da Galle a Negombo, tra slum e coronavirus – bortolindie 34 – 111

Forse è sbagliato dire, come ho fatto nell’ultimo post, che Galle è la più bella città dello Sri Lanka, è meglio dire che è la più bella nello Sri Lanka; infatti non è un prodotto tipico della cultura singalese, come Trincomalee a cui darei la palma del primato nel primo senso della frase – eppure la cultura olandese è presente anche lì, in Fort Fredrick, ma come una componente fra le tante.

a Galle invece lo spirito coloniale predomina completamente, ed è comprensibile che sia così, nel sito dal quale in realtà gli olandesi controllavano quasi tutta l’isola – grande un quinto circa dell’Italia, e ha oggi una popolazione leggermente superiore ad un terzo, e dunque è più fittamente abitata del nostro paese, che pure è uno dove la popolazione si addensa di più nel mondo: colgo l’occasione per dirlo, anche per fornire un termine di paragone e di comprensione.

Eppure Galle non è neppure una città europea, ma è un prodotto originale irripetibile di una mescolanza culturale, con una architettura che non è più olandese, ma neppure singalese, ed ha dei paralleli precisi soltanto nel vicino Kerala, nell’India sud-occidentale, che del resto ha una storia simile, anche se la forza di resistenza della cultura indiana fu incomparabilmente superiore a quella del piccolo Ceylon di allora, e dunque l’impronta originaria rimane fortissima lì.

ed è questa spiccata interculturalità che indubbiamente l’UNESCO ha voluto premiare dichiarandola patrimonio dell’umanità.

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da Galle parto dunque in treno la mattina del 16, lunedì, verso Colombo, dove con un trasbordo proseguirò per Negombo: lì avevo prenotato, ancora sconsideratamente con internet, una camera in una guesthouse vicina alla spiaggia originariamente per il 17, ma lo scombussolamento dei miei piani di viaggio mi farà arrivare un giorno prima: vedremo; del resto lo sconvolgimento oramai mondiale dovuto all’epidemia sta cominciando, in questa zona dello Sri Lanka, a ridurre visibilmente le presenze turistiche.

Il tratto in treno tra Galle e Colombo è particolarmente consigliabile, in alternativa ai bus singalesi indemoniati, non soltanto per la lentezza oramai usuale dei convogli, molto rasserenante, a parte il brusco colpo che ogni treno fa regolarmente ripartendo dopo ogni fermata, ma perché qui larga parte del percorso si svolge direttamente sulla riva del mare, in particolare negli ultimi chilometri vicini alla capitale.

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Dopo Galle, continuando verso occidente e cominciando a risalire la costa verso il nord, inizialmente si presenta il solito paesaggio turistico di resort, alberghi di varia stellatura, guesthouse, negozi e spa; le recinzioni dominano a oltranza, e il mare, sempre spettacolare, compare soltanto per squarci imprevisti e casuali.

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E’ un paesaggio che in questo momento mi stringe il cuore: prima di tutto in se stesso, come devastante rappresentazione degli esiti della privatizzazione della bellezza – che è poi l’essenza del turismo commercializzato, secondo la legge per la quale le cose belle sono ancora più belle se sono precluse ad altri, e devi pagare costi anche esosi per goderne -; ma poi c’è anche il pensiero particolare più attuale della epidemia che sta per tagliare le gambe a questa economia che costituisce l’ossatura stessa del paese in queste zone.

lo Sri Lanka è uno dei paesi più belli dell’Asia e non ha alle spalle una struttura economica forte, paragonabile a quelle del Vietnam o della Thailandia, paesi altrettanto belli, almeno in alcune zone; dunque come sopravviveranno i guidatori di tuktutk, i ristoranti familiari, le guide turistiche più o meno improvvisate, o anche soltanto i mendicanti e coloro che si barcamenano fra vari espedienti alla crisi globale dell’economia globalizzata e della sua manifestazione più festaiola, il turismo?

Ma forse sono io che sto facendo valutazioni sbagliate; forse alle spalle di queste modestissime forme di benessere dell’isola sta comunque una cultura contadina della povertà che permetterà a questa gente di cavarsela lo stesso, semplicemente riducendo alla sussistenza più elementare i propri fabbisogni, come nella loro tradizione antica.

