la nonna Catina e l’altra epidemia di sessant’anni fa – 105

la madre di mia madre, Caterina Tomasin, ma detta Catina familiarmente, era una donna alta, energica, con una personalità molto forte e forse anche una certa tendenza a menar le mani, almeno a stare ai racconti di mia madre sulle strategie che lei metteva in atto per evitare sganassoni e pizzicotti fuggendone lontana; contro-strategia della nonna: lancio mirato di ciabatte e anche zoccoli, che fanno più male…

il fatto era che mia madre era nata, ultima di nove figli e a distanza di cinque anni dal penultimo dei fratelli, Mario, quando la mia nonna materna era già anziana, secondo i parametri dell’epoca: aveva infatti 41 anni; non credo quindi che sia stata una figlia molto desiderata; aggiungeteci pure che nacque su un carro, durante la rotta di Caporetto (novembre 1917), mentre la nonna e i familiari fuggivano da casa sotto le bombe (la nonna con l’oro di famiglia nascosto addosso), il nonno no, perché era al fronte, e avrete un quadro completo di un rapporto nato problematico fin dall’inizio.

mio nonno aveva 56 anni, quando nacque mia madre, e siccome solo tre anni dopo la prima figlia di mia nonna, Elisabetta, ebbe il suo primo figlio, Antonio, detto Toni, e viveva nella metà di fianco della grande casa di famiglia di Vazzola, nei dintorni di Vittorio, ecco che mia madre crebbe assieme a Toni chiamando suo padre nonno, come faceva lui, e il nonno vero, ancora vivo, fino a 93 anni, nono veccio.

e Toni, come ho raccontato varie volte, era il padre dell’ex-ministro Sacconi, prima braccio destro di De Michelis e poi Forza Italia; è morto da poco, ultranovantenne.

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ma qui mi fermo in questi accenni alla storia familiare, perché il vero oggetto di questo post è un altro momento cruciale della vita della mia nonna Catina: ci spostiamo al dicembre 1957, quarant’anni dopo quel 4 novembre 1917 in cui nacque mia madre, che festeggiò certamente un bellissimo primo compleanno: uno dei primi giorni di quel dicembre del ’57, ma non so dirvi quale esattamente, mia madre e mio padre partirono d’urgenza, lasciando me e mia sorella affidati non so a chi, perché la nonna Catina stava male; era arrivata una telefonata che li chiamava lì per la fine. 

a quanto so, arrivarono che la notte era già iniziata, e Catina era già in agonia: quando mia madre si avvicinò per baciarla, lei mormorava Maria, Maria, ma nessuno crede che l’avesse riconosciuta; si preferisce pensare che stesse recitando il rosario; e dopo un’ora rese l’ultimo fiato: in quel momento esatto, come si verificò più tardi, a più di 200 km di distanza, io mi svegliai nel cuore della notte: avevo sangue dal naso.

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del resto quella fine di Catina era degna di lei – qualcuno diceva che la morte rivela la vera natura di una persona: era il mio insegnante di lettere del ginnasio, il mitico professor Martinazzi, celebre oltre che per la forsennata severità e le capacità straordinarie di docente, per avere fatto a botte in seguito con gli studenti che picchettavano il suo liceo classico nel Sessantotto, e fu anche sindaco del suo paese, Limone del Garda, dove morì facendosi scoppiare un aneurisma mentre inseguiva dei ragazzini che gli avevano tirato un pallone in casa.

anche la nonna Catina diede forza al detto del professore, in realtà applicabile solo a qualche caso, a parer mio: alle quattro del pomeriggio del suo ultimo giorno, infatti, sentendo che l’ora finale era arrivata, aveva convocato tutti i mezzadri, cioè i contadini affittuari delle sue notevoli proprietà, per chiudere i conti e lasciare la situazione ben chiara; poi si era affidata alla battaglia finale che il suo corpo voleva combattere, non lei, sia chiaro: perché lei si affidava a Maria e non era arrivata ad ottantun anni senza sapere che tutti dobbiamo morire e quello che è veramente importante è morire bene, dopo avere vissuto bene.

e lei aveva svolto bene entrambi i compiti, anche quando era rimasta senza il suo Giacomo, quasi vent’anni prima esatti, dal gennaio del 1938.

