quel treno per Hutton – bortolindie 28 – 102

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la scelta di andare da Badulla a Hutton in treno anziché in autobus è stata casuale ed istintiva, ma si è rivelata veramente azzeccata: questo è stato uno dei viaggi in treno della mia vita: lo metterei al terzo posto per bellezza dopo il percorso Asmara – Nefasit (a metà della strada per Massaua) e dopo il Lezard Rouge in Tunisia; ma è certamente al primo posto per la lunghezza: è durato cinque ore! cinque ore di paesaggi straordinari, di vedute sulle verdissime vallate, 

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di scivolamento a fianco di curatissimi orti incredibilmente terrazzati, con i contadini chini a lavorare nelle aiuole e gli spaventapasseri al lavoro anche loro dondolati dal vento;

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non è mancato neppure l’attraversamento di un parco nazionale di montagna e dei suoi boschi quasi alpini.

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ma qui ecco una regola generale per il viaggiatore che cerca paesaggi naturali: ogni volta che avete la possibilità, date la precedenza al treno rispetto all’autobus, e non soltanto per motivi ecologici evidenti, ma proprio anche per l’interesse pratico di attraversare la natura più che un ambiente urbanizzato; ovviamente anche una ferrovia è una forma di intervento umano sulla natura, ma almeno non trascina direttamente con sé strade, negozi, case, pompe di benzina; attraversare un paesaggio in treno permette di vederlo spesso incontaminato, a parte gli interventi necessari per permettere questo passaggio.

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e qui la ferrovia corre alta attraverso le montagne, lasciando al di sotto il fondovalle, così che il percorso è una successione meravigliosi di panorami dall’alto su ponti e scarpate.

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numerose anche le gallerie, in quest’opera ingegneristica straordinaria, massima eredità del periodo coloniale inglese; e vengono accolti ogni volta che si entra nel buio ogni volta dalle divertenti grida di simulato spavento dei numerosi ragazzi che stanno nel vagone, come se fossero in qualche tunnel del terrore al lunapark.

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così le cinque ore di treno tra Badulla e Hutton sono l’occasione per ammirare il paesaggio meraviglioso della media montagna singalese; il che significa per larga parte il paesaggio delle coltivazioni del the.

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ma vi è poi una relazione molto precisa fra queste piantagioni e questa ferrovia, dato che il rito inglese del the alle cinque del pomeriggio – che, non so perché, in questo momento mi provoca l’evocazione un poco dissacrante di Virginia Wolf – e lo Sri Lanka favoloso dal quale proveniva questo the, fondamento di un rito sociale indistruttibile dell’Inghilterra coloniale e del suo impero.

pensate al legame oscuro tra la silenziosa ricchezza rinchiusa in quei salotti e le povere raccoglitrici sotto il sole di queste foglie di the su queste montagne (che nessuna macchina riuscirà mai a sostituire, per il bene della loro sopravvivenza in una economia minima di sussistenza: dato che la raccolta va fatta rigorosamente a mano, e distinguendo sulla stessa pianta il the verde, dato dalle foglie più giovani, e il the nero delle foglie mature). 

occorreva, occorre, che le piante che modellano i declivi venissero piantate, potate, curate, private delle foglie, da trasportare in grandi sacchi ai punti di raccolta, e di qui alle grandi manifatture che costellano queste montagne, per essere trattate, e poi di nuovo trasportate a questa ferrovia, caricate sui vagoni e poi fate sbarcare al porto di Colombo, per essere imbarcate, trasportate per mare fino al canale di Suez, costruito anche per questo, attraversare il Mediterraneo inglese, ben controllato da Cipro, Malta e Gibilterra, sbarcare sui docks di London, ed ancora, essere smistate, portate nei negozi raffinati e costosi, finire in cucina nelle mani della cuoca di casa e poi sul vassoio della cameriera, che porta la teiera alle signore del salotto: o Virginia!

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ma poi, guardate anche questi paesaggi,che ritrovo, in un contesto più verdeggiante e ad altitudini più basse, dopo l’esperienza del 2010 delle piantagioni di the indiane; e qui mi cito, per la somiglianza delle cose da dire:

ma veramente speciali e sorprendenti sono le piantagioni di the, che cominciano appena più su, ora che le vediamo da vicino e ci passiamo in mezzo sul largo sentiero sterrato.