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Ma lo spettacolo che offre questo treno lento e traballante cambia ancora, via via che ci si avvicina a Colombo: catene ininterrotte di baracche miserabili si infilano progressivamente tra le strutture turistiche, che rimangono confinate in alcuni tratti separati della costa: è una successione desolante di pozzanghere, quando non fogne nere a cielo aperto, bambini cenciosi, qualche barca consumata, povere vesti stese al sole, tetti di lamiera; non manca, a tratti, il pugno al cuore di qualche rovina rimasta abbandonata fin dal tempo dello tsunami, che qui arrivò non del tutto frontalmente, come nella costa orientale, ma piuttosto trasversalmente, e fece strage lo stesso: decine di migliaia di morti.

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Sul vagone, a smentire certe mie recenti analisi sociologiche sulla struttura più debole in Germania del rapporto genitori figli, ci sta una tedesca di Monaco, che dovrebbe avere qualche anno meno di me, vedendo le sue due figlie che la accompagnano, all’incirca trentenni, ma appare molto più logorata fisicamente (almeno credo), pur se vivace mentalmente e psicologicamente; e le tre si rivelano tutte grandi viaggiatrici, proprio del tipo che piace a me; del resto il mio modo di viaggiare è alquanto tedesco; penso che lei sia vedova o divorziata, considerando la mancanza del marito e il fatto che si appoggia alle due figlie; invece, parlando, risulta che il marito è in Thailandia con un’amica, anzi che è rimasto bloccato lì: stranezza delle relazioni familiari lì, no?

È lei che sottolinea con tono dolente il trascinarsi di queste immagini desolanti di slums della capitale, mentre io noto che le baracche in stile internazionalizzato fatte di pali e tetto, e spesso anche pareti, di lamiera hanno sostituito le capanne di foglie di palma seccate di quindici anni fa, con effetti ancora più desolanti; e mi piace il suo senso di solidarietà umana, pur se tipicamente occidentale, in questa terra buddista dove la vera virtù è piuttosto la divina Indifferenza montaliana.

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sarà l’indomani, al mio nuovo arrivo, dalla stazione, che deciderò di arrivare alla parte turistica di Negombo a piedi: sono pochi chilometri, e mi faranno finire proprio in mezzo a degli altri slum; anche questa è in fondo l’ultimo periferia di Colombo, che ha il centro soltanto a una trentina di km.

ci sarà anche un incontro, che concluderò velocemente e quasi con rabbia, con un disperato, dalla moglie bruttissima e due bellissime bambine, che mi porta in un edificio semi-abbandonato dove vive, per offrirmi un piatto di riso o chiedermi un’elemosina da due euro; ma io ho il cuore chiuso, come se avessi visto troppo e il veduto avesse consumato anche la mia capacità di commuovermi.

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piuttosto, un cambiamento è evidente nel cuore di questa gente rispetto a tre lustri fa: sono chiusi nella disperazione o nel rancore, sono ostili, non guardano, non che pensare che possano sorridere luminosi come allora.

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nessuno richiama qualche cane che a tratti fa la mossa di avventarmisi contro, nel grigio della giornata, che a tratti sfocia anche in qualche goccia di pioggia, prima del temporale che oggi sostituirà il tramonto.

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ovviamente con le tre turiste di Monaco si parla anche del coronavirus e dello spaventoso primato mondiale di morti che l’Italia sta conseguendo proprio in queste ore: segnale tanto evidente, quanto negato, del suo sfacelo come società civile, che la condanna ad un annientamento profondo, in assenza di qualche radicale ripensamento del quale non si vedono le tracce, ma neppure le premesse.

Ma alle mie amiche tedesche non dico queste cose; parlo piuttosto del coprifuoco – perché qui lo chiamano esattamente così – che il governo ha imposto a Puttalam il giorno 14, quando io ero ad Ella, due giorni fa; ne so, perché il resort naturista a gestione islamica di quella cittadina, dove avevo alloggiato nell’andarmene da Negombo, ha costituito un gruppo whatsapp di amici e lì, dopo qualche entusiasta comunicazione sulla loro attività e i loro successi, che ho regolarmente cancellato, hanno cominciato a fioccare le notizie negative, tra cui quella che hanno chiuso, per ora per 15 giorni, proprio in conseguenza di questo blocco delle attività.