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ai fini di questo post e dei suoi scopi, occorre però dire, per entrare finalmente in argomento, che Catina, però, non morì di banale vecchiaia: aveva dentro di sé tutte le risorse per continuare almeno un’altra quindicina d’anni, come molti dei suoi figli, se trascuriamo quelli che se ne erano già andati: Amabile, nel 1919, per l’influenza spagnola; Oreste, nel 1948, suicida per le sofferenze procurate da una tubercolosi ossea; e gli ultimi due nati, Mario e mia madre Maria Teresa, detta semplicemente Maria, che sarebbero morti a non troppa distanza negli anni Ottanta, entrambi per l’artrite reumatoide, complicata in mia madre anche da un tumore al seno; Italo detto Tito morto pure abbastanza giovane, a 72 anni, per un infarto; e Luigi, detto Gigetto, che morì a 75, ma soltanto perché gli era esploso addosso il fornellino ad alcool con cui si faceva il caffé la mattina al risveglio.

ma gli altri, Elisabetta, detta Lisetta, Carlo, detto Carluccio, e Miranda, avevano tutti superato i novanta; e non fate caso ai diminutivi: erano tutti grandi e slanciati come la madre Catina.

Catina morì dunque di influenza, come era successo alla seconda figlia ventenne quasi quarant’anni prima: questa volta era l’asiatica, non più la spagnola, e lei fu una delle circa 30mila vittime di questa epidemia in Italia; non aveva altre malattie in corso e, nonostante l’età, era abbastanza in buona salute; l’unico problema era che qualche anno prima avevano scoperto che aveva tre reni e il terzo le dava un po’ fastidio; le avevano chiesto se voleva donarne uno: figurarse, aveva risposto lei, con uno dei suoi intercalari degni del Goldoni.

anche nell’asiatica il virus aveva la capacità, in alcuni casi, di produrre direttamente una polmonite virale e colpì milioni di persone; leggo oggi che era stato anche ottenuto un vaccino, abbastanza precocemente, ma non ricordo che nessuno ne parlasse; dopo la sua prima fase esplosiva nel 1957-58, rimase in circolazione attenuato, per una decina d’anni, fino a che venne sostituito dal virus dell’influenza di Hong Kong, una sua variante, che fece una strage simile nel mondo, attorno ai due milioni di morti, dicono.

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la nonna Catina, colpita dall’asiatica, morì nel suo letto recitando il rosario: nessuno pensò di portarla in ospedale in terapia intensiva o a farla intubare, nessuno aveva pensato di vaccinarla.

si viveva in un mondo, sessant’anni fa, in cui la morte, ad una certa età, era considerata normale; e le persone arrivavano anche, in genere, abbastanza preparate a gestirla, magari aiutate dall’idea di una qualche sopravvivenza futura, diversa da questa misera che sto cercando di assicurare io alla mia nonna monumentale e severa, raccontando i ricordi che ho di lei (e quando torno in Italia integrerò questo post di storia familiare con qualche foto, promesso).

e qui forse capite dove voglio andare a parare, dato che anche questo è, contro ogni evidenza, un post sul coronavirus.

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uno degli aspetti più facilmente visibili della struttura culturale che il consumismo capitalistico ha prodotto sui nostri modi di pensare è questo: l’idea che la vita individuale debba essere potenzialmente illimitata si associa necessariamente, come sua conseguenza, all’idea del consumo infinito e infinitamente crescente, come illimitatamente crescente deve essere lo sviluppo della popolazione mondiale; secondo questa visione della vita, non possiamo escludere la morte, ovviamente, ma abbiamo tutti comunque il dovere assoluto di spostarla più in là nella nostra vita; anzi questo è un dovere sociale, tutti devono cooperare con noi perché noi viviamo il più a lungo possibile; ricordo bene, per fare un esempio molto personale, il caso di mia suocera che scoprì di avere un tumore alla bocca a 94 anni, venne operata con successo, e visse altri tre anni, la maggior parte fra brutte sofferenze.

dovere etico fondamentale questo, che le chiese, ma soprattutto quella cattolica, convalidano, affermando che la vita deve continuare sempre ad ogni costo, ridotta poi alla capacità di consumare, fosse soltanto anche di consumare ospedalizzazioni e terapie, per non chiamarle ostinazioni terapeutiche: ricchissime di profitti, peraltro, per chi assiste e per chi produce farmaci e cure.