il colore, prima di tutto, di un verde smeraldino di una purezza assoluta, e poi che le piante siano disposte a formare delle chiazze compatte di colore pieno separate da piccoli passaggi ridotti all’indispensabile per le cure e la raccolta delle foglie: in lontananza si vedono gruppi di raccoglitrici chine al loro lavoro su questi pendii surreali che si perdono a vista d’occhio, pendice dopo pendice, montagna dopo montagna. […]

le raccoglitrici arriviamo ad incrociarle quando, incalza oramai il tramonto, siamo quasi ala fine della discesa, e loro arrivano con i loro carichi ad una specie di pesa a fianco di un camion che raccoglierà il tutto per portarlo a qualcuna di quelle manifatture che abbiamo visto arrivando lungo la strada: le foglie, naturalmente per gli occidentali dal palato grosso, perché i germogli finissimi invece finiscono in Cina semplicemente buttati nell’acqua bollente cui conferiscono un gusto raffinato e impalpabile. […]

„guarda, Mike: sono alberi! avevo sempre pensato che le piante di thè fossero stagionali“, questo è il concetto che in qualche modo cerco di fare arrivare a Mike, il quale a sua volta è entusiasta.

ma ti rendi conto? praticamente le piante di the sono dei bonsai, alberelli alti sì e no 50 centimetri, milioni di bonsai che riempiono le montagne (ma non riesco a dire a Mike né questo né quello che segue).

– di fatto potremmo vedere le piantagioni di the come l’opera d’arte perfetta, più perfetta dei cretti morti con cui Burri ricoprì in un manto funebre tombale di cemento bianco le rovine terremotate di Gibellina, mentre degli architetti ispirati ad un razionalismo grezzo e disattento costruivano una altrettale invivibile città di cemento a valle.

i cretti sono morti, le piante di the sono vive, esigono una cura attenta e restituiscono vita e ricchezza; non sono nate per la bellezza, ma per dare vita alla vita, eppure restituiscono un piacere estetico fortissimo, simili in questo alle cattedrali che non servivano all’architetto medievale per mostrare la sua bravura, ma erano un’opera concreta che perseguiva delle funzioni e incidentalmente produceva anche il piacere della vista.

ma le piantagioni di the sono il frutto di una formula perfetta perché contengono in se stesse il principio della loro perpetuazione: chi le inventò ebbe una intuizione così potente che dopo di lui per generazioni altri uomini sarebbero andati avanti a realizzare quella sua prima idea, a variarla continuamente riproducendola sempre uguale, ad estendere apparentemente all’infinito le sue potenzialità realizzative.

un’opera d’arte (nel senso che aveva la parola in origine, più vera del trionfo soggettivista che la parola vorrebbe esprimere oggi): un’opera d’arte senza autore, ma con tanti autori, un’opera di vita.

https://bortocal.wordpress.com/2010/11/06/380-xi-8-munnar-tre-giorni-con-mike/

sono concetti che non esprimo la prima volta, ma sono nati dalla visione nel 2010 delle piantagioni di thé che cominciano dopo alcuni tornanti a ricoprire le pendici delle montagne, i Ghati, la spina dorsale della penisola indiana, come in una enorme e surreale opera d’arte composta da decine di migliaia di persone.

https://bortocal.wordpress.com/2013/02/28/99-le-piantagioni-di-the-tra-alimari-e-munnar/ – 28 febbraio 2013

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sì, le piantagioni di the sono una delle più belle opere d’arte dell’umanità e nello stesso tempo uno dei più meravigliosi spettacoli della natura e la loro particolarità sta nell’essere appunto sia arte sia natura. 

qui sto usando la parola arte nel suo significato originario, col quale si indicava qualunque tipo di attività umana creativa, come si intendeva nel medioevo, quando le arti erano le associazioni professionali e cosi la intende anche Dante, quando la definisce figlia di natura: figlia della natura umana e del suo impulso naturale a creare: meraviglia di un tempo che riusciva ancora a concepire l’uomo come figlio della natura e non come suo nemico.

troviamo traccia di questo significato antico nella parola artificiale, ed esso è rimasto nel tedesco, dove l’aggettivo kuenstlich, da Kunst, arte, non significa artistico, ma appunto artificiale.

ma fortunata l’arte, cioè l’artificio prodotto dall’uomo, quando si combina con la natura senza violentarla troppo.

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ma la superiorità del treno si evidenzia anche nella migliore rete di rapporti sociali che consente di stabilire durante il viaggio, e che oggi si trasformano quasi immediatamente anche in contatti via whatsapp e in selfie.

sono ragazzi del posto, modernizzanti e aspiranti cittadini cittadini del globale mondo interconnesso, che mi mandano le loro foto in cambio delle mie: un vecchio nonno europeo, che schiccheria.

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ma poi anche turisti, soprattutto tedeschi: quanti ragazzi tedeschi in Sri Lanka – e non per uscire dai piacevoli temi di questo post, ma sono loro che vedo soprattutto come pericolo rispetto al rischio coronavirus dal quale tutto il mondo mi sta mettendo in guardia, ma qui pare di vivere davvero in una specie di paradiso terrestre dove il pericolo manca: tre casi in tutto, finora, e una era una turista italiana, ovviamente, che è stata sbarcata, per essere curata, invano, all’ospedale di Colombo.

