happy new year da Colombo – bortolindie 36 – 113

è il fatidico 18 marzo, mercoledì: sveglia, e alle sei sono sulla strada principale della Negombo turistica ad aspettare il taxi per andare all’aeroporto, vedi mai che non riesca a partire, alla faccia di tutti i malocchi del mondo.

ma il taxi non si vede; c’è solo un macchinone grigio con le luci di posizione accese vicino ad un hotel a 50 metri, ma a bordo non c’è nessuno.

solo adesso che scrivo (e forse scrivere serve anche a questo) capisco che cosa è successo: il primo coprifuoco per coronavirus, forse, c’era nello Sri Lanka intero e non soltanto a Puttalam, come avevo capito, e se finiva alla sei di mattina, come penso, era abbastanza ovvio che il taxi non potesse arrivare subito: ma io non me ero neppure reso conto, la sera prima, quando era cominciato, chiuso nella guesthouse a smanettare sullo smartphone per trovare una via di fuga, o meglio di rientro obbligato in Italia, dopo la soppressione del volo di stamattina; ma in quel momento mi viene in mente soltanto il volto butterato dell’uomo che voleva il pagamento anticipato dei 10 euro, e penso soltanto che mi hanno truffato, da bravo paranoico; poi penso che una truffa di due euro e mezzo dovrebbe essere troppo sfigata, anche in Sri Lanka.

. . .

comunque, alle sei e dieci, ne ho abbastanza di restare in mezzo alla strada deserta a camminare nervoso su e giù in preda all’ansia: ecco un tuktuk nella strada, e piglio lui; in una mezzora di guida cigolante eccomi di nuovo al cancellino segreto nella recinzione dell’aeroporto e alle guardie che, invece di fermarmi, mi fanno passare (una è una bellissima giovane donna sorridente), ed eccomi, appena lo aprono, al bancone del check-in.

spiego la mia situazione col volo cancellato da Muscat a Milano e chiedo che mi cambino la destinazione: è possibile? non credo ai miei occhi quando con naturalezza l’addetto mi risponde di sì: devo soltanto parlare col suo capo; ma continuo a dirmi: non illuderti, è solo gentilezza; non ho neppure chiesto, no, di imbarcarmi per Muscat, come consigliava l’ambasciata; se devo incistarmi da qualche parte, preferisco almeno farlo a Negombo, dove mi sento quasi di casa, visto che ci sto passando la seconda settimana nella mia vita.

il capo è altrettanto gentile: mi separa dalla fila allo sportello e mi porta con lui ad una postazione a parte, dove si attacca al telefono e poi, con la stessa gentilezza, mi chiarisce che lui non ha il potere di fare una scelta del genere: soltanto gli uffici centrali possono farlo, comunque non c’è problema, figurarsi…, però aprono alle 8:30, quindi per oggi non se ne parla; inoltre il mio interlocutore è l’Agenzia di viaggi virtuale dalla quale ho comperato il biglietto; lui non sa, e neppure è tenuto a saperlo, che quelli, tempestati di mail da tre giorni, non rispondono.

provo ad insistere, ma con dolce ed educata fermezza la risposta è: no, non si può fare, devo rivolgermi alla sede di Colombo; capisco benissimo che mi stanno spingendo in un vicolo cieco, ma che cosa posso fare? torno fuori, ripasso il cancellino e guardo mestamente il nuovo smagliante sorriso della guardiana che è lì per non far passare nessuno; ecco un altro tuktuk, che per la seconda volta mi riporta alla guesthouse dopo un tentativo di fuga fallito.

. . .

faccio colazione e arriva il cerimonioso gestore: io avevo prenotato una camera, no? – e tra me aggiungo mentalmente: ma era per stanotte e non me l’avete data… – be’, continua lui, adesso c’è: posso spostarmi?

una semplice scusa per spillarmi il triplo, brontolo fra me: è nello stesso corridoio, porta di fronte, dell’abominevole dormitorio dove ho passato di nuovo una notte infame grattandomi le punture di zanzara – ah, siccome non l’ho mai raccontato prima, faccio presente di essere andato fin dal primo giorno in cui venni trivellato in una farmacia a cercare l’Autan per difendermi; ovviamente non sapevano cos’era, ma capirono che era un repellent against mosquitos; ma no, non ne avevano, sorry.