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la mia personale visione della vita e della morte è ben diversa, come sanno quei lettori che mi sono affezionati; non uso il banale slogan che è meglio la qualità che la quantità; ma vivo nella consapevolezza che ogni giorno può essere l’ultimo; mi ha aiutato in questo il medico che quando avevo vent’anni mi disse che non sapeva, data la mia conformazione anomala dell’aorta, se potevo sopravvivere a lungo oppure no, e per saperlo avrebbe dovuto ricoverarmi a Padova, per farmi studiare da quella università, e io dissi di no, che non mi interessava, e non feci fatica a dirlo perché era vero; mi ha aiutato il medico che, a quarant’anni, non seppe darmi una spiegazione delle irregolarità  del mio ritmo cardiaco, e mi disse, dopo gli esami, che avevo uno dei cuori più forti che avesse mai visto, ma che non poteva garantirmi che sarei arrivato fino in fondo alle scale, nell’andar via; e mi aiutò il primario di cardiologia che qualche anno fa, dopo un arresto prolungato e il conseguente svenimento con ricovero ospedaliero d’urgenza, mi consigliò il pacemaker, che io ho rifiutato, perché mi avrebbe impedito di volare.

ora, io capisco bene che questa personale filosofia di vita è molto difficile da accettare, e in particolare dalle persone che mi vogliono bene, e mi guardo bene dal farne un modello etico da proporre a tutti; vale solo per me, che me la sento; e lascio agli altri le loro umanissime paure di morire; però la domanda che vorrei porre è un’altra.

coglie lo spunto dai problemi che pone il coronavirus, ma va oltre e ci riguarda tutti, epidemia oppure no.

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dobbiamo continuare ad accettare il mito della vita personale potenzialmente e necessaria illimitata?

nei commenti ad un altro mio post si sta sviluppando una discussione alquanto interessante, ma a mio parere sbagliata nelle premesse, se è giusto bloccare una nazione intera per fermare una pandemia che alla fine fa danno soltanto agli anziani e ai debilitati, o quasi.

inoltre qualcun altro, ben importante politicamente, dice: lasciamola correre questa epidemia, in fondo ci libererà di qualche persona debole e anziana, con poche vittime collaterali.

quest’ultima è una tesi folle: non tutti i virus sono uguali e conosciamo troppo poco di questo per dare per scontato che farà quello che ci aspettiamo..

– ma quelli che lo sanno con tanta sicurezza, oppure si comportano come se lo sapessero, non è che lo sanno davvero perché l’hanno programmato loro?

tesi complottista estrema, naturalmente: stupido chi la propala come una certezza, ma stupido anche chi rifiuta di esaminarla per principio.

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alle tesi di Trump e Johnson, che non esitano a far giocare l’umanità intera con un rischio estremo, esattamente come non hanno scrupoli a distruggere l’equilibrio climatico del pianeta, io vorrei opporre invece una diversa prospettiva globale nell’uso delle terapie.

abbandonare un’idea della terapia che è sbagliata, perché la vede come rifiuto della morte e suo contrasto, e passare ad una idea diversa della cura, legata alla consapevolezza della dimensione finita della vita umana.

il medico non deve sempre impedirci di morire e sentirsi in colpa se non lo fa; la morte è un aspetto della vita; non esisterebbe la vita, se non esistesse la morte (essere e non essere, complementari, no?).

lo scopo della medicina non è farci vivere, ma farci vivere bene; non è di non farci morire, ma di farci morire bene.

cogliamo l’epidemia, allora, per cambiare i nostri parametri di giudizio: commisuriamo le terapie alle concrete capacità di ripresa e prosecuzione di una buona vita del paziente, per quanto ragionevolmente possiamo saperne; calibriamo le terapie e i loro costi alla condizione reale del paziente; accettiamo l’idea che operare di un tumore un 94enne è una cosa sbagliata e che, se una persona di questa età viene colpita dal virus, è meglio sedarla e aiutarla a morire senza sofferenze inutili.

