una ventina di anatroccoli e il coronavirus – bortolindie 37 – 114

il mio rientro a Colombo venerdì 20, dopo che l’Ambasciata mi ha finalmente trovato un volo di ritorno in Italia per l’indomani via Mosca e Roma Fiumicino, è pieno di gratitudine: non solo per i miei figli, che mi hanno sostenuto in tutti i  modi, psicologicamente e finanziariamente, ma anche per loro.

fatemelo dire anche qui, come l’ho detto in questi  giorni anche privatamente: il nostro ministero degli Esteri ha dei difetti gravissimi, come struttura, ed è un luogo di clientelismi spesso commisti a corruzione, ma la qualità dei nostri servizi consolari è una delle nostre eccellenze e resiste anche al quadro negativo nel quale è immersa: lo dico anche per esperienza diretta, avendo lavorato in un consolato per sette anni, c’è nei consolati una specie di tradizione positiva, una abitudine alla buona gestione dei problemi e all’occuparsi attivamente delle persone in difficoltà, che resiste anche a sollecitazioni politiche contrarie.

e poi lo dico con un briciolino di soddisfazione a me stesso: sono rientrato a mie spese, mi sono fatto carico, ragionevolmente, della mia audacia, o se preferite sconsiderata imprudenza, della scelta arrogante di continuare a viaggiare in un clima sospeso di sogno, mentre il mondo precipitava nella più grande catastrofe del secolo: non sono stato salvato da qualche volo militare a spese della collettività, ma ho pagato il mio volo di linea, e anche abbastanza, secondo i miei parametri e le mie possibilità, tanto da potermi considerare punito per il giusto ed essere in pace con la mia coscienza; nello stesso tempo la comunità in cui vivo e a cui ho pure dato qualcosa nei miei anni di lavoro nei servizi pubblici non mi ha abbandonato a me stesso, ma si è occupata di me e non mi ha fatto sentire completamente solo.

per non parlare della mia famiglia, intesa come figli e anche il nipote, figlio di mia sorella, che oggi mi appare come l’ho sempre voluta: solidale, attiva, responsabile.

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basta, chiudiamo con questo pistolotto e adesso seguitemi pure, mentre scendo dal bus che mi ha riportato a Negombo, alla stazione che si trova alla sua estremità meridionale, vicino alla laguna, e per distendere i nervi, finalmente, decido di farmi a piedi tutti i sei km che occorrono per arrivare all’ostello; così mi compero anche dei guanti di latice in farmacia.

ecco che torna la voglia di qualche ultima foto di Negombo nel suo lato lagunare, questa specie di rusticissima Lignano Sabbiadoro singalese.

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e dei suoi canali:

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in realtà la mia scelta è un poco sconsiderata, dato che i problemi non sono ancora tutti risolti, ed in particolare occorre assicurarsi il taxi domattina per andare all’aeroporto, durante il coprifuoco, e temo possano sorgere delle difficoltà burocratiche; ma che dire se alla camminata aggiungo anche l’inevitabile idea di ritornare a mangiare al Family Restaurant di ieri esattamente le stesse portate?

peccato solo che non c’è più il gelato, sostituito da una specie di glassa locale altrettanto proibita; ma il gioco del replay del passato è così sfacciato che ci ritrovo dentro la stessa famigliona tedesca della sera prima e sghignazziamo assieme sulla incredibile coincidenza.

d’altra parte non era certo sensato aspettare che scattasse il coprifuoco per restare completamente digiuno; ad ogni buon conto sono andato prima da Johann a dirgli di prenotare il taxi.

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l’escursione a piedi, lo ammetto, nasce anche dalla curiosità di vedere come procede l’azione governativa nello Sri Lanka contro il coronavirus; ed ecco subito due note, una positiva ed una negativa.

di positivo ci sta che questo governo si muove tempestivamente contro il rischio epidemia ed impone un coprifuoco quando i contagi ufficiali nell’isola sono soltanto 70, e non aspetta, cullandosi sugli allori, che i contagi sfuggano di mano per agire, come abbiamo fatto noi in Italia.

d’altra parte la parola coprifuoco, nella sua drammaticità, indica comunque la fermezza con la quale si intende procedere, e il fatto che viene impiegato l’esercito per farlo rigidamente rispettare.

l’errore sta invece nell’avere esteso il coprifuoco anche agli alimentari, col risultato che la gente si accalca disordinatamente anche davanti al più piccolo negozietto: se ci sono già infetti in giro, questo sarà un regalo impagabile all’epidemia.

