socialisti e democratici europei contro l’austerità: Timmermans n. 1 – 90

vorrei commentare l’intervista, pubblicata sull’Huffington Post di oggi, a Frans Timmermans, vice-presidente della Commissione europea e candidato presidente dei Socialisti e Democratici alle prossime elezioni europee: un nome che dovremmo abituarci a prendere in considerazione nelle prossime settimane.

Dobbiamo lasciarci alle spalle il periodo dell’austerità.
Dobbiamo costruire un’Europa basata su un pensiero sociale e anche ambientale. Dobbiamo pensare al futuro delle prossime generazioni. […]
Non possiamo mettere tutto sulle spalle dei nostri figli. Un paese come la Spagna ha fatto investimenti senza aumentare il peso per le prossime generazioni.
E questo deve succedere anche in Italia: per i giovani italiani sarebbe un pericolo enorme aumentare questo peso gigantesco che è il debito pubblico.

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io ricordo bene che l’austerità è stata una parola d’ordine del Partito Comunista Italiano, lanciata da Berlinguer, grazie alla quale il suo partito superò il 34% dei voti alle elezioni politiche del 1976:

e quelle erano elezioni vere, con una legge elettorale democratica e costituzionale, alle quali partecipò il 93,4% degli elettori: significa più di 12 milioni e 600mila voti,

non erano i successi fasulli di oggi, le politiche del 2018 con meno del 73% dei votanti o, peggio, le europee del 2014, a cui partecipò il 57% degli elettori e si fece passare per uno straordinario successo il 41% di Renzi sui votanti, cioè il consenso reale del 23% degli elettori.

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Berlinguer parlò di austerità in un discorso al “Convegno degli intellettuali” di Roma del gennaio 1977:
Occorre dare un senso e uno scopo a quella politica di austerità che è una scelta obbligata e duratura, e che, al tempo stesso, è una condizione di salvezza per i popoli dell’occidente, io ritengo, in linea generale, ma, in modo particolare, per il popolo italiano.
L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è cosi per noi.
Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato.
L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi sì manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata.

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Berlinguer fu sconfitto: il governo del compromesso storico con la Democrazia Cristiana di Moro fu ucciso il giorno stesso in cui nacque col rapimento e poi con l’assassinio di Moro nella primavera del 1978.

vinse Craxi, fu smantellata la scala mobile, la politica economica divenne quella dell’indebitamento progressivo e illimitato dello stato, lo slogan vincente fu il suo: Finché la barca va…

e nel 1983 Fellini girò il suo film sul Titanic, che si intitolava appunto E la nave va, ma tutti i suoi ultimi film sono dedicati ad una dura e profetica polemica, allora…, contro la volgarità dell’odierna civiltà del delirio consumistico di massa, che noi ci siamo abituati a chiamare berlusconiana, dal nome di colui che in trent’anni ha rimodellato l’immaginario degli italiani, ha distrutto il vecchio popolo del lavoro e dei sacrifici onesti e ne ha creato un altro, dei consumi arroganti e mezzo drogati.

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la barca craxiana andò fino alla catastrofe del 1992, e noi, dopo avere svalutato la lira, entrammo nell’euro, giusto per porre fine a quella politica economica dissennata, e venne il primo governo Prodi nel 1996, per arrestare la crescita del debito pubblico.

invano: fu Berlusconi, per conto del quale aveva governato Craxi, sostanzialmente come prestanome, a riprendere quella politica nel 1993 e poi nel 2001 e poi nel 2008, fino alla seconda catastrofe del 2011.

ma la politica del debito aveva contagiato oramai anche la sinistra italiana e perfino i populisti che mitizzavano la decrescita felice, ma era solo specchietto per le allodole idiote.

la politica del debito riprese con D’Alema nel 1998 e con Renzi nel 2013, e oggi impazza dopo le elezioni del 2018, fino alla prossima volta, la terza, in cui il paese andrà a sbattere.

la politica del debito è rivendicata da tutti, oramai, anche dall’estrema sinistra, solo con toni più fanatici e feroci e senza ombra di buonsenso economico.

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quindi, sinceramente, visto che questo vorrebbe essere un blog di discussione e non di propaganda politica becera pro o contro qualcuno, queste parole di Timmermanns non mi piacciono troppo: sono un colpo al cerchio e uno alla botte.

non puoi dire che pensi alle nuove generazioni e poi proporre sostanzialmente uno sviluppo del debito europeo soltanto più moderato di quello praticato dall’Italia in questi anni.

e poi occorre dirselo chiaramente: una politica di sacrifici delle generazioni attuali per salvare il futuro delle prossime, sacrifici economici, sacrifici ambientali, sacrifici politici e costruzione di un nuovo modello di società, non è compatibile con la democrazia.

non puoi pensare di avere mai una maggioranza che voti per peggiorare le condizioni di vita alle quali è abituata.

non è un caso se le uniche voci che si levano oggi a rivendicare una politica ambientalista rigorosa (che significa appunto una politica di austerità) è quella dei millennial, che sentono che si sta distruggendo la loro vita futura, ma ancora non votano e dunque non verranno presi in considerazione.