(ma questo non significa affatto, sia chiaro, abbandonare le misure di prevenzione in corso: significa dare, in piena coscienza, la precedenza a chi ha migliori possibilità di sopravvivere, e non come misura eccezionale obbligata, ma come regola comune, da ora in poi).

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insomma, riscopriamo il valore positivo della morte della nonna Catina, che sapeva morire con dignità, e superiamo l’idea di una vita di plastica che non sa più neppure come si fa a morire.

questo può suggerirci il coronavirus e nello stesso tempo può aiutarci a gestirlo meglio.

battaglia culturale impossibile da vincere: contro chiesa, élite economica e complesso sanitario; io però dixi, et servavi animam meam.

 


21 risposte a "la nonna Catina e l’altra epidemia di sessant’anni fa – 105"

  1. “…l’idea che operare di un tumore un 94enne è una cosa sbagliata e che…”

    fanno ricerca, e fanno pratica. i meno nobili fanno cassa.

    (la mia scheda del bene e del male bruciata ed io sospendiamo il giudizio; ben sapendo che altri meno relativisti di noi processerebbero tali medici a norimberga e li impiccherebbero senz’altro)

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        1. non ti do torto sul fatto che l’operazione sul novantaquattrenne malato di cancro è chiaramente interessata e per niente filantropica, ma sul fatto che, sia pure esagerando scherzosamente, tu voglia punire questo interesse peloso con la morte, come a Norimberga.

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  2. “nei commenti ad un altro mio post si sta sviluppando una discussione alquanto interessante, ma a mio parere sbagliata nelle premesse, se è giusto bloccare una nazione intera per fermare una pandemia che alla fine fa danno soltanto agli anziani e ai debilitati, o quasi.

    insomma, qualcuno dice: lasciamola correre questa epidemia, in fondo ci libererà di qualche persona debole e anziana, con poche vittime collaterali”

    Veramente dicevo una cosa un po’ diversa.
    Premesso che comunque l’epidemia si puó solo rallentare, si puó “spalmare” su tempi piú lunghi, ma non si puó arrestare ed eradicare totalmente nemmeno se prolungassimo le attuali limitazioni per mesi. A meno che le stesse misure attuate ora in Italia non fossero estese a tutto il mondo, cosa che sembra del tutto impossibile!

    Premesso che, a meno di non voler pensare che tutti i dati finora raccolti siano falsi, i piú vulnerabili sono proprio gli anziani, e le persone di mezza età con pluripatologie croniche. Finora in Italia soltanto 2 persone sono morte in assenza di patologie pregresse.

    Non avrebbe senso prevedere delle misure speciali per proteggere le persone piú vulnerabili, proprio per far si che ne soffrano e ne muoiano meno? e anche per diminuire il carico sugli ospedali!

    E allo stesso tempo delle misure un po’ meno limitanti per chi è giovane e gode di buona salute, pensate soprattutto per proteggegere gli altri(le categorie vulnerabili di cui sopra).

    Poi sul come proteggere di piú gli anziani, mi rendo conto non è una questione facile, i piccoli provvedimenti potrebbero essere molti. Ad esempio allontanare per un periodo i piú giovani dalla famiglia d’origine, magari facilitando l’indipendenza economica, mettendo a disposizione case gratis o a prezzi agevolati. Meno contatti fisici nonni-nipoti e genitori-figli, meno rischio che magari il 20enne che rifiuta di sottostare a certe limitazioni contagi genitori cardiopatici e nonni ultra-ottantenni.
    Oppure istituendo servizi di consegna della spesa a domicilio finanziati dallo stato. I servizi privati in molti comuni sono insufficienti, e molti anziani sono costretti a fare la spesa da soli.