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lo sbarco a Hutton non segna ancora la fine del viaggio: restano da fare ancora circa 20 km per arrivare al villaggetto alla base della Sri Pada, o Adam’s Peak che dir si voglia (e c’è una bella differenza, come vedremo): la guesthouse che ho prenotato prometteva anche, a richiesta, un servizio di tuktuk al prezzo di circa 10 euro, ed è la cifra che mi chiede un organizzatore di trasporti all’uscita dalla stazione.

ma ci sono anche gli autobus, dico con una smorfia – sì, ma il prossimo è fra due ore, replica pronto -; sia vero oppure no, non vedo dove siano questi autobus e allora lui, vedendo giunto il momento giusto, mi offre un trasporto in furgoncino taxi per 5 euro, condividendolo con altri quattro turisti, ovviamente: sono francesi, e una ha anche la tosse, maledizione! ma accetto.

e qui si vede il meglio del turismo singalese, perché il tipo, che sa benissimo di avere chiesto a ciascuno di noi cinque 20 volte il prezzo del biglietto dell’autobus, trasforma il trasporto in una specie di escursione guidata.

ecco, ad esempio, la chiesetta di fine Ottocento, panoramica una volta sulla vallata, ma adesso che le hanno fatto il piacere di costruirle lì sotto una diga, su un bellissimo lago artificiale.

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lo so che questa foto sa di cartolina, ma che cosa posso farci?

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ma veniamo anche al peggio del turismo singalese, per concludere questo post, e parliamo della guesthouse, prenotata via internet, e la più cara in assoluto del mio viaggio, ma qui siamo in un centro turistico e in alta stagione, al mare ancora no.

la struttura si presenta bene, a parte la caratteristica della sala da pranzo e di soggiorno da condividere con la famiglia del gestore – occhei, come a Dambulla, passiamoci sopra…; ma una camera senza finestra? vogliamo scherzare…

e poi, dov’è la connessione wi-fi gratuita, promessa tra le condizioni della prenotazione? in camera non arriva… e io dovrei scrivere i miei post, le mie mail, i miei whatsapp qui sotto, tra i bambini che guardano la televisione?

non basta: una connessione wi-fi lentissima, praticamente non funzionante, e che si stabilisce soltanto quando vado a chiederla personalmente al gestore, che appena può la stacca perché evidentemente non ha un contratto flat oppure non sa di averlo?

sono furioso; e il gestore ha già avuto la faccia tosta – oppure la precauzione – di presentarmi il conto con le due giornate da pagare in anticipo? non se ne parla proprio! io me ne vado, gli dico – lui ascolta con faccia remissiva.

ma la sortita tra le guesthouse, numerose e non registrate in internet, non dà risultati: è già tardino e per la giornata sono tutte occupate; per domani no, un posto salta fuori… – mi rassegno e ne prenoto una per l’indomani: passerò la notte qui, pagandola in anticipo al gestore che insiste per i soldi.

va bene, cristo, e adesso fammi andare a riposare…

to’, c’è anche un altro in camera: uno scarafaggio: piccolo piccolo, però.


2 risposte a "quel treno per Hutton – bortolindie 28 – 102"

  1. Un lungo viaggio in treno ricco di risorse …Quelle che la Natura ci offre e l’Uomo opera con le mani con la schiena con la testa senza grilli e con il cuore.
    Sa bene che operaio (operativo da opĕra)arigiano e artista quanto più riesce a creare senza distruggere.
    Molto belle le foto e le tue riflessioni, i ricordi , le emozioni in itinere.
    Il tè e le immagini evocative ci inducono ad una realtà antica e odierna sempre ingiusta !
    Ed ecco che divago…
    La prima banca nacque nel 1964 per opera degli inglesi degli olandesi la Compagina delle Indie orientali, prendendosi un’altra fetta di monopolio del commercio. Interessi con l’India il Sud est asiatico e il Pacifico.
    Il tè non mi piace apprezzo molto il lavoro ma scelgo il caffe, un buon espresso corto o un buon cappuccino.
    Grazie Mauro 🐞

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    1. ciao Francesca, bello il commento; c’è certamente un lapsus: hai scritto nel 1964. ma erano almeno un paio di secoli prima; non posso correggere, perché non conosco la data esatta.

      a differenza di te, io non amo affatto il caffé, invece, mentre in questo viaggio ho dovuto accettare il thé ogni volta che me lo proponevano…

      "Mi piace"

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