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rileggere le parole di Berlinguer può essere un modo per farsi la stessa domanda che si faceva lui allora:

chi deve pagare l’austerità? chi deve pagare la riduzione del debito pubblico?

occorre cogliere quello che manca del tutto nel discorso di Timmermans: quando parliamo di debito pubblico, che cosa intendiamo esattamente?

questo debito pubblico a favore di chi è stato fatto?

quanta parte del debito pubblico è stata davvero destinata ad una politica sociale superiore alle risorse pubbliche?

quanta è stata invece destinata negli ultimi anni al salvataggio delle banche, o meglio ancora dei banchieri?

quanta parte del debito pubblico è stata destinata nei decenni agli interessi sul debito accumulato in precedenza?

se consideriamo gli interessi pagati, abbiamo restituito il debito reale tre volte: in poche parole abbiamo pagato in interessi il doppio – avete letto bene: il DOPPIO – di quello che ci è stato pagato.

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col termine debito pubblico stiamo dunque indicando il peso di questa usura e di questo strozzinaggio che ci soffocano: se togliamo dal bilancio attuale del nostro stato il peso degli interessi, che gira attorno ai 60-80 miliardi l’anno, il nostro bilancio è largamente in attivo.

e a chi vanno questi interessi? per un terzo all’estero, per due terzi in Italia, e in larga parte alle nostre stesse banche che hanno acquistato i nostri titoli di stato grazie alla moneta stampata dalla Banca Centrale Europea e messa a loro disposizione perché facessero appunto questo: comperassero titoli di stato per consentirci di continuare a pagare gli stipendi degli statali e le pensioni.

quindi è qui che bisogna affondare il bisturi: combattere la contrazione della spesa sociale semplicemente rivendicando di aumentare il debito significa combattere a favore della finanza mondiale e continuare ad impiccarsi con le proprie mani.

. . .

qui mi fermo, per non distruggere le residue possibilità di lettura in un mondo in cui ci siamo abituati alla fruizione sincopata e twitteristica del pensiero.

forse continuerò le mie riflessioni sull’intervista di Timmermanns, cioè sul programma socialista per le prossime elezioni europee, in qualche prossima puntata, sempre che servano a qualcosa.


4 risposte a "socialisti e democratici europei contro l’austerità: Timmermans n. 1 – 90"

  1. di toppe al culo ne abbiamo messe tante che il tessuto sociale non tiene più, in italia, in europa e nel mondo intero.
    oggi l unica riflessione ed azione urgente è la sostituzione del sistema architrave di ogni ingiustizia e sopruso nel mondo; il potere economico, bancario finanziario, l unico potere che asserve ai propri interessi ogni volonta etica e sociale poiché è sulla base dell avere, del possedere, dell accumulo e del potere conseguito, che l intera società è costituita.
    bisogna avere il coraggio e la consapevolezza che questo sistema ha fallito e va rapidamente sostituito con modelli di sviluppo compatibili alla dignità, alla libertà ed alla serenità di ogni uomo presente e futuro. ogni azione sia indirizzata alla costituzione di un sistema di autonomie etniche che condividono alcuni servizi centralizzati gestiti con estrema democrazia.
    l europa sia a capo di un rinnovamento etico sociale ed economico dimostrando al mondo la via attraverso cui è ancora possibile evitare ingiustizia, odio, guerre.
    i popoli d europa si coalizzino in federazione di tipo parlamentare e traccino la nuova via dell evoluzione del pensiero umano!!

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    1. mi trovo d’accordo con l’ispirazione di questo commento.

      direi onestamente, però, che abbiamo qualche difficoltà a scendere nel concreto, a parte scelte individuali isolate e parziali: esempio, ritirarsi in montagna per una vita che punta di più sul modello dell’autoconsumo.

      ma questa non riesce ad essere scelta globale: forse non ce n’è più nessuna di concretamente possibile, forse il sistema ci ha completamente imprigionato a bordo di una nave dei folli a cui non resta altra possibilità che affondare.

      lo dico semplicemente come un dubbio e vorrei tanto che non fosse così:

      per intanto potremmo cominciare da cose molto semplici come la tassazione dei redditi degli iper-plutocrati al 94%, come dopo il New Deal di Roosevelt: non so se potrebbe essere la soluzione, ma certamente se non otteniamo neppure questo, allora ogni altra battaglia è perduta.

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