    P.S. nella mia visione delle cose gli anziani che non vogliono rinunciare alla libertà e accettano serenamente di lasciare questa vita col coronavirus, vanno lasciati liberi. A patto peró che prendano tutte le possibili precauzioni per evitare di contagiare gli altri!

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    1. pubblico, per malsana abitudine, i post senza rileggerli, ed aspetto i primi commenti per metterli a punto, rileggendoli, finalmente.
      anche se non ti ho citato esplicitamente, hai ragione di protestare: in effetti si crea un’ambiguità nel passo che citi; e quindi adesso correggo.

      spalmare l’epidemia è un primo obiettivo immediato; il secondo è isolare via via il virus, impedendogli di replicarsi; hai ragione di dire che, per essere efficace, questa strategia dovrebbe essere mondiale; ma questo significa che, se ci sono paesi come il Regno Unito, opportunamente uscito dall’Unione Europea, e magari gli USA, che scelgono una politica diversa, occorre stabilire dei blocchi permanenti di circolazione di persone e merci da parte dell’Europa, altro che subirli.

      ma il vero problema attuale in Europa è rappresentato dalla Germania, che di fatto sta comportandosi come Regno Unito e USA, ma senza dirlo; questo apre la prospettiva inevitabile di un disfacimento dell’Unione Europea che, se vive problemi come questo su linee così profondamente differenti, non ha più ragione di esistere.

      è evidente che questa epidemia sta terremotando anche il quadro delle relazioni internazionali e di fatto ci spinge verso una alleanza con la Cina, con la quale condividiamo valori e impostazioni e di fatto mi pare l’unico paese che concretamente ci sta aiutando: è triste dirlo soprattutto per me, che da anni vengo accusato di essere filo-germanico, ma se la Germania non cambia in fretta la sua impostazione, questo è un problema troppo importante perché possa essere gestito su linee divergenti, e quindi una separazione consensuale si impone, e non rimane altra prospettiva internazionale per l’Italia che diventare il terminale europeo della via della seta cinese.

      che solo due persone in Italia sono morte in assenza di patologie pregresse è affermazione palesemente FALSA, che contrasta anche soltanto con l’esperienza diretta e indiscutibile di chiunque; mi domando che cosa si propone chi diffonde queste bufale irresponsabili; un conto è dire che gli anziani sono più vulnerabili, come è logico e vero; un conto diverso è dire che non ci sono morti anche relativamente giovani e privi di altre patologie.
      ma ti avevo già risposto, facendoti il mio esempio personale: se io morissi di coronavirus, sarebbe un falso dire che in realtà sono morto perché avevo il diabete: così leggero che perfino mi è stata fatta una assicurazione sulla vita fino agli ottant’anni!
      chi diffonde quei dati sta certamente operando delle falsificazioni di quel tipo.

      sul resto non ti rispondo più: ho usato gli argomenti che avevo, ma non vedo risposte alle mie obiezioni, quindi penso di essere di fronte a quelle tipiche prese di posizione che si considerano in realtà indiscutibili e che rendono il confronto delle idee inutile, perché di fatto non c’è.

      mi piacerebbe soggettivamente, come anziano potenzialmente disobbediente da lasciare alla sua sorte, darti ragione per il resto; ma non farò lo Sgarbi della situazione, mi sottometterò anche io alla disciplina collettiva, come è giusto, anche se non del tutto convinto di tutti i provvedimenti presi.