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sta di fatto che le conseguenze di queste dure, ma previdenti scelte si vedono subito, quando, abbondantemente dopo le 5, rientro all’ostello nella grande terrazza coperta dove sembra si siano radunati tutti i suoi giovani ospiti e dove non si sente che la parola coronavirus, pronunciata alla francese, alla tedesca, all’inglese.

Johann, con un briciolino di malignità negli occhi, mi dice che il tassista si rifiuta di venire domattina, perché ha paura di essere arrestato per violazione del coprifuoco; ma no, Johann, dico io, che sul tema ho chiesto in ambasciata prima di partire: andare in aeroporto è consentito, basterà mostrare copia del biglietto, ed io ce l’ho (me la sono fatta anche stampare in ambasciata, no?). – già, fa lui, inflessibile come se fosse un poliziotto locale, ma come farà nel viaggio di ritorno, quando non avrà più il vostro biglietto da esibire?

obiezione sconcertante: chiedi alla polizia, Johann. Ci ho già provato, ma non rispondono al telefono… – oh Cristo, e dove è la stazione della polizia?Qui vicino, ed accenna un gesto verso nord, e io esco subito a precipizio; ma il problema riguarda diversi altri che hanno pure il volo di ritorno domattina, e vedo che mi seguono.

io vado veloce, però, sulle ali del motore dell’ansia; loro sono in gruppo e seguono paciosi chiacchierando fra loro; vicino è un concetto relativo, perché sono un altro paio di km, e arrivo che sono le sei meno dieci; vuoi vedere che questi chiudono anche in anticipo…

ma no… – fermo! mi intimano quando arrivo; eppure ho la mia mascherina, forse anche i guanti di plastica, adesso non ricordo; Lei stia lì, e poi viene uno che si tiene a distanza; gli espongo il problema, si consulta, e la risposta è ovvia: quando arrivate all’aeroporto andate dalla polizia assieme e questa rilascerà al tassista l’autorizzazione al ritorno.

evviva! altro uovo di Colombo, visto che siamo in Sri Lanka e Colombo non è il navigatore, ma la sede del governo.

festoso annuncio la soluzione del busillis anche ai miei compagni di consultazione, che incontro mentre ritorno, così possono invertire la marcia senza farsi tutta la scarpinata, e farsi superare di nuovo anche nel ritorno.

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Johann chiama il tassista e glielo spiega; questo deve essersi informato anche per conto suo e non fa più resistenza, allegria!; una ragazza belga lentigginosa e dai capelli rossicci, come da sceneggiatura, ha l’aereo mezzora prima di me e concordiamo di condividere il taxi: non che questo ci faccia risparmiare, perché il tassista ha raddoppiato la tariffa, ma insomma almeno fa calore umano; lei poi è bruttina e sembra averne bisogno.

scrivo nella veranda, scrivo del mio viaggio – da giorni ho smesso di scrivere sul virus, da quando ne parlano tutti, ne parlano troppi, e girano troppi discorsi a vanvera (ma mi rifarò, prima o poi).

carico la sveglia, ma non serve: mica riesco a dormire.

da vecchio insegnante di lettere mi viene in mente il Manzoni che dice di un grande generale che dormiva i suoi sonni più profondi prima di ogni grande battaglia; ma niente ci dice di come dormiva il generale dopo averla vinta, una grande battaglia: io penso che avesse un poco di insonnia da soddisfazione anche lui.

poco prima delle sei, io esco, nel tenue germoglio dell’alba, a fare un’ultima foto a questo luogo che mi ha visto fermo per giorni a risolvere i problemi del mio viaggio sia all’arrivo in Sri Lanka, sia ora, alla sospirata partenza: il clamore delle gazze mi mancherà?

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battaglia vinta, ma scaramucce di retroguardia prolungate, ancora per un paio di giorni; le riassumo, prima di dare l’addio definitivo al mio viaggio:

i controlli dei militari armati lungo lo stradone deserto e della polizia all’aeroporto vanno bene; all’aeroporto, per la cronaca, non andiamo dalla polizia, ma il tassista si limita a fotografare col cellulare il nostro biglietto da esibire per il rientro.

il tabellone dei voli all’aeroporto sembra un cimitero degli elefanti: e qui gli elefanti sono i voli cancellati a decine; chissà se e quando le compagnie aeree si riprenderanno da questa catastrofe; ma quello per Mosca sopravvive alla strage, alleluia!