e invece la nuova camera è relativamente carina: soprattutto ha un baldacchino con una zanzariera monumentale capace di fare fronte a qualunque attacco; e la nuova sistemazione piace anche al mio netbook: faccio ancora un tentativo, tanto per fare, nel nuovo ambiente, e questa volta nello schermo nero si accende una scritta piccolina: Ripristino in corso; non credo ai miei occhi, ma il mio netbook funziona di nuovo, da allora non più dato altri segni di cedimento, ed è lo stesso sul quale sto scrivendo anche adesso.

euforia, da non dirsi: la mia coperta di Linus…

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ma mi rendo conto benissimo del carattere estremamente deprimente di questi ultimi resoconti, e cercherò di ridurli al minimo, oramai.

per prima cosa esco per andare dove avevo prenotato il taxi per farmi ridare i miei euro 2,5 di anticipo a vuoto, ben deciso ad attaccare briga…; ma li trovo chiusi… – fuggiti col favoloso bottino, immagino.

poi mi riattacco a chiamare l’ambasciata, e basterà dire che, nonostante oramai io insista molto, ogni soluzione, che si profila, irrimediabilmente sfuma poco dopo: il problema sta nel fatto che io posso fare il transfer in qualunque aeroporto europeo solo se ho anche un biglietto da quell’aeroporto verso l’Italia, in particolare su Roma, che è lo scalo rimasto accessibile ai voli esteri, ma questo è anche un problema irrisolvibile, dato che questi voli mancano e vengono cancellati via dalle varie compagnie.

non lo so, ma non mi sarebbe stato di particolare conforto, anzi al contrario, sapere che ci sono alcune centinaia di migliaia di persone nella mia stessa situazione, in questo momento; e oggi, togliendo dal conto quelli che poi ce l’hanno fatta, in quelle ultime ore convulse, ci sono ancora 200mila italiani all’estero che aspettano di rientrare e non si sa bene quando ci riusciranno.

l’unica notizia positiva è che faccio presente: il giorno 21 il visto mi scade e dunque dovrò anche andare all’ufficio visti per farmelo rinnovare, se non riesco a partire prima…ma no, non ce n’è bisogno: i visti sono prorogati tutti automaticamente al 12 aprile; be’, per quella data spero proprio di essere a casa…

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la giornata passa in un clima psicologico sempre più nervoso e depresso, ma c’è una notizia che rompe la routine: la figlia di mia cugina Dolore, Lisa, che sta facendo ricerca negli USA, è finita in foto e citata sul New York Times, perché il suo team sta facendo qualche scoperta importante sul coronavirus: mi arriva dalla cugina coetanea, nata due mesi prima di me, una foto misteriosa che all’inizio mi spaventa: una figura umana totalmente ricoperta da una tuta verde, da cui escono soltanto degli occhi che sono identici ai suoi; e io fraintendo in un primo momento temendo che mia cugina possa essere ricoverata in isolamento; ne approfitto subito per sparpagliare la notizia in giro per il mondo, via whatsapp: anzi, le due notizie, la prima che mia cugina è stata beccata, la seconda che non è vero, ma ha una figlia geniale.

c’è anche qualche oretta di ozio in spiaggia tra una disperazione e l’altra: sarebbe perfino bello, se non ci fosse questo clima di tragedia addosso.

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be’, mi guardo attorno gli sparuti sopravvissuti turisti che, stravaccati davanti a me davanti al mare sonante di onde e di colori, leggono svagati e mi chiedo che razza di maledizione mi porto addosso io che non sono capace di starmene tranquillo come loro.

e aggiungete mentalmente pure che inesplicabilmente, sdraiato anche io, un poco abusivamente, su un lettino di legno di un hotel, come mi avete appena visto, mi sono preso anche una bella scottatura alle caviglie, per il troppo sole preso senza accorgermene, e sarà solo prurito supplementare per la notte, visto che le zanzare non hanno accesso al mio lettone protetto dalla zanzariera…

c’è perfino una strana e poeticissima invasione di scurissime vele cinesi all’orizzonte, e – cavoli – se non avessi tutta quest’ansia addosso, mica sarebbe male pensare di imbarcarsi su uno di quei legni laggiù, come un Conrad qualunque, e fuggire verso i mari del Sud.