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      1. “che solo due persone in Italia sono morte in assenza di patologie pregresse è affermazione palesemente FALSA,”

        Scusa, hai ragione, ho scritto una fesseria.
        Mi rifacevo a questa fonte: https://m.cronachemaceratesi.it/2020/03/14/covid-19-report-sulla-mortalita-uomini-piu-a-rischio-delle-donne/1375930/

        Si dice che secondo il rapporto ISS, su un campione di 268 deceduti di cui hanno analizzato le cartelle cliniche, soltanto 3(1.1%) non avevano patologie pregresse.
        Poi vero che molti soffrono di patologie in forma lieve, come il tuo diabete, che forse non ti rende molto piú vulnerabile di un tuo coetaneo che non ce l’ha. Quindi magari questo 1,1% puó essere anche esteso a 10%. Peró sempre che il 90% dei deceduti non erano il ritratto della salute neanche prima di contrarre il virus.

        Ovviamente questo non vuol dire che siano morte “CON” il virus e non “PER” il virus, come va ripetendo qualcuno. Tante persone vivono anche per decenni con alcune di quelle patologie croniche.
        Peró non si puó negare che partivano da una condizione svantaggiata rispetto a chi è perfettamente sano. Poi, ci mancherebbe, nessuno è invulnerabile!

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        1. sulle tue ultime considerazioni di questo commento sono d’accordo: ovvio che età e malattie pregresse in corso rendono più vulnerabili, ma la causa principale della morte resta il virus,almeno quasi sempre.

          quei dati sono peraltro palesemente invecchiati.

          certe sono anche alcune anomalie italiane, su cui ci si sta interrogando in ambito scientifico internazionale e certamente la nostra struttura demografica (siamo uno dei paesi “più vecchi”, cioè con più vecchi, del mondo) non dà piena spiegazione di tassi di mortalità decisamente anomali.

          cito ancora Die Welt, col link questa volta:
          in Italien fast jeder fünfte Infizierte (19,1 Prozent) älter als 80. Zum Vergleich: In Südkorea waren zu diesem Zeitpunkt nur drei Prozent der Infizierten älter als 80. Auch in Deutschland haben sich anfangs nur sehr wenige Ältere angesteckt. Nach einer ersten Auswertung des RKI waren nur 15 Prozent der Infizierten älter als 60. Backhaus vermutet, dass die Fallsterblichkeit in Deutschland deshalb bisher so niedrig ist.
          https://www.welt.de/gesundheit/article206561039/Coronavirus-Auch-in-Deutschland-koennte-sich-die-Sterblichkeit-erhoehen.html

          cioè in Italia quasi il 20% degli infetti ha più di 80 anni; in Corea del Sud solo più del 3%; in Germania soltanto il 15% degli infetti ha più di 60 anni.

          hai letto bene: in Germania l’85% degli infetti ha meno di 60 anni!!! e l’esperto intervistato suppone che per questo la mortalità è più bassa.

          come si spiegano queste differenze io proprio non riesco a capirlo: credo che dipenda dai criteri con cui si cercano gli infetti…

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          1. Quello che ti ho scritto ieri un altro commento, pare che in Italia il virus si sia diffuso maggiormente nelle fasce d’età piú anziane, mentre in Corea del sud e Germania l’epidemia sia rimasta (per il momento) piú concentrata nelle fascia di età piú giovane.

            “come si spiegano queste differenze io proprio non riesco a capirlo: credo che dipenda dai criteri con cui si cercano gli infetti…”

            Anche io non saprei spiegarlo, l’unica ipotesi che mi viene in mente (oltre alla casualità) è che nel Nord Europa c’è piú separazione generazionale rispetto all’Italia. Ovvero, in linea di massima i figli vanno a vivere da soli prima, e mantengono rapporti meno stretti con genitori e nonni. E forse (non ne sono sicuro) gli anziani vanno in pensione prima.
            Quindi, mettiamo che il virus inizi a circolare tra persone giovani e di mezza età che viaggiano molto per lavoro o per piacere, o che lavorano in imprese che hanno rapporti stretti con i cinesi. L’italiano, che va a trovare i genitori piú volte alla settimana o che ci vive insieme nella stessa casa, passa subito il virus agli anziani genitori o nonni(che a loro volta lo passano ad altri coetanei, e cosí via).
            Il tedesco, che magari va a trovare i genitori o i nonni 2 volte al mese, ha molte meno probabilità di contagiarli.
            Che ne pensi?