Penso quindi che Puttalam, per meritare un trattamento speciale, possa essere diventato un piccolo focolaio dell’epidemia – per quanto ufficialmente i casi di coronavirus al giorno in cui scrivo erano dichiarati soltanto in 44 in tutto lo Sri Lanka -; e scrivendo adesso mi viene in mente che forse può avere agito da detonatore proprio quel festival di vari giorni, in uno dei quali ho assistito ai deliri mistici di alcuni invasati.

Questo non è l’unico contatto whatsapp con gente del posto stabilito in questi giorni, ma i messaggi personali diretti con altri si vanno diradando, come è normale, e rimane molto attivo soltanto questo gruppo, per il semplice motivo che io ne sono parte molto secondaria.

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Con le mie compagne di viaggio parliamo anche del modo deludente col quale la Germania sta gestendo l’emergenza, a mio parere, candidandosi a seguire le orme dell’Italia soltanto con una decina di giorni di ritardo.

Loro si preparano a prendere il mio stesso aereo per Muscat, la capitale dell’Oman, il giorno 18 alle 10, poi proseguiranno per Monaco e io per Roma.

Ci diamo un appuntamento in aeroporto per il dopodomani, che invece non ci sarà.

In questi giorni avevo controllato sul sito Oman Air l’elenco dei molti voli cancellati per l’emergenza, e il mio non c’era; è vero che c’è una notizia generale sulla sospensione dei voli con l’Italia dal giorno 5, ma a quanto ho capito si tratta dei voli in arrivo dell’Italia, dato che voli per l’Italia risultano ancora attivi.

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la nuova guesthouse l’ho prenotata a Negombo per poter dormire, a prezzi contenuti, in una camera singola, anche per motivi di sicurezza rispetto al virus, con un migliore isolamento da altri turisti, ma siccome la prenotazione era per il giorno dopo, ovviamente mi devo accontentare all’arrivo di una camerata a tre letti; dovrei condividerla soltanto con un ragazzone tedesco, però questo, dopo essere arrivato e avere sistemato le sue cose, ritorna e porta via tutto: questo posto è infatti la peggiore stamberga di tutto il mio, e probabilmente anche del suo, viaggio: sporco, mal tenuto, pieno di zanzare; ma oramai è tardi e decido di rinviare all’indomani la ricerca di una soluzione alternativa: tornerò da Johann e al ristorante italiano Dolce Vita, immagino.

Anche qui, come nella malfamata locanda ai piedi dell’Adam’s Peak, il wi-fi in camerata non funziona, e devo scendere nella sala da pranzo, che qui almeno non è condivisa con i gestori, che se ne stanno rintanati altrove, oramai abbastanza in paranoia, poi devo chiedere, guardato male, che me lo accendano – oramai rassegnato e neppure più incazzato – e, tra le formiche che scorrazzano sul tavolo, iniziare il mio check-in online, che oramai il momento è giunto.

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Tiro qualche moccolo a scoprire che il check-in lo devo pagare 10 euro: a parte la cifra, che immagino sarà anche ripetuta due volte per i due voli distinti, per e da Muscat, c’è la scocciatura che la carta di credito di mia figlia, che mi serve per i pagamenti, li rende attivi soltanto inserendo una password che viene mandata a lei in Italia sul suo cellulare; quindi queste operazioni le devo fare in sincrono con lei, via whatsapp.

Il primo check-in comunque faticosamente passa; il problema si presenta al check-in del secondo volo da Muscat per Roma che non si riesce in alcun modo a scoprire dove si possa fare: in sostanza il biglietto per fare il check-in indica le due tratte, ma in fondo al biglietto il link per il check-in è uno solo.

Scatta l’allarme rosso: vuoi vedere che il volo è stato cancellato? Ma senza mandare nessun avviso?

Mia figlia mi manda un’ipotesi rassicurante: guarda che quando andavo in Australia, a volte bastava un check-in solo, anche se c’erano degli scali intermedi, se il vettore restava lo stesso e si limitava a una sosta in aeroporto per fare rifornimento.

Lo credo volentieri, ogni speranza va bene per scacciare la truce prospettiva di una permanenza prolungata in Sri Lanka; ma più tardi scopro che in angolino del biglietto c’è scritto chiaramente “cambio di vettore”.

il dubbio diventa angoscia piena.