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invece devo risollevarmi di lì e trovo anche finalmente aperta la sconclusionata postazione dove avevo prenotato ieri il taxi fantasma: discussione animata, ecco anche il tassista, chiamato a testimoniare: che ammette di essere arrivato alle 6:20, è andato anche a cercarmi alla guesthouse, dove gli hanno detto che ero già uscito; no, non è passato prima delle 6:10, l’ora quando io me ne sono andato: a lui avevano detto di venire alle 6:30 (capito la cretina?); ma io ho ancora il biglietto con l’orario; dopo qualche ulteriore resistenza, ecco i miei due euro e mezzo, che decido di sperperare subito in Sprite e succo di frutta locale.

poi torno da Johann, l’efficientino che gestisce l’hostel, e finalmente lo trovo: oggi non avrebbe posto, ma me ne tiene uno in dormitorio per domani.

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il resto della giornata, giuro, l’ho dimenticato: troppo sgradevole per essere ricordato e neppure faccio lo sforzo di ricostruire le nuove ore di chat delirio con l’Italia e con l’ambasciata, un bis ancora più convulso delle conversazioni di ieri, dove riesco perfino a farmi compatire, sembra, per essermi ficcato da solo in una situazione che sembra senza via d’uscita; ma riesco anche a mantenere una relativa calma esteriore, anche se dentro di me sono nel panico.

giornata che si conclude, però, con un’insalata fenomenale di seafood, perché in questa guesthouse si dorme da cani, ma si mangia benissimo, almeno…

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della giornata successiva giovedì 19 non ho né foto né ricordi particolari, perché anche per fare delle foto bisogna avere un minimo di disponibilità psicologica, ed io non ne ho più.

soltanto, questo riprendo, al risveglio: mentre faccio la colazione, nella guesthouse che ha il cancellino profeticamente chiuso a chiave, uno scoiattolino intrepido, una specie di mio alter ego curioso ed irrequieto, sale sul mio tavolo, fruga tra il burro e la marmellata, adocchia il succo di papaya e alla fine scappa soltanto quando proprio lo scaccio.

ma a fine colazione il gestore arriva con le mani giunte: sorry sorry excuse me, ma lui ha dei bambini piccoli e una moglie, sorry sorry excuse me, non posso andare via? lui ha paura del coronavirus; non gli ripeto più che sono in Sri Lanka da un mese e non posso averglielo portato dall’Italia: la televisione che trasmette a getto continuo ha più forza delle mie parole; e per fortuna ho pronta l’alternativa da Johann; quindi piglio il tutto come una svolta positiva e mi guardo bene dal dirgli che me ne sarei andato comunque.

saluto senza troppi rimpianti questo luogo malsano; tornerei, semmai, per mangiare, ma dietro di il cancelletto d’ingresso viene chiuso col lucchetto: la guesthouse, per quest’anno, ha proprio chiuso…

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eccomi con la sacca a fare verso nord i due chilometrini che mi separano dal vecchio o nuovo ostello; stanno ancora aspettando che il mio predecessore esca, ma ho tutto il tempo di rilassarmi nella veranda piena di ragazzi e ragazze occidentali.

mio figlio mi manda un whatsapp per dirmi che un suo amico cronista del Giornale di Brescia vorrebbe intervistarmi; riesco almeno a rispondere in modo abbastanza acido, sventando il pericolo: figuratevi che voglia hanno laggiù, nel pieno della peste, di commuoversi per le traversie di un disgraziato fortunato che è riuscito a sfangarsela almeno il primo mese…

e pensare che oggi sarebbe anche la festa del papà!

. . .

e poi? poi il resto l’ho tutto cancellato dalla mente: basterà dire che, di fronte alla latitanza telefonica di Oman Air, l’ambasciata mi dice di andare domani alla loro sede centrale e mi dà l’indirizzo; ad ogni buon conto, se il cambio di biglietto non riuscirà, ecco anche il loro.

sera in Family Restaurant veramente simpatico: nuovo piatto di pesce, e mi regalo perfino un gelato, alla faccia del diabete! peccato soltanto che ci sia solo quello alla vaniglia, un gusto che non sopporto.

