non bastava un coronavirus solo, ce ne sono almeno due – 101

nel pandemonio di notizie inutili e spesso palesemente false propalate dai media rischia di sfuggire qualche notizia veramente importante, assieme alla sordina che mi pare oramai palesemente imposta sui numeri dell’epidemia in Italia.

queste che riporto adesso sono oramai quasi di una settimana fa, ma la situazione attuale in cui mi trovo, in viaggio, mi ha impedito di dedicarmici prima.

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scienziati del Centro di Bioinformatica, dell’Università di Pechino hanno scoperto che i coronavirus sono due – anche se questo stesso dato può essere considerato provvisorio, considerando la capacità di trasformazione che il virus stesso sta dimostrando.

Una forma, chiamata S-type, è legata alle situazioni più leggere e ha colpito il 30 per cento della popolazione; una seconda forma, L-type, è molto più aggressiva e ha infettato il 70 per cento delle persone.

S-type sarebbe la prima comparsa, la più vecchia dal punto di vita evolutivo; poi l’adattamento all’uomo ha dato origine all’altra, attraverso una ricombinazione genetica; probabilmente questo è accaduto in gennaio, giusto attorno al momento nel quale si è cominciata a notare una mortalità anomala per polmoniti che ha fatto pensare alla SARS.

La differenza tra le due forme nei nucleotidi genomici, unità ripetitive costitutive degli acidi nucleici DNA e RNA è di circa il 17 per cento. la L-type è quella che si è mostrata in modo più frequente a Wuhan, dove è scoppiata l’epidemia.

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Probabilmente queste due sono mutazioni partite da una versione primitiva, e si sono verificate dopo l’infezione umana, e ora circolano contemporaneamente.

l’S-type è quello che si è manifestato in modo più frequente nelle fasi iniziali, anche perché spesso non viene notato, e corrisponde ai casi in cui la malattia non dà sintomi gravi e può facilmente essere confusa con una normale influenza.

E il fatto che ci sia stato un contagio così massiccio potrebbe essere dovuto alla presenza silente di S-type per molto tempo prima che ci si accorgesse dei danni che la nuova patologia poteva procurare: così ha potuto circolare liberamente e preparare la strada alla sua mutazione.
Non solo: i medici si sono concentrati nel tentativo di fermare la forma più acuta, che infatti si sta riducendo. In questo modo trascurando però quella più lieve, che ha potuto così espandersi liberamente.

Il problema è che chi subisce il tipo S può poi essere infettato dal tipo L, o viceversa, il che potrebbe spiegare i casi, come quello di una donna di Osaka e di quattro operatori sanitari di Wuhan, in cui il coronavirus è riapparso dopo che sono guariti.

nella forma S, quella leggera, è possibile immaginare che il virus non se andrà mai; potrebbe diventare un nostro convivente, come il virus dell’influenza, con le sue variazioni stagionali, e sperando che non subisca nuove mutazioni che lo portino a diventare di nuovo letale.

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una ricerca del Dipartimento di Scienze biomediche e cliniche Luigi Sacco dell’Università degli Studi di Milano sulle variazioni del genoma virale si combina abbastanza bene con quella di Pechino.

i dati suggeriscono che la prima comparsa dell’epidemia sia avvenuta “tra la seconda metà di ottobre e la prima metà di novembre 2019”, e che poi l’epidemia ha avuto a partire da dicembre una devastante accelerazione: questo potrebbe coincidere con la formazione della variante più aggressiva del virus individuata a Pechino.

da allora, da un numero riproduttivo – cioè di diffusione del contagio – molto contenuto, inferiore a 1, ogni contagiato ha poi prodotto altri 2,6 casi e il tempo di raddoppio dell’epidemia è stato di 4 giorni; l’ipotesi è “che la trasmissione animale serbatoio-uomo e le prime trasmissioni inter-umane siano state limitatamente efficienti, per poi aumentare in rapidità ed efficienza durante il mese di dicembre”.

secondo questa ricerca, dato che il Coronavirus era arrivato da un serbatoio animale, nei primi mesi prevaleva questa trasmissione animale-uomo, mentre a dicembre probabilmente si sono innescate modalità più efficaci, come quella respiratoria, e quindi si è innescato il passaggio uomo-uomo.

