ricostruire L’annuncio del nuovo regno, secondo i seguaci di Jeshu, dal Vangelo secondo Giovanni – 2. L’inno iniziale – 351

presento, prima di tutto, il testo in oggetto, cioè l’inno iniziale che indica il tema centrale dell’opera (Vangelo secondo Giovanni, 1, 1-18), in una traduzione che cerca di riportare il testo al suo significato autentico e originario, per quello che poteva davvero significare nella cultura ebraica del primo secolo.

1 In principio c’era la parola di Dio,
e questa parola era presso Dio
e la parola era Dio.
2 Essa era, in principio, presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lei
e senza di lei nulla è stato fatto di ciò che esiste.
4 In lei era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
6 Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di Lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11 Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
12 A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13 i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la Sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
16 Dalla Sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
17 Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che Lo ha rivelato. 

. . .

alla luce delle osservazioni e dell’esempio fatto nel post precedente, riconosciamo facilmente anche in questo inno dei passaggi nei quali si afferma la natura divina di Gesù, che non appartengono alla redazione originaria del testo, che invece afferma la natura umana, sia pure straordinaria, di Jeshu: 13-14; 16-18.

meno facile è decidere per altri passi se sono parte del testo originario, oppure no.

si consideri, ad esempio, la duplicazione di concetti solo apparentemente simili che troviamo tra 1, 9-10 e 1,11:
9 Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di Lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11 Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.

nella stesura che precede si crea la stessa confusione concettuale, che trasferisce a Gesù, visto come l’incarnazione del Verbo, di essere anche lo strumento attraverso il quale è stato fatto il mondo: si dice che Gesù è la luce che illumina ogni uomo, ma nello stesso tempo si dice che il mondo è stato fatto per mezzo di questa luce: affermazione che contraddice chiaramente il racconto della creazione nella Genesi, dove la luce è la prima cosa creata e non uno strumento della creazione.

si dice anche che il mondo non lo ha riconosciuto; e questa lamentela sul mancato accoglimento del messaggio di Gesù è ricorrente nel testo che abbiamo del Vangelo secondo Giovanni, in modo quasi maniacale.

. . .

allo stesso modo è rivelatore il confusissismo inizio (1, 1-6) sulla preesistenza della parola di Dio rispetto al mondo e sul suo ruolo centrale nella creazione del mondo: ma la confusione nasce tutta dalla manipolazione del testo originario per fargli dire tutt’altro da quello che intendeva, senza modificarlo, ma semplicemente con aggiunte incongruenti.

si afferma, per esempio, che la parola era presso Dio, ma poi si afferma anche che la parola era Dio (1,1c): le due affermazioni sono chiaramente in contraddizione l’una con l’altra; quindi questo verso dell’inno (1,1c) va certamente ricondotto a quella stessa reinterpretazione teologica che si esprime anche in 13-14 e 16-18.

notare bene, come traccia dell’intrusione, il fatto che il concetto espresso nel verso immediatamente precedente è ripreso e ripetuto anche in quello successivo, per sanare le discrepanze prodotte dall’aggiunta: nel caso di una aggiunta nel testo, questa è quasi la firma del fatto:
e questa parola era presso Dio (1,1b)
2 Essa era, in principio, presso Dio (1,2)

dunque, proprio perché anche su questa parte del testo si interviene, per correggerlo, dobbiamo ritenere che esso appartenga allo strato più antico e originario.

. . .

ma questo comporta anche la necessità di leggerlo alla luce della cultura ebraica del periodo, prescindendo del tutto dalle reinterpretazioni teologiche successive, che si fondano su un colossale fraintendimento provocato dalla traduzione greca.

la parola, in greco, è il fatti il lògos; ma questa parola indica anche la ragione; il filosofo ebreo Filone di Alessandria, vissuto proprio in quel periodo, la usa proprio in questo senso specifico; è dunque possibile interpretare in un modo assolutamente nuovo ed estraneo alla cultura ebraica la parola di Dio di cui qui si parla, come la ragione, e perdipiù personificare questa ragione divina nella figura della seconda persona della Trinità, l’uomo-Dio, il Lògos.

peccato che per gli ebrei – questo è accertato – con l’espressione la parola [di Dio] si intendeva inequivocabilmente la Torah, il testo sacro: i rabbini asserivano che la Torah (la Legge) fosse preesistente, quale strumento di Dio nella creazione e fonte di luce e vita.

Logos_Torah-2a

per noi può risultare difficile capire come per un ebreo del primo secolo, o anche prima, la Torah, i primi cinque libri della bibbia, quelli che noi chiamiamo Pentateuco, potessero essere considerati lo strumento attraverso il quale era stato perfino creato il mondo: ma con questo si intendeva sopratutto sottolineare che la creazione del mondo era avvenuta secondo un preesistente progetto divino.

6 Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Salmi, 33, 6

attorno al III secolo a.C. si concluse presumibilmente la stesura di una raccolta di Proverbi, entrati a far parte della bibbia ebraica e di quella cristiana, raccolti attraverso secoli diversi, una parte dei quali fu attribuita a Salomone, come mitica figura di re saggio; e qui la parola di Dio venne identificata con la Sapienza:

22 Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, all’origine.
23 Dall’eternità sono stata formata,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
25 prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io fui generata,
26 quando ancora non aveva fatto la terra e i campi
né le prime zolle del mondo.
27 Quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso,
28 quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell’abisso,
29 quando stabiliva al mare i suoi limiti,
così che le acque non ne oltrepassassero i confini,
quando disponeva le fondamenta della terra,
30 io ero con lui come artefice
ed ero la sua delizia ogni giorno:
giocavo davanti a lui in ogni istante,
31 giocavo sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo.
Proverbi, 8, 22-31

questo dunque è soltanto il significato che dobbiamo dare al testo originario al termine parola.

. . .

ed ecco dunque, in conclusione, come possiamo ricostruire ragionevolmente l’aspetto di questo inno introduttivo nell’Annuncio del nuovo regno, secondo i suoi seguaci, prima che venisse trasformato nel Vangelo secondo Giovanni:

1 In principio c’era la parola di Dio,
e questa parola era presso Dio.
3 Tutto è stato fatto per mezzo di lei
e senza di lei nulla è stato fatto di ciò che esiste.
4 In lei era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
6 Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce.
8 Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
11 Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
12 A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
15 Yehohanan gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me è avanti a me,

perché era prima di me».

. . .

si noti che, con l’eliminazione delle integrazioni successive si è anche ripristinata della forma tipica della poesia ebraica, rappresentata da due versetti accoppiati, strettamente legati per il senso.

diversi studiosi del Vangelo secondo Giovanni hanno già notato che da diversi passaggi appare la derivazione del testo in greco che abbiamo oggi da un originale in aramaico.

chi integrò il testo, dunque, lo fece già nella traduzione greca ed era già abbastanza estraneo alla cultura ebraica, così da non conoscere neppure più bene questa caratteristica della sua poesia.

. . .

ma, ripristinato nella sua forma originaria, ora il testo ci dice molto sull’ambiente dal quale è stato prodotto, sulle sue finalità, e dunque anche presumibilmente sul momento storico nel quale è stato composto.

sarà l’argomento del prossimo post.

 


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