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O cavoli…; la cosa più assurda è che per il giorno 17, cioè per quello precedente alla mia partenza, il check-in per Roma risulta ancora possibile; quindi l’interruzione dei voli è diventata operativa soltanto dal giorno per il quale ho comperato il biglietto, e l’ho fatto giusto il giorno 5, per dire, che era proprio quello dal quale quei voli li avevano sospesi? non ci posso credere a una sfiga così…

O che casino di coincidenze malvagie: lasciatemi smadonnare…

Ma a questo punto il vero significato della sospensione dei voli riguardanti l’Italia decisa il giorno 5 potrebbe diventare chiaro…

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Ma dovrebbero sostituirmi il biglietto, allora, con un altro, mi dico; mi facciano andare in Germania, in Austria, o dove vogliono loro, e io poi penserò a raggiungere l’Italia in treno; ma una rapida verifica in internet esclude anche questa via, sembra: collegamenti sospesi…; un taxi, allora, per varcare la frontiera?

Fatemi andare a dormire, non ne posso più dallo stress: domani mattina, presto, con la mia sacca, vado in aeroporto: e se il volo è effettivamente cancellato, fosse rimasto ancora un solo posto libero, non possono farmi partire un giorno prima?

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fine della prima puntata…, e siamo soltanto al giorno 16.


5 risposte a "da Galle a Negombo, tra slum e coronavirus – bortolindie 34 – 111"

  1. Sino all’ultimo ci fai stare con il fiato sospeso tanto, quasi, da dimenticare i luoghi meravigliosi dove sei stato…
    Il viaggio in treno vista mare è stupendo!

    Ben rientrato (finalmente)!

    ps: ilfinalmentestaperl’ansia

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    1. ho capito bene il senso di quel tuo finalmente, che del resto è condiviso anche da me, anche se mi sarebbe piaciuto potere restare lì ancora; ma le circostanza sono quello che sono e il bisogno di un rifugio tra mura conosciute è troppo forte.

      non parlare di ansia a proposito di questo post, perché non immagini a che livelli sia giunta nei giorni successivi.

      certo, è quasi una metafora che un viaggio tanto bello si concluda su note cupe, che volte diventeranno perfino drammatiche.

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  2. Ho scritto una sequenza di inesattezze, ero in dormiveglia, scusami.
    Il tuo reportage è sempre molto spontaneo e variegato. L’ho letto da sveglia
    Grazie

    Per il virus che non è così semplice da gestire nè innocuo se non altro perché sconosciuto
    Mi permetto di scrivere cio che sento e ho letto ieri.

    Sono solidale con tutti malati operatori di ogni genere e molto turbata per quanto accade in Lombardia,in Emilia Romagna, nelle Marche, in Veneto e senza nominarlè tutte le regioni.
    Sono solidale con tutti i lavoratori del settore alimentare e filiera compresi gli agricoltori.
    Sono solidale con tutti i lavoratori di ogni settore che hanno lavorato senza assenteismo .
    Sono solidale con tutti i trasportatori che consegnano e continueranno merci necessarie
    Tutti i lavoratori addetti all’informazione fino ai giornali
    Dimentico qualcuno involontariamente, namaste

    Anche all’estero ho parenti ed amici in Europa e fuori non sono molti ma importanti.
    Tutti i Paesi più poveri suscitano sgomento.
    Alcuni eventi sportivi in Italia secondo virologi operativi nelle zone interessate dichiarano l’incremento del fenomeno.
    Stadio di S. Siro in particolare , Atlanta Valencia 19 febbraio 44.000 presenze, e a Pesaro, partita di basket 12 febbraio 36000 presenze, con squadre provenienti dalle zone focolaio.
    Gli esperti hanno visto un incremento con aumento malati anche piu gravi, sui giovani e meno giovani.
    Bentornato a casa ,forse sei arrivato 🐞✌

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  3. Con spirito di adattamento, il viaggio è continuato. A parte il primato della citta più bella, stando a criteri adeguati non è Galle. Leggo i tuoi racconti e guardo, non so altro
    Ho cancellato quasi tutto il commento.
    La cosa che mi colpisce di più resta la miseria, non è facile ma non è la malattia più grave.
    Non hanno la guerra non hanno neppure le case, il clima viene loro incontro.
    Se ipotizziamo una guerra sappiano che sarebbe latina.
    Forse loro hanno molta esperienza e tolleranza.
    Spero e credo che sapranno cavarsela, anche se a stento.
    E cosi ancora niente volo. Alla prossima puntata.
    Ora un colpo di sonno, apprifiuto.
    Ciao

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