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            1. indubbiamente il modello di relazioni interfamiliari tedesco è molto diverso dal nostro e le relazioni con i genitori, una volta diventati adulti, si riducono drasticamente, per non dire che molto spesso si interrompono del tutto, in modi che per noi risultano addirittura difficilmente concepibili; gli anziani in Germania sono molto più soli che da noi (escludendo i numerosi immigrati che conservano le abitudini dei paesi di origine).

              ma proprio per questo gli anziani sono semmai meno protetti dalle infezioni, in generale, visto che devono provvedere a se stessi da soli.

              può darsi anche che, proprio per questo, il numero degli anziani ospitati in case di riposo perché non autosufficienti sia molto più alto in Germania che da noi, e che lì siano più protetti.

              però non mi pare che nessuna di queste spiegazioni, e neppure il loro assemblaggio, basti a giustificare del tutto questa strana e notevolissima differenza, che conduco piuttosto ai criteri di calcolo e alle modalità di fare i campioni, che probabilmente in Germania trascurano gli anziani.

              quanto all’età della pensione, i tedeschi – a quanto ricordo, ma non so se i criteri sono cambiati – vanno in pensione dopo di noi: quando ero lì, qualche anno fa, l’età della pensione era 68 anni.

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              1. “gli anziani in Germania sono molto più soli che da noi (escludendo i numerosi immigrati che conservano le abitudini dei paesi di origine). ma proprio per questo gli anziani sono semmai meno protetti dalle infezioni, in generale, visto che devono provvedere a se stessi da soli.”

                Ipotizzando peró che i focolai epidemici siano partiti in ambienti di lavoro, specialmente aziende che hanno relazioni con la Cina, le scarse interazioni con nipoti e figli che lavorano in quel tipo di aziende, all’inizio dell’epidemia possono essere un fattore protettivo.
                Ma solo all’inizio, poi è logico aspettarsi che col tempo il contagio esca dalla nicchia sociale/anagrafica in cui ha avuto inizio!

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          2. Come possibile spiegazione aggiungerei anche la diffusione dell’epidemia all’interno degli ospedali italiani (per inosservanza di norme igieniche??).
            Gli ospedali sono serbatoi di malati, spesso anziani, vittime predilette del coronavirus!

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            1. questa è una ulteriore sconcertante particolarità italiana: il numero elevato degli operatori sanitari che si infettano e dunque trasmettono a loro volta la malattia.

              credo che la spiegazione più onesta e rispettosa della loro professionalità sia che sono costretti a lavorare in condizioni estreme, sono sovraccaricati di compiti e in queste condizioni di stress lavorativo anche le necessarie precauzioni sono prese male.

              questa poi, anche in generale, è una cosa molto evidente, confrontando tra loro Italia e Germania: contrariamente ad ogni vulgata, gli italiani lavorano molto di più dei tedeschi e in condizioni di stress psicologico, dato anche da disorganizzazione e farraginosità; non esito a dire che i tedeschi sul lavoro sono piuttosto pigri individualmente, ma efficienti come gruppo, perché bene organizzati.

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          3. la Germania dichiara i morti “per” coV-2, e non “con” coV-2 (fonte tg odierno), vale a dire che deceduti con (+ o – gravi) patologie pregresse non compaiono nella lista, anche se resta ancora incomprensibile il criterio di discrimine.
            Mentre i soli due (2) morti “per” coV-2 senza patologie pregresse, della lista italiana, si riferisce all’esame da parte dell’Iss di solo 100 cartelle cliniche – dal bollettino della protezione civile del 13 marzo.