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ricercatori svizzeri del Politecnico di Zurigo hanno calcolato che il numero medio di persone che un malato può contagiare risulta compreso tra 2 e 3,5, il che significa che la diffusione è più veloce rispetto all’influenza stagionale, che ha un tasso di riproduzione in genere inferiore a 1,5.

hanno inoltre stimato quante persone sono state infettate in Cina entro il 23 gennaio; in quel momento i casi confermati erano 581; ma l’analisi condotta mostra che in quella data, probabilmente erano già compresi tra 4.000 e 19.000, il che significa che, nel caso più estremo, solo 1 persona ammalata su 33 è apparsa nelle statistiche ufficiali, nel migliore dei casi 1 persona su 7.

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scrivo queste cose – che del resto alcuni miei lettori avranno già letto per conto loro – per sottolineare come soltanto la ricerca scientifica, quella seria, ci fornisce gli strumenti per gestire una pandemia, come dimostra la straordinaria esperienza della Cina con la sostanziale vittoria raggiunta, in due mesi, contro un’epidemia molto pericolosa.

come la Cina e, a quanto pare, anche Codogno sono riusciti a fermare la diffusione di un virus pericoloso, così certamente anche noi possiamo farcela, impegnandoci a rispettare le misure di contenimento.

ci sarà tempo, a bocce ferme, per analizzare responsabilità e insipienze dimostrate da tutto il nostro ceto politico senza eccezione alcuna, e non soltanto in Italia, ma in larga parte dell’Europa – per non parlare della catastrofe che si stanno accuratamente preparando gli USA sotto la guida del loro presidente inetto e vaneggiante, che per ora segue una ridicola politica alla Salvini, cioè chiude le frontiere, con più di mille infettati in casa; almeno quando Salvini straparlava, i casi riconosciuti in Italia erano decisamente di meno e noi vivevamo nella beata illusione di essere esenti.

ma dice qualcosa che la comunità cinese in Italia, che si è subita spontaneamente posta in auto-isolamento, sia sostanzialmente indenne dalla malattia?

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questo bagno di realtà è tragico: ci stiamo avvicinando rapidamente a 1.000 morti e la conta non finirà tanto presto, purtroppo.

il terremoto dell’Aquila del 2009 fece 300 morti; il terremoto del Friuli del 1976 fece meno di mille morti; il terremoto del Belice del 1968 fece meno di 400 morti; i morti da terrorismo in Italia furono un po’ meno di 500, secondo il calcolo di Sergio Zavoli (La notte della repubblica) e sparsi nell’arco di più decenni, come mi segnala il coautore ijkijk.

solo il terremoto dell’Irpinia del 1980 con quasi 3mila morti e il crollo nella diga del Vajont nel 1963 con quasi 2mila morti sono state tragedie più grandi nella nostra storia recente.

questo per dare la dimensione esatta di quello che ci sta colpendo, che rischia di diventare la più grande catastrofe nazionale dalla fine della seconda guerra mondiale, e dell’impegno necessario per superarla.

i morti fino ad oggi sono già troppi e, anche se li contiamo come numeri, non lo sono: sono vite spezzate, sono sguardi sul mondo, sono reti viventi di affetti, anche quando di persone anziane – ma non muoiono solo loro.

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ma per la prima volta nella storia una pandemia mondiale viene affrontata dall’umanità con la forza della ricerca scientifica aperta, internazionale, critica e documentata, lontana dalle affermazioni avventate e dalle arroganze scientiste.

sappiamo tutti di non sapere ancora abbastanza, su questa pandemia, ma sappiamo anche molto di più di quando le pestilenze venivano affrontate con le processioni alla Madonna, che le diffondevano ancora peggio, e con la caccia agli untori, che qualcuno rimpiange tuttora.

la scienza a volte ci pare una nostra nemica, per qualche aspetto, ma è anche la vera risorsa che abbiamo contro la malattia e la morte, e contro quella sua grande alleata che è l’ignorante barbarie.


2 risposte a "non bastava un coronavirus solo, ce ne sono almeno due – 101"

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