. . .

e siamo, con questo, a giovedì 20 marzo, e devo andare a Colombo e tornare in fretta, perché dalle sei di sera parte il coprifuoco fino a lunedì mattina alle sei: la prima meta, dall’ostello, sono gli uffici dell’Oman Air della capitale, che aprono alle nove; quindi basterà essere in stazione per le sette, immagino.

nella strada, che ha già un’aria strana ed è molto meno animata, i tuktuk sono già più o meno dimezzati nel numero, rispetto al solito, e scopro subito che, per una inesorabile legge economica, di conseguenza, il loro costo è raddoppiato: ecco, questo attraversa tutta la città e mi scarica davanti alla stazione ferroviaria, come gli ho chiesto, ma si ferma a guardarmi: in effetti ho notato nell’arrivare che non c’è vita e una specie di serranda semiaperta all’ingresso, ma vado a vedere lo stesso: la stazione è chiusa fino a nuovo ordine, dice il cartello…

tutto vuoto, tutto fermo, allora? non si va a Colombo? potrebbe crollarmi il mondo addosso; ma il driver mi aspetta: metti caso che voglia andare a Colombo col tuktuk: sarebbero 30 euro la tariffa normale, ma oggi? – gli dico, o meglio gli vorrei dire: ma come? la stazione è chiusa e tu mi porti lo stesso senza dirmelo? funzionano almeno gli autobus?– ma dalla mia bocca, ovviamente, esce soltanto l’ultima frase.

sì, gli autobus funzionano e il bus stand è a 500 metri: mi ci porta, onestamente, senza chiedere altro: sollievo…

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il tragitto dei 30 km per la capitale si fa in mezzora col bus, e non in 90 minuti come col treno, e costa poco meno di un euro anziché 40 centesimi: ci sono vedute un poco diverse, ad esempio la grande laguna di Negombo qui viene costeggiata, mentre il treno la ignora.

non è facile farsi portare dal nuovo tuktuk dall’autobus alla sede della Oman Air, anche mostrando l’indirizzo e la mappa, che qui per molti è un oggetto sconosciuto,  e ci arrivo che è ancora chiusa, prima delle 9; in portineria mi dicono a tempo indeterminato; l’ambasciata, che consulto, insiste che ieri c’era qualcuno a rispondere al telefono, e mi consiglia di aspettare l’orario di apertura e anche un pochino oltre; alla portineria mi danno cinque numeri di telefono per le emergenze: nessuno risponde mai, e se ne trovo qualcuno di occupato, a volte, sarà soltanto perché qualche altro disperato in giro per il mondo sta provando a chiamare.

giro qua e là, per occupare l’attesa, attorno alla rotonda della vicina piazza di Odel.

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ma tenetevelo per detto, per quel che vale: in futuro, se ci sarà ancora un futuro per i voli aerei e le compagnie non falliranno quasi tutte una dopo l’altra cadendo come birilli, evitate assolutamente la compagnia aerea del sultanato dell’Oman.

e i biglietti aerei, comunque, fateli sempre con la compagnia aerea direttamente o con una agenzia in carne ed ossa: evitate le agenzie virtuali su internet.

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nuovo trasbordo in tuktuk, faticosamente trovato, all’ambasciata questa volta: un fortilizio rigorosamente sigillato, dove entrare è un rito di iniziazione feudale e dove le norme igieniche sono imposte con rigida osservanza; e così si sprecano anche, italianamente, i tempi delle attese; e non pensate neppure che tutti parlino italiano lì dentro, molti addetti di grado inferiore sono singalesi con cui si deve continuare a parlare in inglese.

ma condivido la pazienza dell’aspettare prima con una giovane donna che lavora nella cooperazione internazionale e che è lì per rinnovare il passaporto (glielo fanno nel giro di un’ora, con straordinaria efficienza, ma almeno uno dei vantaggi del coronavirus è che cercando di evitare di farti tornare).

si riesce a scambiare qualche simpatica parola, ma soltanto per sentire qualcun altro che parla, in tono sconsolatamente profetico, della fine di un altro mondo, il suo, e prevede cambiamenti epocali di tutta l’organizzazione della vita, sua e degli altri.