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l’imbarco va bene, ma mi dicono che a Mosca dovrò rifare il check-in; questo alimenta un dubbio, abbastanza gratuito e frutto soltanto di un bisogno di ansia e di adrenalina, che poi a Mosca il volo per Fiumicino  ci possa non essere più.

in aereo mi ritrovo vicino ad una ragazza russa veramente simpatica, separato da un solo posto vuoto; sistemo la mia sacca sotto il sedile e sto per fare altrettanto col giaccone fonzie forse un pochino infangato qua e là, ma lei mi fa notare che ci sono dei gancetti sul sedile di fronte a noi e che posso agganciarlo lì; arriva una seconda ragazza per il posto intermedio, odiosa fin dal primo momento, e si accomoda: poco dopo mi si rivolge, con un cenno senza parole; devo spostare il giaccone nel portabagagli in alto; figuratevi io, trovo al volo la risposta più insultante: senza una parola spingo il giaccone tra le ginocchia, in modo che non la sfiori neppure per sbaglio; e la manovra sortisce il suo effetto: tempo cinque minuti e la schifiltosa se ne va: giuro! l’altra ragazza, quella simpatica, sorride e commenta: better for us! e non ci fosse ‘sta paranoia del virus la vorrei abbracciare.

non so se quella nevrotica ha abbandonato l’aereo e il volo addirittura oppure se è passata in business class, perché di altri posti davvero non ce ne sono, eppure gli aerei Aeroflot sono dei veri monumenti; questo sembra quasi un cinema e ha centinaia di posti, e non ne vedo uno vuoto (col che ancora mi congratulo con me stesso di averne trovato uno all’ultimo momento).

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le nove ore di volo per Mosca sono pesanti, e tristemente osservo, sulle mappe che periodicamente compaiono sui piccoli schermi dell’aereo, che sto rifacendo nella prima parte in volo il percorso che avevo immaginato di fare sul terreno quando avevo progettato questo viaggio rimasto a metà, senza India, senza Pakistan, senza Oman, senza Libano: resta, con i suoi 41 giorni, comunque, il secondo viaggio più lungo della mia vita, dopo il giro del mondo in 140 giorni del 2014 e prima del giro dell’India centro-settentrionale del 2009, che durò 35 giorni, come il viaggio via terra in Siria del 2003.

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al secondo check-in a Mosca il panico mi aggredisce di nuovo, dato che davanti a me stanno allo sportello per mezzore delle persone il cui volo è stato annullato e devono trovare delle alternative e io ho solo due ore e mezza tra un volo e l’altro; uno, in particolare, è in aeroporto da tre giorni, in attesa di una soluzione; ma poi arriva una coppia di italiani che ha comperato il biglietto in un’agenzia, in Vietnam, e ha il check-in già fatto, e dunque il volo c’è, basta arrivare a prenderlo; all’agenzia gli hanno detto che era l’ultimo disponibile per rientrare in Italia; tranquillo, mi dice un francese che mi vede troppo agitato, se non ce la facessimo ci darebbero la precedenza: ma io guardo scoraggiato la folla disordinata dei partenti, e sembra un esodo biblico, una fuga da un mondo che scompare; poi, quando finalmente arrivo a fare il mio check-in e mi volto per passare a mettermi in coda per il controllo passaporti, la folla non c’è più.

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nel secondo volo da Mosca a Fiumicino mi sembra di essere tornato a scuola a fare il preside: sono in mezzo a una quarantina di studenti euforici di mezza Italia che sono stati fatti rientrare dal ministero degli esteri dal loro anno di studio all’estero in Thailandia (anche io ci avevo mandato due studenti anni fa, e mi vollero bene per questo): poi la ragazzina che sta seduta al mio fianco si accorge di avere perso il passaporto al momento dello sbarco, cerca dappertutto senza trovarlo, ma sono io a scovarglielo sotto il sedile.

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Fiumicino a notte: dichiarazione da compilare; ce l’hanno distribuita sull’aereo, e io avevo riempito la facciata in inglese, senza accorgermi del retro in italiano; ma tanto ce la fanno rifare perché il modulo non va bene.

rivolgersi alla polizia per fare la denuncia della perdita dei documenti un mese fa a Dubai è impossibile: non ci riuscirò né qui né a Termini né a Verona né a Brescia; ci penseranno i carabinieri di Sabbio Chiese, forse; e comunque ad ogni passaggio davanti alla polizia mi fanno fare un modulo nuovo, perché il precedente non va bene, e io provo anche a riderci su, ma capisco che li irrito…

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impiego un’ora a trovare l’hotel a cabine dentro l’aeroporto dove passare la notte, che sembra sia stato occultato alla fine di una caccia al tesoro, ma tanto è inutile perché le cabine sono tutte occupate, e dunque mi rassegno ad un esercizio da contorsionista tra due sedili di ferro: mi permette di dormire un paio d’ore, non di più, nella notte dell’aeroporto, vicino a due, che – più che viaggiatori – sembrano barboni, tra le installazioni, oramai patetiche, che ricordano i 500 anni dalla morte di Leonardo.

