe bene che qualcuno di casa venisse a prendermi in macchina, ma subito realizzo che non sarebbe possibile: siamo di fronte ad uno stravolgimento di tutte le nostre abitudini e regole di vita, e temo che non sarà breve, forse potrebbe essere perfino definitivo.

ecco,anche adesso whatsapp continua a suonare, rendendo difficile la concentrazione su altri compiti, ma il fondamentale è l’organizzazione della giornata successiva, e questo non può essere rinviato: scegliere la meta, se non lo si è già fatto; nel caso di ieri (dopo l’inattività completa del giorno prima), da quale punto esatto conviene iniziare la salita all’Adam’s Peak, o meglio allo Sri Padaya (si pronuncia pressapoco come siri pada, ma forse questa è la versione sanscrita, che significa piede sacro – il perché si vedrà), che prevedo di fare dopodomani notte, e gira di qui, gira di là, mi ritrovo alla stessa guesthouse, ai piedi della salita, o quasi, che avevo scelto quando pensavo ancora di fare la salita con la blogger Veronica; mando la prenotazione, sperando di non sbagliare data, studio i percorsi: si arriva fino ad una stazione, Hutton, ad una ventina di km di distanza: volendo, la guesthouse offre anche un tuktuk, per dieci euro: vedremo se ricorrervi.

Si fotografa il tutto, col cellulare, per averlo a disposizione domani, e poi anche questa incombenza è finita.

Ogni tanto, soprattutto quando si è sistemati bene, come in questo caso, e si desidera riposare più a lungo o si ha comunque più tempo, ecco l’operazione del salvataggio delle foto degli ultimi giorni (se avessi preso l’abitudine di farlo nel mio giro del mondo non mi sarei perso un terzo dei ricordi visivi di quel viaggio).

Prima ancora di leggere i giornali e guardare le notizie.

Poi, obbligatorio rispondere ai commenti del blog; e infine scrivere il post, o i post della giornata; e per tutto questo serve qualche ora, credetemi.

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ma eccomi che esco dalla bettola dopo la colazione e mi metto alla ricerca di un tuktuk: il primo che trovo non capisce che cosa significa waterfalls e non mi aiuta neppure il mio patetico linguaggio dei segni con imitazione acustica: big water, shhhhh.

va be’, ma ecco un altro tuktuk che arriva: e chi c’è sopra? lo sveglissimo Asoka: mi chiede l’equivalente di 5 euro per l’andata e tre per il ritorno: caruccio, per i parametri locali, ma accetto e partiamo.

c’è anche un biglietto di ingresso al sito e un bel percorso montano abbastanza lungo (tre quarti d’ora) per arrivare ad un panorama che è davvero meraviglioso.

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anche se siamo nella stagione secca, l’acqua scroscia abbondante e con violenza, con una spinta che la porta oltre la verticale.

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qui finisce il percorso ufficiale, ma diversi visitatori proseguono, fino alla riva del laghetto formato dalla cascata, perché non fare altrettanto e scendere tra i sassi?

il luogo è pieno di visitatori, ovviamente, ma il fatto di essere in coppia con Asoka mi impedisce altre socializzazioni; non mancano né i monaci buddisti (uno mi lega al polso il tradizionale cordoncino bianco), né le scimmie – se ne vede una in cima ad una roccia in questa foto, sempre che wordpress, particolarmente pigra stasera, in maniera addirittura scoraggiante, mi permetta di caricarla.

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ma Asoka ha deciso di prendermi in carico e di farmi divertire: ha intuito bene quello che mi piace, e del resto condivide con me la passione della fotografia; anzi, ne parliamo un poco e mi fa vedere alcune foto dedicate allo Sri Lanka di strepitosa bellezza; mi dice che le ha fatte lui e io un poco gli credo, chiedendomi che razza di grande fotografo si nasconda in un modesto guidatore di tuktuk di un paesino sperduto fra le montagne singalesi.

oggi lo credo un poco meno, perché alla terza richiesta di mandarmene alcune (e la segreta intensione di pubblicarle qui) Asoka non ha ancora risposto, e non credo perché se ne vergogna.

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sia come sia, eccoci ad un tempio induista, in un angolo un poco appartato della montagna che sovrasta la mitica e modesta Badulla.

e qui la foto è proprio obbligatoria; ma prima fatemi terminare il post, e poi proverò a inserire le foto, mettendoci tutto il tempo necessario, che non è poco.

e prima o poi, con un montaggio video, vi farò anche ascoltare la musica della cerimonia, che segna il ritorno in grande della musica indù, che finora in questo viaggio mi era mancata.

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poi ci lasciamo, ma restando in contatto virtuale per scambio di foto, via whatsapp; il conto di Asoka è un poco lievitato, intanto, ma non mi dispiace proprio: qui ci sanno fare, costruiscono un buon rapporto col turista, i prezzi sono comunque modesti e nessuno è particolarmente esoso, per cui rimani sempre contento, e questo è il principale segreto di un turismo di successo.

più tardi, quando avrò deciso la mia tappa di domani e avrò scelto di andare ad Hutton in treno, per poi trasferirmi in autobus ai piedi dell’Adam’s Peak, manderò un whatsapp ad Asoka chiedendogli di venirmi a prendere alle otto, per il treno che è alle 8:30, ma non riceverò risposta.

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nel pomeriggio, invece, per conto mio, vado al Botanical Garden, un recinto piuttosto modesto, in verità, che ha due meriti indiscutibili: il primo di cercare di documentare la meraviglia degli alberi dello Sri Lanka, che mi ha sempre colpito fin dal mio primo viaggio del  2004, e la seconda di ospitare una pianta di inusitata grandezza, che purtroppo sembra moribonda, ma è una vera cattedrale vegetale di dimensioni incredibili, che le foto non riescono minimamente a rendere.

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lì mi rilasso, seduto in mezzo al verde, fra un paio di persone che a scelto il parco per fare jogging e mi domando come mai Asoka non ha risposto.

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l’indomani è un altro driver a portarmi al treno, ma quando sto per partire, ecco davanti al finestrino Asoka che è venuto a salutarmi: il cellulare era rimasto bloccato, non aveva visto il mio messaggio, però eccolo, del tutto disinteressatamente, per un ultimo saluto.

 


2 risposte a "Asoka, un grande fotografo a Badulla. seconda parte – bortolindie 27bis – 100"

    1. hai detto bene, cara marta.
      credo che da questo viaggio esca un ritratto non troppo convenzionale dello Sri Lanka, che però lo conferma come uno dei paesi più belli del mondo, anche per la varietà incredibile dei suoi paesaggi naturali (e non solo, anche di quelli umani, nella loro parte storica)

      Piace a 1 persona

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