. . .

intanto è uscito il mio interlocutore telefonico finora, Andrea, e ci conosciamo di persona, il brizzolato ed io, il canuto, oramai: prende in carico il mio caso, mi cercano un volo, devo avere pazienza.

infatti alcune prospettive sfumano, anche dal vivo, come sfumavano ieri per telefono, mentre le esamini o via via che le esamini.

ma intanto che passano un paio d’ore e più in questa snervante attesa, ecco un’altra giovane donna che arriva a condividere con me la sedia nel piccolo vano dell’attesa davanti al vetro che separa dall’ufficio: non so neppure io perché sono qui, dice; evidentemente per bisogno di conforto psicologico, penso io; e la sua storia fa impallidire la mia.

era qui vicino in India, in viaggio con i suoi genitori, arrivata un mese fa, e ha pensato di passare un weekend in Sri Lanka da sola: ha preso un aereo, senza neppure bagagli, il venerdì, per rientrare lunedì mattina; era l’inizio del mese, ma da quel lunedì l’India ha vietato a tutti gli italiani di metterci più piede; così i suoi genitori, non proprio giovani, sono rimasti di là, e lei di qua; e sono quasi tre settimane che sta cercando (o forse non cercando) di risolvere questa situazione; non le resta che farsi spedire il bagaglio in Italia con un corriere e rientrare da qui, se adesso ci riesce anche lei, le dicono; i genitori si spera che siano già tornati; ma lei se ne va senza prendere nessuna decisione; intanto le ha fatto bene che qualcuno abbia pensato a lei o che io abbia anche solo ascoltato la sua storia.

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io sono sempre più agitato, perché devo tornare a Negombo e ho paura che il coprifuoco che si avvicina diradi i bus: il massimo sarebbe rimanere bloccato a Colombo adesso…

verso l’una esce finalmente un impiegato singalese, che però parla un italiano perfetto: si è trovato un volo Colombo – Mosca – Fiumicino, sono 800 euro, mi sta bene? Mosca accetta ancora gli italiani, in più il biglietto per Roma è fatto ancora con loro, la mitica Aeroflot degli anni Sessanta e dell’Unione Sovietica.

capisco che è la mia ultima possibilità, non è il caso di farsela scappare, occorre soltanto pagare con la carta di credito di mia figlia…, ma lei mi dice via whatsapp di non usarla, perché ieri le risultava bloccata; mi dà i riferimenti di un’altra, la sua personale: concitazione, non accetta il pagamento! riproviamo con l’altra, e finalmente tutto torna, la password mandata a lei sul cellulare arriva a me con whatsapp da lei, prima che anche questa offerta sfumi, l’impiegato scompare per stamparmi il biglietto…, gli chiedo questa cortesia.

eccolo che torna, compare anche Andrea, che forse è il console o comunque l’addetto ai servizi consolari: ce l’abbiamo fatta, ma per fortuna che non sono tutti come Lei, dice – certo che non sono tutti come me, non c’era bisogno di un Andrea per dirmelo, lo so da solo che sono un tipo raro; ma non gli dico questo, ovviamente, ma: Mi dia almeno atto che io ce l’ho messa tutta per collaborare.Sì, è vero, intendevo dire che il suo caso è stato particolarmente complicato, dice Andrea mettendo una pezza alla mezza gaffe che ha fatto.

è il momento di dirgli che anche io ho lavorato in un consolato, a Stoccarda, ma sono già passati dai sedici ai nove anni, e in fretta lui verifica che non abbiamo avuto conoscenze in comune, ci salutiamo, ringraziamenti particolari al giovane solerte impiegato, e riparto.

. . .

il tuktuk che mi riporta al bus stand per 4 euro direttamente dall’ambasciata mi fa fare a questo punto un completo ripasso di Colombo e dei suoi posti che ho visitato, perché deve attraversare quasi tutta la città; li guardo distrattamente, però, concentrato sull’orologio; il driver capisce la mia ansia ed è gentile, all’arrivo cerca proprio di portarmi davanti all’autobus, anzi scende addirittura per mostramelo.

lo ringrazio e corro: per terra intravvedo la sagoma di uno dei soliti medicanti ridotti allo stremo di questa città crudele; faccio per scavalcarlo, ma mi fermo con orrore appena in tempo: quel corpo è parzialmente coperto da un lenzuolo bianco da cui spuntano due gambe nere magrissime, ci sono dei poliziotti attorno; quell’uomo è morto.

forse di coronavirus? non si sa.

dall’autobus con l’aria condizionata mi volto per l’ultima volta a guardarlo.

smart

. . .

ci sono cose che l’occhio umano non vede, ma una fotografia meccanica sì.

ho ritagliato la foto fatta dall’autobus per mettere in evidenza il tema che mi pareva centrale, e in questo modo è emerso un altro particolare che mi era sfuggito: la scritta beffarda, per tutti noi: Happy new year.

siamo nel pieno della guerra mondiale contro il virus: una guerra condotta in modo disordinato e scoordinato: qualcuno, qualcosa, ci augura sarcasticamente di cavarcela.

siamo alla vigilia di un cambio di civiltà: buona nuova vita a tutti noi.

io intanto devo almeno lasciare lo Sri Lanka, e venirmene in isolamento in Italia, a scontare quasi l’eccesso di libertà e di felicità del viaggio che mi lascio alle spalle.