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comincio a provare ad abituarmi a questo clima sospeso, alle persone che sobbalzano se solo provi ad accostarti da lontano, alla città e ai vagoni semi-vuoti.

alla stazione le biglietterie sono chiuse e i biglietti si fanno soltanto alle macchine automatiche; alle informazioni di Fiumicino mi avevano detto che avrei impiegato 12 ore ad arrivare a Brescia, con tre cambi, fino alle 10 di notte; ma trovo un percorso un poco più breve nel tempo, anche se più lungo nello spazio, via Padova, ed arrivo a Brescia alle 16: ci ho sempre messo come da Colombo a Mosca, ma almeno il viaggio è stato più vario… – almeno a considerare vario il vuoto quasi assoluto che mi circonda e che cresce via via salendo verso il nord: mi pare di stare in un film di fantascienza, anzi sono più preciso: in un telefilm in bianco e nero della mitica serie americano degli anni Cinquanta: Ai confini della realtà

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in questo vuoto una lunga chiacchierata con un giovane uomo che alla fine rivela di essere un albanese immigrato, ma parla l’italiano senza accento straniero, e infatti è cresciuto qui: ritorna dalla Scozia, forse per sempre, e ne ha di cose da raccontare, sia sulla grande umanità di quel popolo sia sul disordine con cui il governo inglese mal gestisce l’emergenza virus.

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arrivato a Brescia, vado in taxi a casa di mia figlia a recuperare la mia macchina per tornare a casa; mi salutano lei e le bimbe dal balcone; e da una finestra, separato, Marco, suo marito: ha la febbre e si è auto-isolato nel bilocale di fianco, dove stava suo fratello, che è tornato dai genitori; naturalmente nessuno pensa di fargli un tampone…

le strade sono così vuote che arrivo a casa, finalmente, in 45 minuti anziché in 50: niente baci né abbracci ovviamente, con mio figlio, moglie e nipotini, che si sono trasferiti qui da un mese (ma prima sono passato a casa loro a prendere due sacchetti di giochi per i bambini che avevano dimenticato sul pianerottolo), ma tanta commozione lo stesso: festeggiato sia qui sia a Brescia come una specie di redivivo (il fatto che avrò 72 anni il mese prossimo è puramente incidentale per me, ma non per loro); domani sera ci sarà una lunga videochiamata con Sara ad Abu Dhabi: il fidanzato è ancora lì, da inizio mese, e in telelavoro con la Svizzera, prima in auto-isolamento, ora in quarantena legale obbligata: va’ là, Sara, che per te il coronavirus è quasi una fortuna

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ma qui sulla montagna ci stiamo ancora salutando da un balcone all’altro del mio casolare, che arriva Martin di corsa, il nipotino: nonno! nonno! è nato un anatroccolo!

l’anatra, che aveva cominciato a dare segni di volere covare al momento della mia partenza, ha aspettato giusto il momento che tornassi, per concludere la cova.

per la cronaca, in barba ad ogni virus, ad oggi sono una ventina gli anatroccoli neonati, una quindicina i sopravvissuti, e stanno già sguazzando nella vasca.

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questa mi pare una bella conclusione della cronaca del mio viaggio, che è iniziato con l’intenzione di fare una specie di mini-round dell’Asia e si è concluso, a sorpresa, come un percorso ad ostacoli dentro l’epidemia di coronavirus che è la nuova guerra mondiale che segna la fine della nostra epoca.

a me questo sembra uno strano e casuale messaggio di speranza, ma forse è soltanto una trita trovata retorica per addolcire la pillola della fine delle nostre certezze.

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il principale requisito richiesto al viaggiatore è l’ingenuità, o chiamatela pure innocenza: quella da cui nasce la curiosità di chi si aspetta qualcosa di nuovo, ed è la molla che spinge ad affrontare tanti rischi, disagi e strapazzi.

ma se un viaggio distrugge l’innocenza e le sostituisce la paura, il viaggiatore sa di avere perso la sua partita e che verrà meno la spinta a nuovi viaggi futuri.

non so se questo viaggio sia stato quello fino alla fine dell’innocenza o dell’ingenuità, quello che ti rende consapevole e che spegne il sogno e la voglia stessa di sognare.

e a voi che cosa pare? 


8 risposte a "una ventina di anatroccoli e il coronavirus – bortolindie 37 – 114"

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