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            1. grazie delle puntualizzazioni documentate, e ben tornata.

              quanto alla Germania, il criterio scelto permette di scrivere sulla loro stampa, come citavo in un altro commento: Unter den Menschen, die bisher an Covid-19 gestorben sind, hatten viele eine Vorerkrankung – zum Beispiel Asthma, chronische Bronchitis, eine koronare Herzerkrankung, andere Herz-Kreislauf-Leiden, chronische Lebererkrankungen, Diabetes, Krebs oder ein geschwächtes Immunsystem.
              Tra le persone morte sinora per Covid-19, molte avevano malattie pregresse – per esempio asma, bronchite cronica, malattie cardiache alle coronarie, altre patologie cardiache, malattie croniche del fegato, diabete, cancro o sistema immunitario indebolito.

              questa frase poteva far pensare che tutti questi malati venissero comunque calcolati tra i morti di coronavirus; e invece no, si riservano di decidere, allora, caso per caso, evidentemente sulla base della gravità della malattia pregressa.
              non è poi così assurdo, se dovesse essere rigorosamente definito il criterio, escludere dal calcolo i casi gravi dove le altre patologie rendevano comunque la morte imminente ed inevitabile, ma solo quelli; in questo modo resta l’impressione che si giochi con i numeri.

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  3. c’è da chiedersi come mai questi nazionalisti non prendono mai il virus ma lo prendono i politici di orientamenti diversi. Oppure come mai gli americani hanno evacuato il primo aereo (guornali del tempo, numero effettivo magari diverso) da Wuhan con 201 “passengers” i magari “passenger” facendo scalo in Alaska. Non è un numero di passeggeri molto comune. Giusto per aggiungere un pizzico di complottismo in più al tuo post.

    Mettiamola così. Questa è la prima vera epidemia quando l’uomo ha una buona conoscenza medica per rispondere. Possiamo tornare certamente ai vecchi tempi quando si moriva semplicemente. Ma perché farlo? Un vecchio che guarisce certamente non sarà debilitato nella sua qualità di vita successiva. Semmai possiamo interrogarci sulla loro qualità di vita prima del contagio. Siccome ci sono tanti aspiranti suicidi in giro bisognerebbe istituire il diritto al suicidio per gli over 70 prima che coinvolgano altri nel loro folle piano, tipo quello di non prendere alcuna precauzione contro il virus.

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    1. so che ti avevo risposto, ma non vedo il mio commento.

      forse i politici di destra appaiono meno colpiti dal coronavirus perché sono più abituati a mentire, e quindi lo fanno anche sui loro tamponi?

      il diritto al suicidio, secondo me, non ha età; ma naturalmente non ha niente a che fare con un presunto diritto ad infettare gli altri.
      certo come anziano in giro per il mondo, se mi dovesse capitare di ammalarmi, mi darebbe parecchio fastidio essere catalogato nel diritto al suicidio, semplicemente perché ho più di settant’anni….

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  4. Mi sono persa a leggere i racconti su nonna Catina, starei delle ore ad ascoltare queste storie…
    Come dici tu “si viveva in un mondo, sessant’anni fa, in cui la morte, ad una certa età, era considerata normale; e le persone arrivavano anche, in genere, abbastanza preparate a gestirla” .Il mondo di oggi sembra organizzatissimo ed efficente. Tutti come piccole formichine corrono a destra e sinistra indaffaratissimi senza fermarsi mai, senza riflettere e così il tempo si consuma.Corrono,corrono e quando arrivano a fine corsa non si ricordano nemmeno più dove stavano andando.Non si sono preparati alla morte anzi ne allontanano il pensiero per tutto il corso della vita come se la cosa non li riguardasse e arrivano impreparati e paurosi.
    Poi si sveglia madre natura e costringe tutti a FERMARCI.
    L’uomo moderno deve capire che non è onnipotente e che non è sull’economia che deve girare la propria vita perché quando la natura s’incaxxa ci può spazzare via in un secondo.
    E dovrebbe vivere secondo le sue leggi.
    Per quanto mi riguarda cerco di seguire i consigli di Tolstòj:

    “Una vita tranquilla, unita, nel nostro sperduto angolo di campagna, con la possibilità di fare del bene alla gente, ed è così facile fare del bene a chi non è abituato a riceverlo. Poi il lavoro, un lavoro che spero sarà utile; poi il riposo, la natura, i libri, la musica, l’amore per chi ci sta accanto. Ecco la mia felicità e non chiedevo di più”

    Ti abbraccio forte Mauro

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