 

 


26 risposte a "happy new year da Colombo – bortolindie 36 – 113"

    1. ma questa foto non è neppure mia, ti rendi conto?

      di chi è? io neppure mi ero accorto del significato che aveva, e mai l’avrei neppure notato se non venivo a ritagliarla per il blog.

      questa foto ci dice qualcosa sul carattere misterioso dell’arte, immagino.

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    2. e te ne dico un’altra, di cui pure mi accorgo soltanto adesso: hai notato che la posa dei piedi è la stessa nella mia prima foto, dove mi ritraggo spaparanzato sulla spiaggia, e nell’ultima, col povero morto?

      c’è una specie di rimando e di gioco di immagini, che è pure del tutto inconsapevole.

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      1. non l’avevo vista quella coincidenza sui piedi. In effetti hai la stessa postura di quello deceduto. Direi che devi prenderla come una premonizione e fare grande attenzione. Non vorrai mica cadere vittima delle probabilità impossibili che l’universo sembra preferire. Infatti io il gratta e vinci lo prendo solo nelle situazioni più improbabili. Saranno 1 o 2 all’anno proprio per rendere la vincita più improbabile possibile.

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        1. tutto questo potrebbe far pensare che tirare le cuoia sia un evento improbabile come la vincita al gratta e vinci; purtroppo non è così, soprattutto di questi tempi.

          naturalmente io prendo quella coincidenza come una specie di scongiuro: in effetti, assumendo quella posizione, mi ero come auto-candidato al trapasso, ma qualcun altro si è precipitato a prendere il mio posto: pensiero abbastanza cinico, ma è così che funziona la mente umana.

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          1. Quando si nasce si è tutti vincitori del gratta e vinci. Effettivamente la morte forse è una lotteria meno casuale.

            Dici che la signora in nero ha fatto uno scambio? Cosa le hai dato in cambio? eheh . Scherziamo per non piangere.

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            1. alla signora in nero in cambio ho dato la foto: è molto congeniale al suo tipo di umorismo.

              quanto alla nascita e alla lotteria del gratta e vinci, dubito molto che la nascita sia una vincita: la vedo piuttosto come l’attribuzione di un biglietto: truccato, perché finora non si conosce uno che abbia vinto.

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              1. beh, la vita in fondo è una vincita. Certo qualche volta potrebbe non essere un granché, però l’alternativa sarebbe la non esistenza. Quindi vincere non significa non morire ma solo nascere, non so se può definirsi come concetto buddista.

                Per quel che riguarda le vele hai ragione. Secondo me l’ultima parte del tuo viaggio l’hai fatta in compagnia. Con lei ovviamente e non te ne sei nemmeno accorto. Speriamo che si sia stufata e sia rimasta lì.

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                1. non è per niente buddista l’idea che la nascita sia una vincita, anzi per i buddisti è una punizione per le colpe commesse in una vita precedente.
                  la massima ventura è non nascere proprio più, e a questo mira il processo di purificazione interiore: arrivare al nulla assoluto.
                  (non che io condivida del tutto un pessimismo così radicale, tuttavia il buddismo è questo!)

                  certamente ero in compagnia di pensieri cupi nell’ultima parte del mio viaggio, ma erano solo loro e loro erano solo miei: quell’incontro e quella foto hanno fatto da esorcismo; resto ancora per un po’.

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                  1. le mie conoscenze del buddismo sono prossime a 0. Volevo fare bella figura ma pare che sia antibuddista ahah.

                    Sai… da quando sei tornato pare che la situazione sia leggermente più stabile. Mi piace pensare l’alba dell’Adam’s Peak ci abbia portato bene.

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  1. Mauro convengo con te che lo scenario è totalmente cambiato.
    La tua ansia è stata pungente, trovarsi nella comune trappola mondiale del coronavirus bloccato nello Sri Lanka…
    Gli ultimi giorni non sono stati difficili per i guesthouse, le zanzare possono tenere svegli e dare fastidio.per qualche giorno.
    Come passare le giornate beato e tranquillo. Ė un’impresa da santone.
    Il dubbio di non riuscire a rientrare fa male davvero.
    Hai ricevuto l’aiuto necessario dai tuoi figli, era quello di cui avevi bisogno trovato infine il volo.
    La foto ultima che hai postato ha un impatto emotivo forte!
    L’aspetto positivo della gente dell’isola mi pare comunque una ricchezza rara da non dimenticare.
    In Italia è poco reperibile direi rara.
    Resta la situazione qua in Italia dove i morti sono tanti, aggiungo troppi.
    Perché?
    Situazione amara, i racconti sono duri e drammatici.
    Non ho certo nulla contro chi lavora negli ospedali , anzi,credo però che gli encomi continui, le interviste ininterrotte e giù via via gli elogi a chi continua a lavorare per produrre e distribuire, l’occorrente alla popolazioni siano pubblicita che chi comanda vuole, ma eccessiva.
    Molti morti intanto non si sa dove si trovino.
    Mah, qualcosa non mi torna.
    Comunque ce l’hai fatta, mettercela tutta, senza aiuto non ti sarebbe bastato.
    Buon riposo .nella tua reggia 😙🏡

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    1. ecco il tuo controcanto che riprende, sottolinea, riflette e commenta.

      il concetto fondamentale resta quello di una rete di aiuto, familiare, ma anche pubblica, che mi ha salvato da guai seri.

      buona continuazione e buon isolamento. 😉

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  2. Che viaggio!
    Stavolta davvero con il fiato sospeso sino all’ultimo istante…
    Però
    però bisogna dire che è andato tutto bene
    (ringrazia tua figlia, i tuoi figli sono stati preziosi)

    E ora in quarantena (anche se immagino non ce ne sia bisogno)
    siamo tutti
    agli “arresti domiciliari” fino a quando non si sa…

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    1. certamente i figli mi hanno salvato; non li ho ascoltati quando pretendevano che tornassi a casa da Dubai, perso il portafoglio, ma poi mi hanno sostenuto in tutti i modi, tutti tre; e aggiungi alla lista anche Demian, il figlio di mia sorella; li ho anche ringraziati come dovevo; e questo è un esempio di che cosa significa oggi viaggiare interconnessi.

      ma non pensare che le difficoltà siano tutte finite…

      adesso quarantena precauzionale, attutita da internet, anche ora, senza la quale impazzirei.

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  3. Oh meno male hai finito di torturare quel povero addetto del consolato. Scherzi a parte sono contento che torni anche se le tue avventure ci mancheranno. Ma temo che per un po’ i turisti non saranno così graditi… adesso c’è da sperare che non ti blocchino a Mosca…

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            1. scommetto che, se per viaggiare intendi come molti spaparanzarti in spiaggia e mangiare a man salva, ingrassi per forza, ma se ti metti a fare dieci km a piedi almeno ogni giorno i chili li perdi.

              ovviamente, per darsi questo obiettivo, occorre anche procurarsi qualcosa di interessante e curioso lungo questi km.

              e certo, non puoi cominciare a sperimentare la cura adesso… 😦

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    1. scusa, dimenticavo la cosa più importante: quello che vorrei emergesse dai miei resoconti non è tanto come viene visto un turista anche in Sri Lanka, perché questo rientra nelle regole generali del commercio, ma piuttosto al contrario la gentilezza con cui molti di questi comunque ti trattano.

      in Italia l’albergatore o il tassista sono spesso loschi figuri ostili al cliente che servono; in Sri Lanka certo che cercano di guadagnare su di te, è normale, ma questo non li porta affatto a guardarti come un nemico.

      ho perfino capito che anche qui, come in altri paesi di questi mondi, anzi, se ti fai valere acquisti merito ai loro occhi, perché ti mostri simile a loro, senza la protezione del denaro.

      una cosa tipica è la richiesta di ogni driver che ti porta alla stazione se non vuoi che ti porti lui a Colombo, ma una volta che tu dici di no, perché è troppo caro, sono ben lieti di aiutarti ad andarci in bus o in treno, e ti aiutano, quasi tutti, spassionatamente.

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